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	<title>Apogeonline &#187; giornalismo</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>Il lettore che sto diventando</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Jul 2011 06:30:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Maistrello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria digitale]]></category>
		<category><![CDATA[Cnn]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
		<category><![CDATA[filtro sociale]]></category>
		<category><![CDATA[giornali online]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Twitter]]></category>

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		<description><![CDATA[L'informazione passa attraverso la rete da un tempo sufficiente a notare i primi cambiamenti di paradigma e intravedere nuovi legami di senso. Un percorso personale tra aggregazioni e destrutturazione della tradizione]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>All&#8217;inizio pensavo fosse solo un mio momento di affaticamento oppure  una congiuntura poco felice delle mie testate di riferimento. Dopo  almeno un anno di disagio manifesto e crescente, prendo atto che forse  sta irrimediabilmente cambiando il mio rapporto con l&#8217;informazione. Non  provo più il piacere irrinunciabile di sfogliare un quotidiano, resto  del tutto insensibile al fascino dei settimanali, lascio incellophanati i  mensili a cui sono abbonato, non accendo quasi più la televisione. Sono  sentimenti per me inediti: sono cresciuto col giornale in casa tutti i  giorni, ho passato buona parte della vita guardando due edizioni al  giorno di almeno tre telegiornali diversi, osservo con curiosità fin da  molto giovane il modo in cui prende forma sulla carta o nell&#8217;etere il  racconto dell&#8217;attualità. Oggi tutto questo non mi gratifica più,  talvolta mi dà la sensazione di perdere tempo, molto spesso mi  infastidisce. Perché? Mi sono interrogato a lungo, ho scansato con cura i  luoghi comuni sulla qualità del giornalismo italiano nell&#8217;ultimo  decennio (c&#8217;entrano, ma non sono il punto) e sono andato in cerca di  indizi. Provo a condividerli, anche per la curiosità di capire se è  qualcosa di più di una suggestione personale.<span id="more-6127"></span></p>
<h5>Immerso nel flusso</h5>
<p>Amo dire che «vivo e lavoro in rete» da oltre quindici anni.  Nell&#8217;ultimo decennio in particolare, ovvero da quando la nostra umanità e  socialità ha cominciato a espandersi in modo significativo sul web  attraverso blog e social network, il numero di persone e di idee con cui  entro in contatto quotidianamente è cresciuto in modo esponenziale. Mi  aggiorno in tempo reale grazie a servizi di informazione online, ma  soprattutto attraverso le aggregazioni delle mie fonti preferite, professionali e amatoriali. Quando  manco uno spunto che potrebbe essermi utile, il più delle volte  l&#8217;informazione rientra nel flusso attraverso le condivisioni dei miei  contatti su Facebook e Twitter. <em>Flusso</em> è il concetto chiave. Vivo  immerso e sono parte di un flusso che scorre ininterrotto, portando con  sé in giro per la rete notizie, esperienze, idee, contatti, emozioni.  Quando intercetto qualcosa che mi interessa in modo particolare inizio  ad andare in profondità: parto dal pretesto che mi ha incuriosito e risalgo la  corrente fino alla fonte che ha dato origine a quel concetto o allargo  il cerchio fino a farmi un&#8217;idea soddisfacente dell&#8217;argomento o della  vicenda.</p>
<p>Il flusso non è un tritatutto unidimensionale, al contrario contiene in sé &#8211; grazie ai link, ai <em>like</em>,  alle innumerevoli forme in cui in rete si generano relazioni tra  persone e contenuti &#8211; tutti gli appigli per muoversi, ciascuno  contemporaneamente, in grande libertà nel tempo e nello spazio. Ai miei  studenti spiego che internet è un sistema operativo: ecco, io uso questo  sistema operativo per decodificare la complessità secondo i miei  bisogni contingenti. Uso internet per informarmi meglio, quando mi  serve, per quello che mi serve. Uso internet per vivere meglio e avere  le risposte che cerco nel momento in cui le cerco. Uso internet per  lavorare in modo più efficace e dare spessore agli argomenti di cui sono  chiamato a interessarmi. Tutto ciò contribuisce a fare di me un lettore  per certi versi di frontiera nelle pratiche ed evidentemente sempre più  frustrato da quanto non si plasma in tempo reale sulle sue esigenze e  necessità. Non parlo solo di giornali: detesto anche i menu al  ristorante, quando mi obbligano a chiedere chiarimenti a un cameriere  distratto.</p>
<h5>Raccontami, non raccontarmela</h5>
<p>La  prima risposta alle domande da cui sono partito, dunque, è scontata e  ancora superficiale: internet è più comoda, più potente, più presente e  più personalizzabile. Quando leggo un giornale soffro la superficialità  di un articolo che si ferma a troppi passi da quello che intravedo come  il nocciolo della questione e mi abbandona a me stesso dopo l&#8217;ultima  parola. Quando leggo un periodico constato una ricorrente difficoltà a  rientrare nel target al quale la redazione fa riferimento per  massimizzare le entrate pubblicitarie e le vendite. Quando guardo la  televisione unisco le due sensazioni e tendo a moltiplicarle. Ma c&#8217;è di  più, secondo me. Per esempio, mi scopro intollerante alla <em>messa in scena</em> delle notizie: l&#8217;impaginazione eclatante, la presentazione che gronda  retorica, la semplificazione eccessiva e talvolta irrispettosa  dell&#8217;intelligenza del lettore.</p>
<p>Per loro costituzione, i mezzi di  comunicazione di massa dispensano conoscenza da un palcoscenico: ci sono  gli attori e c&#8217;è il pubblico. Per sua costituzione, internet abbatte  quel palcoscenico, lasciando che i ruoli semplicemente si definiscano  spontaneamente in base ai contesti. Quello che vale dentro internet non  deve valere necessariamente per carta e etere, ma è inevitabile che col  tempo le abitudini e le sensibilità di un numero crescente di persone ne  escano ridisegnate. Tutto ciò che ricalca la supremazia del  palcoscenico sui contenuti stessi &#8211; e spesso le gabbie, i progetti  grafici, le scenografie più recenti sembrano esasperare questo concetto,  quasi in forma di estrema difesa &#8211; finisce progressivamente per  apparire stonato, artificiale, autoreferenziale, distante dalla realtà.  Vorrei la notizia, l&#8217;idea, il commento, senza troppi giri di parole,  senza immagini inutili, senza le calcificazioni ideologiche, di contesto  e di stile che oggi caratterizzano molti giornalisti e molti progetti  editoriali di successo.</p>
<h5>Unità di senso</h5>
<p>Non ne faccio affatto una questione di lunghezza. Considero un falso  mito della rete la necessità di produrre testi asciutti, brevi,  addirittura scomposti in più pagine se superano un taglio gestibile a  colpo d&#8217;occhio. L&#8217;esperienza maturata negli ultimi cinque anni proprio qui  su <em>Apogeonline</em>, che certo non si nega d&#8217;esser rivista di nicchia, mi  racconta il contrario: la lunghezza è per definizione <em>q.b.</em>,  quanto basta, sta poi a chi scrive sostenere col proprio stile e col  giusto equilibrio di sintesi e dettaglio l&#8217;attenzione e il giudizio  del lettore. L&#8217;<em>articolo</em> torna a essere strumento di una relazione  tra chi legge e chi scrive, non il mero prodotto finito di progetto  editoriale. Il fatto è che una porzione consistente delle variabili che  nel sistema tradizionale sono stati riserva del giornalista e delle  redazioni finiscono in modo naturale e quasi trasparente nella  disponibilità di chi usufruisce di contenuti attraverso la rete: la  gerarchizzazione delle notizie, lo spazio e il livello di  approfondimento destinati a ogni argomento dipendono dalle scelte di  ciascun lettore, che può passare indifferentemente da un articolo a un  altro, da un sito all&#8217;altro, avendo a cuore non certo il target, non  certo la testata, non certo il piano editoriale, ma soltanto le sue  esigenze contingenti e la sua curiosità.</p>
<p>Il lettore in rete non  cerca la messa in scena del contenuto, cerca il contenuto e lo cerca  all&#8217;altezza, altrimenti va altrove. Io, come lettore, mi sto abituando a  scomporre la complessità in unità di senso, servendomi di ogni fonte  disponibile. Cerco l&#8217;articolo prima che il giornale, il post prima che  il blog, il messaggio di stato prima che il social network. Il processo  di accesso all&#8217;informazione è capovolto e procede per ricombinazioni  personali e non preventivabili all&#8217;origine. Non sto affatto insinuando  che il giornale, la trasmissione, il palinsesto nel loro passaggio alla  rete vengano superati, quanto piuttosto che diventano strumenti  abilitanti al servizio dei contenuti. I nostri siti gravitano ancora  concettualmente sulla home page, mentre l&#8217;esperienza del web  contemporaneo ci sta dicendo che il baricentro si è spostato  progressivamente nelle pagine interne e dunque, per come sono fatti gran parte dei siti più recenti, sulle unità di contenuto che quel sito ha da offrire alla rete. Non si spiegherebbe altrimenti perché, esempio tra i più efficaci di una tendenza consolidata nei siti di news statunitensi, <a href="http://www.cnn.com/">CNN</a> avrebbe ridotto la propria pagina principale a un anonimo elenco di link e spostato ogni cura all&#8217;interno delle ricchissime pagine interne.</p>
<h5>Desemplificare i fatti</h5>
<p>Io  come lettore compio, insomma, una costante e consapevole opera di  desemplificazione, laddove il ruolo dei giornali è stato fin qui  soprattutto quello di semplificare e rendere accessibili questioni  complesse. Ho più che mai bisogno dell&#8217;esperienza e della capacità  divulgativa altrui, ma sono io a scegliere chi, quando e come. È il  motivo per cui, anche tra i giornali online, scelgo soprattutto quelli  che per vocazione si cimentano soltanto in questioni in cui sono in  grado di fornire un consistente valore aggiunto, seminando il web di  unità di contenuto di qualità, o quelli che per contro svolgono la meritoria  funzione di ricostruzione del contesto nelle vicende più complicate,  fornendo utili appigli per la selezione delle fonti più degne di  interesse. Salvo da questo processo di disgregazione delle testate e dei contenitori il  libro, a prescindere dalla sua progressiva (e irrilevante, da questo  punto di vista) digitalizzazione in ebook, perché lo riconosco nella  maggior parte dei casi compatibile con la ricerca di unità di contenuto  sulle quali basare i miei percorsi di approfondimento personale.</p>
<p>Infine,  sono un lettore alla disperata ricerca di fatti, di dati di fatto, di  verità oggettive e sopra le parti. Ho la necessità di capire e di  verificare, di giudicare potendo osservare il mondo intorno a me  soltanto dopo aver appoggiato entrambi i piedi su un terreno consistente.  Per questo mi sento tradito più volte al giorno da chi lo dovrebbe fare  per me (insieme a me) e invece continua a ragionare più facilmente per <em>battute</em>, <em>cartelle</em>, <em>pagine</em> che per <em>peso specifico</em> di un articolo. Questo rende la necessità del fai-da-te o della  ricombinazione personale dei testi e delle fonti più che mai necessaria e urgente,  almeno quanto urgente è affrancare il filtro comunitario dei social  media dalle emozioni e dalle urla di parte. Sono tutti processi  complicati, che richiedono tempo e fatica, ma che avverto  irrimediabilmente avviati, benché lontani da un approdo certo e  rassicurante. So di non essere più il lettore di prima, non so ancora  quale lettore sarò. Ma avverto la responsabilità di vivere in modo  più che mai consapevole questo percorso.</p>
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		<title>Se i tweet sono pesci, come cambia il pescato</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Apr 2011 07:30:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boccia Artieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[123VivaAlgeriaNew]]></category>
		<category><![CDATA[Arab Revolution]]></category>
		<category><![CDATA[Egitto]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>
		<category><![CDATA[Luca De Biase]]></category>
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		<description><![CDATA[La vita che scorre sotto gli occhi dell'umanità connessa negli spazi dell'informazione condiziona e arricchisce l'informazione. Ma in che modo la cambia?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Muoversi nel mondo dell’informazione da produttori significa oggi sempre di più confrontarsi con una pluralità di fonti ad accesso diretto che consentono di trattare gli accadimenti secondo la dimensione temporale dell’istantaneità e dell’immediatezza comunicativa. L’impressione è che la realtà si comunichi mentre accade e che sia possibile accedere ai fatti grazie a una loro pubblicazione costante online. La mediazione della rete diventa immediatezza di accesso al mondo. Passiamo così, anche nella realtà professionale di chi tratta informazione, dal collo di bottiglia delle agenzie di selezione e verifica («riceviamo un’Ansa») a un flusso indistinto di possibili (probabili?) fonti a cui accedere direttamente, un flusso che attraversa la rete e da cui pescare, di tanto in tanto, qualcosa.<span id="more-5373"></span></p>
<h5>Basta pescarlo</h5>
<p>Noi, lettori ad esempio, possiamo pensare che vengano pescati i pesci più grossi e pregiati, pronti a solleticare il palato dell’informazione grazie al fatto di essere trattati da cuochi esperti (i professionisti dell’informazione). In realtà dovremmo forse immaginare un contesto un po’ diverso in cui chi pesca sta lì sulla sua nave che non è esattamente attrezzata per affrontare quei fondali e quel tipo di pesca, ma che è fiducioso del fatto che sotto le onde vi siano banchi di pesci pronti a farsi pescare e che quello pescato sia, comunque, rappresentativo della sua specie e di quello che resta sott’acqua invisibile agli occhi. Basta pescarlo, intanto, poi la cottura andrà un po’ fatta assieme al lettore.</p>
<p>E via quindi di pezzi costruiti <em>a partire da</em> o <em>contornati di</em> un tweet, un video caricato su YouTube, un post, una foto condivisa online. Unica cautela: mettere un asterisco (talvolta solo metaforico) che rinvia alla scritta “da verificare”. In questo semplice gesto c’è una chiamata di responsabilità del lettore nella costruzione dell’informazione: in qualche modo viene lasciata a lui la gestione finale dell’incertezza, è stato avvertito. Come <a href="http://www.ahref.eu/it/ricerca/le-grandi-domande/come-evolve-il-concetto-di-qualita-nellinformazione/come-evolve-il-concetto-di-qualita-nellinformazione">scrive Luca De Biase</a> riassumendo una posizione molto comune a chi tratta la realtà dell’informazione in Rete: «La funzione di filtro qualitativo, nell&#8217;epoca analogica, era affidata a pochi grandi &#8220;custodi&#8221; del sapere: editori, università, autorità culturali. Oggi, in un contesto in cui tutto si pubblica senza troppe difficoltà, quella stessa funzione si svolge nel momento della fruizione dei contenuti».</p>
<h5>Il pescato come dato</h5>
<p>E questo è indubbiamente vero. Resta da capire cosa accade quando anche le strutture di mediazione, che esprimono una differenza in termini di potenziale di potere in qualità di nodi significativi nella produzione dell’informazione, trattano come dato il frutto del “pescato”. Prendete <a href="http://english.aljazeera.net/news/middleeast/2011/04/20114921821599558.html">questo articolo sugli scontri a Tahrir Square al Cairo</a> che si apre con una fotografia che mostra un ragazzo ferito al braccio sinistro che si fa fotografare da cellulari. Sotto l’immagine c’è una scritta che recita:</p>
<blockquote><p>Twitter user @AhmedMorsy07 posted an image of a man who said he had been beaten by the army [TwitPic].</p></blockquote>
<p>La vita dei singoli, la microstoria, diventa così evento quando si cala nel flusso della Rete e viene pescata per diventare Storia. È evidente che quelle immagini (post, video ecc.) sono già pubbliche nel momento in cui vengono diffuse online, ma è solo il trattamento dei media di massa e dei professionisti che le rende “un evento”, la sintesi di ciò che sta avvenendo, un dato la cui rilevanza va oltre la singola vita.</p>
<h5>Il pescato sul bancone</h5>
<p>Oppure prendete <a href="http://www.rainews24.rai.it/it/video.php?id=22839">un video come quello caricato nel flusso del sito di RaiNews sull’aggressione dei manifestanti in Siria</a>, che viene semplicemente presentato con la scritta: «Il video mostrerebbe feriti a seguito di un assalto della polizia in una moschea di Deraa». <em>Mostrerebbe</em>. Si tratta di un video che proviene dal canale <a href="http://www.youtube.com/user/123VivaAlgerieNew">123VivaAlgeriaNew</a> di YouTube, canale Arab Revolution, che contiene quindi già una selezione di filmati girati spesso, come questo, amatorialmente da manifestanti. Eppure la formula deve essere dubitativa: “mostrerebbe”.</p>
<p>Ci troviamo così spesso di fronte a una selezione che risponde all’urgenza informativa (trattare i fatti mentre avvengono e “far sapere”) lasciando che l’opzione di filtro sia sintetizzata in una formula dubitativa. Dobbiamo così imparare a far valere le nostre competenze e riconoscere anche noi “il pescato” per distinguere sul bancone dell’informazione cosa farci cucinare.</p>
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		<title>Luca Sofri, come sta andando Il Post?</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2010/09/06/luca-sofri-come-sta-andando-il-post</link>
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		<pubDate>Mon, 06 Sep 2010 06:30:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Maistrello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria digitale]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Google]]></category>
		<category><![CDATA[Huffington Post]]></category>
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		<category><![CDATA[pubblicità]]></category>

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		<description><![CDATA[Nato in aprile, il nuovo giornale online sperimenta in Italia una ricetta che negli Stati Uniti sta portando fortuna per esempio all'Huffington Post: poca ma buona informazione originale e tanta digestione e contestualizzazione del lavoro altrui. Intervista al direttore]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Luca, <a href="http://www.ilpost.it">Il Post</a> è online da quattro mesi. Certo in  mezzo ce ne sono stati anche due di estivi, che non sono magari il  periodo più vivace per spingere su una start up. Ad ogni modo, come  siete sulla tabella di marcia, meglio o peggio di quanto ti proponevi?</strong></p>
<p>Molto meglio, se ti riferisci ai numeri. Abbiamo una tabella di  marcia che ci impone crescite continue e considerevoli, ma un ottimo  risultato di partenza ci ha permesso di rispettarla finora ampiamente.  Adesso ci prepariamo alla strada in salita, ma con buone idee e  prospettive.<span id="more-3582"></span></p>
<p><strong>Non fornisci numeri, ma ho una domanda sulle metriche. Come avete definito la tabella di marcia? Considerate soltanto i classici indici di traffico oppure tenete in considerazione le interazioni sociali nel sito e nei social network e le varie forme di lettura non convenzionale come i feed? Te lo chiedo  perché non date  l&#8217;impressione di cercare pagine viste a tutti i costi, finora.</strong></p>
<p>Cerchiamo pagine viste, ma non a tutti costi. Comunque sì, sui numeri i miei metri sono strettamente pubblicitari: sull&#8217;apprezzamento e il funzionamento delle cose valutiamo cose più puntuali e frammentate al momento. Io non sono preoccupato del successo  del Post come iniziativa, che per me sarebbe già sufficiente ora a esserne contenti, ma della sua capacità di sopravvivenza. E quella  dipende dalle pagine viste.</p>
<p><strong>Che cosa puoi dire della consapevolezza della rete e dei media mainstream rispetto al vostro lavoro fin qui? Ti capita mai di notare non tanto citazioni, ma il diffondersi di un certo modo di stare e di  lavorare in rete per il quale si possa dire &#8220;vedi, se non c&#8217;era Il Post questo oggi non l&#8217;avrebbero mai fatto&#8221;?</strong></p>
<p>È difficile dirlo. Realisticamente, direi di no: è troppo presto.  Ma ti confesso che su alcune cose che vedo in giro ogni tanto la sensazione ce l&#8217;ho. Se così fosse, comunque, sarei molto contento: cambiare modelli e modi di fare è un nostro obiettivo prioritario non  solo per quel che riguarda il Post.</p>
<p><strong>I critici (critici vostri e più in generale del modello Huffington Post, che vive principalmente di digestione e ricombinazione del lavoro  altrui) dicono che siete come le sanguisughe: non vi cercate il cibo per  conto vostro, vi nutrite del sangue delle vostre prede, indebolendole. Che idea ti sei fatto del vostro ruolo nell&#8217;ecosistema della rete e dei media?</strong></p>
<p>Non un&#8217;idea sola, ma molte e anche contraddittorie. Di sicuro  invece c&#8217;è che la critica è superficiale e pretestuosa: di solito viene  da organi di informazione tradizionali che fanno la stessa cosa che  contestano, oggi i giornali sono fatti in grande maggioranza da notizie  che non provengono dall&#8217;interno delle redazioni e dei collaboratori. In più, la selezione, l&#8217;aggregazione e la riproposizione dei contenuti  altrui come la intendiamo noi genera maggiore attenzione rispetto ai contenuti stessi e maggiore promozione per chi li produce.</p>
<p>Naturalmente è anche ovvio che in generale il mercato più ricco mette in difficoltà  gli attori del mercato, ma questo vale qualunque cosa producano: se il Post producesse notizie, inchieste e contenuti esclusivamente propri &#8211;  annullando la critica a cui ti riferisci &#8211; non sarebbe meno ingombrante  (nel suo piccolo) per gli altri siti di informazione. E alla fine mi  pare che il timore sia questo: che altri occupino il tuo spazio, e  gratis. Non dico che sia un timore condannabile e immotivato, ma è lo  stesso timore di una compagnia aerea costretta a chiudere per la  concorrenza più economica dei treni veloci. Si perderà qualcosa, dopo,  ma il sistema si ricostruisce in altri modi. Però ti ripeto, non vorrei  che le mie opinioni suonassero perentorie e sicure come quelle dei  detrattori del cambiamento: non so cosa ci riservi il futuro.</p>
<p><strong>Una delle più importanti innovazioni introdotte dal Post nel  giornalismo italiano mi sembra quella che riguarda il linguaggio.  Riuscite a contemperare con sorprendente efficacia semplicità e  precisione, informalità e sostanza, allegria e rigore. Siete  sufficientemente informali per partecipare alle conversazioni della  rete, ma senza sbracare e conservando intatta la dignità del lavoro  giornalistico. Quali sono le fissazioni di Sofri come direttore, in  questo senso?</strong></p>
<p>Ti ringrazio molto perché io invece non sono ancora soddisfatto di  questo lavoro di sintesi degli obiettivi: ma ci stiamo provando. Prendo  come una battuta complice il termine &#8220;fissazioni&#8221;: io trovo solo che  sia il modo giusto di fare le cose, perché sottrarsi ai cliché, alle  frasi fatte, ai luoghi comuni, alle cose scritte senza attenzione per le  parole, significa sottrarsi alla comprensione delle cose, di ogni  singola cosa, mettere ogni tanto il pilota automatico. Vorremmo riuscire  a non farlo mai, e non è facile perché la routine e la fretta sono  molto tentatrici.</p>
<p><strong>A differenza del modello prevalente in Italia, voi non sembrate  affetti dalla sindrome dell&#8217;aggiornamento ossessivo del titolo e dell&#8217;apertura. Vi riservate piuttosto un ruolo &#8211; scoperto finora &#8211; di ricostruzione del contesto. Quando una vicenda si dilunga per giorni o si complica abbastanza da richiedere un&#8217;attenzione specializzata, supplite con una visione d&#8217;insieme o con una sintesi essenziale. Lavorate molto su questo versante, ho addirittura la sensazione, forse complice l&#8217;assestamento esitivo, che stia diventando  prevalente. Sbaglio?</strong></p>
<p>Provo a spiegarmi la tua impressione estiva: quello che dici che facciamo deriva da due ragioni. La prima è che i media italiani tendono a dare per inteso moltissimo di quello a cui si riferiscono, e spesso leggiamo notizie di cui abbiamo perso o dimenticato le origini, i  contesti e la comprensione. Il lavoro che facciamo di ricostruzione deriva innanzitutto da una nostra necessità che sappiamo condivisa, che in brusca sintesi è: ma di cosa stiamo parlando?</p>
<p>La seconda ragione di simili interventi di spiegazione ha a che fare con un criterio di scelta  delle notizie per cui spesso scegliamo di trascurare cose che hanno grande spazio nell&#8217;informazione e nel dibattito nazionale, perché ci sembrano sinceramente irrilevanti, autoreferenziali, destinate a esaurirsi nel nulla. E però non ci nascondiamo che nel momento che i media le costruiscono diventano di per sé delle notizie. E quindi dopo alcuni giorni che un nulla occupa spazio sui giornali, cerchiamo comunque di spiegare a noi stessi e ai lettori del Post come quel nulla è diventato notizia.</p>
<p><strong>Il giornale online italiano punta moltissimo sull&#8217;home page, concepita ancora come eredità della prima pagina cartacea e baricentro  di tutta la produzione giornaliera. Sul Post, a parte quel po&#8217; di sana  attenzione a far girare i titoli, non sembrate proprio avere l&#8217;angoscia  dell&#8217;apertura. C&#8217;è, dietro a questo atteggiamento, la sensazione che la  partita dei contenuti giornalistici in rete si giochi piuttosto sulle  pagine interne?</strong></p>
<p>Non quanto pensi, e non quanto vorremmo. Nel senso che la tipologia dei nostri articoli verrebbe favorita da un simile criterio: le nostre news sono piuttosto equivalenti in termini di importanza che diamo loro, e raramente sono volatili. Ma per quanto Google premi molto la loro costruzione, non basta ancora per renderle autosufficienti, e la homepage occupa ancora uno spazio importante nei nostri numeri così  come la scelta della notizia di apertura. Certo, cerchiamo di non averne l&#8217;affanno: anche perché poi ci rendiamo conto che i siti di news maggiori cambiano l&#8217;apertura pochissimo nel corso della giornata, certi  giorni appena due o tre volte (stiamo anche emancipandoci molto da guardarli, i siti di news maggiori: risparmiamo tempo e non perdiamo  quasi niente di ciò che interessa a noi, detto con rispetto assoluto).  Ma stiamo anche lavorando per distribuire meglio la visibilità e le  tipologie degli articoli.</p>
<p><strong>Un elemento centrale della vostra ricetta dovrebbero essere i blog delle firme. Sulla carta avrebbero dovuto essere il valore aggiunto di tutta l&#8217;operazione, ma come lettore ho spesso la sensazione che il risultato sia ancora inferiore alla somma delle parti. Girano spesso ottimi post e alcuni blog hanno una personalità spiccata, eppure la sensazione è di trovarsi di fronte a grandi individualità ma non ancora a un&#8217;aggregazione virtuosa di cervelli. Fatto sta che il lavoro redazionale dà l&#8217;impressione di dominare ancora il palcoscenico. Condividi questa analisi?</strong></p>
<p>La condivido abbastanza &#8211; ma occhio che i post che pubblichiamo sono comunque molto letti, molto molto &#8211; e sta dentro una generale difficoltà di esaurimento di obiettivi e agenda: ti confesso che quasi  tutto il lavoro progettuale e ideativo del Post è stato fatto fino al  giorno prima che il Post partisse: dopo, la contingenza quotidiana ha  assorbito quasi tutte le forze e solo ora cominciamo ad aver organizzato  meglio il nostro lavoro e il nostro tempo per introdurre un po&#8217; di cose nuove che avevamo in cantiere da tempo. Tra queste &#8211; ci lavoreremo nei  prossimi mesi &#8211; c&#8217;è una riorganizzazione dei blog, un arricchimento del numero dei bloggers, un maggior lavoro complice tra la redazione e i bloggers. Che però, ripeto, in quasi totale indipendenza stanno  producendo cose notevoli ai nostri occhi e a quelli dei lettori.</p>
<p><strong>I grandi gruppi editoriali internazionali stanno investendo molto non soltanto sull&#8217;informazione online, ma anche sul modo in cui  l&#8217;informazione è confezionata e proposta. Programmatori e grafici  siedono sempre più vicini ai giornalisti. Di recente anche voi avete  avviato la ricerca di un tecnico che affianchi il lavoro redazionale: avete in programma investimenti specifici in questa direzione?</strong></p>
<p>Li abbiamo già fatti, compatibilmente con una grande attenzione ai nostri bilanci: i piedi per terra sono un criterio di movimento a cui teniamo molto, per inclinazione ancora prima che per prudenza. Ma la  questione che poni implica riflessioni complicate &#8211; che stiamo facendo &#8211;  sull&#8217;identità grafica del Post e di conseguenza anche sulla sua identità in generale: il modello Huffington Post, per dirne una, ovvero  il casino totale, è una cosa da cui abbiamo sempre voluto stare alla larga, per diverso pensare. Ma ha le sue efficacie, e non è detto che non sia preferibile per i lettori. Per dirne una, eh: non immaginare che  stiamo pensando al casino totale.</p>
<p><strong>Riprendo ed espando l&#8217;ultima domanda. Che cosa ci possiamo aspettare dal Post di qui alla fine dell&#8217;anno?</strong></p>
<p>La cosa principale non si vedrà, perché sarà un intenso lavoro progettuale sul Post dell&#8217;anno prossimo. Ma per risponderti, introdurremo di certo una maggiore diversificazione delle tipologie dei contenuti. Una sezione di notizie più brevi, che si pongano a metà tra i post-it e le news attuali, per soddisfare un&#8217;intenzione di maggiore completezza. E alcuni nuovi &#8220;contenitori&#8221; di novità e aggiornamenti in ambiti diversi, sempre con attenzione a non fare diventare niente routinario. E poi cercheremo di produrre ancora più racconti e informazioni, organizzando più efficacemente il nostro lavoro. Ci piacerebbe riferire di più dell&#8217;Italia, se i produttori di informazione italiani ci dessero una mano. Infine, ci siamo mossi lentamente travolti  da mille cose, la benedetta versione per iPad e iPhone.</p>
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		<title>L&#8217;internet del 2010</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Jan 2010 08:00:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Granieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
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		<description><![CDATA[La rete è ormai entrata nelle nostre vite, ma non siamo ancora in grado di governarne al meglio la dimensione sociale. E mentre si fanno le prove tecniche di Web 3.0, quest'anno toccherà all'industria culturale affrontare il cambiamento di paradigma]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;anno scorso, in questo tradizionale articolo sospeso tra punto della situazione e piccola previsione, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/01/05/linternet-del-2009">ragionavamo</a> sulle prime evidenze di «scomparsa di internet dentro la realtà». Erano i mesi del boom di Facebook, che stava facilitando l&#8217;accesso al web sociale a una larga parte di popolazione che era rimasta, fino ad allora, fuori o ai margini della società digitale.<span id="more-1776"></span></p>
<blockquote><p>«Forse abbiamo appena passato o stiamo passando un&#8217;importante soglia di scala. Se l’hype dei media su Facebook dal punto di vista degli addetti ai lavori è semplicemente hype su Facebook, è anche vero che l’effetto è quello di trasportare verso il web sociale una bella quantità di persone che prima non lo frequentavano. Ma a leggere i giornali o a parlare con la gente, per strada o sul lavoro, internet non è più il territorio di una minoranza colta e pronta a sperimentare. »</p></blockquote>
<h5>Dodici mesi dopo</h5>
<p>A dodici mesi di distanza ci rendiamo conto che tutto è andato abbastanza più in fretta di quanto si poteva sospettare. Dev&#8217;esserci stato, anche nella storia delle rete elettrica, un momento in cui la potenza e le impostazioni del network hanno finito di essere un problema e una passione degli ingegneri per diventare una questione importante per ridisegnare la vita degli altri e abilitare illuminzaione, lavatrici e televisione. Per molti di noi era chiarissimo che questo stava accadendo, ma ora comincia ad essere sotto gli occhi di tutti. Più negli effetti che nelle cause.</p>
<p>Non ci siamo ancora tutti, in rete, e forse in Italia siamo un po&#8217; meno che altrove. Ma non è più necessario «essere in rete» per renderci conto che nella rete (o grazie alla rete) le cose accadono. Internet è ovunque: nelle notizie, sui giornali, nei telegiornali, nelle trasmissioni televisive, sui manifesti per strada. Buona parte di quello che accade o ci circonda è abilitato da internet, raccontato da internet, condiviso su internet, cercato via internet. Nella vita pubblica e in quella privata si passa sempre da internet. Non tutti abbiamo la stessa consapevolezza nell&#8217;usare la rete, non tutti frequentiamo le stesse porzioni di web (potremmo persino non incontrarci mai), ma nessuno oggi può ignorarne l&#8217;esistenza o sottovalutarne la portata.</p>
<p>Certo, ci sono ancora resistenze culturali, ma sono sempre più minoritarie: credo che restino capaci di ridimensionare la rete &#8211; qui da noi &#8211; solo acuni politici spaventati dal cambiamento e qualche nonna che non ha ancora imparato a mettere le ricette su YouTube. Gli altri, direttamente o per sentito dire ne percepiscono l&#8217;importanza. E cambiano i rifermenti culturali: in questo senso (e forse non solo in questo) <a href="http://www.bookcafe.net/filtr/social.cfm?sezione=Internet&amp;ptt=2645&amp;location=http://tinyurl.com/ycl5tbb">Facebook è più <em>mainstream</em> di Bruno Vespa</a>. E internet non è più quella cosa strana che appassionava un manipolo di <em>geek</em>, ma una presenza che entra in molte conversazioni di tutti e che spesso le segna. Una volta era la televisione, una volta era una cultura con canoni diversi.</p>
<h5>Il problema della scala</h5>
<p>La diffusione porta sempre con sè un grande mutamento nelle pratiche, nei comportamenti e nel modo di utilizzare gli strumenti. Sebbene mai esente da comportamenti idioti, la rete ha vissuto un periodo di crescita in cui l&#8217;influenza degli <em>early adopter</em> in qualche modo dava esempi e forniva con maggior facilità logiche di autoregolamentazione. Lo «sbarco» (per usare un termine caro ai cronisti) accelerato e in massa ovviamente ha fatto saltare a molti diversi passaggi di comprensione. Con l&#8217;aumento di scala ci siamo ritrovati con i gruppi ingenui a favore della mafia, con i tifosi del signore che ha lanciato il Duomo in faccia a Berlusconi, persino con i tifosi della donna che ha fatto cadere il Papa. Nulla che non accadesse anche prima, nelle piazze e nei bar o anche nei gruppi <em>usenet</em> della prima ora, ma oggi tutto questo è illuminato da una dimensione pubblica che <em>socialmente</em> non siamo abituati a governare. I media di massa (ora che internet è il posto che i giornalisti adorano per raccontare le masse) non possono non evidenziare e non cercare ciò che fa notizia in questo enorme spazio condiviso.</p>
<p>C&#8217;è anche un principio di responsabilità nella potenza del mezzo, e non tutti siamo educati ad utilizzarlo. L&#8217;effetto più importante che continueremo a vedere mel corso del 2010, probabilmente, sarà innescato da questa inesperienza diffusa e dalla corsa a raccontarla. E la rete tenderà sempre più ad assomigliare al mondo di fuori. Tanto che potremmo parafrasare <a href="http://www.ibs.it/code/9788845246838/ben-jelloun-tahar/corrotto.html">una battuta di Ben Jelloun</a> («I mezzi pubblici non ti aiutano ad amare il tuo prossimo») e temere l&#8217;evidenza degli aspetti negativi che fanno notizia, mentre la crescita silenziosa di milioni di persone rischia di passare facilmente inosservata. Se, direbbe Seth Godin, siamo alla fase dell&#8217;innovazione in cui <a href="http://sethgodin.typepad.com/seths_blog/2010/01/evolution-of-every-medium.html">i burocrati banalizzano il mezzo</a>, il racconto pubblico che emergerà sarà quello su cui si costruirà l&#8217;interpretazione che ne daranno. I primi segnali li abbiamo già avuti con i gruppi di Facebook e &#8211; come giustamente <a href="http://www.mantellini.it/?p=7487">osserva</a> Massimo Mantellini &#8211; è forte il rischio che si piloti l&#8217;autoregolamentazione, magari con tavoli chiusi e propositi non eccessivamente da bene pubblico.</p>
<h5>Una questione di responsabilità</h5>
<p>Per come la vedo io, l&#8217;unica alternativa al tavolo chiuso è e rimane soprattutto un problema di educazione. Nostra prima che degli altri, perchè chi racconta la Rete come giornalista ha la responsabilità di fare una corretta divulgazione, e chi ha visibilità all&#8217;interno della rete &#8211; anche solo per pochi amici &#8211; ha la responsabilità di dare l&#8217;esempio. Dovremo sempre più imparare a cercare la nostra posizione, a distinguere le conversazioni in cui «parlano con noi» (con il nostro registro, con i nostri interessi) da quelle che si svolgono per altri e tra altri. Il fatto di essere tutti nello stesso social network non significa che stiamo per forza dialogando o parlando della stessa cosa. Dovremo imparare a capire che le persone che scegliamo di seguire (i blog che leggiamo, i giornali da cui ci informiamo, le persone cui ci iscriviamo nei siti sociali) ci daranno la nostra esperienza del medium. E che se troviamo qualcosa di noioso o di impreciso siamo noi che abbiamo sbagliato la scelta, non è lo strumento che delude.</p>
<p>Ma sono solo alcuni banali esempi di un elenco che sarebbe lungo. La rete espone alla diversità e dobbiamo imparare a trattarla e gestirla in modo adeguato. A un livello più ampio, e forse più sensibile, dobbiamo imparare (anche qui, <em>socialmente</em>, in maniera diffusa) a gestire la dimensione pubblica e privata in uno strumento che tende a penalizzare il privato se usato senza accortezza. Dobbiamo educarci ad utilizzare un ambiente potente, che tende ad assomigliare al tavolino del bar ma che non è affatto il tavolino del bar. Dobbiamo cominciare a capire che il grillismo, il qualunquismo e il generico attacchismo fanno accessi e popolarità sul breve ma danneggiano tutti sul medio e sul lungo periodo. La rete, ce lo raccontano i processi che ci hanno portato qui (e non potrebbe essere altrimenti), premia chi sa costruire e dimentica in fretta chi sa solo criticare, distruggere o sparare a zero.</p>
<h5>Alimentare la spinta</h5>
<p>È un quadro difficile quello che ci vorrebbe per alimentare la spinta. Idilliaco, magari. Ma non c&#8217;è alternativa: la percezione che avremo di Internet assomiglierà sempre meno a questioni tecniche e a una comprensione della complessità. Mentre assomiglierà sempre più a una società e una cultura che si esprimono per quello che sono, attraverso uno strumento che lo consente. Da questo punto di vista, ancora una volta, avremo l&#8217;internet che ci meritiamo. Ma non è un passaggio da sottovalutare, almeno in Italia (paese che utilizza i network relativamente poco, ma sempre più di quanto li abbia assimilati culturalmente): l&#8217;idea della rete che si creerà in questo periodo più o meno lungo a venire sarà determinante nel ridurre o amplificare il ritardo italiano.</p>
<p>Una percezione positiva potrebbe facilmente spingere verso nuove adozioni, verso circoli virtuosi, leggi non vessatorie, maggiori aperture, maggiori investimenti. Al contrario, una percezione negativa potrebbe portare a limiti e strette che solo la creatività dell&#8217;attuale classe dirigente può immaginare. È un apparente paradosso, ma in Italia in questo momento il racconto che si fa di internet vale più di qualsiasi innovazione tecnica dentro internet. E partiamo ad handicap perchè l&#8217;esempio di comportamento peggiore, qui da noi, lo danno politici, giornali e televisione. Se la rissa sembrerà normale a tutti, internet sarà l&#8217;apoteosi della rissa. C&#8217;è poco da fare, ma quel poco dobbiamo provare a farlo noi, nel nostro piccolo. Perchè tanti piccoli esempi fanno cultura. E, certo, perchè gridare a internet come bene pubblico o &#8211; addirittura &#8211; come candidato al Nobel per la Pace non ci esime dal fare la nostra parte. Cosa che assomiglia un po&#8217; alla vecchia storia della bicicletta e della necessità di pedalare.</p>
<h5>Alla ricerca del contesto</h5>
<p>Al di là dello scenario generale, da cui però molto dipende, credo che i trend principali riguarderanno più l&#8217;impatto sull&#8217;esterno che non il web in sè (territorio ormai di rinnovamento più che di innovazione). Si amplificheranno i tentativi di riuscire a controllare il contesto oltre che il testo, come per esempio sta facendo Google con le news o con la ricerca <em>real-time</em>. Qualcuno annuncia già che se il web 2.0 era tutto social, <a href="http://www.newsfactor.com/story.xhtml?story_id=133004A4JFPS&amp;page=3">il web 3.0 sarà costruito sulla connessione tra testo e contesto</a>. Ma a mio parere è ancora troppo presto per avere qualche novità in grado di ridisegnare seriamente la topografia e le modalità di utilizzo della rete. Anche se, ovviamente, sarei felice di sbagliarmi.</p>
<p>Sicuramente in quest&#8217;anno appena entrato <a href="http://technology.timesonline.co.uk/tol/news/tech_and_web/article6973182.ece">aumenterà sensibilmente il peso del mobile</a>, che è una buona chiave strategica anche per la diffusione della cultura digitale. Uno degli effetti collaterali della diffusione di Facebook è stato l&#8217;accesso al social network facilitato anche su telefoni cellulari di fascia media e bassa. E se la diffusione dell&#8217;iPhone in molti mercati è intorno al 200% annuo, la concorrenza porterà a prezzi più accessibili e maggiore diffusione anche dei <em>device</em> di fascia più alta. Poi c&#8217;è il grande mistero del tablet di Apple, <a href="http://www.bookcafe.net/filtr/social.cfm?sezione=Tech&amp;ptt=2659&amp;location=http://tinyurl.com/y9h8p5p">incognita concettuale</a> su cui molti scommettono.</p>
<h5>L&#8217;industria culturale</h5>
<p>La transizione verso il digitale sta ridisegnando l&#8217;industria culturale. Se al cambiamento di paradigma nella musica siamo ormai abituati e se la crisi del giornalismo su carta non fa più notizia, questo sarà l&#8217;anno in cui ci abitueremo a un nuovo concetto per pensare i libri. Con tutti gli annessi e i connessi, incluso il cambiamento del ruolo dell&#8217;editore e di quello dell&#8217;autore (cos&#8217;è un libro oggi, esattamente?). Nel caso dei libri, in particolare, i lettori elettronici colmano un vuoto che il web aveva da sempre: la lettura e la diffusione dei testi lunghi. Questo potrebbe facilmente significare che &#8211; non essendoci nell&#8217;ebook vincoli di lunghezza minima &#8211; un testo troppo esteso per stare in una pagina web con scroll ragionevole finisca naturalmente per essere un ebook e magari avere un prezzo &#8211; anche minimo &#8211; e un canale di vendita. Non ci sono facili previsioni: il passaggio al digitale di prodotti dell&#8217;ingegno che erano tradizionalmente vincolati al loro supporto è una bella sfida, per nulla vicina alla conclusione e da seguire con attenzione.</p>
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		<title>L&#8217;inevitabile (e utile) distorsione dei media</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Oct 2009 07:01:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Boscarol</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[distorsione]]></category>
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		<description><![CDATA[Come valutare se i media distorcono lo spazio destinato a fatti ed eventi? E, se distorcono, è un bene o un male? Google Trends ci offre un utile strumento per un’analisi empirica]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quanto distorte sono le notizie, e dunque la rappresentazione del mondo nell’industria dell’informazione, rispetto ai fatti, ai fenomeni reali? È sempre difficile stabilirlo. Un esperimento interessante può essere fatto però proprio usando un servizio di Google, <a href="http://www.google.com/trends">Google Trends</a>. In questo servizio si possono comparare i volumi di ricerca sul noto motore di alcune parole chiave. Così si ha una chiara impressione di quali termini sono più popolari, più cercati, rispetto ad altri. Ma Google Trends fa anche qualcosa di più: offre un’immediata comparazione visiva con il volume dei medesimi termini nelle news catalogate dal sito. In sostanza, quanto gli stessi termini sono ripresi dai media.<span id="more-1041"></span></p>
<p>Il sistema è imperfetto: nelle news sono archiviate fonti molto disomogenee. Tuttavia alcune tendenze sono talmente marcate da essere chiare. Esemplificativo, ad esempio, il confronto di popolarità di alcuni fenomeni tecnologici recenti e meno recenti, come Second Life, Facebook e Twitter. Il mondo virtuale della Linden ha avuto una fiammata di popolarità tra il 2006 e il 2007, mentre Facebook, nato nel 2004, è letteralmente esploso nel 2007. Twitter ha avuto una vera esplosione solo quest’anno. Ma è sempre difficile farsi un’idea del peso relativo di queste tecnologie. Twitter è popolare quasi quanto Facebook? O come Second Life? Google Trends qualcosa ce lo rivela, come si vede dal grafico che produce.</p>
<p><a href="http://www.apogeonline.com/wp-content/uploads/2009/10/facebook-twitter.png"><img src="http://www.apogeonline.com/wp-content/uploads/2009/10/facebook-twitter.png" alt="facebook-twitter" width="450" /></a></p>
<p>Sebbene tutte le tecnologie siano molto chiacchierate, è evidente l’assoluto predominio, di diversi ordini di grandezza maggiore, di Facebook sugli altri. Non solo. L’esplosione nella popolarità di Facebook segue un andamento che ricorda più i fenomeni virali epocali (come la stessa emersione di internet), che una graduale crescita di popolarità riscontrabile presso vari fenomeni più o meno effimeri.</p>
<p>Confrontato all’esplosione di Facebook, si nota che né Second Life, né Twitter sono andati nemmeno lontanamente vicini a quel grado di popolarità. Questo non significa nulla sulla bontà dei diversi servizi, naturalmente: ma indica quanto “di massa” essi siano. E dunque, non solo Second Life pare un fenomeno di nicchia: lo pare pure Twitter, per ora. Diciamo per ora, perché in realtà Twitter è già più popolare di quanto non sia mai stato Second Life, e teoricamente ha ancora tutto il tempo di evolvere in un vero fenomeno di massa (relativamente agli utenti internet).</p>
<h5>Le news e la loro rappresentatività</h5>
<p>La comparazione della consistenza dei diversi fenomeni fra loro non è l’unica indicazione che ci offre Google Trends. Il servizio ci offre anche un modo approssimato ma interessante di valutare se questa consistenza reciproca è riprodotta con una certa fedeltà nelle news presenti sui media. Il grafico in basso, infatti, ci indica proprio il volume relativo di news riguardanti i diversi termini comparati. Da cui si deriva che no, le news distorcono, eccome, l’importanza relativa dei termini rispetto alla realtà. Dalle news emerge che, per esempio, durante il 2007 a momenti si è parlato più di Second Life (almeno sui media registrati da Google News, che sono all’origine di questo grafico), che di Facebook, sebbene i volumi di ricerca fossero indiscutibilmente sempre maggiori, in quel periodo, per Facebook. In sostanza, i media hanno sovrarappresentato in certi momenti Second Life rispetto a Facebook.</p>
<p>Ma ancor più evidente è il trattamento relativo di Facebook e Twitter in quest’anno. Sebbene le news su Facebook siano in crescita, sono cresciute più rapidamente, fino a superarle, quelle relative a Twitter. Con il risultato che si è parlato, nei mesi recenti, di Twitter più che di Facebook, nonostante la realtà delle ricerche dimostra che Facebook è quasi 300 volte più popolare di Twitter.</p>
<p>Che significano questi dati? Ha un senso discuterne? Con tutti i limiti metodologici del caso, ritengo che sì, abbia un senso discuterne, per alcune buone ragioni. Ci dicono anzitutto che i fenomeni reali spesso sono rappresentati in maniera distorta nei media: non solo in quelli tradizionali (di dimensioni più contenute), ma anche nei media di tipo informativo/giornalistico, inclusi alcuni blog e webzine online, registrati da Google News. I fenomeni sono spesso sovra o sotto rappresentati in questo ecosistema allargato dei media online, rispetto alla realtà. In parte questo dipende dalla capacità di fare pubbliche relazioni degli uffici stampa e del marketing dei diversi servizi commerciali. Dalla capacità di far parlar di sé prima o a prescindere dei fenomeni reali. Dall’altra vi è un obiettivo problema, nell’ecosistema dei media, a rappresentare in maniera realistica, non troppo distorta, i fenomeni. E il caso di Facebook ce ne dà un esempio.</p>
<p>Mentre, infatti, il volume delle ricerche dipende dall’attività degli utenti e non ha un tetto teorico, lo spazio disponibile sui media non è infinito, ed è comunque limitato. Rappresentare dunque in maniera non distorcente, all’interno di uno spazio limitato come quello dei media, fenomeni che hanno ordini di grandezza così differenti, porterebbe a un paradosso: per mantenere la rappresentatività, quasi tutto lo spazio, se non tutto, dovrebbe essere assorbito da Facebook. Con l’effetto di perdere varietà, pluralità di temi. Per mantenere la rappresentatività, dovremmo praticamente annullare ogni discorso che non sia dedicato al “campione” del momento. L’effetto sarebbe di annullare ogni spazio a fenomeni emergenti, perché non possono evidentemente competere con il campione.</p>
<p>Scegliendo invece di distorcere (ridurre lo spazio al fenomeno di punta, aumentarlo ai fenomeni di nicchia), il sistema dei media svolge un ruolo molteplice: rende visibili fenomeni che sono potenziali nuovi campioni, e offre una panoramica più ampia, anche se necessariamente distorta, di tendenze differenti, anche non comparabili fra loro oggi, ma che possono esserlo domani, e che comunque arricchiscono la rappresentazione del mondo e della realtà. In sostanza, anche a tentare di mantener la rappresentatività, si distorcerebbe togliendo spazio ai fenomeni minori!</p>
<p>Queste brevi e forse controintuitive osservazioni vanno tenute presenti ogni qual volta si criticano i media perché distorcono la realtà. Oppure ogni volta che si immagina debbano rappresentare semplicemente la realtà com’è. Dobbiamo infatti ricordarci:</p>
<ol>
<li> che non è possibile, perché lo spazio sui media è comunque ridotto, e dunque è necessario dividerlo fra le issue presenti nel bacino della “notiziabilità”;</li>
<li> che non è auspicabile, perché verrebbero occultate intere porzioni di realtà nascenti.</li>
</ol>
<h5>Gli abusi possibili</h5>
<p>Naturalmente, questo fenomeno ineliminabile apre ad abusi. Ad esempio, alcune testate potrebbero volutamente sovrarappresentare alcuni fenomeni minoritari, per dar loro uno spazio che non meritano o che non è giustificato da criteri giornalistici o di interesse pubblico, e ignorarne volutamente altri. Insomma, le distorsioni possono essere fatte con intenzioni diverse. In effetti è quello che succede in presenza di buoni uffici stampa aziendali, di marchette giornalistiche, di accordi sottobanco fra proprietà editoriali e, ad esempio, realtà industriali e politiche.</p>
<p>Il difetto principale del sistema dei media, dunque, non è che è distorsivo: essere distorsivo è nella sua natura, e questo garantisce che alcuni fenomeni molto popolari non vengano rappresentati in maniera esclusiva, a scapito di altri minoritari ma presenti. Il che garantisce pluralismo. Il difetto principale è che non è facile distinguere fra distorsioni in buona e cattiva fede. Non è cioè possibile sapere a priori se, ad esempio, alcune testate o alcuni singoli parlino un sacco di Twitter (come un tempo di Second Life) perché sinceramente attratti, perché lo ritengono interessante, o perché vi siano scambi di favori (uso Twitter come esempio in ipotesi). Si possono facilmente immaginare esempi meno innocenti di Twitter, Second Life e Facebook.</p>
<p>A livello delle singole testate, conoscere gli editori e gli interessi che hanno, oppure chi sono i principali inserzionisti, aiuta almeno a capire se le distorsioni possano essere correlate a quegli interessi (suggerimento: possono). Ma immaginare che il sistema dei media debba essere un fotografo fedele della realtà significa prendere un abbaglio: non solo non può, ma nemmeno dovrebbe. Dovremmo tenerlo presente, ad esempio, anche quando si discute di spazi elettorali: se si adotta un criterio proporzionale per i candidati in base ai consensi elettorali, con la pretesa che questi fotografino la realtà meglio, ad esempio, della par condicio, si sta implicitamente distorcendo a favore dei più grossi, con l’effetto di polarizzare. La cosiddetta par condicio, invece, distorce a favore di una maggior equità fra i partecipanti e di una maggior chance per tutti i soggetti di informare correttamente i cittadini (il vantaggio per i più grossi è comunque marcato, perché in precampagna elettorale hanno ottenuto già i maggiori spazi: questo compensa la perdita relativa di spazio in campagna elettorale). Ed è solo un esempio.</p>
<p>Discutere di queste implicazioni, anche a partire da un servizio semplice e impreciso come Google Trends, ci aiuta a capire il ruolo che l’ecosistema dei media ha non come fotografo della realtà, ma come mediatore. E come tale, doverosamente e inevitabilmente distorsivo. È sbagliato prendersela con i media: è necessario invece sviluppare senso critico per capire dove le distorsioni siano dovute ad interessi occulti o di parte, e dove invece siano compiute in favore di un diritto di tribuna, di un ruolo di evidenziatore di tendenze interessanti e utili, svolto in maniera disinteressata, con un occhio al bene comune. Che è quanto di meglio potremmo, anche ai tempi di internet, richiedere ai media.</p>
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		<title>«La trasparenza è la nuova obiettività»</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Oct 2009 08:43:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bernardo Parrella</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[community-founding reporting]]></category>
		<category><![CDATA[David Cohn]]></category>
		<category><![CDATA[David Weinberger]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[obiettività]]></category>
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		<description><![CDATA[Dietro a un titolo a nove colonne c'è un processo editoriale che il più delle volte non si sa e non si può conoscere. L'apertura di questo processo è un passaggio chiave nell'evoluzione dei modi di fare informazione]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tra i mille rivoli che oggi danno forma alle varietà di giornalismi possibili, «occorre rivelare ben più che il prodotto finito», <a href="http://bit.ly/hVXys">scrive  David Cohn</a>, co-fondatore di <a href="http://www.spot.us/">Spot.us</a>, esperimento di giornalismo collaborativo nella Bay Area di San Francisco. E paragonando il giornalismo agli scacchi, aggiunge, «se il contenuto è re e la collaborazione regina, la trasparenza è la scacchiera stessa». Una pratica resa ancor più inevitabile (imposta?) dall’intreccio continuo tra media tradizionali e digitali a cui pur volendo è impossibile sfuggire.<span id="more-992"></span></p>
<p>Dal raffinamento della notizia grezza alla  ricerca e verifica delle fonti, dalla stesura del pezzo (o altri supporti) alla sua continua revisione, un tale processo si rivela spesso tortuoso e complesso. Per non parlare delle email avanti e indietro, o delle loro angosciosa assenza, del setacciar via il rumore che infesta troppi spazi online, delle piste suggerite casualmente dai social media rivelatesi poi enormi perdite di tempo, e via di seguito nel turbinio della Rete. Ah, poi ci sono gli inevitabili impicci tecnici, visto che oggi giornalismo significa anche saper addomesticare piattaforme e strumenti elettronici, o quantomeno litigare con il webmastro o l’administrator di turno. E quand’anche si operi solo online o neppure strettamente nel contesto del giornalismo investigativo, capita comunque che si debba scendere in strada, seguire eventi e magari “postare” dal vivo, fare telefonate in giro e quant’altro a stretto contatto con la comune quotidianità. Ci si sporca eccome, a fare informazione e condividere conoscenza, finanche nell’era di Internet.</p>
<p>Eppure tutto ciò &#8211; che nelle redazioni sia online sia tradizionali di una certa portata è solo la punta dell’iceberg di un’attività caotica e frenetica, un giorno dopo l’altro &#8211; non viene mai lontanamente rivelato o immaginato dal grande (o piccolo) pubblico, ormai abituato a sorbirsi copertine luccicanti e titoloni spiccioli a scatola chiusa. Si preferisce il prodotto ben finito e impacchettato. Arraffato al volo, come una lattina di fagioli ribolliti al supermercato, senza leggerne gli ingredienti e verificarne l’effettivo valore nutritivo. E che dire della conversazione diffusa innescata poi dalla Rete? Gli strascichi di commenti e suggerimenti dei lettori a cui ogni giornalista degno di questo nome è chiamato a replicare. O le modalità con cui il pezzo viene ripreso e contestualizzato negli anfratti della blogosfera, con possibilità di ulteriori aggiustamenti diretti (risa o imprecazioni incluse).</p>
<p>Né vanno dimenticati gli annessi e connessi legati al processo del freelancing, pratica da sempre assai diffusa nel giornalismo anglosassone e ora in ascesa anche in Italia sull’onda dei tagli occupazionali e la spinta di Internet. Ce lo rammenta ancora David Cohn: «Oggi le comunicazioni tra editor e aspirante autore che includono la proposta di un articolo, le relative contro-proposte e gli aggiustamenti, i tempi di consegna e la stesura finale, sono assai più rapide ma avvengono comunque in una relazione uno-a-uno. Il pubblico non è mai cosciente di queste fasi. Né vede l’attesa angosciosa delle risposte, delle correzioni o dell’assegno finale».</p>
<p>Già, altro capitolo delicato rimane quello delle questioni finanziarie, del reperimento e della ripartizione del budget che oramai interessa ogni sorta di <em>publishing venue</em>. In tal senso, lo stesso Spot.us sta provando a buttar giù un’altra barriera: sono i contributi (generalmente piccoli) dei singoli cittadini a finanziare specifici articoli o inchieste, con monitoraggio e intervento pubblico di ogni ulteriore passaggio editoriale e finanziario dell’operazione. In breve, quel che viene definito <a href="http://spot.us/news_items">community-funding reporting</a>.</p>
<p>Al tutto va poi aggiunta una riflessione di ordine più generale, sintetizzata recentemente da <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/David_Weinberger">David Weinberger</a>: «La trasparenza è la nuova obiettività; nell’odierna ecologia della conoscenza va rimpiazzando parte del vecchio ruolo svolto dall’obiettività». Secondo il noto autore e osservatore della Rete, quel che una volta prendevamo a scatola chiusa come obiettività per l’autorevolezza e il curriculum di un autore, oggi viene messa alla prova dalla citazione di fonti e riferimenti, dalle revisioni dell’opera, dai commenti altrui – elementi che tutti noi possiamo, anzi siamo chiamati a, verificare direttamente e in tempo reale. La trasparenza prospera e si moltiplica in un medium (Internet) fatto di correlazioni continue, laddove invece nel cartaceo o in radio-Tv era l’oggettività pre-confezionata a farla da padrone. «All’estremo limite della conoscenza — nell’analisi e nella contestualizzazione che oggi i giornalisti ci dicono essere il loro valore concreto — noi vogliamo, necessitiamo, possiamo avere e pretendiamo trasparenza», <a href="http://www.hyperorg.com/blogger/2009/07/19/transparency-is-the-new-objectivity/">conclude David Weinberger</a>.</p>
<p>Non trattandosi di tematiche nuove per chi segue questo spazio, qualcuno saprà sicuramente suggerire altre istanze di trasparenza giornalistica (basta usare lo spazio sottostante dei commenti, grazie!). Come pure vanno citate valide obiezioni alla sua attuazione assoluta all&#8217;interno della deontologia odierna: l’energia e il tempo per occuparsene in un mestiere spesso frenetico, le noiose fasi di editing, riscrittura, verifica di un pezzo/media che pare inutile dettagliare al pubblico. Scenari spesso complicati anziché facilitati dall’ubiquità della Rete, come evidenziato sopra. Ma resta il fatto che il giornalismo è un processo e non un prodotto, un verbo e non un sostantivo. E nell’era della partecipazione diffusa anche il mestiere “sporco” del giornalista non può non farsi sempre più visibile, verificabile, trasparente. Pena l’ulteriore distacco dalla gente, e dal loro portafoglio.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Il futuro dei giornali? Va cercato altrove</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Sep 2009 07:00:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Boscarol</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria digitale]]></category>
		<category><![CDATA[accountability journalism]]></category>
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		<category><![CDATA[iTunes]]></category>
		<category><![CDATA[pubblicità]]></category>
		<category><![CDATA[Rupert Murdoch]]></category>

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		<description><![CDATA[Il giornalismo è un bene pubblico terribilmente costoso, per il quale stanno venendo meno tutte le storiche fonti di finanziamento. Una crisi inevitabile, dice Clay Shirky, la cui alternativa potrebbe non arrivare in tempo utile]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sul futuro dei giornali e soprattutto del loro modello di business, così evidentemente in crisi anche grazie alla gratuità delle notizie online, si stanno interrogando in molti. Fra i più acuti da sempre c’è Clay Shirky, docente e consulente americano che già a marzo scorso ci aveva segnalato che <a href="http://www.shirky.com/weblog/2009/03/newspapers-and-thinking-the-unthinkable/">il modello di business dei giornali non regge</a>, e che non si sa che cosa può venir dopo. In un <a href="http://www.niemanlab.org/2009/09/clay-shirky-let-a-thousand-flowers-bloom-to-replace-newspapers-dont-build-a-paywall-around-a-public-good/">recente intervento</a> Shirky riprende e amplia il discorso con considerazioni interessanti, che da noi si sentono fare poco spesso. Il succo del suo intervento è che non tutto il giornalismo è uguale, non tutte le notizie hanno lo stesso valore e che i modelli di business per notizie di tipo diverso possono essere diversi.<span id="more-962"></span></p>
<p>Il giornalismo di maggior valore per la società è il cosiddetto “accountability journalism”, ovvero il giornalismo d’inchiesta che offre alla comunità informazioni che consentono loro di giudicare le figure pubbliche (in parole povere). E cita ad esempio l’<a href="http://www.boston.com/globe/spotlight/abuse/stories/010602_geoghan.htm">inchiesta del Boston Globe</a> sulle accuse di pedofilia  a padre John Geoghan, che hanno costretto la Chiesa cattolica a occuparsi pesantemente del caso fino a scusarsi con le vittime, rendendo impossibile un insabbiamento o un accomodamento delle notizie. Non è difficile immaginare altri casi in cui i giornali compiano inchieste e pubblichino notizie di elevato valore pubblico, proprio perché danno ai cittadini modo di valutare l’operato di amministratori, controllori, figure con responsabilità pubbliche.</p>
<p>Forse in Italia non abbiamo una tradizione di “accountability journalism” così forte e indipendente: anche per una questione di limitato pluralismo delle proprietà, spesso le inchieste assumono colori politici a senso unico, nel senso che pochi si aspettano che giornali di centrodestra pubblichino inchieste su figure pubbliche di centrodestra, e giornali di centrosinistra su quelle di centrosinistra. In un paese dove il giornalismo sia di utilità sociale, queste distinzioni non ci dovrebbero essere: un giornale non dovrebbe porsi il problema di chi è colui di cui sta pubblicando le notizie.</p>
<h5>Un bene pubblico</h5>
<p>Se questo tipo di giornalismo è quello che produce il massimo beneficio per la società, esso è a tutti gli effetti un bene pubblico. Il guaio è che costa: a volte uno o due autori devono essere impiegati per mesi per condurre le inchieste, per produrre forse un’inchiesta o forse nulla. Solo imprese economicamente fiorenti possono permettersi un tale investimento. Da qui tutti i pianti sulla crisi dei giornali, che, vedendo erodere i propri profitti, non sarebbero in grado di mantenere la qualità delle proprie inchieste. Qualità che molti osservano in realtà smentita dai fatti: come detto sopra, le inchieste in Italia sono a senso unico, contro l’avversario politico, e spesso addirittura montate ad arte. Il che rende l’argomento dei giornali retorico per molti utenti e blogger.</p>
<p>Il cattivo stato del nostro giornalismo (a pochi giorni dalla manifestazione per la libertà di stampa) è dovuto però più al limitato mercato italiano e al conseguente scarso pluralismo, che spinge il giornalismo a cercare protezioni. Non elimina il valore di quelle inchieste che, talvolta, vengono comunque fatte e dunque non inficia il ragionamento di Shirky, che parte dalla situazione americana. Quel che Shirky dice con chiarezza è: attenzione, che questo modo di intendere i giornali è un’anomalia della storia. I giornali hanno potuto fare giornalismo d’inchiesta per un paio di secoli, ma solo perché godevano di una posizione di rendita indebita, acquisita per ragioni contingenti, soprattutto negli Stati Uniti, e che ora le rivoluzioni sociali e tecnologiche stanno spazzando via.</p>
<h5>Tre condizioni</h5>
<p>In particolare, dice Shirky, tre condizioni sono storicamente determinanti per la capacità del giornalismo di far inchiesta:</p>
<ol>
<li> Un relativo monopolio pubblicitario. Dalla nascita della “pennypress” fino ai grandi network commerciali, gli inserzionisti non avevano molta altra scelta che comprare pubblicità sui prodotti giornalistici per reclamizzare i propri prodotti e arrivare ad una diffusione ampia. Il ventesimo secolo, con la nascita di strategie di comunicazione complesse e la moltiplicazione di canali e piattaforme, ha reso via via questa esclusività meno importante. Ora esistono molti modi in cui un inserzionista può comunicare con il suo mercato. Internet, addirittura, ha reso evidente che non è detto che debba fare pubblicità. Può direttamente aprire un sito, finanziare un’iniziativa focalizzata sul prodotto. Era vero anche prima di internet, come coloro che si occupano di strategia e pubbliche relazioni sanno. Ma, per capirci, ora la rivoluzione è giuta al culmine: i giornali non sono più in posizione di monopolio. E dunque non c’è motivo per cui la pubblicità continui a pagare il giornalismo. Ragioni etiche? Ma il business, dice Shirky, non finanzia qualcosa per ragioni etiche. Lo fa solo se gli conviene. E ora non conviene più come prima. Certo, la pubblicità non sparirà dai giornali. Ma non si tornerà più alla redditività di un tempo.</li>
<li>Oltre a pagare troppo, gli inserzionisti finora sono stati anche poco e mal serviti. Qui Shirky affronta due argomenti distinti: il primo, è che se un giornale è forte, è indipendente dall’inserzionista. Cioè può scrivere male di lui anche se l’inserzionista compra un sacco di pubblicità. Il che è un primo tipo di “servizio insoddisfacente” per l’inserzionista. L’obiezione è assai poco rilevante in Italia, dove l’inserzionista ha un potere enorme rispetto alla proprietà dei giornali, di solito, e può incidere direttamente sui contenuti giornalistici.  Il secondo argomento è che può non aver senso comprare spazi specialistici su giornali generalisti: se voglio vendere una bici perché devo mettere inserzioni su un quotidiano che mi parla del tempo e del governo, anziché andare dove si vendono le bici? Anche questo argomento vale più negli Stati Uniti. In particolare perché vi era un forte mercato di inserzioni a pagamento di compravendita diretta fra privati (come i nostri la Bancarella, Portaportese, ecc.), che erano una forte fonte di sostentamento soprattutto per i giornali locali. Fonte che si è via via assotigliata con la nascita di servizi online come <a href="http://www.google.it/url?sa=t&amp;source=web&amp;ct=res&amp;cd=1&amp;url=http%3A%2F%2Fwww.craigslist.org%2F&amp;ei=-VrCSpLzKsyN4gb1ksCLCA&amp;usg=AFQjCNEp2aTKc9xoSTeJxQjMIe-ZG_M-HA&amp;sig2=wN0237fYWWVJ1H0pJwqMxA">Craiglist</a>. In generale però è vero anche in Italia che si può sempre più far pubblicità altrove, rispetto ai giornali. La pubblicità stessa può diventare medium. Da sola.</li>
<li>Il terzo cambiamento storico riguarda una debolezza intrinseca del prodotto giornalistico: la sua incoerenza. Perché mai uno dovrebbe essere interessato a leggere notizie diversissime su un giornale? Magari è interessato solo ad alcuni argomenti e non ad altri. Il giornale per sua natura è una piattaforma incoerente. Mette le parole crociate vicino alle notizie sul tempo e alla politica estera. La gente ha ora la possibilità di andare alla fonte o di riaggregare le notizie sulla base dei propri interessi. Dunque un prodotto così ha fatto il suo tempo.</li>
</ol>
<p>Queste tre caratteristiche dei giornali &#8211; troppo cari per gli inserzionisti, poco efficaci e incoerenti &#8211; sono debolezze che potevano resistere solo perché non c’era niente di meglio. Ora i media digitali modificano tutto questo, e dunque anche se i giornali tagliano i costi, non si rallenterà la caduta: è il tipo di prodotto a essere inadeguato. I giornali non hanno però solo difetti. Hanno anche pregi: ad esempio, quelli di propagare le notizie. Una notizia pubblicata su un giornale distribuito capillarmente in una certa comunità ha un impatto maggiore, gira, viene ripreso e rimediato, diventa patrimonio comune. La propagabilità della notizia crea valore per la notizia. Ma solo per quelle di interesse comune, dice Shirky. Ad esempio, la notizia degli scandali sessuali era già comparsa su giornali di minor peso, eppure solo quando è stata pubblicata sul Boston Globe, è riuscita a propagarsi e a mettere pressione sulla Chiesa. Ecco perché l’idea di rendere a pagamento le notizie online, rilanciata anche recentemente da Rupert Murdoch, è controproducente: certe notizie acquistano valore proprio perché circolano, soprattutto quelle di utilità pubblica come le inchieste. Mettere un pedaggio sulla loro circolazione significa distruggerne il valore pubblico.</p>
<p>Diverso è il caso delle notizie settoriali, come quelle economiche (non a caso le uniche per cui finora la gente è disposta a pagare, anche online: i casi del Financial Times e del Wall Street Journal su tutti; ma valgano anche i casi di banche dati specialistiche in vari ambiti, da quello legale a quello scientifico). In particolare dati di quotazioni, banche dati storiche ecc. Il valore, per queste notizie, risiede proprio nella loro esclusività. Nel fatto che bisogna pagare per accedervi. Questo porta a dei vantaggi a una piccola comunità che su questo fonda il proprio lavoro. Non è un modello applicabile alle notizie comuni, non a quelle di pubblica utilità.</p>
<h5>Alternative</h5>
<p>Shirky nota che la rapida diffusione delle notizie, ieri garantita solo dai giornali, oggi è possibile anche direttamente con i media elettronici (campagne di mail di segnalazione, video virali ecc.). Certo, quello che i giornali, soprattutto quelli grandi, possono mettere in campo è la loro autorevolezza. Il marchio, che spinge a considerare con una luce diversa quello che pubblicano. Non è infatti detto che spariscano. Ma il modello di business che consente di produrre giornalismo d’inchiesta o di pubblica utilità viene comunque messo in crisi. Quali alternative, per il giornalismo di pubblica utilità? Questo tipo di informazione può essere prodotta sostanzialmente in tre modi:</p>
<ol>
<li>sul mercato</li>
<li> con il sostegno di finanziamenti pubblici</li>
<li> per produzione sociale.</li>
</ol>
<p>Internet facilita enormemente la produzione in gran numero di campi, ma in particolare quelli non afferenti al mercato. Internet in effetti limita un gran numero di modelli di business, e crea le condizioni per potenziare la produzione basata sul servizio pubblico e sulla collaborazione sociale.</p>
<p>Dunque, ci troviamo di fronte a una rivoluzione. Non dobbiamo rimpiazzare i giornali. La natura del capitalismo, secondo Shirky, è di premiare i prodotti che hanno successo e di far sparire quelli che non ce l’hanno. Dobbiamo però trovare altri modi per produrre le medesime informazioni di beneficio pubblico che finora erano state prodotte dai giornali. È chiaro che questo non accadrà rapidamente. Anzi: Shirky si iscrive chiaramente nel partito dei realisti/pessimisti. O comunque si distacca con forza dagli utopisti e dai tecno-ottimisti: la distruzione del modello di business dei giornali sarà più rapida dell’emersione delle alternative. Perciò potremmo trovarci in una fase di involuzione in cui i benefici pubblici di un certo tipo di giornalismo – quello che serve alla convivenza civile e alla democrazia – non ci saranno. Quindi potremmo trovarci di fronte ad un’involuzione democratica.</p>
<p>Invece di spendere tempo a salvare i giornali, dovremmo investire energie nella sperimentazione di nuovi modi di produzione (che coinvolgano il sostegno pubblico o la produzione sociale) di informazioni socialmente utili. Solo da queste sperimentazioni, nasceranno i nuovi modi per la produzione dell’equivalente del “giornalismo d’inchiesta”. Ma nessuno sa quanto potrebbe volerci.</p>
<h5>Se la piattaforma paga il contenuto</h5>
<p>Tutto questo discorso, di rara chiarezza, arriva in Italia – dove la situazione è diversa, e dunque tempi e modi del declino potrebbero essere diversi &#8211; proprio mentre si inizia a discutere <a href="http://www.camilloblog.it/archivio/2009/09/25/le-ragioni-di-de-benedetti-sul-web/">su un input di Carlo De Benedetti</a>, editore del gruppo Repubblica-L’espresso. L’idea è di finanziare la fruizione gratuita delle notizie online con una parte dei ricavi della connettività alla rete da parte dei gestori telefonici.</p>
<p>Quest’idea non è nuova. È solo sempre stata accantonata, perché non suonava realistico chiedere ai fornitori di connettività di stornare parte dei propri ricavi per destinarli ai produttori di contenuti online. Se ora si torna a parlare di questa ipotesi senza scandalizzarsi è forse segno che ci si è resi conto che le alternative (micropagamenti, modello iTunes ecc.) sono del tutto irrealistiche. La proposta si fonda su un assunto: dalla nascita della rete a oggi, non sono i produttori di contenuti ad aver guadagnato, come si immaginava fin dal 1996, anno dell’articolo di Bill Gates “Content is King”, ma i fornitori di connettività. E con guadagni consistenti. Sarebbe del tutto legittimo stimare quanta parte di questi guadagni dipenda dai contenuti messi liberamente online. E riconoscere agli autori una parte. Il modello non è diverso da quello delle piattaforme satellitari: si paga l’accesso a un mondo di contenuti al gestore tecnico, il quale storna ad alcuni canali parte dei ricavi, per i contenuti.</p>
<p>I problemi rimangono molti. Bisognerebbe evitare che i ricavi andassero solo ai grandi gruppi, anzitutto, escludendo i contenuti generati dagli utenti, dai non professionisti o dai non appartenenti a gruppi mediatici. Bisognerebbe poi bilanciare la prevedibile prevalenza dei contenuti d’intrattenimento su quelli socialmente più utili. Inoltre, come molti hanno notato, è facilmente intuibile come una simile proposta finirebbe per spingere i fornitori di connettività a ricaricare sul costo dell’abbonamento il ricavo da stornare. Dunque alla fine pagheremmo sempre noi.</p>
<p>Ma non è forse proprio un modo per “socializzare la produzione” di contenuti utili? Certo, le contraddizioni sono dietro l’angolo. Ma il giornalismo di pubblica utilità sembra messo talmente male che forse vale la pena di pensarci.</p>
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		<title>I blog, il web sociale e il filtro delle cozze</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Jul 2009 14:10:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Sofi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Venti minuti in podcast tra ritagli di carta e bit, in compagnia di un ospite. Oggi con Maximiliano Bianchi, aka Strelnik, bit worker e uno dei primi blogger italiani (dal 2001). Con lui parliamo di blogosfera e social network, e della collaborazione in rete che filtrano le notizie più diverse come le cozze l'acqua sporca]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.apogeonline.com/wp-content/uploads/2009/07/039_newqdc_10072009.mp3">Download audio file (039_newqdc_10072009.mp3)</a></p>
<p>Dai blog ai social network: il web &#8220;abitato&#8221; è cambiato molto negli ultimi anni. Sono cambiati gli strumenti di pubblicazione, i luoghi di discussione, le persone che via via hanno scoperto questi luoghi e questi strumenti e li hanno piegati ai propri bisogni (narrativi, giornalistici, culturali, identitari, ecc).  Qualcosa si è perso, qualcosa si è guadagnato in questo passaggio da un web dominato dai blog a quello attuale, che sembra modellarsi intorno ai social network di nuovissima generazione, e di questo parliamo con Maximiliano Bianchi, noto in rete come <a title="Diario di un bit-worker" href="http://www.strelnik.it/blog/">Strelnik</a>, web designer, bit worker e blogger dal 2001.<span id="more-685"></span> «<em>A novembre del 2001 eravamo in Italia una ventina a scrivere in rete attraverso un blog. E ovviamente ci leggevamo più o meno tutti vicendevolmente: una delle cose che può sembrare strana o pleonastica oggi, e che subito mi colpì della prima blogosfera, che chi scriveva un blog leggeva anche gli altri blog, e li riprendeva spesso nei propri post citandoli. C&#8217;era – mi pare adesso – una propensione maggiore al link all&#8217;esterno, a citare gli altri di più e con più piacere. Il link era una specie di omaggio, ad un contenuto o ad uno stile che si scopriva: una sorta di sorpresa continua verso ciò che si trovava in giro che poi è in parte diventata, vista dall&#8217;esterno, un&#8217;accusa di autoreferenzialità della blogosfera stessa</em>».</p>
<h5>Collaborazione e aggregazione</h5>
<p>La vita sul web non è una vita solitaria, o passiva: «<em>La vera natura del web è secondo me una natura collaborativa, di condivisione di un obiettivo e di un fine preciso verso cui lavorare insieme a più teste e più mani, per esempio anche aggregando varie fonti e contenuti. Condivisione e collaborazione vuol dire anche competizione, nel senso originario: &#8220;cum petere&#8221;, chiedere insieme, avere lo stesso obiettivo. Fare le cose insieme è la cosa che a me piace di più, un rovesciamento copernicano rispetto ad altri contesti tradizionali. Due teste pensano meglio di una, come si diceva una volta e dovrebbe dirsi anche oggi e a maggior ragione. E anche se non c&#8217;è un immediato o concreto risultato economico a breve: l&#8217;essere umano non è un uomo economico, ha bisogno anche di altro</em>». E le cose cambiano solo relativamente con l&#8217;avvento del web sociale: «<em>Molto si è fatto con e attraverso i blog, e molto può essere ancora fatto con i social network: non c&#8217;è una vera differenza in tal senso. Indie content producers never die, chi vuole produrre contenuti, chi fa i contenuti, indipendentemente da tutto e da tutti, dagli strumenti o dal contesto tecnologico esterno, non morirà mai, troverà sempre la strada verso gli altri, verso chi è interessato a quel contenuto. Il web finora ha sempre trovato il modo di piegare gli strumenti ai bisogni di chi li usava e arrivare alle persone: per esempio il caso degli &#8220;hashtag&#8221;, i tag &#8220;sociali&#8221; che su Twitter e altri social network servono a trovare e riaggregare i contenuti prodotti dagli utenti</em>».</p>
<h5>News dal basso, filtrare le notizie</h5>
<p>In alcuni casi tragici e terribili, i semplici cittadini, testimoni oculari dei fatti, sono anche quelli che possono raccontare prima di tutti gli altri quello che accade grazie a cellulari sempre connessi, fotocamere e videocamere digitali. E&#8217; il cosiddetto &#8220;citizen journalism&#8221; che negli ultimi tempi è molto alimentato (da una parte complicato, dall&#8217;altra facilitato) dai social network e del web 2.0 evoluto. Nelle scorse settimane ne abbiamo parlato con alcuni protagonisti ed esperti, da <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/06/18/liran-e-il-web-che-cambia-il-mondo">Giuseppe Tempestini</a> a <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/06/25/liran-twitter-e-i-mille-occhi-dei-nuovi-media">Luca Alagna</a> (aka Ezekiel): entrambi intorno alla protesta in parte analogica e in parte digitale in Iran. E successivamente, intorno alla tragedia di Livorno e del racconto che ne è stato fatto sul web con <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/07/03/viareggio-i-cittadini-e-lurgenza-di-comunicare">Alberto Macaluso</a>. Anche Maximiliano collabora con alcuni di questi progetti, che ora si sono aggregati, da varie room di friendfeed, in un tumblr che ne garantisce una fruizione cronologia e &#8220;taggata&#8221;: <a title="INews | tumblr | i fatti raccontati attraverso i social media" href="http://inews.tumblr.com/">iNews</a>, i fatti raccontati attraverso i social media: «<em>Chris Anderson dice che è possibile che nel futuro il direttore di un giornale sarà una specie di community manager, che filtra le notizie prodotte da altri. Il giornalismo rimarrà anche la pratica di chi consuma le suole e batte le strade alla ricerca della notizia; ma sarà sempre più la capacità di filtrare il mare magnum delle notizie provenienti da tutti, protagonisti compresi e dargli un senso. Come sta accadendo con le room su friendfeed o con altri esperimenti di aggregazione di notizie dal basso intorno alle proteste Iran, o in Honduras o in altre parti del mondo, più o meno carenti quanto a libertà di informazione. E&#8217; un po&#8217; il ruolo della cozza, che filtra l&#8217;acqua più o meno sporca e la rende più o meno pulita e bevibile. Chi fa questa opera di filtraggio fa un&#8217;opera di depurazione delle notizie che arrivano, che spesso sui social media sono confuse, oppure dei falsi volutamente diffusi per controinformazione: è un&#8217;opera meritoria, spesso complicata ma sempre più necessaria</em>».</p>
<p><strong><br />
Articoli segnalati e risorse:</strong></p>
<p>- <a title="Diario di un bit-worker" href="http://www.strelnik.it/blog/">Strelnik blog</a> (il blog di Maximiliano &#8220;Strelnik&#8221; Bianchi, diario di un bitworker)<br />
- <a title="Blob of the Blogs | qualcuno prima o poi l'avrebbe fatto" href="http://www.strelnik.it/blog/blogblob/">Blob of the Blogs</a> (uno dei primi proto-aggregatori della blogosfera); <a title="Il classico di Collodi massacrato e rivisto" href="http://www.strelnik.it/pinokkio/">Pinokkio Bloody Binary Story</a> (riscrittura collettiva della fiaba di Collodi ad opera di 37 autori venuti dal web)<br />
- <a title="I fatti raccontati attraverso i social media | gruppo su friendfeed" href="http://friendfeed.com/news-dal-basso">News dal basso</a> (il gruppo su Friendfeed fondato da <a title="stilografico | il blog di Luca Alagna" href="http://www.stilografico.com/">Ezekiel</a>); <a title="INews | tumblr | i fatti raccontati attraverso i social media" href="http://inews.tumblr.com/">iNews</a> (i fatti raccontati attraverso i social media, tumblr)<br />
- <a title="Finimondo | Adinolfi intervista Eugenio Scalfari" href="http://www.redtv.it/video/1288">l&#8217;intervista</a> in cui Eugenio Scalfari parla di <em>Andreotti e di frutti di mare</em></p>
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		<title>Viareggio, i cittadini e l&#8217;urgenza di comunicare</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Jul 2009 09:43:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Sofi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Quinta di copertina]]></category>
		<category><![CDATA[cellulare]]></category>
		<category><![CDATA[citizen journalism]]></category>
		<category><![CDATA[Copy left]]></category>
		<category><![CDATA[Corriere della Sera]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
		<category><![CDATA[ferrovia]]></category>
		<category><![CDATA[FriendFeed]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[La Repubblica]]></category>
		<category><![CDATA[podcast]]></category>
		<category><![CDATA[Reuters]]></category>
		<category><![CDATA[shozu]]></category>
		<category><![CDATA[smartphone]]></category>
		<category><![CDATA[stazione]]></category>
		<category><![CDATA[telefonia]]></category>
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		<category><![CDATA[you tube]]></category>

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		<description><![CDATA[Venti minuti in podcast tra ritagli di carta e bit, in compagnia di un ospite. Oggi con Alberto Macaluso, progettista web che la notte della tragedia ferroviaria di Viareggio ha curato un aggiornamento costante dei fatti sui social network. Con lui parliamo dei pregi e difetti del cosiddetto citizen journalism]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.apogeonline.com/wp-content/uploads/2009/07/038_newqdc_01072009.mp3">Download audio file (038_newqdc_01072009.mp3)</a></p>
<p>I nuovi media sono spesso come il medico presente in sala prima che arrivi l’ambulanza, che si trovano ad affrontare situazioni di emergenza senza volerlo e senza che sia previsto o atteso. In alcuni casi tragici e terribili – come l’esplosione che ha squassato vite umane e palazzi a Viareggio – i semplici cittadini, testimoni oculari dei fatti, sono anche quelli che possono raccontare prima di tutti gli altri quello che accade grazie a cellulari sempre connessi, fotocamere e videocamere digitali. Un racconto che si espande nel web sociale e che sempre più trova plurimi contatti e cortocircuiti con i media tradizionali – che da una parte temono quella che alcuni ancora considerano concorrenza illegittima dall&#8217;altra si nutrono di queste produzioni &#8220;dal basso&#8221;, contenuti informativi amatoriali nella fattura ma vividi e emozionanti per punto di vista e forza testimoniale. Nelle scorse settimane abbiamo parlato anche di questo, prima con <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/06/18/liran-e-il-web-che-cambia-il-mondo">Giuseppe Tempestini</a> e <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/06/25/liran-twitter-e-i-mille-occhi-dei-nuovi-media">Luca Alagna</a>: entrambi intorno alla protesta in parte analogica e in parte digitale in Iran. Oggi parliamo della tragedia di Livorno e del racconto che ne è stato fatto sul web con <a href="http://rabenblog.eraben.com/">Alberto Macaluso</a>, giovane progettista web che abita a 300 metri dalla stazione e che quella notte e i giorni successivi ha raccontato e aggiornato su quello che vedeva e succedeva. <span id="more-677"></span>«<em>Io stavo in giardino a circa 300 metri dall&#8217;esplosione, stavo facendo una cena con gli amici, e guardavo il cielo: il cielo ha nettamente cambiato colore e subito dopo sono comparse in alto una serie di lingue di fuoco. In quel momento le ho pensate tutte: una caldaia, una bombola di gas del palazzo di fronte. Tutti correvano verso il mare, io sono andato dall&#8217;altra parte, cercando di capire se qualcuno aveva bisogno di aiuto: sono arrivato vicino alla ferrovia con macchina fotografica (sono un appassionato e la porto sempre con me) e cellulare e ho iniziato a scattare foto, non so nemmeno bene perché – ormai ero lì e mi è sembrato naturale aggiornare i miei contatti su quello che vedevo. E via via che mi chiamavano nella notte, io li rimandavo a twitter o friendfeed o facebook, era anche un modo per comunicare con loro, che erano molto preoccupati, in una volta sola</em>».</p>
<h5>Cellulare e citizen journalism</h5>
<p>I primi aggiornamenti (testo, foto e video) sono stati fatti via cellulare: «<em>Tranne le foto in alta risoluzione, tutto è stato fatto via cellulare (e non era nemmeno un cellulare di ultimissima generazione, peraltro con problemi alla batteria: ho passato parte del tempo a cercare un modo per caricare la batteria). Ho usato <a href="http://www.shozu.com/portal/index.do">Shozu</a> per aggiornare simultaneamente i vari social network. La qualità era scarsa, ma ho pensato che la qualità l&#8217;avrebbero avuta dai media tradizionali poche ore dopo, lì per lì ho pensato che fosse più utile aggiornare sulle notizie il più velocemente possibile, senza stare a pensare troppo alla qualità del prodotto</em>». Sul citizen journalism, Alberto dice: «<em>Chi fa il mestiere del giornalista è giusto che lo continui a fare. Noi non dobbiamo fare i giornalisti, noi siamo dei citizen appunto, dei cittadini qualunque, che se si trovano in un&#8217;occasione in cui possono fare informazione è giusto che la facciano. Poi ci sono sempre più punti di contatto tra i due mondi, anche se non sempre ci si comporta in maniera corretta: quella sera mi ha chiamato la Reuters dalla Germania, mi hanno chiesto le foto e mi hanno offerto le foto, io ho risposto loro che le foto erano in copy left e che non volevo dei soldi, volevo che quella informazione girasse e che quelle foto venissero viste. Al contrario ho notato che sia Repubblica.it che Corriere.it hanno pubblicato alcuni miei video senza mettere nemmeno un riferimento. Questo mi è molto dispiaciuto. Se vi è una filosofia dietro il citizen journalism, così come anche il copy left, è giusto che anche loro ne seguano le regole: usino questa risorsa, senza abusarne</em>».</p>
<p>Articoli segnalati e risorse:</p>
<ul>
<li>il <a href="http://rabenblog.eraben.com/">blog &#8220;ufficiale&#8221;</a> di Alberto Macaluso</a></li>
<li>Canali social: l&#8217;aggregazione su <a href="http://friendfeed.com/raben">Friendfeed</a>,<br />
 il suo canale twitter <a href="http://twitter.com/rabendeviaregia">@raben</a> e su <a href="http://rabendeviaregia.tumblr.com/">tumblr</a></li>
<li>Multimedia: il profilo di raben <a href="http://www.flickr.com/photos/39486454%40N00/">su flickr</a>, video su <a href="http://www.youtube.com/profile?user=rabendeviaregia">You Tube</a></li>
<p></Ul></p>
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		</item>
		<item>
		<title>«Al racconto della rete ora servono eresie»</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/05/07/eretici-digitali</link>
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		<pubDate>Thu, 07 May 2009 08:07:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Maistrello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria digitale]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Sicurezza]]></category>
		<category><![CDATA[Altavista]]></category>
		<category><![CDATA[Apple]]></category>
		<category><![CDATA[Creative Commons]]></category>
		<category><![CDATA[E-government]]></category>
		<category><![CDATA[Eretici digitali]]></category>
		<category><![CDATA[establishment]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Google]]></category>
		<category><![CDATA[habeas data]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Russo]]></category>
		<category><![CDATA[New York Times]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[regole]]></category>
		<category><![CDATA[social network]]></category>
		<category><![CDATA[The Guardian]]></category>
		<category><![CDATA[Usa Today]]></category>
		<category><![CDATA[Vittorio Zambardino]]></category>

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		<description><![CDATA[Due giornalisti storicamente a cavallo tra industria tradizionale dell'informazione e rete lanciano una conversazione per ripensare la transizione digitale. Un manifesto in dieci tesi che diventerà un libro. Intervista a Massimo Russo e Vittorio Zambardino]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questa è la storia di un libro che parla di eresie e tradimenti. Il libro in realtà non esiste ancora, ma nascerà da una conversazione. La conversazione parte da un blog appena inaugurato, <a href="http://www.ereticidigitali.it/">Eretici digitali</a>, e da un <a href="http://www.ereticidigitali.it/wp-content/uploads/2009/05/eretici_digitali_def.pdf">manifesto a tesi</a>. Il manifesto a tesi racchiude il pensiero di due giornalisti, <a href="http://massimorusso.blog.kataweb.it/">Massimo Russo</a> e <a href="http://vittoriozambardino.repubblica.it/">Vittorio Zambardino</a>, che da quindici anni si sporcano le mani con la rete e con la transizione del giornalismo verso la rete. Non è tuttavia un manifesto sul giornalismo, quanto meno non solo: parla dei media in crisi, della rete in pericolo, di una politica ignorante e ossessionata, di diritti ancora da affermare, di nuove rendite di potere e dei limiti della retorica dell’innovazione. Propone di dare vita a un nuovo racconto dei media, adeguato al passaggio decisivo che rete, giornalismo e politica stanno vivendo. Eretici digitali, aggiungo per trasparenza, è un progetto che la casa editrice Apogeo ha deciso di supportare in tutte le sue fasi, dal blog al libro (che sarà pubblicato con licenza <a href="http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/">Creative Commons</a>). Apogeonline ha il piacere di presentarlo oggi per la prima volta, facendo parlare chi l’ha ideato e lo condurrà.<span id="more-599"></span></p>
<p><strong>Massimo, Vittorio, avete scelto parole drammatiche per introdurre le vostre provocazioni: eresia, tradimento, rottura. Perché vi definite eretici digitali?</strong><br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Massimo Russo:</strong> In questo momento è come se ci fossero alcune rette parallele che non si incontrano mai. Ognuno va per la sua strada e se così continuerà a essere, si avvereranno le peggiori profezie a cui noi facciamo riferimento nel nostro manifesto. Da una parte c’è un <em>establishment</em> dell’informazione che fa grande fatica a capire che deve cambiare registro, strumenti e metodo nel fare il suo lavoro. Dall’altra c’è difficoltà da parte di chi invece è nativo della rete nel comprendere i conflitti e i rapporti di potere che si stanno formando dentro la rete, con rendite di posizione nuove e già molto forti. Sullo sfondo di tutto questo c’è la politica, che non capisce o fa finta di non capire, e che quando interviene sui temi della rete o dell’informazione lo fa in modo censorio e comunque poco tutelante della pluralità e delle libertà. Sopra tutti questi livelli ci sono le piattaforme, ovvero i nuovi mediatori del potere economico in rete. Se tutte queste parallele continuano a non intersecarsi è difficile produrre cambiamento. Il loro incontro, secondo noi, è possibile ed è possibile soltanto attraverso l’eresia.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Il vostro progetto prende spunto dalla crisi che attraversa il giornalismo. Non ne fate però una questione di carta o di contratti, ma di evoluzione antropologica: si è rotto un rapporto di fiducia, è stata ritirata una delega a informare. Sarebbe potuta andare diversamente? I media potevano arrivare al 2009 in posizione di guida nella transizione digitale e nell&#8217;<em>empowerment</em> dei lettori/cittadini della rete?</strong><br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Vittorio Zambardino:</strong> Ci sono tre ambiti da tenere distinti: gli editori, il giornale come insieme di pratiche industriali e redazionali, e il giornalismo. Anche dove gli editori e l’industria dei giornali sono stati motivati a guidare il processo, e penso ad alcuni giornali americani come il New York Times o Usa Today e a giornali europei come il Guardian o come alcuni giornali scandinavi, comunque si è fallito. Dico fallito assumendo come criterio di misura l’essere sfuggiti alla crisi. Parlo della crisi preesistente a quella dei derivati e di Fanny Mae, quella che attanaglia le aziende giornalistiche, la vendita dei giornali e il mercato pubblicitario dei giornali da almeno cinque anni. Poi, al di là di alcune isole virtuose, c’è il problema della passività della comunità professionale rispetto a questa crisi. Stiamo parlando dell’Italia, ma è altrettanto vero nel mondo anglosassone: la comunità professionale ha vissuto l’avvento del digitale come un pericolo, come una minaccia. È un problema che avvertiamo in modo particolare, perché noi ci siamo sporcati le mani, abbiamo vissuto le bolle, abbiamo sempre scelto di stare in cucina, abbiamo tentato la strada della digitalizzazione del media tradizionale e della creazione di nuove forme e contenuti; crediamo insomma di aver capito come funziona questo campo. Il rischio che noi vediamo è che la crisi e il digitale facciano maturare nuove forme di comunicazione e informazione, travolgendo però la funzione della vigilanza democratica propria del giornalismo.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>MR:</strong> Non è solo questione di avere qualcuno a Bagdad o a Kabul, stiamo parlando della capacità di raccontare gli intrecci del potere economico, di saper interpretare un bilancio, di fare domande e tentare di avere delle risposte in virtù della necessità di ricostruire il senso. Se mi guardo in giro vedo, in Italia ancor meno che altrove, tentativi dal basso di fare informazione che non riescono ad arrivare a compimento. C’è ovviamente una questione di industria, di imprese, di editori, ma io la sento soprattutto come una questione di tipo professionale, rispetto alla quale siamo ancora molto lontani dal veder fiorire qualcosa di nuovo.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Riprendo allora la domanda da un’altra angolazione. Forse se giornali e televisione avessero affrontato per tempo i temi della transizione, raccontando ai propri lettori e telespettatori una rete che non fosse soltanto finanza, cronaca nera e gossip, oggi molti più lettori, molti più giornalisti, molti più politici sarebbero in grado di comprendere ciò che sta avvenendo. Lo dico anche e soprattutto in virtù di presenze significative come le vostre nelle redazioni dei maggiori giornali. Come mai è stato ed è ancora così difficile far entrare questi temi nel racconto mainstream?</strong><br />
<strong></strong></p>
<p><strong>MR:</strong> La rete è stata percepita a lungo come <em>altro</em>. Per molto tempo si è negato a questa transizione e a tutto ciò che ci girava intorno la dignità di cultura. Poi, anche quando è stata riconosciuta come tale, è stata percepita comunque come uno spazio altro, una <em>second life</em>. Invece è completamente e pienamente <em>first life</em>: questo passaggio manca ancora al nostro mestiere, così come l’appropriarsi di tutto ciò che questa first life potenziata oggi consente.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>VZ:</strong> È il nocciolo del tema che ci siamo dati. Peraltro noi falliremo il nostro scopo se il libro sarà definito solo “un altro libro sulla crisi del giornalismo”. In effetti l’avevamo pensato così, poi ci siamo resi conto che sarebbe stato un errore. Perché la frattura non è soltanto tra tra il mondo dei giornali e la cultura digitale, è tutta la società che conta, quella che dirige, l’<em>establishment</em> ad aver operato la grande rimozione. Da questo punto di osservazione tutto è illuminato, tutto va al suo posto: i giornali che conoscono solo la categoria dell’allarme, del moralismo, dello “strano ma vero”; la politica che oscilla tra il <em>laissez-faire</em> e il normare come se fosse carta; gli psicologi, la Chiesa… È l’establishment, è la società che non ha voluto riconoscere la crescita di questa alterità. Allora il tentativo che noi stiamo facendo è di descrivere insieme questi processi di rifiuto sociale del digitale.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Non siete teneri nemmeno con i cittadini della rete, mi pare.</strong><br />
<strong></strong></p>
<p><strong>VZ:</strong> Il popolo della rete non ha saputo fare il salto verso una cultura, uso una parolaccia, <em>egemone</em>. Se leggo i blog americani sento che sto leggendo la voce dei vincitori, gente che nella propria società ha determinato l’elezione del nuovo presidente. Da noi, invece, siamo ancora degli sconfitti, dei residuali. Noi questo processo virtuoso che per conto proprio giunge a crescita e maturazione e produce innovazione nella società non lo vediamo, vediamo solo una strada tremendamente accidentata. Nel momento in cui passano i fatidici dieci anni dall’uscita dell’innovazione, si impongono forme di business lontane dall’ideale prateria dove l’erba e la terra e l’acqua erano di tutti. Oggi la terra, l’acqua e l’erba sono di alcuni: di Google, di Facebook, dei grandi aggregatori di conoscenza.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>MR:</strong> C’è una specificità tutta italiana in questo. Se tu vedi il panorama della blogosfera americana, tu hai molto spesso l’impressione di trovarti di fronte a un dibattito che nelle nicchie di pertinenza è molto elevato. Puoi non essere d’accordo, ma di qualsiasi cosa si parli hai comunque la percezione di un dibattito elevato da parte di persone che stanno portando valore nelle rispettive nicchie. Questo, leggendo i blog italiani, capita molto molto di rado. Più spesso trovi semplicemente ecolalia dei media tradizionali, ciangottio allo sciocchezzaio dell’agenda setting decisa dai media mainstream in quel giorno. Non è, questo, lo spreco di una grande occasione per portare in primo piano, anche nell’agenda dei media, questioni che solitamente non vengono trattate o vengono trattate soltanto da angolazioni scontate?<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>L’altro nodo cruciale che emerge nella vostra provocazione è il ruolo delle piattaforme, che definite non neutre, non neutrali. Potete spiegarmi meglio questo passaggio?</strong><br />
<strong></strong></p>
<p><strong>MR:</strong> Tu pensi che oggi sarebbe facile per un motore di ricerca riprodurre lo stesso tipo di innovazione che ha prodotto Google? Pensi che sarebbe possibile per le telecom e gli operatori di connettività entrare nell’arena e produrre innovazione? È possibile per chi fa produzione culturale avere pieno accesso e piena visibilità senza in qualche modo dover fare i conti con gli operatori fissi e mobili, che si trattengono una parte sempre più ampia di ricavi potenziali oppure che decidono in maniera del tutto insindacabile e a volte opinabile se puoi accedere o no alle loro piattaforme? Perché Apple deve decidere che cosa può o non può andare sul mio iPhone? Perché una volta che io ho consegnato i miei dati a Facebook o a un qualsiasi social network ho una vita difficilissima a scaricarli, riprenderli, capire quale uso ne è stato fatto? Queste secondo me sono domande centrali, che bisognerebbe che ci cominciassimo a fare. Laddove c’è una forte asimmetria di potere si rischia di rendere vane le potenzialità della transizione.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Nel 1995, quando Altavista era il miglior motore di ricerca al mondo, ci immaginavamo forse Google e la sua ascesa strepitosa? Allo stesso modo non potrebbero arrivare domani, nonostante le posizioni dominanti consolidate, pratiche che ancora non immaginiamo e che stravolgerebbero non le regole del mercato ma il mercato stesso? È davvero così drammatico il potere delle piattaforme in questo momento?</strong><br />
<strong></strong></p>
<p><strong>MR:</strong> Secondo me sì, perché c’è stato un salto di qualità. La superiorità di Google non sta più sull’algoritmo e sulla straordinaria capacità di mettere in connessione server farm e potenza di calcolo, ovvero i due fattori all’origine del decollo del motore di ricerca. Google è riuscita, così come stanno riuscendo altri nelle rispettive aree, a consolidare questa superiorità iniziale di prodotto con una superiorità economica in aree da cui è molto più difficile essere scalzati: la metà di tutti gli annunci economici che oggi passano attraverso la rete è intermediata da Google. Inoltre il divario rispetto a ogni possibile concorrente si allarga ogni giorno: Google è stata la prima azienda a capitalizzare il lavoro degli utenti sul proprio prodotto; ogni ricerca fornisce informazioni di navigazione, informazioni sulle preferenze, informazioni sulla conoscenza umana. Google è il primo vero strumento semantico. Per questo si permette di lanciare iniziative come la <em>speech recognition</em>, che non rientreranno assolutamente negli investimenti, ma che servono per immagazzinare il linguaggio umano. A meno di interventi di altro tipo, tipo antitrust, difficilmente altri operatori avranno la possibilità di avere la stessa carica dirompente.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>VZ:</strong> Sia chiaro che tutto il nostro discorso non avviene sulla base di una reazione neoluddista. Nasce invece da una passione sfrenata e da straordinaria ammirazione.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Quello che è successo nei giorni scorsi a Vittorio su Facebook &#8211; la <a href="http://zambardino.blogautore.repubblica.it/2009/05/04/oggi-denuncio-facebook/">sospensione immotivata</a> del profilo e la <a href="http://zambardino.blogautore.repubblica.it/2009/05/06/risposte-sul-caso-facebook-ovvero-in-rete-non-esiste-la-liberta/">battaglia di principio</a> che ne è conseguita &#8211; è un buon esempio della vostra tesi sull&#8217;<em>habeas data</em> (l&#8217;habeas corpus esteso alle informazioni personali). Evidentemente la tesi è stata scritta prima di questo episodio, tuttavia ne è una dimostrazione lampante.</strong><br />
<strong></strong></p>
<p><strong>VZ:</strong> L’aspetto più interessante di questa vicenda è che ho avuto molti commenti: una buona metà di questi erano ostili. L’argomento principale usato contro le mie posizioni è che se entri in un sistema e ne sottoscrivi i termini d’uso, il padrone fa quello che vuole. Siamo consapevoli dell’abisso antropologico e di civiltà che c’è in questa posizione? Sto parlando di cose vecchie e non digitali, come la politica, la civiltà, la Costituzione, la libertà di espressione. Ce le dobbiamo portare dietro queste cose o no? Quell’episodio mi ha interrotto il piacere della comunicazione con le persone. Tornare su Facebook mi dà la stessa sensazione di quando i figli sono cresciuti e tu passi davanti al luna park dicendoti: come ho potuto passare qui tante domeniche della mia vita? Però l’hai fatto. La mia battaglia culturale certamente continua.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>MR:</strong> Dovremmo pensare a un codice condiviso da far sottoscrivere ai provider e agli operatori. Non misure cogenti, ma scelte volontarie, una carta dei diritti digitali all’interno della quale si dica che il cittadino ha il diritto di sapere in qualsiasi momento che cosa viene fatto dei propri dati, come fare a esportarli, ritirarli, riprendersi il valore che lui stesso ha portato ai social network. Se l’adesione dei provider, dei fornitori di connettività, dei social network, dei motori di ricerca avviene su base spontanea, altrettanto spontanea è poi la possibilità per gli utenti di decidere se va loro bene utilizzare chi aderisce a un set di regole condivise, chi riconosce questi diritti minimi di base, oppure se a proprio rischio e pericolo desiderano avventurarsi in zone che non li riconoscono. È un rapporto adulto, ognuno fa le proprie scelte. L’aspetto insopportabile in questo momento è l’asimmetria tra chi detiene tutta la conoscenza e chi è totalmente al buio.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Ora che avete presentato il manifesto e aperto il blog, come intendete proseguire? </strong></p>
<p><strong>MR:</strong> L’idea su cui si basa tutta l’iniziativa è far nascere una conversazione attorno a questi argomenti, prima ancora che nasca il libro. Il libro è un pretesto per riportare al centro questa discussione. Abbiamo intenzione di usare tutta la strumentazione metodologica della conversazione digitale: in qualsiasi manifestazione il libro sarà disponibile e riproducibile secondo licenze Creative Commons. Vogliamo rendere il pesce pienamente compatibile con l’acquario di cui parla, nella speranza di trovare altri pesci che vogliano partecipare a questa conversazione.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>VZ:</strong> Siamo poi intenzionati a destinare ogni eventuale utile che deriverà dal libro a un’iniziativa di sviluppo del giornalismo e della cultura digitale in Italia. Non abbiamo ancora deciso forma e destinatari, potrebbe essere una borsa di studio per studenti, ma questa è la direzione che seguiremo.<br />
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<p><strong>Onestamente, che cosa vi aspettate da questa esperienza?</strong><br />
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<p><strong>VZ:</strong> Vorremmo contribuire a un cambiamento del discorso, portare la conversazione su un terreno sul quale ancora non è arrivata, con spirito sereno. Non dobbiamo regolare conti in sospeso: Massimo non ce l’ha con nessuno, io i miei me li tolgo cammin facendo quando mi pare. Il libro è uno sforzo in positivo: dopo aver lavorato tanto negli ultimi quindici anni, un racconto che parta dal <em>been there done that</em> è già una buona cosa.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>MR:</strong> Io mi aspetto molto, anche se temo che alla fine si finisca per accostarsi a questi argomenti secondo paradigmi prefissati. Noi in qualche modo siamo in una terra di nessuno, lo diciamo nella parte dedicata all’<a href="http://www.ereticidigitali.it/about/">io narrante</a>: la nostra corporazione non ci riconosce più; la rete tende a espungere il conflitto e qualsiasi ragionamento sul senso, nel migliore ci dice che siamo dinosauri morenti. La nostra speranza è che si possa fare come una volta nei saloon, lasciare le pistole fuori ed entrare disposti a discutere e a mettersi in gioco. La grande eresia che noi chiediamo è proprio questa: mettersi in gioco.</p>
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