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	<title>Apogeonline &#187; giornali online</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>Il lettore che sto diventando</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2011/07/05/il-lettore-che-sto-diventando</link>
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		<pubDate>Tue, 05 Jul 2011 06:30:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Maistrello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria digitale]]></category>
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		<description><![CDATA[L'informazione passa attraverso la rete da un tempo sufficiente a notare i primi cambiamenti di paradigma e intravedere nuovi legami di senso. Un percorso personale tra aggregazioni e destrutturazione della tradizione]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>All&#8217;inizio pensavo fosse solo un mio momento di affaticamento oppure  una congiuntura poco felice delle mie testate di riferimento. Dopo  almeno un anno di disagio manifesto e crescente, prendo atto che forse  sta irrimediabilmente cambiando il mio rapporto con l&#8217;informazione. Non  provo più il piacere irrinunciabile di sfogliare un quotidiano, resto  del tutto insensibile al fascino dei settimanali, lascio incellophanati i  mensili a cui sono abbonato, non accendo quasi più la televisione. Sono  sentimenti per me inediti: sono cresciuto col giornale in casa tutti i  giorni, ho passato buona parte della vita guardando due edizioni al  giorno di almeno tre telegiornali diversi, osservo con curiosità fin da  molto giovane il modo in cui prende forma sulla carta o nell&#8217;etere il  racconto dell&#8217;attualità. Oggi tutto questo non mi gratifica più,  talvolta mi dà la sensazione di perdere tempo, molto spesso mi  infastidisce. Perché? Mi sono interrogato a lungo, ho scansato con cura i  luoghi comuni sulla qualità del giornalismo italiano nell&#8217;ultimo  decennio (c&#8217;entrano, ma non sono il punto) e sono andato in cerca di  indizi. Provo a condividerli, anche per la curiosità di capire se è  qualcosa di più di una suggestione personale.<span id="more-6127"></span></p>
<h5>Immerso nel flusso</h5>
<p>Amo dire che «vivo e lavoro in rete» da oltre quindici anni.  Nell&#8217;ultimo decennio in particolare, ovvero da quando la nostra umanità e  socialità ha cominciato a espandersi in modo significativo sul web  attraverso blog e social network, il numero di persone e di idee con cui  entro in contatto quotidianamente è cresciuto in modo esponenziale. Mi  aggiorno in tempo reale grazie a servizi di informazione online, ma  soprattutto attraverso le aggregazioni delle mie fonti preferite, professionali e amatoriali. Quando  manco uno spunto che potrebbe essermi utile, il più delle volte  l&#8217;informazione rientra nel flusso attraverso le condivisioni dei miei  contatti su Facebook e Twitter. <em>Flusso</em> è il concetto chiave. Vivo  immerso e sono parte di un flusso che scorre ininterrotto, portando con  sé in giro per la rete notizie, esperienze, idee, contatti, emozioni.  Quando intercetto qualcosa che mi interessa in modo particolare inizio  ad andare in profondità: parto dal pretesto che mi ha incuriosito e risalgo la  corrente fino alla fonte che ha dato origine a quel concetto o allargo  il cerchio fino a farmi un&#8217;idea soddisfacente dell&#8217;argomento o della  vicenda.</p>
<p>Il flusso non è un tritatutto unidimensionale, al contrario contiene in sé &#8211; grazie ai link, ai <em>like</em>,  alle innumerevoli forme in cui in rete si generano relazioni tra  persone e contenuti &#8211; tutti gli appigli per muoversi, ciascuno  contemporaneamente, in grande libertà nel tempo e nello spazio. Ai miei  studenti spiego che internet è un sistema operativo: ecco, io uso questo  sistema operativo per decodificare la complessità secondo i miei  bisogni contingenti. Uso internet per informarmi meglio, quando mi  serve, per quello che mi serve. Uso internet per vivere meglio e avere  le risposte che cerco nel momento in cui le cerco. Uso internet per  lavorare in modo più efficace e dare spessore agli argomenti di cui sono  chiamato a interessarmi. Tutto ciò contribuisce a fare di me un lettore  per certi versi di frontiera nelle pratiche ed evidentemente sempre più  frustrato da quanto non si plasma in tempo reale sulle sue esigenze e  necessità. Non parlo solo di giornali: detesto anche i menu al  ristorante, quando mi obbligano a chiedere chiarimenti a un cameriere  distratto.</p>
<h5>Raccontami, non raccontarmela</h5>
<p>La  prima risposta alle domande da cui sono partito, dunque, è scontata e  ancora superficiale: internet è più comoda, più potente, più presente e  più personalizzabile. Quando leggo un giornale soffro la superficialità  di un articolo che si ferma a troppi passi da quello che intravedo come  il nocciolo della questione e mi abbandona a me stesso dopo l&#8217;ultima  parola. Quando leggo un periodico constato una ricorrente difficoltà a  rientrare nel target al quale la redazione fa riferimento per  massimizzare le entrate pubblicitarie e le vendite. Quando guardo la  televisione unisco le due sensazioni e tendo a moltiplicarle. Ma c&#8217;è di  più, secondo me. Per esempio, mi scopro intollerante alla <em>messa in scena</em> delle notizie: l&#8217;impaginazione eclatante, la presentazione che gronda  retorica, la semplificazione eccessiva e talvolta irrispettosa  dell&#8217;intelligenza del lettore.</p>
<p>Per loro costituzione, i mezzi di  comunicazione di massa dispensano conoscenza da un palcoscenico: ci sono  gli attori e c&#8217;è il pubblico. Per sua costituzione, internet abbatte  quel palcoscenico, lasciando che i ruoli semplicemente si definiscano  spontaneamente in base ai contesti. Quello che vale dentro internet non  deve valere necessariamente per carta e etere, ma è inevitabile che col  tempo le abitudini e le sensibilità di un numero crescente di persone ne  escano ridisegnate. Tutto ciò che ricalca la supremazia del  palcoscenico sui contenuti stessi &#8211; e spesso le gabbie, i progetti  grafici, le scenografie più recenti sembrano esasperare questo concetto,  quasi in forma di estrema difesa &#8211; finisce progressivamente per  apparire stonato, artificiale, autoreferenziale, distante dalla realtà.  Vorrei la notizia, l&#8217;idea, il commento, senza troppi giri di parole,  senza immagini inutili, senza le calcificazioni ideologiche, di contesto  e di stile che oggi caratterizzano molti giornalisti e molti progetti  editoriali di successo.</p>
<h5>Unità di senso</h5>
<p>Non ne faccio affatto una questione di lunghezza. Considero un falso  mito della rete la necessità di produrre testi asciutti, brevi,  addirittura scomposti in più pagine se superano un taglio gestibile a  colpo d&#8217;occhio. L&#8217;esperienza maturata negli ultimi cinque anni proprio qui  su <em>Apogeonline</em>, che certo non si nega d&#8217;esser rivista di nicchia, mi  racconta il contrario: la lunghezza è per definizione <em>q.b.</em>,  quanto basta, sta poi a chi scrive sostenere col proprio stile e col  giusto equilibrio di sintesi e dettaglio l&#8217;attenzione e il giudizio  del lettore. L&#8217;<em>articolo</em> torna a essere strumento di una relazione  tra chi legge e chi scrive, non il mero prodotto finito di progetto  editoriale. Il fatto è che una porzione consistente delle variabili che  nel sistema tradizionale sono stati riserva del giornalista e delle  redazioni finiscono in modo naturale e quasi trasparente nella  disponibilità di chi usufruisce di contenuti attraverso la rete: la  gerarchizzazione delle notizie, lo spazio e il livello di  approfondimento destinati a ogni argomento dipendono dalle scelte di  ciascun lettore, che può passare indifferentemente da un articolo a un  altro, da un sito all&#8217;altro, avendo a cuore non certo il target, non  certo la testata, non certo il piano editoriale, ma soltanto le sue  esigenze contingenti e la sua curiosità.</p>
<p>Il lettore in rete non  cerca la messa in scena del contenuto, cerca il contenuto e lo cerca  all&#8217;altezza, altrimenti va altrove. Io, come lettore, mi sto abituando a  scomporre la complessità in unità di senso, servendomi di ogni fonte  disponibile. Cerco l&#8217;articolo prima che il giornale, il post prima che  il blog, il messaggio di stato prima che il social network. Il processo  di accesso all&#8217;informazione è capovolto e procede per ricombinazioni  personali e non preventivabili all&#8217;origine. Non sto affatto insinuando  che il giornale, la trasmissione, il palinsesto nel loro passaggio alla  rete vengano superati, quanto piuttosto che diventano strumenti  abilitanti al servizio dei contenuti. I nostri siti gravitano ancora  concettualmente sulla home page, mentre l&#8217;esperienza del web  contemporaneo ci sta dicendo che il baricentro si è spostato  progressivamente nelle pagine interne e dunque, per come sono fatti gran parte dei siti più recenti, sulle unità di contenuto che quel sito ha da offrire alla rete. Non si spiegherebbe altrimenti perché, esempio tra i più efficaci di una tendenza consolidata nei siti di news statunitensi, <a href="http://www.cnn.com/">CNN</a> avrebbe ridotto la propria pagina principale a un anonimo elenco di link e spostato ogni cura all&#8217;interno delle ricchissime pagine interne.</p>
<h5>Desemplificare i fatti</h5>
<p>Io  come lettore compio, insomma, una costante e consapevole opera di  desemplificazione, laddove il ruolo dei giornali è stato fin qui  soprattutto quello di semplificare e rendere accessibili questioni  complesse. Ho più che mai bisogno dell&#8217;esperienza e della capacità  divulgativa altrui, ma sono io a scegliere chi, quando e come. È il  motivo per cui, anche tra i giornali online, scelgo soprattutto quelli  che per vocazione si cimentano soltanto in questioni in cui sono in  grado di fornire un consistente valore aggiunto, seminando il web di  unità di contenuto di qualità, o quelli che per contro svolgono la meritoria  funzione di ricostruzione del contesto nelle vicende più complicate,  fornendo utili appigli per la selezione delle fonti più degne di  interesse. Salvo da questo processo di disgregazione delle testate e dei contenitori il  libro, a prescindere dalla sua progressiva (e irrilevante, da questo  punto di vista) digitalizzazione in ebook, perché lo riconosco nella  maggior parte dei casi compatibile con la ricerca di unità di contenuto  sulle quali basare i miei percorsi di approfondimento personale.</p>
<p>Infine,  sono un lettore alla disperata ricerca di fatti, di dati di fatto, di  verità oggettive e sopra le parti. Ho la necessità di capire e di  verificare, di giudicare potendo osservare il mondo intorno a me  soltanto dopo aver appoggiato entrambi i piedi su un terreno consistente.  Per questo mi sento tradito più volte al giorno da chi lo dovrebbe fare  per me (insieme a me) e invece continua a ragionare più facilmente per <em>battute</em>, <em>cartelle</em>, <em>pagine</em> che per <em>peso specifico</em> di un articolo. Questo rende la necessità del fai-da-te o della  ricombinazione personale dei testi e delle fonti più che mai necessaria e urgente,  almeno quanto urgente è affrancare il filtro comunitario dei social  media dalle emozioni e dalle urla di parte. Sono tutti processi  complicati, che richiedono tempo e fatica, ma che avverto  irrimediabilmente avviati, benché lontani da un approdo certo e  rassicurante. So di non essere più il lettore di prima, non so ancora  quale lettore sarò. Ma avverto la responsabilità di vivere in modo  più che mai consapevole questo percorso.</p>
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		<title>Pay per content: e se si mettessero d&#8217;accordo?</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2010/01/29/pay-per-content-e-se-si-mettessero-daccordo</link>
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		<pubDate>Fri, 29 Jan 2010 08:26:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Venturini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria digitale]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[giornali online]]></category>
		<category><![CDATA[pay per content]]></category>

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		<description><![CDATA[Pensateci un attimo: tutti gli editori si mettono d'accordo improvvisamente per costringerci a pagare i contenuti online. Che cosa succederebbe? Immaginiamo uno scenario]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi si fa una fatica maledetta a far pagare il contenuto, perché la gente si ribella e va dal tuo concorrente che lo dà gratis. La crisi sembra proprio voler finire con molta calma, i budget pubblicitari vanno via dai media tradizionali. La comunicazione online costa meno di quella sui media tradizionali, quindi si tagliano i budget. E si fa fatica. Visto che giornali e riviste gridano al massacro, al rischio chiusura &#8211; e in effetti molte testate hanno chiuso &#8211; se fosse vero che la situazione è seria e bisogna avere coraggio&#8230; che cosa c&#8217;è di meglio di un bel &#8220;<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Cartello">cartello</a>&#8220;?<span id="more-2008"></span></p>
<h5>Ipotesi</h5>
<p>Facciamo della fantascienza e immaginiamo che tutti e 5-6 i principali quotidiani di un paese si mettano d&#8217;accordo per introdurre contemporaneamente il pay per content. Supponiamo si facciano &#8220;togliere da Google&#8221;. E che si blindino al free anche agenzie di stampa e affini. Molta irritazione, levate di scudi ma poi? La nostra quotidiana dose di notizie da dove la prendiamo? Una mossa coordinata, un colpo di mano informativo. È nei loro diritti: se anche &#8220;<a href="http://www.rogerclarke.com/II/IWtbF.html">information wants to be free</a>&#8220;, un&#8217;azienda è padrona di non regalare il proprio prodotto al pubblico. Probabilmente sopravviverebbe la <em>free press</em>: pratica, ma non propro un capolavoro in termini quantitativi e qualitativi dell&#8217;informazione. Resterebbero probabilmente gratuiti i giornali fortemente ideologizzati, sostenuti da affiliati al movimento o da partiti. Non me lo vedo chi si è letto il Corrierone fino a ieri che, per non spendere, passa a leggere il <em>Foglio del Tupamaro</em> o <em>L&#8217;eco dell&#8217;ascia bipenne</em>.</p>
<p>Una mossa non certo senza rischi, quella del cartello: tutti da capire gli effetti sulla circolazione, quanto si cuberebbe di abbonamenti e vendite, tenendo anche conto che scenderebbe la raccolta pubblicitaria. Molti utenti lascerebbero il sito e non comprerebbero le notizie, riducendo il bacino del giornale e quindi le opportunità per gli inserzionisti. Pensare di svuotare internet per riportare vendite verso carta e tv sarebbe una mossa tremendamente antistorica, ma farebbe contenta tutta una serie di attori del mercato: in America gli editori si sono visti recapitare delle autorevoli raccomandazioni in questo senso dall&#8217;American Press Institute (ricordate? Ne avevamo <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/06/10/i-giornali-americani-pensano-al-basta-free">parlato</a> a giugno).</p>
<h5>Non solo di citizen</h5>
<p><a href="http://www.emarketer.com/blog/index.php/york-times-paywall-era-paid-content/">New York Times</a> e Wall Street Journal: abbiamo capito che strada hanno preso. Su piattaforme mobili come l&#8217;iPhone e in futuro il nuovo iPad, il pay per content è già <a href="http://robertoventurini.blogspot.com/2009/10/lapp-iphone-di-gq-pagamento.html">una realtà</a>. Novità sono probabilmente in arrivo anche al di sotto delle Alpi. È ora di iniziare a prepararsi almeno psicologicamente? Esistono alternative? Il citizen journalism è una gran bella cosa, ma temo sia sostanzialmente complementare alle fonti di informazioni &#8220;classiche&#8221; (e so che su questo rischio di attirarmi strali e polemiche: va bene, parliamone). Blog e iniziative dal basso, pure.</p>
<p>Ma guardando la situzione dal lato dell&#8217;&#8221;utente medio&#8221;, mi vien da dire che il ruolo di un giornale, on o offline che sia, è anche quello di raccogliere in modo orizzontale tutta una serie di notizie su tutta una serie di campi. Un lavoro complesso e costoso. Raccogliere le informazioni sul campo, di prima mano è impegnativo, poche testate in fondo hanno ancora gli inviati, uno stesso giornalista copre magari parecchie testate di parecchi paesi diversi. Dove non arriva il giornalista sul posto si ricorre alle agenzie di stampa che fanno il lavoro in outsourcing. Si raccoglie tutto, si impacchetta e si pubblica. Lavorando ventre a terra perché ci sono le chiusure, bisogna essere sul pezzo, dare la notizia prima degli altri.</p>
<p>Un modello del genere è proponibile in una logica free/volontaristica alla Wikipedia? Applicato giorno dopo giorno, per settimane, mesi, anni? Chiedendo un grande impegno, fatica, rapidità, qualità a un buon numero di persone. Retribuendola probabilmente poco o nulla, visto che la pubblicità, almeno per un certo tempo, non arriverebbe. Non me lo vedo, insomma, mettere su un giornale online, accollarsi costi seri, promettere alla gente che forse un giorno sarà pagata ma oggi no e comunque deve dare il massimo full time.</p>
<h5>Alternative</h5>
<p>L&#8217;alternativa è il raccogliere contributi di giornalisti virtuali vari ed eventuali. Un giorno io ho una notizia perché l&#8217;ho afferrata di prima mano. Domani si spera che la porti a casa un altro. Ma sarà interessante? Ci sarà qualità? Ci sarà &#8211; tema discusso alla nausea &#8211; affidabilità? Chi coordina? Chi controlla? A parte noi impallinati pronti a girare 10, 20 siti al giorno, a esaminare cento flussi Rss per farci un panorama stereoscopico della realtà, l&#8217;utente medio, abituato ai suoi bei quotidiani che oggi legge in Rete, come reagirà? Assisteremo a una nuova versione della pirateria? Dopo musica, film, tv, software, ci scaricheremo domani l&#8217;ultima edizione piratata de Il Giornale? (Non ridete: su torrent si trovano già i file del Fatto  Quotidiano).</p>
<p>Un bel cartello, una mossa in blocco verso il pay per content. Fino a ieri hai sbafato gratis al ristorante. Adesso paghi, oppure te ne vai a casa e vedi se tu e i tuoi amici riuscite a cucinare altrettanto bene. Io alle mie paranoie in fondo non ci credo. Ma se fossi un editore giuro che ci avrei guardato molto bene, dentro a questa idea.</p>
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		<title>L&#8217;evoluzione del giornalismo</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/02/10/levoluzione-del-giornalismo</link>
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		<pubDate>Tue, 10 Feb 2009 15:03:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Granieri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cala la domanda di mercato, cambia la tecnologia, cambia il pubblico: l'industria delle produzione e della distribuzione delle notizie attraversa un momento di evoluzione drammatico, da un lato sospinto dalla crisi economica e dall'altro rallentato dall'incertezza riguardo ai nuovi modelli commerciali]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In queste settimane di celebrazioni darwiniane si parla molto di evoluzione. Ma la metafora biologica è spesso utile per descrivere situazioni complesse, perchè rende molto intuitive alcune relazioni tra le parti di un sistema e permette di individuare le mutazioni nei rapporti tra le diverse componenti. Io la trovo molto utile per farmi uno schema di quella che comunemente chiamiamo &#8220;la crisi dei giornali&#8221; e che, in realtà, è un &#8220;momento di evoluzione&#8221; di tutto il giornalismo, da cui non sarà esente nemmeno il giornalismo televisivo nè qualsiasi altra forma di informazione professionale. Negli ultimi decenni non c&#8217;erano stati cambiamenti molto rilevanti, perchè (in termini evoluzionistici) si era raggiunto un buon grado di adattamento e si lavorava e viveva in un ambiente stabile. Ma, per citare Gould (e la sua <a href="http://www.anobii.com/books/Lequilibrio_punteggiato/9788875781026/01893514c8126d3849/">teoria dell&#8217;equilibrio punteggiato</a>), il cambiamento si innesca quando la stabilità di un ambiente o di qualsiasi procedura vitale viene messa a rischio da un fatto nuovo.<span id="more-410"></span></p>
<p>Consentiamoci una semplificazione analitica molto forte (e un po&#8217; autoironica) e proviamo a immaginare la situazione. C&#8217;era una popolazione di giornalisti che viveva grazie a un sistema molto costoso in termini di risorse: la produzione, il confezionamento e la distribuzione di informazione. In questo modello i costi di produzione sono elevati (reporting, inviati, copertura delle notizie nel mondo ecc.), come quelli di distribuzione (stampare e distribuire periodici costa, mantenere una televisione costa ancora di più). Ma il lavoro di confezionamento produceva un bene in cui altri riconoscevano un valore economico diretto (acquisto dei giornali, abbonamenti) o indiretto (raccolta pubblicitaria). Con alcune modifiche, soprattutto nel peso del recupero di risorse (ripartito sempre più verso la raccolta pubblicitaria), il modello ha tenuto senza scossoni negli ultimi 50 anni del secolo scorso.</p>
<p>Nel frattempo succedevano cose, di natura diversa. Il progresso tecnologico ha messo a punto una forma di distribuzione molto più economica e sostanzialmente differente (i network digitali). Il pubblico è cresciuto culturalmente, ha avuto accesso alla rete di distribuzione delle informazioni e a molte delle fonti tradizionali del giornalismo. Una popolazione di nuovi &#8220;operatori del settore&#8221; ha cominciato ad abitare il territorio tradizionalmente occupato dai giornalisti, ma senza essere legata a un sistema produttivo. La disponibilità di informazione gratuita ha cominciato a mettere in crisi il concetto di valore economico (non di valore assoluto) dell&#8217;informazione. Ma, come sempre succede, l&#8217;ecosistema si stava lentamente riequilibrando. Le grandi testate stavano abbracciando la nuova situazione e stavano provando a riorganizzarsi.</p>
<p>Fino a ieri tutto pareva seguire il suo corso, finchè la crisi economica mondiale ha accentuato ed accelerato la crisi. Oggi la transizione non è più morbida e graduale. Il sistema produttivo, molto costoso,<br />
non è più in grado di far vivere la popolazione di giornalisti, il cui numero è molto cresciuto nel tempo. Perchè il giornalismo (inteso come professione) funzioni, è necessario infatti che vi siano e che funzionino i costosi sistemi che lavorano su approvvigionamento, confezionamento e distribuzione delle informazioni. Se questi sistemi cessano di produrre valore, non si potranno avere le risorse per mantenere i giornalisti (confezionamento) e per garantire una buona informazione (approvvigionamento). La popolazione dei giornalisti, allo stato, è prevedibilmente in via di drastica diminuzione. Come sono diminuite le popolazioni di molte specie animali quando il loro ecosistema si è modificato troppo in fretta per dar loro il tempo di reazione.</p>
<h5>Lo scenario</h5>
<p>Uscendo dalla semplificazione, che ci ha chiarito in maniera persino banale quanto una professione per restare tale debba contare su un sistema che produca valore, la situazione può essere descritta con maggior precisione. Quello che sta succedendo è riassumibile in una serie di considerazioni:</p>
<ul>
<li>I costi di distribuzione tradizionale sono troppo elevati rispetto alla domanda di mercato: il numero di copie vendute comincia a non giustificare la stampa e la distribuzione in moltissimi casi (anche includendo i proventi da allegati e optional di acquisto vari: libri, cd eccetera). Questo può anche essere vero, con i dovuti distinguo e in fase meno avanzata, per la televisione generalista che sta riscontrando un forte calo di ascolti e di raccolta pubblicitaria. E una televisione generalista costa tanto: la cenerentola italiana, RaiTre costa oltre 300 milioni di euro l&#8217;anno.</li>
<li>È cambiato il pubblico. Ci sono fin troppi segnali: la lettura del quotidiano non è più adatta ai ritmi vitali della vita di oggi, non sulla scala grande che serve a stamparlo. Il ciclo veloce di disponibilità di informazione, in tempo reale, ha abituato gli individui a consumare le notizie e le opinioni in maniera molto più mirata e rapida rispetto ai tempi di circolazione e senescenza di un quotidiano. E, come dice <a href="http://www.tamark.ca/students/2009/02/08/paying-a-little/">Mark Hamilton</a>, è cambiato il consumo di media: nessuno legge più solo un quotidiano e per l&#8217;individuo non ha più troppo importanza la fonte, poichè ne ha tante a disposizione e le usa. Questo non vuol dire che si sia ridotta l&#8217;autorevolezza delle grandi testate, ma piuttosto che non dovendo più pagare per informarsi, l&#8217;aumento dell&#8217;offerta ci consente di saltare da una fonte all&#8217;altra con evidenete facilità, limitando l&#8217;affezione a una data testata (non più necessaria).</li>
<li>Il processo di informazione e di distribuzione non si esaurisce più nella linearità del processo giornalistico. Gli individui mediano le diverse fonti, le rielaborano, le rimettono in circolazione<br />
nei diversi network e nella blogosfera. È quanto Shirky chiama <a href="http://www.shirky.com/weblog/2009/02/why-small-payments-wont-save-publishers/">superdistribuzione</a>.</li>
</ul>
<h5>Il sistema produttivo</h5>
<p>Molti analisti si concentrano su come debba cambiare la professione e su come debba cambiare il contenuto giornalistico per far fronte alla crisi. Probabilmente questo assomiglia a concentrarsi su uno dei sintomi (il più evidente, è chiaro) ma non sulla causa. Se avessimo il miglior giornalismo possibile, il più affascinante che riusciamo a immaginare, dovremmo dare per scontato che averlo basti a ritornare allo <em>status quo</em>. Ovvero: la gente ricomincia a comprare i giornali, gli inserzionisti ricominciano a investire pesantemente e tutto torna all&#8217;età dell&#8217;oro grazie a una o più innovazioni nel confezionamento dell&#8217;informazione. Ma io non sarei così sicuro: in genere una buona soluzione parte da una buona descrizione del problema. E il problema alla fine è semplice: se non si fa fatturato, non c&#8217;è professione. Se si dimezza il fatturato, si dimezza la popolazione che riesce a viverci facendo quel lavoro.</p>
<p>E per fare fatturato, per mantenere i costi (alti) di approvvigionamento e di confezionamento (se non paghiamo il confezionamento il giornalismo cessa di essere una professione), serve un modello che tenga conto della realtà e non che viva sulle speranze di un ritorno al passato. È abbastanza fatale che gli acquirenti di giornali (già in piena senescenza) non smettano di diminuire e che il pubblico televisivo (negli anni) tenda a non consumare la televisione come la conosciamo oggi. E ne consegue che se diminuisce il pubblico e diminuisce la capacità dei mass media di fare cornice sociale, si ridimensioni l&#8217;appeal della (costosa) pubblicità su questi strumenti. E se dimuiscono i soldi in ingresso, diminuiscono i soldi per coprire quanto accade nel mondo e per pagare i giornalisti a livello professionale. E diminuisce l&#8217;informazione organizzata, che non può essere (per evidenti ragioni di approvvigionamento) sostituita in maniera autorganizzata dall&#8217;informazione dal basso (che ne è un complemento importante, ma non un sostituto).</p>
<p>Secondo il Pew Research Center, già nel 2008 negli Stati Uniti i lettori dei giornali online hanno superato per la prima volta quelli delle edizioni cartacee. E l&#8217;informazione si consuma in maniera sempre più prevelente attraverso i network. Ma persino la pubblicazione dei <em>legal ads</em> ormai <a href="http://www.buzzmachine.com/2009/02/04/one-more-kick-in-the-kidneys-for-papers-the-end-of-legal-ads/">viene fatta online</a> perchè i giornali non garantiscono più la sufficiente distibuzione per rendere le informazioni <em>informazioni di tutti</em>.</p>
<h5>La transizione</h5>
<p>Prima dell&#8217;accelerazione dovuta alla crisi, si contava molto sulla raccolta pubblicitaria perchè non si riesce a vendere il contenuto online. Ma diverse ragioni, oggi, rendono questa strada molto difficoltosa. Prima di tutto per via della concorrenza, perchè i canali non sono più solo quelli dell&#8217;informazione canonica e, anzi, <a href="http://www.niemanlab.org/2009/01/why-its-so-hard-to-move-revenue-from-print-to-online/comment-page-1/">spesso sono meno competitivi</a>. Poi perchè la pubblicità online risulta meno efficace: gli utenti la percepiscono meno, ha meno capacità di emozionare e colpire, perde il senso di &#8220;massa&#8221; che aveva sui media (appunto) di massa. Certo, è più facile da costruire in modo mirato e intelligente, ma costa infintamente meno. Nonostante i lettori online aumentino, le pubblicità sulla carta vengono (ancora) pagate infinitamente di più. Non durerà a lungo. Ma i prezzi bassi e forzatamente concorrenziali dell&#8217;online non potranno certo supplire allo stesso modo. E tenderanno a scendere.</p>
<p>Anche se la raccolta pubblicitaria online migliorasse, potrebbe non bastare. Il tradizionale sistema di finanziamento dei news media posava su tre fattori, <a href="http://www.time.com/time/business/article/0,8599,1877191,00.html">nota Walter Isaacson</a>: vendita in edicola, abbonamenti e pubblicità. E aggiunge: basato solo sulla pubblicità è come se una sedia a tre gambe dovesse stare in piedi solo su una.</p>
<p>Le soluzioni su cui si sta discutendo hanno dell&#8217;avventuroso, ma fanno parte di un ragionamento che deve per forza avvenire a 360 gradi. Lo stesso Isaacson ha recentemente rilanciato l&#8217;<a href="http://www.nytimes.com/glogin?URI=http://www.nytimes.com/2009/01/12/business/media/12carr.html&amp;OQ=_rQ3D3Q26scpQ3D1Q26sqQ3DitunesQ2520newsQ26stQ3Dcse&amp;OP=306f9a34Q2FQ26td0Q26GlNQ7Esll.vQ26vQ5EQ5EEQ26Q5EIQ26IvQ260-Q7E!7dQ7EQ7EQ26xdG!Q5BQ26IvNQ5BsspQ3F.xk">idea</a> di David Carr dei <a href="http://www.aspeninstitute.org/site/c.huLWJeMRKpH/b.4959311/k.49F5/A_Bold_Old_Idea_for_Saving_Journalism_2009_HaysPress_Enterprise_Lecture_by_Walter_Isaacson.htm">micropagamenti</a>: il modello è semplice, si paga qualche centesimo per articolo. E, citando un vecchio pezzo di Shirky che ricordava come in realtà il costo mentale della transazione rende i <a href="http://www.shirky.com/writings/fame_vs_fortune.html">micropagamenti quasi fallimentari</a>, ha proposto di raccogliere l&#8217;insegnamento di iTunes. In rete se ne sta dicutendo molto, ma prevalgono le obiezioni. Shirky stesso <a href="http://www.shirky.com/weblog/2009/02/why-small-payments-wont-save-publishers/">ha replicato</a>, sostenendo che il paragone con iTunes non regge perchè iTunes rappresenta l&#8217;unica alternativa legale a un prodotto, a differenza dell&#8217;informazione. Quindi, i micropagamenti funzionano solo in assenza di un mercato con altre opzioni legali. Inoltre, <a href="http://www.thebigmoney.com/articles/impressions/2009/02/09/micro-economics?page=0,0">aggiunge</a> Gabriel Sherman su Slate, la musica è un contenuto con un ciclo di vita molto più lungo delle news.</p>
<p><a href="http://recoveringjournalist.typepad.com/recovering_journalist/2009/02/asking-people-to-pay-for-news-what-he-said.html">Secondo Mark Potts</a> la cosa può funzionare solo per alcune nicchie mirate. Ma, come <a href="http://www.tamark.ca/students/2009/02/08/paying-a-little/">sostiene Mark Hamilton</a>, si deve anche tenere conto del fatto che se si può scegliere tra gratis e a pagamento è più probabile che si escluda quanto bisogna pagare dalle proprie letture, anche considerando le attuali abitudini di consumo dell&#8217;informazione tra moltissime fonti.</p>
<h5>Non si può non stampare</h5>
<p>Le alternative paiono poche. Sul <a href="http://www.nytimes.com/glogin?URI=http://www.nytimes.com/2009/01/28/opinion/28swensen.html&amp;OQ=_rQ3D1Q26pagewantedQ3Dprint&amp;OP=5c3e4797Q2FQ3CcKpQ3C@PGjQ5EPPwQ2AQ3CQ2AQ3DQ3D3Q3CQ3DfQ3CQ2AIQ3CPyQ60Q5BQ60PQ5BQ3CQ2AIjcKQ5BjKQ5BQ25-w1Q7C">New York Times</a> si è lanciata l&#8217;ipotesi di fare dei <em>news media</em> fondazioni o enti no profit. Ma, al di là dell&#8217;effettiva praticabilità (quante testate potrebbero resistere?) è stato subito notato il rischio, sul fronte democratico e della qualità, del <a href="http://www.slate.com/id/2210333/pagenum/all/">distacco tra le testate e la pressione del mercato</a>. Altrove si è suggerita l&#8217;<a href="http://www.latimes.com/news/opinion/sunday/la-oe-rutten4-2009feb04,1,4979706.column">esenzione dalle norme antitrust e la formazione di un cartello</a>. La tesi è facile. Se tutti i giornali tranne qualcuno regalano i contenuti (puntando sulla raccolta pubblicitaria) nessun giornale da solo potrà mettere a pagamento i contenuti e avere qualche speranza. Invece devono sedersi, formare un cartello e negoziare una strategia comune di pagamento per i contenuti. Ma anche questa strada appare poco praticabile.</p>
<p>Jarvis, tempo fa, <a href="http://www.buzzmachine.com/2008/12/20/can-the-la-times-turn-off-its-presses/">sostenne</a> che il Los Angeles Times poteva pagare gli stipendi di tutti i giornalisti solo con le entrate dell&#8217;online. Ma gli stipendi non sono gli unici costi, anzi. Il punto vero, per la sopravvivenza del sistema come lo conosciamo, è che non <a href="http://newsosaur.blogspot.com/2009/02/why-newspapers-cant-stop-presses.html">si possono fermare le macchine di stampa</a>, perchè dalla carta viene una percentuale considerevole degli introiti. Quindi, se diamo per scontata l&#8217;insostenibilità economica della stampa (almeno nei numeri cui siamo abituati oggi) il sistema non può restare come lo conosciamo. Cambierà inesorabilmente e non sappiamo come. La &#8220;specie&#8221; dei giornalisti cambierà con il sistema che non è più apparantemente in grado di sostenerla. E non è detto che siano tutte rose e fiori.</p>
<p>In attesa di vederlo e di capirlo, il cambiamento, non mancano gli esercizi: Steve Outing (segnalato anche da <a href="http://mariotedeschini.blog.kataweb.it/giornalismodaltri/2009/02/06/oltre-la-carta-come-dovrebbe-essere-una-redazione-digital-only/">Tedeschini</a> qui da noi) <a href="http://www.editorandpublisher.com/eandp/columns/stopthepresses_display.jsp?vnu_content_id=1003936131">immagina una redazione all digital</a> e dà <a href="http://www.editorandpublisher.com/eandp/columns/stopthepresses_display.jsp?vnu_content_id=1003918050">anche qualche consiglio</a>. E Ken Paulson ci racconta come sarebbero stati i giornali se fossero stati <a href="http://www.poynter.org/column.asp?id=45&amp;aid=158153">inventati dopo il modem</a>. Due letture utili<br />
per capire cosa (forse) succederà.</p>
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