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	<title>Apogeonline &#187; Hadopi</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>La fretta di Agcom mette a rischio il web italiano</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Jun 2011 06:30:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Agcom]]></category>
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		<description><![CDATA[La rete è in subbuglio per gli inediti poteri di contrasto alla pirateria che stanno per essere consegnati all'autorità governativa]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La linea dura che Agcom sembra intenzionata a perseguire, contro i siti accusati di facilitare la pirateria, espone internet a vari rischi. È questa l’<a href="http://www.facebook.com/notes/alessandro-gilioli/e-una-porcata-vogliamo-fare-qualcosa/10150248244597230">opinione comune</a> di tutti gli esperti che si sono espressi a riguardo, oltre alle associazioni che hanno lanciato la protesta, tramite <a href="http://sitononraggiungibile.e-policy.it/">Sitononraggiungibile</a>. Questo sito è stato bloccato da un attacco informatico che ha fatto gravi danni, a conferma di quanta tensione c’è da entrambe le parti della barricata. Il polverone della protesta, il desiderio e forse la necessità di gridare più degli altri sono nemici però della comprensione razionale. Rischia insomma di sfuggire il problema di fondo: che cosa rischia davvero il web italiano e perché? Perché una delibera che, a detta dei fautori, andrà a colpire solo i siti e i contenuti che danneggiano il copyright &#8211; bloccandone l’accesso dall’Italia &#8211; viene accusata da tanti esperti di essere una forma di censura di internet?<span id="more-6089"></span></p>
<h5>Il cuore del problema</h5>
<p>Non è un passaggio logico scontato. Agcom e l’industria del copyright (ai cui interessi guarda la delibera) potrebbero avere gioco facile a convincere i molti che l’azione è limitati a siti «della stregua di The Pirate Bay». È la tesi ribadita da Enzo Mazza, presidente della Federazione industria musicale italiana. Il quale inoltre <a href="http://saviano.blogautore.repubblica.it/2011/06/27/se-lagcom-censura-il-web/?ref=HREC2-7">cita</a> leggi a supporto del diritto di Agcom a intervenire in materia. In realtà il punto da mettere a fuoco non è tanto l’oggetto del contendere (la pirateria), quanto le modalità. Che sono tali da esporre a rischi la libertà di espressione e di accesso a informazioni diverse dalla pura e semplice pirateria. Ad oggi c’è solo un <a href="http://www.agcom.it/default.aspx?DocID=5413">testo provvisorio</a> della delibera<a href="http://www.agcom.it/default.aspx?DocID=5413"></a>, ma l’idea che circola in queste ore è che quello definitivo sarà uguale nella sostanza e sarà approvato prima dell’estate, dopo 15 giorni di consultazione pubblica. Molto in fretta, quindi.</p>
<p>Ed è proprio la fretta il nodo della questione. Su questo concordano Guido Scorza e Fulvio Sarzana, avvocati esperti di diritto in rete (il secondo è promotore di Sitononraggiungibile). Le premesse sono tali da lasciare pensare che fretta e superficialità potrebbero caratterizzare non solo la nascita ma anche l’applicazione della delibera. «L’Agcom riceverà le segnalazioni e non le vaglierà perché non ha il tempo e il modo», dice Sarzana. Ha risorse contingentate e non è previsto che aumentino per espletare i nuovi compiti assegnati dalla delibera. Una spia di questo c’è nel testo della bozza, dove si legge che «l&#8217;Autorità si auspica che tutto diventi automatico». L’Hadopi ha mandato 400.000 lettere agli utenti colti a fare pirateria. Nel caso di Agcom, si tratta di siti, il che non è meno complesso. «Il diritto d&#8217;autore non è la pedopornografia o le scommesse online. Per decidere quello che è lecito o quello che non è lecito ci vuole del tempo e della serenità di giudizio e bisogna conoscere gli strumenti della rete, altrimenti ad esempio il blocco Ip oscurerà siti che non c&#8217;entrano assolutamente niente», aggiunge.</p>
<h5>Con la scusa del copyright</h5>
<p>Potranno finire nel mucchio, insomma, tanti siti che con la pirateria non c’entrano niente. Alcuni perché sono stranieri e quindi Agcom non può facilmente ottenere da loro che rimuovano singoli contenuti “pirata”. Oscurerà quindi il relativo Ip (misura descritta nella bozza di delibera). Il rischio sostanziale è che gli italiani non riusciranno a vedere siti esteri leciti e magari anche con informazioni utili, solo perché sullo stesso Ip oscurato. Sui siti italiani, invece, Agcom può fare oscuramenti più chirurgici. Qui il rischio, forse più remoto, è quello indicato da Scorza: con la scusa del diritto d’autore, bloccare video di denuncia che usano spezzoni di filmato o musiche coperte da copyright. Oscuramenti sommari (per faciloneria o malafede) già ci sono adesso, del resto. Figuriamoci quando il compito passerà dalla magistratura (con i suoi tempi e garanzie) ad Agcom.</p>
<p>Ultimo caso, Mediaset ha scritto a YouTube dicendo che c’erano due video “pirata” sul canale dell&#8217;Unione Nazionale Consumatori. Video di qualche minuto tratti da Le Iene e Striscia la notizia nel quale il suo segretario generale parlava di alcune truffe ai danni dei consumatori). Ebbene, dopo una procedura di <em>notice and take down</em> super veloce (due giorni), YouTube ha cancellato l’intero canale dell&#8217;associazione, con tutti i video anche autoprodotti. Senza dare possibilità di replica. La libertà d’espressione è già messa in pericolo dalla faciloneria delle piattaforme internazionali di hosting; rendere sistematici gli oscuramenti per volontà di Agcom può solo peggiorare le cose.</p>
<h5>Come andrà a finire?</h5>
<p>Agcom probabilmente andrà avanti lo stesso. È fortemente intenzionata a farlo, come dimostra la <a href="http://daily.wired.it/blog/banda_stretta/2011/05/06/nuove-norme-agcom-contro-la-pirateria-via-il-tutore-degli-utenti.html">rimozione</a> del solo commissario che poteva rischiare di allungare i tempi e di battagliare sul testo della delibera. La battaglia però andrà avanti, al Tar del Lazio ed eventualmente a Bruxelles. Sarzana e Scorza sono convinti che la delibera, in questi termini, non ha fondamento giuridico. Per vari motivi. Il decreto Romani dà ad Agcom il potere di fare un regolamento solo sui fornitori di servizi media audiovisivi e non anche sui siti privati; il procedimento che Agcom vorrebbe adottare è privo di una copertura normativa, secondo i due avvocati. Il decreto legislativo 70 dà infatti alle autorità il potere di vigilanza, non quello di intervenire con provvedimenti quali l&#8217;inibizione dei siti web che spettano sempre e solo alla magistratura, come ha chiarito la Corte di Cassazione nel caso The Pirate Bay.</p>
<p>Il decreto Urbani dà espressamente questo compito al dipartimento di Pubblica Sicurezza presso il ministero dell&#8217;Interno e non all&#8217;Agcom. Insomma, è ancora una volta il procedimento che Agcom vorrebbe adottare il succo del problema: è fonte dei rischi per la libertà di espressione ma anche offre il fianco per far bloccare la delibera. Sempre che il governo non cambi le leggi con un decreto, per dare copertura normativa ad Agcom, oltre quanto già iscritto nel Romani. A fronte di tali questioni, gli avversari della delibera (tra cui c’è anche Paolo Gentiloni del Pd) mirano a spostare in Parlamento il dibattito su una revisione della tutela del diritto d’autore online.</p>
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		<title>Audiovisivi e provider, è l&#8217;anno dell&#8217;accordo?</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Mar 2010 08:43:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Editoria digitale]]></category>
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		<description><![CDATA[Benché finora abbiano cercato di restare fuori dalla partita, molti segnali indicano un prossimo coinvolgimento dei fornitori di accesso e di servizi nel tentativo di arginare la pirateria e far crescere il settore anche in Italia]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il 2010 sarà forse l’anno della svolta per i rapporti tra provider italiani e l’industria dell’audiovisivo. Molte cose infatti bollono in pentola. I segnali più importanti, appena affiorati, vengono da due rapporti: di Ifpi, <a href="http://www.fimi.it/pdfddm/Digital-music-report-leggero.pdf">sul mercato della musica digitale</a> e dell&#8217;Autorità garante delle comunicazioni, <a href="http://www.agcom.it/Default.aspx?message=visualizzadocument&amp;DocID=3790">sul diritto d’autore</a> sulle reti di comunicazione elettronica. Il primo racconta come in Italia il mercato della musica digitale sta crescendo, ma ancora non abbastanza rispetto ad altri Paesi. E che nel 2010 l’industria affronterà la questione pirateria con la collaborazione dei provider: volontaria o estorta a colpi di leggi. Nel secondo rapporto c’è invece la prima presa di posizione da parte dell’Autorità, nel ruolo di arbitro tra i litiganti. Ma anche Agcom batte sullo stesso tasto: che l’industria debba accordarsi con i provider.<span id="more-2287"></span></p>
<p>Esito inevitabile, a quanto pare: i provider saranno chiamati in causa, anche se finora hanno fatto il possibile per restarne fuori. Ma il diavolo è nei dettagli: a seconda di come alla fine penderà la bilancia, nei rapporti di forza tra le parti, dipenderà il futuro della internet italiana e dei suoi contenuti. Situazione delicata, quindi, perché ambivalente: il mercato della musica digitale italiana (download, streaming) dà segni di crescita, ma ancora non soddisfacente, si legge nel rapporto Ifpi. Valeva 20,4 milioni di euro, nel 2009, con una crescita del 27% in un anno; ma è solo il 15% del fatturato della musica totale (che continua a calare). Il digitale nel mondo vale il 27% del mercato; addirittura il 40%, negli Usa, dove l’offerta è più ricca e matura. Secondo la Federazione dell’industria musicale italiana, pesa la scarsa collaborazione dei provider italiani, che a differenza di quelli esteri non hanno lanciato offerte per la musica. Altrove (Danimarca, Brasile) ci sono flat per il download integrate nel canone Adsl.</p>
<h5>Lo streaming che non arriva</h5>
<p>L’immaturità del nostro mercato è esemplificata dal caso Spotify, piattaforma per lo streaming: è un successo planetario, ma in Italia ancora non sbarca ancora. Anche questo è da imputare alla mancanza di accordi con operatori internet, secondo Fimi. Tutti gli sguardi convergono sui provider. «Anche nel nostro Paese appare sempre di più evidente che il contrasto alla pirateria non possa essere realizzato senza un’attiva cooperazione degli Isp e tale argomento diverrà centrale nel corso del 2010», si legge nel rapporto. Suona come una minaccia e in effetti altrove nel rapporto si lodano leggi come l’Hadopi francese e si prevede che si estenderanno ad altri Paesi, perché secondo l’industria discografica i provider non collaborano volentieri e devono essere costretti dai governi. Facile previsione, viste le notizie che arrivano da <a href="http://punto-informatico.it/2818553/PI/News/uk-sospendere-disconnettere.aspx">Regno Unito</a> e <a href="http://punto-informatico.it/2819189/PI/News/nuova-zelanda-disconnessioni-salsa-kiwi.aspx">Nuova Zelanda</a>.</p>
<p>Allargando lo sguardo, però, si scopre una realtà più variegata. Che molto può essere fatto ancora per migliorare l’offerta di contenuti legali, soprattutto di film, in Italia. I principali servizi mondiali di film on demand (iTunes, Amazon) non sono ancora operativi nel nostro Paese. Qualcosa sta cambiando, ma molto lentamente. Un buon segnale viene dal cinema indipendente: per la prima volta, un film  (<em>La bocca del lupo</em>) è stato trasmesso online <a href="http://www.cittadigenova.com/Cultura-e-Spettacolo/Genova/Il-film-La-bocca-del-lupo-al-Festival-19699.aspx">prima che nelle sale</a>, su MyMovies.it. «Altre case di distribuzione italiane ci stanno contattando per fare analoghi esperimenti», dicono dal sito.</p>
<h5>Diritto all&#8217;accesso</h5>
<p>Un ruolo positivo potrebbe venire non solo da queste avanguardie ma anche da Agcom. La sua presa di posizione, con l’indagine sul diritto d’autore, ha stupito gli addetti ai lavori. Da una parte infatti ricorda il proprio ruolo di «organo deputato a svolgere la attività di vigilanza a tutela del diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica». Dall’altra dice, per la prima volta così chiaramente, che deve anche tutelare il diritto degli utenti all’accesso a internet e alla privacy. Due concetti che stridono con leggi come l’Hadopi, con cui si autorizzano disconnessioni e si apre la porta all’analisi del traffico degli utenti. Qui il punto d’appoggio è nel nuovo Telecoms Package della Comunità Europea, dove alla fine è prevalsa <a href="http://blog.tntvillage.scambioetico.org/?p=4212">la protezione dei diritti degli utenti</a><a href="http://blog.tntvillage.scambioetico.org/?p=4212"></a>.</p>
<p>Agcom si propone quindi nel ruolo di intermediario tra le parti. Avvierà un protocollo d’intesa tra provider e industria del copyright. Non è la prima volta che si tenta un accordo simile, ma mai finora Agcom era scesa in campo. Stavolta c’è tutto l’interesse da parte dei provider a collaborare: varie spade di Damocle pendono sulle loro teste. Il <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/01/25/decreto-romani-tanti-dubbi-interpretativi">decreto Romani</a>, nelle bozze finora divulgate, chiama Agcom e i provider a un ruolo più attivo contro la pirateria. Non solo. «I ministeri degli Interni, Sviluppo Economico e Gioventù sono al lavoro a un codice di autodisciplina per i servizi internet da proporre agli operatori», dice <a href="http://www.guidoscorza.it/">Guido Scorza</a>, avvocato esperto di diritto in internet.</p>
<p>Leggi severe in bozza, accordi inediti, nuovi contenuti legali: tutto è nell’aria, ma sta per posarsi sulla terra, probabilmente già da quest’anno, per modificare i rapporti tra i soggetti di internet e il diritto d’autore. Gli utenti hanno davanti un orizzonte incerto, con possibili rischi ma anche qualcosa da guadagnare. Il rischio che gli operatori vengano investiti di un ruolo da sceriffi è ancora presente, ma è mitigato dalle posizioni di Agcom e della Comunità Europea. Da guadagnare c’è una nuova offerta di contenuti legali, soprattutto film (che adesso scarseggiano). La scelta migliorerà man mano che si definiranno meglio i rapporti tra l’industria e gli operatori.</p>
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		<title>Addio ai processi equi per i reati sul web</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/11/02/addio-agli-equi-processi-per-i-reati-sul-web</link>
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		<pubDate>Mon, 02 Nov 2009 07:45:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[diritto d'autore]]></category>
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		<description><![CDATA[Col Pacchetto Telecom in via di approvazione a Bruxelles sta per passare una linea allarmante: su internet i diritti delle persone valgono meno]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come l’influenza A, si diffonde in Europa il virus della linea dura per i reati sul web. A cominciare dalla tutela del copyright, ma non solo. I virus sono fatti così: si sa da come cominciano, non si sa dove finiscono. In Francia sono caduti gli ultimi dubbi (<a href="http://www.guidoscorza.it/?p=1116">e speranze</a>) ed è passata l’Hadopi 2, accettata anche dal Consiglio Costituzionale. Le ultime notizie dicono che anche il Regno Unito si sta orientando <a href="http://www.key4biz.it/News/2009/10/28/Policy/download_illegale_Hadopi_pirateria_Gordon_Brown_copyright_Lily_Allen_James_Blunt.html?utm_source=infomail&amp;utm_medium=email&amp;utm_campaign=Dailyletter+n.1508+del+28+ottobre+2009">a fare una legge simile</a>. Ma la sorpresa più grande è che questa linea dura è approdata anche in un ambiente che siamo abituati a considerare imbevuto di ideali di democrazia e di rispetto dei diritti degli utenti: le istituzioni europee.<span id="more-1194"></span></p>
<p>A Buxelles si stanno infatti mettendo d’accordo su un testo, che sarà il nuovo pacchetto di regole comunitarie per le telecomunicazioni e nel quale non ci sono più le tutele fondamentali agli utenti internet volute con l’emendamento 138. A favore del quale <a href="http://punto-informatico.it/2607172/PI/News/pacchetto-telecom-sventate-disconnessioni.aspx">avevano fatto battaglia</a> molti gruppi per la libertà in internet (come Scambio Etico, la Quadrature du Net, ma anche Altroconsumo). C’è un tema di fondo, comune a tutte queste svolte: si sta imponendo l’idea che i cittadini, quando commettono un reato sul web invece che nel mondo offline, abbiano diritto a una tutela minore. E ha ragione Anna Masera a parlare di <a href="http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=2&amp;ID_articolo=924&amp;ID_sezione=3&amp;sezione=">deriva anti-democratica dell’Europa</a>.</p>
<h5>Equa procedura</h5>
<p>Questo è il concetto di fondo nell’Hadopi 2, nonostante qualche concessione agli utenti internet rispetto all’Hadopi 1, <a href="http://www.guidoscorza.it/?p=1116">come spiega Guido Scorza</a>. È vero che adesso, con la nuova Hadopi, a disconnettere l’utente non è più un’autorità amministrativa, ma un giudice; il punto fondamentale però è che il giudice può decidere dopo una «procedura sommaria e senza contraddittorio», dice Scorza. «Non riesco a comprendere perché un ladro di cd abbia diritto ad un giusto processo mentre un pirata no!», aggiunge. Forse perché (il reato su) internet fa più paura?</p>
<p>Le decisioni che stanno per essere prese presso l’Unione Europea avranno un impatto più esteso. L’obiettivo è infatti di trasformare il testo del Telecom Package in direttiva europea entro il 30 dicembre. Se il testo passasse così com’è potrebbe aprire la porta a leggi nazionali anche più severe dell’Hadopi 2. È sparito infatti il diritto a un equo processo (indicato dall’emendamento 138, eliminato) ed è stato sostituito dal diritto a «un’equa procedura». Basterà quest’ultima (che non necessità un’autorità giudiziaria) per perseguire i reati sul web, in caso d’urgenza, secondo il nuovo testo. La materia implicita del contendere è la tutela del copyright e la possibilità di disconnettere/perseguire in modo più o meno sbrigativo gli utenti che lo violano. La regola però si applicherebbe a tutti i reati.</p>
<h5>Complice la stanchezza</h5>
<p>È probabile che il testo resti com’è e che le tutele dell’emendamento 138 non verranno più recuperate. Lo si vedrà nel corso della conciliazione (prossima seduta il 4 novembre), quando Consiglio, Parlamento e Commissione europei dovranno mettersi d’accordo sul testo definitivo (quello attuale, in bozza, è già il frutto di un accordo di base). Come si è giunti a questo punto? Lo spiega Innocenzo Genna, esperto di policy tlc a Bruxelles: «Hanno giocato varie motivazioni. La prima è istituzionale. Il Consiglio, cioè i governi nazionali, erano fortemente irritati per il fatto che il Parlamento Europeo, re-introducendo a sorpresa l&#8217;emendamento 138, avesse violato gli accordi interistituzionali precedentemente presi. Se fosse passato l&#8217;emendamento 138 così com&#8217;era, sarebbe invalsa l&#8217;idea che il Parlamento Europeo avesse una sorta di ultima parola, ponendosi come una istituzione &#8220;suprema&#8221; rispetto al Consiglio. I governi hanno voluto negare questo ruolo, ricordando al Parlamento che deve rispettare i patti stipulati dai suoi rappresentanti».</p>
<p>Secondo motivo, «C’è una certa stanchezza per il lungo lavoro intorno al Telecom Package: va avanti dal 2006. Molti soggetti, in particolare le istituzioni, hanno ritenuto che il risultato complessivo del pacchetto fosse  buono e che il 138, per quanto materia rilevante, non giustificasse di per sé la perdita di questi risultati. Bisognava chiudere in qualche modo, e uscire dall&#8217;impasse». Il package era stato rinviato, infatti, solo per via dell’emendamento 138.  Non è del tutto certo che andrà così: «Da alcune indiscrezioni che mi giungono, risulta che non c’è ancora un vero accordo sul testo», spiega Genna. Le possibilità sembrano però poche.</p>
<h5>Disparità</h5>
<p>Da un punto di vista concettuale, l’aspetto notevole è che, sotto il profilo dei diritti, internet stia diventando come un mondo di serie B. I reati online diventerebbero più gravi e puniti in modo più sbrigativo di quelli offline. La novità è che quest’orientamento si sia esteso anche alle istituzioni europee, ma già da molto tempo è sostenuto dalla politica italiana. Molti in Italia hanno chiesto <a href="http://www.apogeonline.com/filirossi/leggi-internet">leggi ad hoc per internet</a>, come se non bastassero quelle che ci sono già, le stesse che si applicano fuori da internet. Significa che per internet vorrebbero leggi più severe di quelle del mondo offline. Secondo alcuni filosofi, è lo scenario dello <a href="http://isole.ecn.org/filiarmonici/persichetti-040527.html">stato di eccezione</a>, terminologia coniata <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Carl_Schmitt">da un giurista in odore di nazismo</a>. Internet, divenuta “stato di eccezione”, sarebbe una zona a sé, dove sono sospesi (o depotenziati) i diritti fondamentali dei cittadini. Sarebbe un laboratorio di anti democrazia. Il diritto d’autore è solo la punta dell’iceberg: “eque procedure” si applicherebbero anche a reati d’opinione sul web, per esempio.</p>
<p>E poiché tutte le principali attività pubbliche sono destinate a passare sul web, nel lungo periodo, lo stato d’eccezione estenderebbe il proprio raggio. Quello che adesso è solo un seme di diritti depotenziati potrebbe riguardare in futuro l’intera società.</p>
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