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	<title>Apogeonline &#187; innovazione</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>Illegittima difesa</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Apr 2012 12:00:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea C. Granata</dc:creator>
				<category><![CDATA[Programmazione]]></category>
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		<description><![CDATA[La programmazione che compare su Web tende a essere migliore di quella compiuta in ambito di impresa e questa situazione porta a individuare una responsabilità.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Con l&#8217;annuncio dell&#8217;acquisizione di Instagram da parte di Facebook per un miliardo di dollari, continua a riecheggiare nella mia testa <a href="http://www.tbray.org/ongoing/When/201x/2010/01/02/Doing-It-Wrong">una frase di Tim Bray</a>:<span id="more-10534"></span></p>
<blockquote><p>The community of developers whose work you see on the Web, who probably don’t know what ADO or UML or JPA even stand for, deploy better systems at less cost in less time at lower risk than we see in the Enterprise. This is true even when you factor in the greater flexibility and velocity of startups.</p></blockquote>
<p>Come dire che con qualche accorgimento è possibile creare o gestire un&#8217;azienda di successo, magari con uno staff ridotto, ma di qualità, senza stare troppo a preoccuparsi di quanto <em>enterprise</em> siano i propri strumenti; il centro di tutto è la qualità del servizio/software e la rapidità nel rendere disponibili agli utenti le nuove funzionalità.</p>
<p>Quindi, se un team di sviluppo è più produttivo con Python che con Java Enterprise Edition (come quello di Instagram ad esempio) e se il database Sql che sembra più adatto allo scopo è PostgreSQL e non Oracle o DB2, è lecito usarli entrambi senza troppe remore. Tutti e due sono infatti open source: nel caso di problemi, si può sempre modificare il codice.</p>
<p>È l&#8217;esatto opposto del tipico mantra che si recita dalle nostre parti: <em>nessuno è stato mai licenziato per aver comprato X</em>. Ovviamente, a seconda del periodo, si dovrà sostituire a X il vendor che meglio si adatta al contesto o che è più di moda — Ibm, Microsoft, Vmware, Oracle, Redhat, tutte comunque ottime aziende.</p>
<p>La filosofia prevalente nella testa dell&#8217;IT manager italiano è dunque <em>difensiva</em>: solo comprando da una grande azienda IT si ha la garanzia che tutto funzionerà e, al peggio, la responsabilità sarà loro. Non bastasse, questo stesso IT manager è capace di condurre una trattativa al ribasso per acquisire  i programmatori con inquadramento a progetto o da società di consulenza, riuscendo a pagarli cifre ridicolmente basse. Una strategia che certo non produce innovazione e non contribuisce a creare il substrato giusto per far nascere una prossima Instagram qui da noi.</p>
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		<title>Una storia in soggettiva delle tecnologie a scuola</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Sep 2010 06:30:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piervincenzo Di Terlizzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Calvani]]></category>
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		<category><![CDATA[wireless]]></category>

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		<description><![CDATA[In classe l'innovazione fatica ad arrivare dall'alto. Invece è imposta sempre più spesso dagli studenti, sollecitati da strumenti e pratiche nuove. Gli insegnanti procedono a vista e possono contare soprattutto sul buon senso e sulla loro esperienza. Una testimonianza dal cuore del sistema]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho cominciato a scrivere la mia tesi di laurea con una macchina elettrica della Olivetti, che memorizzava una cinquantina di caratteri, li visualizzava e rendeva possibile fare qualche correzione. Quando ne ho potuto disporre, abbandonando la macchina portatile a nastro, ho sentito che il mio lavoro sarebbe stato più semplice. A tesi in corso, potei attingere a un sistema di videoscrittura, sempre Olivetti, che permetteva di memorizzare addirittura tre-quattro pagine. Ho sentito che il mio lavoro sarebbe stato più semplice. Ed era vero. E poi, fu per me la scuola, agli inizi degli Anni Novanta. L&#8217;inizio c&#8217;era già stato, ma ne colsi una delle code: i corsi di aggiornamento per i docenti sui <em>bit</em> e sui <em>byte</em>, nei quali ci si sedeva in una similclasse, si ascoltava l&#8217;esperto, che spesso (ma non sempre) era un docente di matematica, si prendevano appunti, si facevano domande, e si tornava a casa.<span id="more-3670"></span></p>
<h5>Il laboratorio</h5>
<p>Erano già arrivate, e ancor più presero a venire, le ore d&#8217;informatica a scuola, sotto forma di progetto ad acronimo variabile o di offerta aggiuntiva: per anni, una risorsa inoppugnabile e scintillante per far iscrivere nuovi allievi. Tra le ore d&#8217;informatica, che fossero per docenti o studenti, e l&#8217;uso di un computer, passavano delle cose in mezzo, naturalmente. Il computer l&#8217;avevano ancora in pochi, costava parecchio. E, soprattutto, chi l&#8217;aveva, docente o studente che fosse, non stava tanto a riflettere sui<em> bit </em>e sui <em>bytes</em>, ma provava a farci qualcosa. Qualcosa che era poi complicato condividere, però. Il mio primo bussolotto IBM, agli albori del 1992, fu un 386, che appena si avviò mi rimandò carognesco la schermatina scura e il C <em>due punti et cetera</em>, lasciando che poi me la vedessi io. E un po&#8217; me la vidi, con l&#8217;aiuto non tanto dei corsi, quanto di amici. Quello che arrivavo a vedere di  meglio diventava parte del lavoro scolastico: la scrittura, dunque, agli inizi. Appunti, compiti, schede, programmazione. E dunque, così erano gli inizi degli Anni Novanta, tra me e le macchine intelligenti: contesti di apprendimento prevalentemente informali, basati su reti amicali, facilitazione di memoria e di scrittura.</p>
<p>A scuola, intanto, i nuovi allievi s&#8217;iscrivevano, informandosi ben bene sulle ore d&#8217;informatica e, da un certo punto in avanti, sull&#8217;esistenza del laboratorio d&#8217;informatica (variante: l&#8217;aula).  Per un bel po&#8217; di tempo (un decennio almeno) quello è stato il luogo di riferimento fondamentale di quella che s&#8217;è chiamata a lungo informatica: il laboratorio. Un luogo, con un tecnico, con ore di accesso bene definite, con sempre qualche necessità di condivisione di spazi e postazioni (un luogo, capiamoci, inevitabile anche oggi, perché mica tutti ce l&#8217;hanno ancora, il computer, nonostante quello che possiamo pensare). C&#8217;era pure qualcuno (ricordate Roberto Maragliano?) che cominciava a dire di prendere sul serio anche l&#8217;apprendimento dai videogiochi&#8230;</p>
<h5>Arriva internet</h5>
<p>Poi, fu la volta dell&#8217;ECDL, negli anni in cui la scuola si lanciava sulla certificazione. L&#8217;accoppiata ECDL-First, l&#8217;ancor più accattivante ECDL-Proficiency (per non parlare dell&#8217;esotico <em>triplete </em>ECDL-Proficiency-Deutsch Zertifikat) era un obiettivo importante, nella scuola delle competenze da valorizzare di berlingueriana memoria (un&#8217;idea straordinaria e bislacca insieme, dare visibilità in un contesto formale ad un percorso informale).  L&#8217;ECDL dava un programma, stimolava delle competenze da formare, istruiva su fogli di calcolo e database. Un po&#8217; scolastico, un po&#8217; <em>troppo</em> scolastico forse (come qualcuno notò), ma proprio per questo utile a molti. A scuola, questo voleva dire cose più veloci, scrittura più facile. Riferimenti. Intanto, si moltiplicavano in classe i cellulari. Un bel giorno, in un&#8217;aula, si aprì una discussione sulla quantità di denaro in ricariche spesa da alcuni dei ragazzi. Per cosa? Per i messaggi, mi fu risposto. (Rimasi perplesso: i messaggi? Mah&#8230;).</p>
<p>E fu l&#8217;ora di internet, più o meno alla fine degli anni Novanta. Il primo esotico p<em>rovider</em> che la mia scuola contattò (si era all&#8217;alba del 1997) era di Aviano, roba di americani insomma,  e certo lì per lì non era bellissimo pagare un bel po&#8217; per vedere di nuovo le schermatine zeppe che consentivano, però, di entrare nel sito della Casa Bianca, qualunque cosa volesse dire questo. Ma l&#8217;accelerazione fu subito brusca, secca: nel giro di qualche mese IOL ci diede accessi più facili, a scuola si cominciava a girare per siti, per applicazioni. Soprattutto, si maneggiava (e si pasticciava) con l&#8217;ipertestualità. La metafora che affascinò molti, a scuola, fu quella del <em>link</em>. Una metafora che andava bene per tutte le materie, trasversale insomma.</p>
<h5>La rete diventa sociale</h5>
<p>Fu maneggiando la Rete ed i <em>link </em>mi venne in mente di frequentare un corso di perfezionamento in <em>elearning </em>organizzato da Antonio Calvani e Mario Rotta a Firenze. Imparare anche a distanza, interagire a distanza, collaborare nelle scritture, collegare per gerarchie di senso: tutte cose che modificavano lo stare a scuola, ne ero sicuro, anche se poi, per far riconoscere quel corso, dovevamo fare equazioni strane tra ore di lavoro <em>online</em> e ore in presenza&#8230; Da lì, qualche anno dopo, l&#8217;idea di fare un Master sull&#8217;<em>e-learning</em> ad Udine, con Pier Giuseppe Rossi: l&#8217;occasione nella quale imparai a lavorare con l&#8217;idea di <em>ambiente</em>, e a maneggiare meglio la multimedialità e la comunicazione non sequenziale (per un filologo classico, una conquista!). E poi, qualche anno dopo, i blo<em>g </em>ed i <em>forum</em> e le<em> chat</em>: che davano forma e accesso a una fantasia comunicativa propria delle età più giovani. Mentre le ore e i programmi di informatica, a scuola, si consolidavano, mentre si tentavano delle integrazioni tra lezioni in presenza e materiali <em>online, </em>mentre le scuole avevano quasi tutte, ormai, il loro sito Web (ma mica tutte tutte ancora oggi, eh!), una nuova ondata di comunicazione informale si proponeva.</p>
<p>La vera rivoluzione, però,è più vicina nel tempo: il <em>social</em>, combinato col<em> wireless</em>. Una rivoluzione secca, netta, che giunge in una scuola in difficoltà e nella quale molti rimpiangono ipotetici bei tempi andati, caratterizzati da rigore e severità. Ma la rivoluzione arriva, perché passa per i suoi vettori, i ragazzi. Con tutti gli effetti connessi, che illustro con un ricordo. Una primavera recente, ho fatto un viaggio in treno da casa mia a Bologna, attorniato da una comitiva di studenti, con le loro due accompagnatrici sedute davanti a me. Ho potuto fare l&#8217;insegnante in incognito, insomma. Bene: l&#8217;attività principale dei ragazzi era interagire su Facebook con i compagni che stavano a scuola, che stavano, in quel momento, in classe. La più giovane delle loro insegnanti notava che, così, i ragazzi si distraevano dalle lezioni. La sua più anziana collega le rispondeva che, a suo ricordo, lei si era sempre e parecchio distratta a lezione (annuivo mentalmente), dedicandosi a scrittura, diaristica, confezionamento di bigliettini, fantasticherie varie.</p>
<h5>Condivisione del cambiamento</h5>
<p>Voglio dire, inutile perdere tempo a vietare telefonini. Meglio costruire le buone maniere del mondo coi telefonini. Le buone pratiche coi telefonini, e con quello che c&#8217;è. E già che ci sono, continuo col catalogo delle inutilità. Inutile pensare che gli allievi non facciano le versioni per casa copiandole dalla Rete. Meglio saperlo, e cambiare sistema, usare la Rete per fare le versioni (magari insegnando a maneggiare il <a href="http://www.perseus.tufts.edu/hopper/">Perseus Project</a>). Inutile pensare di riuscire a perquisire tutti gli allievi per fare la versione in classe senza copiature. Meglio costruire nuovi modi per intendere e lavorare sui testi. Inutile rimpiangere la bella lezione frontale. Meglio condividere tutti i mezzi di espressione che abbiamo per interagire di più a lezione, per segnalare cose su cui tornare, per plasmare diversamente metafore, concetti, illuminazioni. In tutto questo, la scuola è per sua natura sempre un po&#8217; in ritardo rispetto alle novità. Inevitabile. Ma non è in ritardo rispetto alla condivisione, alla distribuzione, all&#8217;esplorazione. Senza pensare all&#8217;iPad e ai suoi parenti: c&#8217;è ancora chi a casa non ha un computer, chi non ha un notebook. E c&#8217;è chi lo usa solo per poche cose. Ecco, per loro il lavoro della scuola è insostituibile. Certo: tutto questo, ma, intanto, anche un processo di reale condivisione di cambiamenti nei paradigmi culturali.</p>
<p>Altrimenti&#8230; altrimenti capita com&#8217;è successo a me, in una classe, negli ultimi giorni di scuola. Dopo un anno di latino col Perseus, con i testi condivisi su Google Documents, una ragazza di quelle brave mi ha detto: «Bello, prof, ma perché non facciamo più versioni, come una volta?». Che potevo risponderle? Ho fatto così: «Certo. A patto che tu stia senza il cellulare e Facebook per tutto l&#8217;anno scolastico». Mi ha guardato strano. Una proposta impossibile, ovviamente. Appunto.</p>
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		<title>Brunetta, il JumPC e la scuola in rete</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Apr 2009 07:28:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giorgio Jannis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
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		<description><![CDATA[Dopo la positiva sperimentazione in Lazio, Piemonte e Sicilia, i ministri dell'innovazione e dell'istruzione intendono estendere la sperimentazione del computer in classe a «centinaia di migliaia di bambini», dalle elementari alle superiori]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ecco <a href="http://www.zeusnews.com/index.php3?ar=stampa&amp;cod=10127&amp;numero=999">una</a> <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Tecnologia%20e%20Business/2009/04/scuole-JumPc-intel-olidata.shtml?uuid=4391fd20-2d8c-11de-bf43-2ea9a6202a14&amp;DocRulesView=Libero">notizia</a> che dovrebbe rallegrare, chi genitore o professionista della formazione, ha a cuore la modernità dell&#8217;insegnamento e la promozione di tecnologie educative aggiornate in àmbito scolastico. Mi riferisco alle dichiarazioni del ministro Renato Brunetta sulla futura diffusione di netbook ai giovanissimi studenti delle scuole primarie, dichiarazioni espresse in occasione della conferenza stampa tenutasi a Roma presso il circolo didattico Walt Disney per illustrare gli esiti di una sperimentazione condotta in questi mesi dalla <a href="http://www.mondodigitale.org/">Fondazione Mondo Digitale</a> (presieduta da Tullio De Mauro), insieme a Intel e Olidata, in diverse regioni italiane, riguardante la distribuzione gratuita a circa 150 bambini e a 15 docenti di un computer personale denominato <a href="http://www.olidata-jumpc.com/">JumPC</a>.<span id="more-565"></span></p>
<p>Si tratta in ogni caso di prendere atto dei risultati concreti di un cambiamento strategico peraltro lungamente atteso da chi si occupa del &#8220;fare scuola&#8221; odierno, in linea con l&#8217;espressa volontà ministeriale di svecchiare la Scuola italiana grazie a dotazioni tecnologiche quali la presenza di connettività veloce e di lavagne interattive multimediali. Le domande certo sarebbero molte, a partire dalle implicazioni &#8220;etiche&#8221; del progetto nella scelta dei partner commerciali, alla preferenza per software proprietario, fino alle modalità di funzionamento dei filtri alla navigazione installati da Olidata sul JumPC mediante l&#8217;applicativo <a href="http://magicdesktop.easybits.com/it/">Magic Desktop</a>, ma le informazioni sono ancora troppo lapidarie per poter comprendere i piani di utilizzo e i risvolti sociali dell&#8217;introduzione dei pc in classe, ovvero le modificazioni effettive della pratica d&#8217;insegnamento nel contesto di attuazione del progetto. Perché un insegnante che vede dinanzi a sé quindici o venti &#8220;coperchi&#8221; alzati a nascondere il viso degli studenti, che convive cinque ore con il ronzìo soffuso ma penetrante delle ventole, che abita con gli allievi dentro reti relazionali sostenute da collegamenti wifi e ha sotto la freccina del mouse tutto lo scibile umano non può continuare a concepire i processi dell&#8217;apprendimento come prima che tutto questo accadesse, come se nulla fosse successo.</p>
<p>Mi rallegro dell&#8217;introduzione capillare del pc a scuola, perché modificherà l&#8217;ambiente cognitivo ed emozionale dentro cui avviene oggi l&#8217;apprendimento formale; forzerà positivamente la mano a quelli che lodano i bei tempi andati perché non capiscono la Società della Conoscenza attuale, costringendoli almeno a mantenere una dignità nel loro sproloquiare; riuscirà col tempo a promuovere pratiche significative di utilizzo didattico adeguate alle nuove potenzialità offerte dallo strumento tecnologico, magari evitando che venti computer vengano contemporaneamente accesi dentro la stessa stanza per fare il dettato su un programma di videoscrittura &#8211; altrimenti la dotazione di pannelli fotovoltaici sul tetto delle scuole diventa oltremodo impellente, moltiplicando anche solo poche decine di watt per il milione di netbook che i ministri Brunetta e Gelmini intendono introdurre nelle scuole.</p>
<p>Ma esperienza e pragmaticità già mi dicono che inesorabilmente i primi anni di questa Scuola 2.0 saranno connotati da utilizzi bassamente strumentali delle ex-nuove tecnologie &#8211; come già abbiamo visto, tranne poche coraggiose iniziative, accadere ieri con la famigerata aula multimediale e oggi con le lavagne interattive, utilizzate appunto quali mere succedanee dell&#8217;ardesia senza prendere in considerazione le innovazioni didattiche che questi ritrovati tecnologici potrebbero apportare all&#8217;insegnamento in quanto supporti interattivi e connessi, in grado di lasciar emergere quelle dimensioni gruppali di condivisione di informazioni e scambio dialogico importantissime in una concezione sociale e socializzata dell&#8217;apprendimento.</p>
<p>Non si tratta qui di fare facili previsioni su un iniziale &#8220;fallimento&#8221; dei pc in classe, anzi sono consapevole del fatto che storicamente sia necessaria in ogni piccola o grande rivoluzione di certe pratiche sociali &#8211; per giunta in grado di coinvolgere le istituzioni stesse, come in questo caso &#8211; una certa &#8220;rottura&#8221; rispetto a pensieri linguaggi e prassi sedimentati nella mente dei docenti e nella struttura stessa dell&#8217;organizzazione scolastica ormai non più adeguati alla modernità. Proprio questa potrebbe essere la strada per innescare fattivamente cambiamenti nel fare scuola.</p>
<p>Si tratta di qualcosa che doveva succedere, e che stavamo aspettando. Qui in Occidente molti di noi utilizzano i computer per lavoro, per produrre quel bene economico intangibile che è informazione e distribuzione delle conoscenze, mentre i ragazzini a scuola, <em>knowledge worker</em> per eccellenza, sono ancora lì a ricopiare il problema di matematica dalla lavagna sul quaderno. Molti insegnanti rimarranno favorevolmente sorpresi dai concreti risultati scolastici che otterranno dalle pratiche didattiche &#8220;aumentate&#8221;, rese più potenti dai pc personali e dalla spinta motivazionale e dal &#8220;peer-to-peer&#8221; delle conoscenze nel gruppo-classe. Questo non si può certo chiamare fallimento, né dal loro punto di vista (seppur ancora legato alla percezione di risultati valutati secondo ottiche da mondo analogico) né dal mio, che in questo rito di passaggio epocale noto comunque una opportunità per una educazione informale della classe insegnante nazionale, che si troverà di qui a qualche anno a riconoscersi cambiata senza accorgersene, e in molti casi senza neppure volerlo.</p>
<p>In ogni caso punto fermo e finalità del fare scuola deve essere l&#8217;apprendimento, e sulla scorta di questa considerazione è bene non confondere l&#8217;hardware della Scuola con il relativo software, la disponibiltà fisica dei computer e di altre nuove tecnologie in classe con l&#8217;automatico miglioramento della qualità dell&#8217;offerta formativa, misurata nella sua capacità di promuovere competenze personali (non solo abilità) e di suscitare nei giovanissimi consapevolezza e senso critico rispetto al proprio essere futuri cittadini connessi e interconnessi (su <a href="http://aggiornamento.splinder.com/post/20299282/Nessuno+nasce+imparato#/post/20299282/Nessuno+nasce+imparato">Il blog nella didattica</a> potete trovare tracce di alcune recentissime discussioni su questi argomenti riguardanti le tecnologie didattiche in classe, tra lavagne Lim e stili di apprendimento dei nativi digitali). Per questo confido e auspico che qualche milione di euro venga nell&#8217;immediato futuro destinato alla promozione ministeriale di corsi intelligenti di aggiornamento per gli insegnanti e per i dirigenti scolastici: usando la metafora dell&#8217;automobile, ora che le macchine quattoruote vengono distribuite a tutti sarebbe il caso di provvedere una seria educazione al comportamento su strada, magari concentrandosi un po&#8217; meno sulla tecnica del carburatore e della frizione e un po&#8217; di più sul rispetto della segnaletica (guidare l&#8217;auto è azione sociale) e sulla scelta qualitativa degli itinerari da percorrere.</p>
<p>La pensabilità delle nuove potenzialità didattiche offerte dalle tecnologie prima di diventare prassi quotidiana strutturata è qualcosa che vive dentro la testa degli insegnanti, e nuovi criteri per la progettazione e la valutazione della formazione possono e devono essere sapientemente comunicati dentro i programmi di aggiornamento professionale per i docenti, dove poter finalmente affrontare le tematiche dell&#8217;acquisizione di competenze di abitanza digitale specifiche. Competenze non limitate a infarinature sull&#8217;utilizzo di applicativi tipo ufficio, non affogate dentro denominazioni tecniche che con l&#8217;informatica come scienza nulla hanno a che fare, ma schiettamente orientate a fornire degli orizzonti di operatività concreta, da subito sociale e glocale come può essere a esempio una mappa satellitare da noi stessi arricchita con segnalazioni multimediali originali, rispetto alle suggestioni di questa tutta nostra Cultura Digitale in cui viviamo, a cui noi stessi abbiamo faticosamente contribuito abitando in Rete senza declinare responsabilità, consapevoli della tecnosocialità quale ambiente di crescita e di vita delle nuove generazioni.</p>
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