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	<title>Apogeonline &#187; interfaccia</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
	<lastBuildDate>Mon, 13 Feb 2012 17:52:59 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
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		<title>Una certezza l&#8217;abbiamo: le persone non leggono</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Apr 2011 07:30:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Yvonne Bindi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria digitale]]></category>
		<category><![CDATA[interfaccia]]></category>
		<category><![CDATA[lettura]]></category>
		<category><![CDATA[usabilità]]></category>

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		<description><![CDATA[Un cartello, per quanto elegante, di per sé non basta. Il nostro cervello lavora al risparmio e viene tradito dal contesto]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il primo comandamento che s’impara quando si inizia a lavorare su contenuti e testi da pubblicare in rete è che sul web le persone non leggono. Insieme con il comandamento s’impara la lista delle motivazioni che sono alla base di questo comportamento apparentemente strano: sul monitor si legge con maggior fatica, la lettura è più lenta, gli utenti del web vanno di fretta, sono distratti, soffrono il paradosso della scelta,  e così via.<span id="more-5398"></span></p>
<h5>Buone interfacce, ma non basta</h5>
<p>Allora impariamo a disseminare le pagine di segnali che guidino la lettura e rendano l’esperienza dell’utente piacevole e soddisfacente. Spezzettiamo i testi e li offriamo in tranci di diverse dimensioni per soddisfare le esigenze di tutti i palati: piccoli morsi di contenuto nei titoli, assaggi più sostanziosi nei sottotitoli e poi il testo intero, ben diviso in paragrafi, per le grandi abbuffate. Cerchiamo di essere brevi ma informativi, chiari ma non banali, originali ma comprensibili. Utilizziamo font che non stanchino gli occhi durante la lettura, scegliamo i colori più adatti per segnalare i link eccetera. Tutto questo nella speranza che le persone prestino attenzione a ciò che scriviamo e a quello che vogliamo dire loro. Il primo comandamento è spesso considerato una provocazione e la sua forza sta proprio nel fatto che è un’esagerazione, ma per alcuni versi dice la sacrosanta verità.</p>
<p>L’esperienza, però mi insegna che le persone non leggono nemmeno quando agiscono in ambienti fisici, non virtuali. Questa è una seconda provocazione che ha molto in comune con la prima, proprio come spesso accade tra le cose del web e quelle del quotidiano tangibile. In fondo abbiamo a che fare con comportamenti umani che si ripropongono in situazioni diverse ma equiparabili. Ed è per questo che credo che per progettare buone interfacce, o scegliere le voci di menu di un sito web e per sapere come chiamare i pulsanti di navigazione è molto importante osservare e comprendere come le persone agiscono e si muovono negli ambienti reali. Vorrei a tal proposito, raccontare due storie, che sono da una parte un esempio di quanto le persone non leggano anche cose semplici ma importanti e dall’altro uno stimolo di riflessione per chi sul web e non solo, si occupa di usabilità delle parole.</p>
<h5>Mi scusi, dov’è il bagno?</h5>
<p>La prima è una storia sull’usabilità delle parole, sulle etichette e su come funziona il nostro cervello. Un’estate di puro autolesionismo ho deciso di lavorare in un pub, dove puntualmente i clienti si perdevano mentre cercavano la toilette nonostante la porta del bagno fosse in bella vista nella sala centrale del pub, appena dietro il bancone a isola. Era l’unica porta di tutto il locale ed effettivamente chiunque si avventurasse alla ricerca dei servizi si dirigeva istintivamente da quella parte. Qualcosa però andava puntualmente storto. Funzionava così: il cliente che aveva bisogno del bagno si alzava, percorreva il perimetro del bancone e si trovava esattamente davanti alla porta del bagno.  A quel punto accadeva qualcosa di incomprensibile: il cliente non terminava il suo percorso varcando la porta, ma faceva improvvisamente retromarcia cercando aiuto nella sala con lo sguardo, vedeva me e mi veniva incontro.</p>
<p>Accadeva più spesso di quanto si possa immaginare. Io fingevo di non aver visto nulla e ascoltavo la domanda, sempre la stessa: “Mi scusi, dov’è il bagno?”. Vedevo puntualmente facce costernate, quando indicavo proprio la porta a cui avevano appena  dato le spalle.<strong></strong> Immaginavo il percorso mentale della persona che avevo di fronte. <em>Ho bisogno del bagno, mi alzo dal tavolo, mi guardo intorno, individuo una porta, controllo che non ci siano altre possibilità, non ce ne sono c’è solo quella porta, vado, giro intorno al bancone ad isola e… a un passo dalla soglia qualcosa mi blocca, mi sono sbagliato, cerco la cameriera, chiedo a lei, e lei mi indica la stessa porta, cosa è accaduto?</em></p>
<h5>Associazioni ed esperienze</h5>
<p>Accadeva che sulla porta i clienti incontravano un segnale, una piccola targa con due parole, ma solo una di queste era la colpevole del misfatto, perché era la sola che i clienti leggevano. Quando dicevo che quella era la porta del bagno, qualcuno indicando la targa provava a ribellarsi e diceva: “Ma sulla porta c’è scritto Vietato … vietato …” e girandosi per trovare conferma riguardo a ciò che dicevano, scoprivano che sulla targa c’era scritto <em>Vietato Fumare</em>. Tutti quelli che facevano retromarcia pensavano che sulla targa ci fosse scritto<em> Vietato Entrare</em>. Me lo confessavano subito dopo, per giustificare il disorientamento. Il participio passato <em>Vietato</em> vinceva su tutto, sull’istinto, sull’evidenza, sulla ragionevolezza e chiudeva quella porta, aprendo tutta una serie di dubbi e frustrazioni nei miei poveri clienti.</p>
<p>Questo perché, agli occhi dei miei clienti,  il <em>Vietato</em>, scritto su una targhetta appiccicata ad una porta, doveva riguardare la porta e non la sala e non procedevano oltre nella lettura, nonostante l’infinito a seguire fosse a pochi millimetri dal participio. Il nostro cervello, mentre gli occhi leggono o guardano, formula velocemente ipotesi: crea associazioni e interpreta ciò che vede secondo, le sue conoscenze, le esperienze pregresse e, seguendo i codici culturali a cui è abituato, giunge alle sue conclusioni e formula rapidamente delle risposte che spesso si traducono in azioni.</p>
<h5>Il cervello funziona a risparmio</h5>
<p>Il cervello dei miei clienti formulava un’ipotesi di co-occorrenza tra i termini <em>Vietato</em> e<em> Entrare </em>escludendo<em> </em>altre possibili, ma meno probabili opzioni. In poche parole supponeva che se c’era il primo doveva esserci anche il secondo. Che cosa dava così tante chances alla coppia <em>Vietato + Entrare</em> rispetto a <em>Vietato + Fumare</em>? Il contesto.  Il contesto “etichetta su una porta” spingeva il loro cervello a dar per scontato che alla parola <em>Vietato</em> seguisse l’infinito <em>Entrare</em>. Noi funzioniamo così: andiamo al risparmio e ci affidiamo a ciò che pensiamo sia più probabile. E spesso sbagliamo. Scommetto che chiunque potrebbe affermare di aver visto molte più porte con su scritto <em>Vietato</em> <em>Entrare</em> che con scritto <em>Vietato</em> <em>Fumare</em>. L<em>’entrare, </em>per tutti noi<em>,</em> ha molte più cose a che fare con una porta rispetto al <em>fumare</em>.</p>
<p>Mi si potrebbe replicare che, infondo, non accadeva niente di grave. Accadeva solo che i clienti dovevano fare per due volte lo stesso percorso, erano costretti a esporsi in un momento in cui spesso alle persone piace essere invisibili (parlo del momento del bisogno) e accadeva che si imbarazzassero e si sentissero nella posizione di dovere delle scuse per il presunto errore commesso. Niente di tutto ciò è particolarmente piacevole. Poteva accadere, inoltre che io in quel preciso istante dovessi interrompere un cliente che stava ordinando, per rispondere a quello che aveva perso la strada, e poteva accadere che per questa interruzione sbagliassi la comanda.  Risultato? Un cliente imbarazzato, l’altro inesaudito, una cameriera che deve tornare due volte allo stesso tavolo per riparare alla mancanza, scuse da ogni parte, tempo sprecato, insoddisfazione generale, frustrazione, tutto per una targhetta inappropriata sulla porta del bagno.</p>
<h5>Niente di irreparabile?</h5>
<p>Non accadeva niente di irreparabile, ma accadeva qualcosa che disturbava almeno tre persone. Per farla breve, quella targhetta dall’apparenza innocua, poteva innescare una serie di errori e inquinare il corretto fluire di una normale serata lavorativa, oltre che far vivere una gratuita situazione di disagio ai clienti del pub. So che quella targhetta è ancora lì, che disturba indisturbata le serate di molte persone.<strong></strong> “Tanto alla fine, lo trovano lo stesso il bagno” questa la risposta che mi venne data, da chi non considerava che quella poteva essere una nota stonata in un pub che funzionava più che bene: birra ottima, cibo buono, proprietari gentili, servizio rapido. “Ma non sarebbe meglio se lo trovassero subito e non alla fine?” avevo pensato io.</p>
<p>Questa è la storia di un’etichetta sulla porta di un bagno e di una cameriera un po’ pignola, ma potrebbe essere la storia di una voce di menu o di un comando su un bottone di un sito o sull’interfaccia di un servizio online, potrebbe essere la storia di un’indicazione in una stazione ferroviaria o di un cartello in un aeroporto o ancora di un’istruzione su un elettrodomestico e la storia di centinaia di utenti disorientati e insoddisfatti. E infine, potrebbe essere la storia di potenziali incidenti, di occasioni perdute e di mancati guadagni per un’azienda.</p>
<h5>Panino fresco</h5>
<p>La seconda storia invece ha a che fare con un menu e con l’estate. L’estate scorsa, sono stata in vacanza in Salento. La mia amica Giusy fa la stagione in uno degli stabilimenti balneari più frequentati della costa ionica e quando sono andata a trovarla, mi ha raccontato un fatto curioso che si ripeteva con una certa frequenza: molti clienti dopo aver letto il menu affisso al muro dello stabilimento ordinavano un panino inesistente. Chiedevano cioè un <em>panino fresco </em>come se si trattasse di uno specifico panino, tipo il <em>panino caprese </em>e pensavano, così facendo, di aver esaurito la loro ordinazione. La commessa di turno doveva invitarli a rileggere il menu e a scegliere quali ingredienti volessero come farcitura del panino, facendo notare che gli ingredienti tra parentesi dopo la dicitura <em>panino fresco</em> (<em>lattuga, formaggio, pomodoro, salame piccante, prosciutto, bresaola, brie</em> e altri, la lista si concludeva con un <em>eccetera</em>) non potevano stare tutti dentro lo stesso panino e che la lista presupponeva una scelta. Per le commesse e i proprietari il fatto che i clienti non capissero era un mistero.</p>
<p>La confusione si creava perché per i proprietari del lido (autori del menu) il <em>panino fresco</em> era il panino da farcire con ingredienti freschi a scelta, era cioè una tipologia di panino ed era in contrapposizione al <em>panino</em> <em> preconfezionato</em>, il panino già pronto da scaldare al fornetto. Alcuni clienti, non coglievano la contrapposizione <em>fresco vs. preconfezionato</em> e credevano che il primo fosse un panino specifico.<strong></strong> Come poteva esserci così tanta divergenza di vedute su un panino e di chi era la colpa? I clienti che facevano la figura degli ingordi o degli stupidi, a seconda di come la si voglia vedere, avevano forse una sola colpa: quella di non leggere il menu. Non lo leggevano perché erano distratti da altro, andavano di fretta, lo guardavano alla buona mentre parlavano con gli amici o si occupavano dei figli, erano accaldati, affamati, assetati. E non leggevano perché il modo in cui il menu era scritto non li invitava a farlo, anzi poneva tra loro e la sua leggibilità alcuni evidenti ostacoli. Per capirci ne trascrivo una parte dello stabilimento:</p>
<blockquote><p>Panino preconfezionato<br />
Panino semplice (prosciutto e pomodoro)<br />
Panino caprese (pomodoro, mozzarella, basilico)<br />
Panino romagnolo (bresaola e brie)<br />
Panino fresco (tonno, pomodoro, prosciutto, sott’aceti, salame, lattuga, mozzarella, brie, eccetera)<br />
Tramezzino</p></blockquote>
<p><strong>Trabocchetti nel menu</strong></p>
<p>Il cervello dei bagnanti d’impatto capiva che il menu era così organizzato: nome del panino seguito da una lista, tra parentesi tonde, con gli ingredienti della farcitura. Parentesi tonda = inizio della lista degli ingredienti che sono dentro al panino. La parentesi tonda diventava un segnale che indicava un dato preciso e le persone così lo interpretavano seguendo un principio di coerenza che apprendevano lì davanti al menu, o meglio che credevano di riconoscere leggendo il menu. Il <em>panino fresco, </em>però, non rispondeva a quel principio e non tutti i clienti se ne accorgevano, nonostante la lista particolarmente lunga e fornita degli ingredienti tra parentesi avrebbe dovuto metterli in guardia.</p>
<p>Nella fretta, nella folla e con i cali glicemici ci si affida di più all’intuizione e alle supposizioni che alla razionalità. Si butta un’occhiata, si crede di aver capito e si va avanti. E soprattutto ci si affida alle regole generali che secondo le nostre stime vigono nel contesto in cui ci stiamo muovendo: <em>se questo funziona così anche quest’altro che gli assomiglia funzionerà nella stessa maniera</em>. Nel nostro caso l’analogia conduceva nell’errore.  In realtà il menu dello stabilimento conteneva parecchi trabocchetti, ma il <em>panino fresco</em>, a detta della mia amica, era quello che creava più problemi. Faceva rallentare il ritmo di lavoro e causava frustrazione nei clienti.</p>
<h5>Dettagli e rumori</h5>
<p>Certo sarebbe stato interessante sapere come se lo figuravano questo panino <em>fresco</em> quelli che lo ordinavano, visto che non leggevano gli ingredienti. Io immagino che ne leggessero un paio, magari neanche in ordine, vedevano che erano di loro gradimento e il panino era aggiudicato; in più la lista non letta nel dettaglio appariva lunga e poteva far supporre che la farcitura sarebbe stata consistente, considerazione che non è da scartare, visti i prezzi in Salento ad agosto. Inoltre <em>fresco</em> è un aggettivo molto evocativo, soprattutto in estate, che si sposa bene con il caldo, il sole, il mare. In molti avranno pensato che <em>fresco</em> descrivesse e caratterizzasse il gusto del panino e non la natura degli ingredienti.</p>
<p>Questi aneddoti sono esempi del fatto che le persone non leggono e non solo sul web, ma anche nella quotidianità, qualsiasi forma essa abbia ed è proprio per questa ragione che curare l’usabilità delle parole anche nei testi più semplici è molto importante. I segnali, che aiutano la lettura e la comprensione, vanno studiati nel dettaglio e i <em>rumori</em>, intesi come elementi di disturbo, eliminati soprattutto quando modelliamo testi che guidano i comportamenti, perché la loro errata comprensione non è fine a se stessa ma provoca errori nelle azioni. Anche la scelta di un panino può diventare complicata se non diamo  ai nostri utenti indizi univoci e immediati. Mi sembra quasi troppo banale dire che per ridurre l’errore, nel caso del nostro menu, sarebbe bastato eliminare le parentesi e inserire un <em>a scelta</em> ben visibile prima della lista degli ingredienti; oppure sarebbe stato sufficiente abbandonare la antitesi <em>fresco vs. preconfezionato</em> e chiamare il famoso panino <em>panino con farcitura a scelta</em>, ma in fondo è proprio così.</p>
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		<title>Internet? Dovrebbe essere più stupida</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/10/30/internet-dovrebbe-essere-piu-stupida</link>
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		<pubDate>Fri, 30 Oct 2009 07:45:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Venturini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[complessità]]></category>
		<category><![CDATA[interfaccia]]></category>
		<category><![CDATA[MAC OS X]]></category>
		<category><![CDATA[semplicità]]></category>
		<category><![CDATA[telecomando]]></category>
		<category><![CDATA[Windows 7]]></category>

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		<description><![CDATA[Se una buona metà degli italiani non usa la Rete un motivo ci sarà. Non è che se li vogliamo a bordo dobbiamo ripensare a un'internet meno intelligente e ricca?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;altro giorno al supermercato, ho notato un signore comprare un telecomando. E ho avuto un&#8217;<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Epifania">epifania</a>. Non nel senso dei Re Magi e tutto quanto, ma nel senso di una improvvisa rivelazione. Più tardi, a casa, ho pensato ai dati di uso di Internet in Italia, e il pensiero si è cristallizzato meglio. Adesso sono pronto a condividerlo con voi, partendo però dal fondo.<span id="more-1181"></span></p>
<p>Come ho già scritto più volte, il fatto che in Italia sia più o meno il 50% della popolazione ad usare Internet va interpretato; per capire se sia un bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. Certo, all&#8217;estero sono di più (non ovunque), ma il nostro è un paese di anziani e anche un po&#8217; vecchio di testa. Se poi andiamo a spaccare questo macrodato che dice tutto e dice niente, si vede chiaramente come il digital divide esista, come in parte sia geografico (le penetrazioni a Milano e a Roccaraso non sono certamente comparabili), ma sia soprattutto di testa. Insomma uno <a href="http://robertoventurini.blogspot.com/2009/05/eurisko-che-sfata-i-miti-di-internet.html">scenario variegato</a>.</p>
<p>Aggiungiamo a questo un altro dato. Secondo l&#8217;<a href="http://www.confindustriasi.it/news-671.html">Osservatorio Italia Digitale 2.0</a> di Confindustria il 73% della popolazione che non possiede un personal computer ritiene inutile dotarsi dei servizi della rete e di un collegamento a banda larga. Internet. Inutile.<br />
Ora è ovvio a chiunque di noi quanto Internet sia invece utilissimo per qualsiasi cosa uno debba o voglia fare.</p>
<h5>Qui casca l&#8217;asino</h5>
<p>È proprio nella frase precedente che si cela l&#8217;inghippo. È ovvio a *chiunque di noi* che siamo differenti dai *loro* che non usano la rete. È naturale, la rete è stata fatta da noi, per noi. Prima <em>nerd</em> e poi <em>geek</em>, tecnofili e smanettoni, in fasce sempre più ampie di utenti innovativi o almeno aperti, flessibili. Insomma chi doveva e poteva usare internet l&#8217;ha ormai fatto. Entreranno d&#8217;ora in poi solo le nuove leve dal punto di vista anagrafico: i digital natives erediteranno il mondo, nelle nuove generazioni il tassi di adozione della Rete sono incomparabili, sia per la loro naturale innovatività, sia perché se non sei in Rete alla loro età sei sempre più un tagliato fuori, punto.</p>
<p>E tutti gli altri? A questo punto abbiamo due strade: aspettare il ricambio generazionale e fregarcene. Lasciare che chi non usa Internet continui così, che non acceda ai vantaggi multiformi che la rete può portare. O se è un&#8217;impresa che rischi di uscire dalla sfera della competitività e dell&#8217;accessibilità e magari chiuda. L&#8217;altra strada è domandarci se, in attesa che questi si estinguano (e perché spariscano completamente, la paleologia insegna, ci vogliono normalmente parecchie generazioni) non sia il caso di fare un&#8217;Internet più su misura per loro. E comunicarla in modo diverso.</p>
<h5>Qui entra in gioco il telecomando</h5>
<p>Il signore in questione (in pieno target non-internet) ha passato alcuni minuti esaminando telecomandi sostitutivi o addizionali, di quelli semplici. Finendo per comprare quello che aveva meno bottoni di tutti. Acceso, spento, canale, volume. So cosa fa la tv, a che mi serve. Le funzionalità addizionali, il televideo, il contrasto&#8230; non mi interessano perché non ho capito a che cosa mi servono (sul tema della massima semplificazione dei telecomandi televisivi, il <em>remote control </em>che ha un solo tasto, il più importante, ho scritto <a href="http://geekadvertising.wordpress.com/2009/04/23/la-morte-nera-della-tv/">altrove</a>).&#8221;Noi&#8221; che abbiamo fatto il web abbiamo normalmente adottato il paradigma del software, dove ogni release, per poter essere venduta, deve incorporare nuove features talvolta al limite dell&#8217;esoterico. Fare sempre di più, dare un senso all&#8217;acquisto attraverso la potenza e l&#8217;accresciuta ricchezza. Solo in pochi casi l&#8217;evoluzione del software è passata dal mantenere più o meno ferme le funzionalità al renderle più semplici da utilizzare, più efficienti (e guarda caso è in questa direzione che sono andati gli aggiornamenti di Mac OS X e in parte anche &#8211; a mio personale modesto parere &#8211; Windows 7).</p>
<p>Fino a quando non decideremo di fare un <em>downshifting </em>del web, portarlo dalla ricchezza alla semplicità francescana, non so quanti <em>non user</em> riusciremo ancora a portare dentro. E non è una questione di usabilità, almeno non come la intendiamo correntemente. I criteri che adottiamo forse sono ancora troppo complicati per le persone (e sono tante) che non mettono i numeri in memoria del cellulare perché è un processo troppo complesso. E per un pubblico che, lo vediamo benissimo, ha pochissimo interesse per il web e al quale dobbiamo spiegarlo semplice semplice. Esagero: serve un web fatto a telecomando, quattro bottoni e basta, pochissime funzioni ma sostanziali. Un web più stupido che non richieda esperienza né &#8220;intelligenza&#8221; da parte dell&#8217;utente.</p>
<p>Non possiamo comunicare a queste persone basandoci sulla fascinazione delle illimitate potenzialità, della potenza, in fondo della complessità. Mi immagino la costruzione e la comunicazione di siti che facciano una cosa sola, fatta bene e detta in modo semplice. Al limite del banale: banale per noi, ma per loro potenzialmente rivoluzionario. Insomma, quelli che potevamo prendere con un approccio di intelligenza e di rivoluzione mi sa che li abbiamo presi. Non è che per prendere gli altri dobbiamo essere un po&#8217; più stupidi?</p>
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		<title>Semplificare è sempre un bene?</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Mar 2009 09:02:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Livio Milanesio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Apple]]></category>
		<category><![CDATA[Douglas Engelbart]]></category>
		<category><![CDATA[Graphical User Interface]]></category>
		<category><![CDATA[interfaccia]]></category>
		<category><![CDATA[Jakob Nielsen]]></category>
		<category><![CDATA[linguaggio]]></category>
		<category><![CDATA[semplificazione]]></category>
		<category><![CDATA[Steve Jobs]]></category>
		<category><![CDATA[Steven Johnson]]></category>
		<category><![CDATA[Xerox Parc]]></category>

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		<description><![CDATA[Rendere semplice è la parola d'ordine degli ultimi tempi. Nel design come nella politica e in tutti i luoghi in cui la complessità fa da padrone. Sempre che, a forza di semplificare, ci si perda qualche pezzo per strada. Come nel caso dell'interfaccia del nostro computer]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il sole si presenta energico dopo una settimana piovosa, e mi spinge verso il grande parco a pochi metri da casa, con un pacco di giornali sotto braccio. Il sabato mattina è il giorno della lettura approfondita rispetto al rapido scanning dei giorni infrasettimanali. Per cercare di capire in che direzione stia girando il mondo.<span id="more-491"></span></p>
<h5>Siparietti</h5>
<p>Notizia numero uno. Il segretario di stato della nazione più potente al mondo regala al nemico storico numero uno un pulsante che non aziona un bel niente. È un grosso pulsante rosso, come quelli per gli arresti d’emergenza, dal vago aspetto di un giocattolo per bambini. Non è collegato a nulla. Un oggetto simbolico. Sulla base riporta la parola “ricominciamo”, declinata nelle lingue dei due protagonisti. Grandi risate per il coup-de-theatre di fronte ai giornalisti. I due si fanno fotografare mentre schiacciano il pulsante che non aziona niente. Come in una scenetta d’avanspettacolo.</p>
<p>Notizia numero due. Il titolo è: Gomorra, ucciso il nipote di Cutolo. Torna alle cronache il nome di Raffaele Cutolo, o’ professore. Il suo nome non è associato alla sua creazione più importante, la camorra del ventesimo secolo, ma alla sua variazione letteraria. L’omicidio avviene a Gomorra, un luogo immaginario che allude al celeberrimo libro di Roberto Saviano, il quale allude alla città biblica nota per il suo decadimento morale. Una rappresentazione della rappresentazione. Pirandelliano.</p>
<p>Notizia numero tre. Per affrontare la crisi economica la Banca d’Inghilterra immette 75 miliardi di nuove sterline sul mercato (circa 85 miliardi di euro) a rivitalizzare l’economia. Per aiutare chi non riesce ad arrivare a fine del mese si immettono in quel sistema simbolico che è il mercato altri simboli (le monete). Niente banconote stampate, sarà il computer a simulare l’arrivo del bottino. Niente carta, solo numeri. La simulazione di un simbolo per risolvere problemi concreti.</p>
<h5>Giocattoli per la realtà</h5>
<p>La realtà viene trasformata in una selva di simboli, filtrata attraverso oggetti quotidiani che ne nascondono la complessità e la rendono maneggevole. In questo modo non diventa più comprensibile, ma certamente più utilizzabile; non più chiara, ma certamente più spettacolare e dunque più interessante. Niente di nuovo per chi si occupa di computer. A metà degli anni Settanta non erano pochi quelli che si rendevano conto che al di fuori delle stanze climatizzate che custodivano i grandi mainframe si poteva aprire un mercato dalle potenzialità infinite. Per i fratelli minori dei grandi centri di calcolo universitari o militari era destino invadere la vita quotidiana, il business, l’educazione, le case, la politica delle generazioni a venire (sarebbe costato il manicomio al visionario che avesse pronosticato che il primo presidente nero sarebbe stato eletto con il contributo della versione elettronica dell’annuario del college). Ma ci voleva una gran fantasia per immaginare un futuro da personal computer per quei mastodonti costosissimi. Costosissimi e soprattutto molto, molto complicati da usare.</p>
<p>La chiave di volta, oltre al prezzo abbordabile, stava nella risposta alla domanda: come rendere accessibile la potenza di un computer senza necessariamente trasformare ogni utente in un ingegnere programmatore? Un’intuizione passò attraverso personaggi come <a title="Engelbart" href="http://www.youtube.com/watch?v=JfIgzSoTMOs" target="_blank">Douglas Engelbart</a>, o luoghi come il centro di ricerca <a title="XeroX PARC" href="http://www.parc.com/" target="_blank">Xerox PARC</a>, e ancora visionari come Steve Jobs e la sua <a title="Apple Inc" href="http://www.apple.com" target="_blank">Apple</a>. L’idea fu quella di nascondere ciò che è complicato dietro una rappresentazione semplificata che si ispira all’esperienza quotidiana. Questa sorta di sipario interattivo venne chiamato <em>Graphical User Interface</em>. Bastava trasformare complessi comandi in semplici rappresentazioni grafiche di ciò che si voleva fare prendendo a prestito la realtà. Non fu più necessario imparare la sintassi di un vero e proprio linguaggio per cancellare un documento. Sarebbe stato sufficiente trascinare la rappresentazione di un documento nella rappresentazione di un cestino dell’immondizia. Il gioco è fatto. Punta, clicca e “fai” qualche cosa. Un modello che era possibile applicare a qualunque attività: clicca e prendi il pennello, clicca e calcola la percentuale, clicca e crea un documento di testo. Divenne un modo per permettere a chiunque (o quasi) di utilizzare macchine dalla straordinaria potenza, e divenne la celebrazione di un modo di rappresentare la realtà in cui l’interfaccia ne era la massima interpretazione.</p>
<p>Nel 1997 <a title="Steven Johnson" href="http://www.stevenberlinjohnson.com/" target="_blank">Steven Johnson</a> pubblicò un saggio che ne fu pietra miliare: <a href="http://www.anobii.com/books/Interface_Culture/9780465036806/008b3e4513a740ecff/">Interface Culture</a>. E scrive: «La rappresentazione dei prossimi decenni si rivelerà sotto le luci incrociate dell’analogico e del digitale. Come nel coro della tragedia greca i filtri dell’informazione ci guideranno attraverso questa transizione, traducendo gli zero e uno del linguaggio digitale nelle più familiari immagini analogiche della vita quotidiana. Queste meta-forme, occuperanno quasi ogni sfumatura della società moderna: lavoro, gioco, amore, famiglia, arte, cultura popolare, politica. Ma la forma sarà sempre la stessa malgrado le sue differenti sfumature, operando in quella strana  zona intermedia tra medium e messaggio. Quella zona che chiamiamo interfaccia». Quel modo di rivestire la realtà che fino ad allora era rimasto delegato ai simbolismi religiosi, istituzionali o sociali entra a far parte dell’agire quotidiano. E tutto si fa semplice. Ogni oggetto ha il suo posto, ogni pulsante la sua funzione. Tutto molto semplice. Forse troppo semplice.</p>
<h5>Troppo facile</h5>
<p>L’anno prima della pubblicazione del saggio di Steven Johnson, Don Gentner e <a title="Jakob Nielsen" href="http://www.useit.com/" target="_blank">Jakob Nielsen</a> pubblicarono un articolo intitolato <a title="Anti mac interface" href="http://www.useit.com/papers/anti-mac.html" target="_blank">The Anti-Mac interface</a>, nel quale, un po’ controcorrente se la prendevano con le interfacce grafiche che dominavano i sistemi operativi (era da poco uscito Windows 95, la prima vera alternativa grafica al Mac Os, al quale, per via di strane coincidenze astrali, assomigliava moltissimo). Gentner e Nielsen scrissero: «Secondo il principio del <em>see-and-point</em>, l’utente interagisce con il computer “puntando” gli oggetti che trova sullo schermo. È come se avessimo buttato milioni di anni di evoluzione, perduto la funzione del linguaggio espressivo e ci fossimo ridotti a comunicare indicando gli oggetti nell’ambiente che ci circonda. Il mouse e le opzioni di tastiera ci forniscono un vocabolario equivalente a pochi grugniti differenti. Abbiamo perso tutto il potere del linguaggio e non ci è più possibile “parlare” di oggetti che non sono immediatamente visibili o che non esistono ancora o di oggetti che non conosciamo».</p>
<p>Da una parte la semplificazione operata delle interfacce grafiche aveva aiutato i non specializzati a usare un mezzo estremamente potente, dall’altra li costringeva a creare una relazione superficiale e li abituava all’uso di un linguaggio povero e senza struttura. Li costringeva in una comunicazione semplificata, in cui una forma di linguaggio primitiva era la chiave della comunicazione. Stava accadendo quello che accade nel viaggio in un paese del quale non si conosce la lingua: a gesti si riesce ad assicurare un livello di sopravvivenza, o per lo meno a non essere arrestati per vagabondaggio. Ben diverso è comunicare la propria allergia al glutine o la voglia di accompagnare il pranzo con un vinello vivace, poco tannico, fruttato e possibilmente del luogo.</p>
<h5>Teatrini</h5>
<p>Mi sembra che nella comunicazione si stiano verificando una serie convergenze che puntano al risparmio e alla spettacolarizzazione del linguaggio. La carta costa troppo e i giornali usano meno pagine: gli articoli sono più corti. Gli articoli corti contano su titoli semplici e d’effetto. L’attenzione è colpita da numerosi stimoli diversi: il tempo da dedicare ai singoli input è necessariamente minore. Si attira l’attenzione con colori sgargianti, colpi di scena, intrattenimento “facile”. Con un Sms devo essere in grado di esprimere un pensiero in 160 caratteri. Si riduce la sintassi e si semplificano i concetti. Il computer è uno strumento troppo complicato: costruiamo una interfaccia che ne diminuisca la potenza. Brevità, semplicità a volte rinuncia. Ci stiamo perdendo qualche cosa?</p>
<p>Quello che colpisce non è tanto l’affidarsi a immagini (per immagini intendo anche le “immagini” linguistiche dei titoli dei giornali), a “interfacce” per poter comprimere il tempo della comunicazione, per semplificare concetti o per facilitare l’approccio a metodologie complesse. Quello che colpisce è che questi simboli assomigliano sempre più a un teatrino con il quale giocare piuttosto che il bandolo di una matassa complessa con la quale prima o poi fare i conti. In alcuni casi la sensazione è che l’interfaccia sia una sorta di diversivo per distrarre da ciò che è veramente importante. Pulsanti che non azionano nulla che però sono &#8220;divertenti&#8221;, programmi che non fanno nulla di utile ma che sono tanto &#8220;carini&#8221;, idee costruite sul niente ma che fanno parlare di sé. E la realtà se ne sta da qualche altra parte.</p>
<p>Un languorino mi avverte che ormai è quasi mezzogiorno, l’ora di tornare verso casa a cucinare una di quelle cose che la concitazione infrasettimanale relega al menu del weekend. Riappallottolo il malloppo di giornali e penso che tutto sommato dai tempi nei quali i re si facevano le guerre per il possesso di un pezzo della Vera Croce o del metatarso di San Nicola non è passato tanto tempo. Allora spiegare a un popolo ignorante e illetterato la necessità politica di assicurarsi una posizione migliore dalla quale negoziare il proprio posto nel mondo era davvero un’impresa ardua. Meglio spingerlo a lottare per un simbolo semplice, che avrebbe assicurato la salvezza per tutti. E magari organizzare un bel teatrino, divertente e leggero che risolvesse i problemi con un canto solenne o una sommessa risatina.</p>
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