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	<title>Apogeonline &#187; Google Documents</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>Una storia in soggettiva delle tecnologie a scuola</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Sep 2010 06:30:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piervincenzo Di Terlizzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Telecomunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Calvani]]></category>
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		<category><![CDATA[wireless]]></category>

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		<description><![CDATA[In classe l'innovazione fatica ad arrivare dall'alto. Invece è imposta sempre più spesso dagli studenti, sollecitati da strumenti e pratiche nuove. Gli insegnanti procedono a vista e possono contare soprattutto sul buon senso e sulla loro esperienza. Una testimonianza dal cuore del sistema]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho cominciato a scrivere la mia tesi di laurea con una macchina elettrica della Olivetti, che memorizzava una cinquantina di caratteri, li visualizzava e rendeva possibile fare qualche correzione. Quando ne ho potuto disporre, abbandonando la macchina portatile a nastro, ho sentito che il mio lavoro sarebbe stato più semplice. A tesi in corso, potei attingere a un sistema di videoscrittura, sempre Olivetti, che permetteva di memorizzare addirittura tre-quattro pagine. Ho sentito che il mio lavoro sarebbe stato più semplice. Ed era vero. E poi, fu per me la scuola, agli inizi degli Anni Novanta. L&#8217;inizio c&#8217;era già stato, ma ne colsi una delle code: i corsi di aggiornamento per i docenti sui <em>bit</em> e sui <em>byte</em>, nei quali ci si sedeva in una similclasse, si ascoltava l&#8217;esperto, che spesso (ma non sempre) era un docente di matematica, si prendevano appunti, si facevano domande, e si tornava a casa.<span id="more-3670"></span></p>
<h5>Il laboratorio</h5>
<p>Erano già arrivate, e ancor più presero a venire, le ore d&#8217;informatica a scuola, sotto forma di progetto ad acronimo variabile o di offerta aggiuntiva: per anni, una risorsa inoppugnabile e scintillante per far iscrivere nuovi allievi. Tra le ore d&#8217;informatica, che fossero per docenti o studenti, e l&#8217;uso di un computer, passavano delle cose in mezzo, naturalmente. Il computer l&#8217;avevano ancora in pochi, costava parecchio. E, soprattutto, chi l&#8217;aveva, docente o studente che fosse, non stava tanto a riflettere sui<em> bit </em>e sui <em>bytes</em>, ma provava a farci qualcosa. Qualcosa che era poi complicato condividere, però. Il mio primo bussolotto IBM, agli albori del 1992, fu un 386, che appena si avviò mi rimandò carognesco la schermatina scura e il C <em>due punti et cetera</em>, lasciando che poi me la vedessi io. E un po&#8217; me la vidi, con l&#8217;aiuto non tanto dei corsi, quanto di amici. Quello che arrivavo a vedere di  meglio diventava parte del lavoro scolastico: la scrittura, dunque, agli inizi. Appunti, compiti, schede, programmazione. E dunque, così erano gli inizi degli Anni Novanta, tra me e le macchine intelligenti: contesti di apprendimento prevalentemente informali, basati su reti amicali, facilitazione di memoria e di scrittura.</p>
<p>A scuola, intanto, i nuovi allievi s&#8217;iscrivevano, informandosi ben bene sulle ore d&#8217;informatica e, da un certo punto in avanti, sull&#8217;esistenza del laboratorio d&#8217;informatica (variante: l&#8217;aula).  Per un bel po&#8217; di tempo (un decennio almeno) quello è stato il luogo di riferimento fondamentale di quella che s&#8217;è chiamata a lungo informatica: il laboratorio. Un luogo, con un tecnico, con ore di accesso bene definite, con sempre qualche necessità di condivisione di spazi e postazioni (un luogo, capiamoci, inevitabile anche oggi, perché mica tutti ce l&#8217;hanno ancora, il computer, nonostante quello che possiamo pensare). C&#8217;era pure qualcuno (ricordate Roberto Maragliano?) che cominciava a dire di prendere sul serio anche l&#8217;apprendimento dai videogiochi&#8230;</p>
<h5>Arriva internet</h5>
<p>Poi, fu la volta dell&#8217;ECDL, negli anni in cui la scuola si lanciava sulla certificazione. L&#8217;accoppiata ECDL-First, l&#8217;ancor più accattivante ECDL-Proficiency (per non parlare dell&#8217;esotico <em>triplete </em>ECDL-Proficiency-Deutsch Zertifikat) era un obiettivo importante, nella scuola delle competenze da valorizzare di berlingueriana memoria (un&#8217;idea straordinaria e bislacca insieme, dare visibilità in un contesto formale ad un percorso informale).  L&#8217;ECDL dava un programma, stimolava delle competenze da formare, istruiva su fogli di calcolo e database. Un po&#8217; scolastico, un po&#8217; <em>troppo</em> scolastico forse (come qualcuno notò), ma proprio per questo utile a molti. A scuola, questo voleva dire cose più veloci, scrittura più facile. Riferimenti. Intanto, si moltiplicavano in classe i cellulari. Un bel giorno, in un&#8217;aula, si aprì una discussione sulla quantità di denaro in ricariche spesa da alcuni dei ragazzi. Per cosa? Per i messaggi, mi fu risposto. (Rimasi perplesso: i messaggi? Mah&#8230;).</p>
<p>E fu l&#8217;ora di internet, più o meno alla fine degli anni Novanta. Il primo esotico p<em>rovider</em> che la mia scuola contattò (si era all&#8217;alba del 1997) era di Aviano, roba di americani insomma,  e certo lì per lì non era bellissimo pagare un bel po&#8217; per vedere di nuovo le schermatine zeppe che consentivano, però, di entrare nel sito della Casa Bianca, qualunque cosa volesse dire questo. Ma l&#8217;accelerazione fu subito brusca, secca: nel giro di qualche mese IOL ci diede accessi più facili, a scuola si cominciava a girare per siti, per applicazioni. Soprattutto, si maneggiava (e si pasticciava) con l&#8217;ipertestualità. La metafora che affascinò molti, a scuola, fu quella del <em>link</em>. Una metafora che andava bene per tutte le materie, trasversale insomma.</p>
<h5>La rete diventa sociale</h5>
<p>Fu maneggiando la Rete ed i <em>link </em>mi venne in mente di frequentare un corso di perfezionamento in <em>elearning </em>organizzato da Antonio Calvani e Mario Rotta a Firenze. Imparare anche a distanza, interagire a distanza, collaborare nelle scritture, collegare per gerarchie di senso: tutte cose che modificavano lo stare a scuola, ne ero sicuro, anche se poi, per far riconoscere quel corso, dovevamo fare equazioni strane tra ore di lavoro <em>online</em> e ore in presenza&#8230; Da lì, qualche anno dopo, l&#8217;idea di fare un Master sull&#8217;<em>e-learning</em> ad Udine, con Pier Giuseppe Rossi: l&#8217;occasione nella quale imparai a lavorare con l&#8217;idea di <em>ambiente</em>, e a maneggiare meglio la multimedialità e la comunicazione non sequenziale (per un filologo classico, una conquista!). E poi, qualche anno dopo, i blo<em>g </em>ed i <em>forum</em> e le<em> chat</em>: che davano forma e accesso a una fantasia comunicativa propria delle età più giovani. Mentre le ore e i programmi di informatica, a scuola, si consolidavano, mentre si tentavano delle integrazioni tra lezioni in presenza e materiali <em>online, </em>mentre le scuole avevano quasi tutte, ormai, il loro sito Web (ma mica tutte tutte ancora oggi, eh!), una nuova ondata di comunicazione informale si proponeva.</p>
<p>La vera rivoluzione, però,è più vicina nel tempo: il <em>social</em>, combinato col<em> wireless</em>. Una rivoluzione secca, netta, che giunge in una scuola in difficoltà e nella quale molti rimpiangono ipotetici bei tempi andati, caratterizzati da rigore e severità. Ma la rivoluzione arriva, perché passa per i suoi vettori, i ragazzi. Con tutti gli effetti connessi, che illustro con un ricordo. Una primavera recente, ho fatto un viaggio in treno da casa mia a Bologna, attorniato da una comitiva di studenti, con le loro due accompagnatrici sedute davanti a me. Ho potuto fare l&#8217;insegnante in incognito, insomma. Bene: l&#8217;attività principale dei ragazzi era interagire su Facebook con i compagni che stavano a scuola, che stavano, in quel momento, in classe. La più giovane delle loro insegnanti notava che, così, i ragazzi si distraevano dalle lezioni. La sua più anziana collega le rispondeva che, a suo ricordo, lei si era sempre e parecchio distratta a lezione (annuivo mentalmente), dedicandosi a scrittura, diaristica, confezionamento di bigliettini, fantasticherie varie.</p>
<h5>Condivisione del cambiamento</h5>
<p>Voglio dire, inutile perdere tempo a vietare telefonini. Meglio costruire le buone maniere del mondo coi telefonini. Le buone pratiche coi telefonini, e con quello che c&#8217;è. E già che ci sono, continuo col catalogo delle inutilità. Inutile pensare che gli allievi non facciano le versioni per casa copiandole dalla Rete. Meglio saperlo, e cambiare sistema, usare la Rete per fare le versioni (magari insegnando a maneggiare il <a href="http://www.perseus.tufts.edu/hopper/">Perseus Project</a>). Inutile pensare di riuscire a perquisire tutti gli allievi per fare la versione in classe senza copiature. Meglio costruire nuovi modi per intendere e lavorare sui testi. Inutile rimpiangere la bella lezione frontale. Meglio condividere tutti i mezzi di espressione che abbiamo per interagire di più a lezione, per segnalare cose su cui tornare, per plasmare diversamente metafore, concetti, illuminazioni. In tutto questo, la scuola è per sua natura sempre un po&#8217; in ritardo rispetto alle novità. Inevitabile. Ma non è in ritardo rispetto alla condivisione, alla distribuzione, all&#8217;esplorazione. Senza pensare all&#8217;iPad e ai suoi parenti: c&#8217;è ancora chi a casa non ha un computer, chi non ha un notebook. E c&#8217;è chi lo usa solo per poche cose. Ecco, per loro il lavoro della scuola è insostituibile. Certo: tutto questo, ma, intanto, anche un processo di reale condivisione di cambiamenti nei paradigmi culturali.</p>
<p>Altrimenti&#8230; altrimenti capita com&#8217;è successo a me, in una classe, negli ultimi giorni di scuola. Dopo un anno di latino col Perseus, con i testi condivisi su Google Documents, una ragazza di quelle brave mi ha detto: «Bello, prof, ma perché non facciamo più versioni, come una volta?». Che potevo risponderle? Ho fatto così: «Certo. A patto che tu stia senza il cellulare e Facebook per tutto l&#8217;anno scolastico». Mi ha guardato strano. Una proposta impossibile, ovviamente. Appunto.</p>
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		<title>Serve davvero un pc per vivere nelle nuvole?</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Nov 2009 07:45:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Venturini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mobile]]></category>
		<category><![CDATA[cloud computing]]></category>
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		<category><![CDATA[Google Documents]]></category>
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		<category><![CDATA[Sony]]></category>
		<category><![CDATA[Sony Online Service]]></category>
		<category><![CDATA[web tv]]></category>

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		<description><![CDATA[Lo spostamento in rete di applicazioni e contenuti ci permette di immaginare nuove tipologie di dispositivi mobili. L'esperienza di Sony]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questa nuvolaccia nera (se siete fuori dal mondo del &#8220;cloud&#8221;) o questa nuvoletta rosa (se siete Google etc) ci dà da pensare. È un nuovo paradigma (ma alzi la mano chi davvero sa cosa vuol dire paradigma, io lo uso solo perché fa bella impressione): quello di buttare tutto in qualche posto remoto; di svuotare gli hard disk di applicazioni e di dati residenti; di vivere connessi da un invisibile cordone ombelicale ad un tutto &#8220;lassù&#8221;. È un tema su cui le polemiche in termini di sicurezza, di accessibilità, di privacy si sprecano. L&#8217;idea di vivere <a href="http://blogs.zdnet.com/virtualization/?p=686">su questa nuvola</a> ha comunque i suoi meriti, se affrontiamo il tema dal punto di vista consumer e non corporate.<span id="more-1420"></span></p>
<p>Tendenzialmente sono uno di quelli che usano (o provano) qualsiasi prodotto Google appena esce. Adoro la loro applicazione di posta elettronica. Trovo fantastico Google Documents, che uso spesso come text editor per potermi poi ritrovare i documenti consultabili anche dall&#8217;iPhone (lo so, ci sono alternative anche migliori: dite pure la vostra nei commenti). E qui ho detto forse una parola magica: iPhone. Ovvero un device che non è un computer, un pc nel senso stretto del termine.</p>
<h5>Tutta la nuvola, niente PC</h5>
<p>Ecco un&#8217;idea balzana, ma affascinante: se palmari, Pda e smartphone sono la prima naturale evoluzione del concetto del disaccoppiamento tra rete e il solito pc, ben più radicale potrebbe essere l&#8217;ulteriore semplificazione  dell&#8217;idea. In fondo che ci serve? Uno schermo e una connessione. E allora dal cloud computing potrebbe ritornarci fra capo e collo quella web tv che non è mai  decollata e che anzi si è schiantata al suolo come le più miserevoli macchine volanti degli inizi di un paio di secoli fa. Pensateci, forse ora i pezzi ci sarebbero tutti. E c&#8217;è anche chi ci sta provando, anche se si guarda bene dal riesumare questo termine che puzza di fallimento. Sony, per esempio, offre servizi online per i propri televisori: è <a href="http://news.cnet.com/8301-17938_105-9672957-1.html">dal 2007</a> che ne parlano, ma nel frattempo hanno fatto tanta strada, tanto da portare il <a href="http://www.pcmag.com/article2/0,2817,2356110,00.asp">download in streaming</a> di film sulla tv e sul lettore Blue-Ray, ad esempio in collaborazione con Netflix.</p>
<p>Ma questo sarebbe ancora poco, troppo poco. Come poco (ma già interessante) è lo <a href="http://www.tomshw.it/cont/news/firefox-su-playstation-3-mozilla-e-sony-si-parlano/22884/1.html">sbarco</a> probabile di Firefox sulla Playstation. Il disegno di Sony è però più grande: offrire un ecosistema di <a href="http://www.sonyinsider.com/2009/11/21/the-sony-online-service-is-not-an-itunes-competitor-it-aspires-to-be-far-bigger/">contenuti online</a> fruibili non soltanto dalla tv o dalla Playstation, ma da tutti i prodotti digitali. Videocamere, apparecchi fotografici, lettori di ebook, e chissà un giorno anche frullatori e spazzolini. Un mondo in cui da qualunque dispositivo potremo fare upload in questa nuvolona dei nostri contenuti digitali, condividere, frullarceli socialmente. E, ovviamente avere accesso a contenuti premium cacciando la solita lira e bypassando tutti i possibili modelli di &#8220;free content&#8221;.</p>
<p>Il nome dato al progetto (<em>Sony Online Service</em>) è francamente quanto di meno immaginifico si possa immaginare, ma l&#8217;idea di avere con noi la potenza della rete, dei social media e di tutto l&#8217;ambaradan prescindendo da net-, note- o vari <em>book</em> o <em>desktop </em>è intrigante. Per lo meno fintanto che qualcuno non troverà il modo di trasformarci in esseri bionici col WiMax incorporato con un chip sottocutaneo e con Facebook <a href="http://robertoventurini.blogspot.com/2008/11/e-se-facebook-convergesse-con-gli.html">integrato</a> nelle lenti a contatto. Ovviamente non c&#8217;è solo Sony a guardare &#8211; e sopratutto a sperimentare &#8211; il divorzio tra rete e computer.</p>
<h5>Piedi in terra, ma…</h5>
<p>Stiamo allora andando verso un mondo sempre più connesso, sempre più nella nuvola, ma con sempre meno pc? Autorevoli opinionisti l&#8217;hanno detto da tempo. Altrettanto autorevoli istituti prevedono che nel 2020 (dopodomani) la maggior parte delle persone useranno <a href="http://gadgets.softpedia.com/news/Mobile-Multimedia-Devices-Will-Replace-PCs-430-01.html">esclusivamente</a> dispositivi mobili per accedere alla rete. Già si straparla dei Mid (<a href="http://www.techradar.com/news/internet/the-future-of-mobile-internet-devices-472205">Mobile Internet Devices</a>), ebook reader che faranno il botto diventando libri multimediali, multimodali, passando da contenitori di contenuto testuale a contenitori di contenuto e basta. Ce ne aspettano delle belle, e possiamo sognare. In fondo, non è proprio scritto da nessuna parte che per stare con la testa fra le nuvole ci serva un personal computer.</p>
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