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	<title>Apogeonline &#187; Geocities</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>L&#8217;aver cura della propria socialità in rete</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2011/10/27/laver-cura-della-propria-socialita-in-rete</link>
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		<pubDate>Thu, 27 Oct 2011 07:38:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giorgio Jannis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Altavista]]></category>
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		<description><![CDATA[Stiamo arrivando per prove e errori a costruire il nostro personalissimo hub identitario organizzato in strumenti di ascolto e pubblicazione, che ci permette di abitare il web stando comodamente a casa nostra, senza per forza frequentare salotti (i social come Facebook) per partecipare alle conversazioni]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ormai è discorso da proporre al bancone del bar, per superare i tempi morti. «Ti ricordi com’era internet dieci anni fa? Ti ricordi Napster, Geocities, Altavista? ICQ? I gruppi di discussione?» Eh. Leggevamo molto, scrivevamo sui forum, o pagine html crude. Ma i percorsi di navigazione allora frantumati e solleticati dalla serendipità erano decisamente più liberi/selvaggi di oggi, e venivano da noi stessi ricomposti nel loro senso, nel nostro renderne conto altrove, scrivendo e segnalando, aggiungendo contesto. Oggi sono nati gli strumenti per restare sintonizzati con migliaia di flussi informativi. Strumenti per ripubblicare ovunque ciò che vogliamo reinstradare, reimmettere nel calderone della socialità digitale, non aggiungendo talvolta nemmeno una briciola del nostro contesto.<span id="more-7028"></span></p>
<h5>Dove andiamo</h5>
<p>Rimane la presenza, il  fatto stesso che siamo proprio noi a ritrasmettere quell’informazione, ovvero il significato che quell&#8217;informazione liquida ha avuto nel nostro personale mondo, nel nostro lifestreaming. E forse una competenza necessaria del nostro essere cittadini digitali riguarda proprio saper fare curation del nostro lifestreaming, aver cura della nostra identità digitale. Per chi ha visto nascere le forme di aggregazione online, lo schiumare delle onde dell’intelligenza collettiva, l’edificazione di Luoghi di socialità, per chi è curioso delle forme che il brusìo elettronico dell’umanità prenderà nei prossimi anni, la domanda è quella lì &#8211; dove stiamo andando. Certo, dobbiamo ancora riuscire a diffondere tra noi delle competenze sulla gestione dei flussi informativi che ci arrivano addosso, siamo tuttora inebriati dalla vorticosità del duepuntozero, che ha stretto patti con il mobile e ci permette di parlare sempre, di segnalare tutto.</p>
<p>Presi nel turbine dei servizi social, sperimentiamo tutte le app di questo mondo digitale: sono tutte possibilità dell’esprimere sé stessi e dell’abitare, ma molte sono senza significato, sono semplici funzionalità che emergono dalla tecnologie. Sono come parole &#8220;ben formate&#8221; che però non denotano nulla; sono aggregazioni casuali di pezzi Lego senza un progetto ordinatore. Il loro significato è il loro connettersi (la loro semantica è la loro sintassi) con altri dispositivi e altre nicchie web, da cui possiamo eventualmente trarre informazioni per arredare il nostro lifestreaming. Qualche volta avviene il fenomeno contrario, certo: invento una parola, un dispositivo, un servizio web (o gli Sms “scoperti” lateralmente rispetto alla tenologia della telefonia cellulare), e solo in seguito scopro il senso del suo connettersi ecologicamente con altre parole, altri dispositivi, altri servizi web. Esperimenti espressivi, nuovi linguaggi che abilitano il mio pensiero a pensar laddove forse non si sarebbe rivolto. Stiamo imparando.</p>
<h5>Cosa chiediamo</h5>
<p>Un’altra domanda potrebbe forse riguardare il cosa chiediamo, mentre andiamo nelle socialità connesse. Chiediamo forse di essere aiutati a scegliere? Scegliere che posizione tenere riguardo a un&#8217;azione legislativa governativa, riguardo che vestito comprare, che film vedere. Il nostro molto umano appoggiarci a gruppi sociali, essere identificati in rete per partecipazione, tematiche e interessi condivisi, questi i risvolti che sul nostro fare e sul nostro essere riverberano. Di qui, si diceva la necessità (?) di fare curation del nostro stesso lifestreaming. Renderlo visibile con rappresentazioni come le timeline, utilizzando strumenti per l’ascolto e ripubblicazione. Connettersi significativamente alle persone, per allestire dei buoni filtri sociali. Impostare degli aggregatori dei momenti salienti della mia vita, in grado di mostrare le informazioni che io stesso ho pubblicato in rete nel corso degli anni, di me e del mio punto di vista.</p>
<p>Quelle tecnologie traccianti <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2008/12/29/tecnologie-traccianti-nel-web-sociale">di cui parlavo anni fa</a> si sono evolute, permettono di inseguire e scovare il mio dire ovunque esso appaia, nelle conversazioni che avvengono in molti Luoghi web. Diventa possibile veicolare il contesto enunciativo (non solo il messaggio), il contesto crea relazioni, le relazioni forgiano la mia identità. E forse stiamo arrivando per prove e errori a costruire quella sorta di nostro personalissimo hub identitario organizzato in strumenti di ascolto e pubblicazione che ci permette di abitare il web stando comodamente a casa nostra, senza per forza frequentare salotti (i social come Facebook) per partecipare alle conversazioni. Con strumenti di reinstradamento sempre più semplici e interconnessi (come <a href="http://ifttt.com/" target="_blank">ifttt.com</a> per ruotare i feed), con curation tool sempre più performanti e personalizzabili (è la nostra identità in gioco), con soluzioni come <a href="http://www.googlisti.com/2011/10/10/google-introduce-il-tag-per-mostrare-la-paternita-dei-nostri-post.html">Google Author</a> per tenere stretti il dire e l’autore, in modo veritero e condivisibile, io già abito in Rete.</p>
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		<title>L&#8217;internet del 2009</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/01/05/linternet-del-2009</link>
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		<pubDate>Mon, 05 Jan 2009 07:24:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Granieri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un anno di transizione, che ci porta verso la chiusura di un ciclo. Tutto sta avvenendo molto in fretta, più di quanto ci aspettassimo: i network stanno scomparendo dentro la realtà]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie a due fattori (l&#8217;aumento di scala delle persone connesse e la disponibilità di strumenti, tutti sociali, ma <em>diversi</em> come grammatica) stiamo assistendo a un mutamento abbastanza sensibile sia di quella che un tempo chiamavamo &#8220;topografia della rete&#8221;, sia dei processi sociali e di relazione cui eravamo abituati. Non è facile tracciare un quadro generale, sebbene vi siano alcuni segnali, più problematici che solutori. Alcuni hanno osservato come si stia rilevando una <a href="http://www.suzukimaruti.it/2008/12/28/gente-tranquilla-che-commentava/">riduzione della partecipazione</a> nei blog o una (sana) <a href="http://friendfeed.com/e/55e2df2e-bcbc-4d68-bd67-b8cfa7e01e2a/nota-che-nessuno-parla-piu-di-blogbabel-Chissa/">diminuzione dell&#8217;attenzione</a> verso classifiche come Blogbabel. Altri, come Fabio Metitieri, hanno finito per sostenere che sia la morte del blog o di una certo modo di pensare il blog, legato e collegato al concetto di &#8220;grande conversazione&#8221;.<span id="more-293"></span></p>
<p>Nei fatti, quello che sta succedendo è abbastanza semplice. Nei primi anni 2000 la parte abitata della rete (o il web sociale, come vogliamo chiamarlo) ha scoperto se stesso nella blogosfera e nella nascita dei canali personali o in quello che alcuni chiamano <em>user generated content</em>. Fino al 2003/2004 avevamo solo (o soprattutto) i blog e attraverso i blog facevamo passare tutte le nostre interazioni e le nostre necessità relazionali. Poi, con il tempo, l&#8217;offerta di soluzioni è aumentata: dalle <em>repository</em> (come YouTube e Flickr) ai social network tematici (si pensi ad aNobii), a &#8220;ripetitori di stimoli&#8221; come FriendFeed, a strumenti di microblogging &#8211; qualsiasi cosa oggi significhi &#8211; come Twitter, ad ambienti polifunzionali diversissimi tra loro, come Facebook o Second Life &#8211; vere città nella città, in cui ciascuno trova il suo modo di utilizzare le opportunità.</p>
<p>Nel frattempo l&#8217;onda dell&#8217;<a href="http://www.ericsink.com/bell2.gif">adozione di massa</a> ha superato i blog ed è arrivata sui social network <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Mainstream">mainstream</a>, popolandoli e facendo entrare la rete sempre più nel linguaggio e nelle abitudini quotidane. Il concetto stesso di ambienti di rete <em>mainstream</em> è apparentemente un ossimoro per i pionieri che, per anni, hanno contrapposto le logiche di internet a quelle del mainstream (appunto), identificato con la televisione e i grandi gruppi editoriali. Ma, per buttarla semplicemente, quando <a href="http://www.akille.net/2008/10/27/butta-via-tutto/">tuo padre ti aggiunge su Facebook</a> probabilmente devi aggiornare il tuo concetto di mainstream, anche perché molte trasmissioni di televisioni generaliste sono forse meno conosciute del popolare social network.</p>
<p>Ma se i fatti sono osservabili e visibili, l&#8217;interpretazione non è così lampante e scontata. Molte delle categorie interpretative che abbiamo usato in questi anni vanno aggiornate a una realtà veloce. A livello macro (se è ancora intellettualmente affrontabile un discorso a livello macro su Internet) io vedo alcune tendenze forti.</p>
<h5>1. Specializzazione</h5>
<p>Nel 2009 tenderemo probabilmente a specializzare sempre più l&#8217;uso del nostro tempo vitale online, attraverso le vocazioni degli strumenti, come già stiamo facendo oggi ripetto alla prima fase della blogosfera. Questa ipotesi spiega, ad esempio, lo spostamento di tutti i <em>contenuti relazionali</em> (che prima avevano forzatamente sede nei commenti dei blog o nelle conversazioni &#8220;via post&#8221;) verso strumenti più adatti (Twitter, Friendfeed, alcuni usi di Facebook). Anche se questo, per me, non significa la fine del blog, ma una sua maturità di vocazione: il blog tenderà, probabilmente, a essere il luogo dei contenuti editorializzati, del &#8220;racconto&#8221; di ciò che accade in altri ambienti di rete (si pensi ai numerosi blog di avatar di Second Life o di giocatori dei Mmorpg) o fuori dalla rete.</p>
<p>Fatta salva una parte della blogosfera (quella diaristica e intima) che è prevalentemente relazionale anche nei post, il contenuto di relazione (dal cazzeggio alla <em>vicinanza emotiva</em>) tenderà a spostarsi sempre più verso ambienti che, rispetto ai commenti di un blog, facilitano l&#8217;interazione con il tastino <em>Publish</em>, per costume interno e per (apparente) velocità di senescenza dei contenuti. E lo spostamento su diversi assi del tempo vitale finisce anche per spiegare la progressiva perdita di senso del ranking sui blog. Io non ho mai creduto alle classifiche, per svariate ragioni, ma è innegabile che esse fornissero ai blogger un feedback che costruiva parte della sensazione di appagamento, fondamentale per dedicare un investimento del proprio tempo vitale online come offline. Ora, anche nei casi più marcati (e meno sani) di dipendenza dalle classifiche si nota una certa riduzione dell&#8217;attenzione verso gli ex <a href="http://it.blogbabel.com/metrics/">deifici</a>: se le attività online e (di conseguenza) la nostra presenza non sono più solo rappresentabili attraverso il blog, il nostro appagamento non è più totalmente legato ad esso.</p>
<h5>2. Frammentazione</h5>
<p>Venendo dai media tradizionali già ci sembrava complicata e frammentata la conversazione quando cominciammo ad avere migliaia di blog. Oggi che la <em>big conversation</em> si svolge in una quantità di ambienti diversi è decisamente molto più frammentata di allora. E probabilmente richiede una dose superiore di <em>information literacy</em> per essere affrontata, poichè un modello di sintesi mi pare tecnicamente ancora lontano. La specializzazione degli ambienti, con funzioni spesso sovrapponibili (relazione, contenuto eccetera) potrebbe portare a porzioni di rete non necessariamente connesse con le altre. Già oggi Google (come motore di ricerca e di accesso) non regna sovrano se non su una parte di &#8220;web piano e aperto&#8221;. È una porzione enorme di dati, ma non necessariamente di società connessa. I motori di ricerca non sono in grado, ad esempio, di monitorare i social network giustamente chiusi per privacy (in cui però avviene parte della big conversation) o ambienti come Second Life, in cui pure succedono cose e crescono forme di conoscenza.</p>
<h5>3. Normalità banale</h5>
<p>Ho la sensazione che il 2009 sarà un anno di transizione, di chiusura di un ciclo, un po&#8217; come i primi anni 2000 hanno chiuso il ciclo di Geocities e dei portali. Non è una sensazione basata su fatti tecnici, quanto su una serie di segnali deboli, di esigenze raccolte in giro, di osservazioni sentite un po&#8217; qui e un po&#8217; là. Soprattutto fuori dalla Rete. Io non sono mai stato preoccupato per il digital divide, perchè nella mia lettura della realtà lo consideravo (e lo considero) fisiologico: la televisione ci ha messo 36 anni per arrivare nelle case degli italiani e internet ci metterà molto meno. Di conseguenza sono stato sempre più preccupato per il &#8220;divide&#8221; culturale, quello che riguarda la capacità di orientarsi tra i nuovi strumenti e le nuove logiche sociali.</p>
<p>Ma mi pare che tutto corra più veloce di quanto prevedessimo pochi anni fa, soprattutto più veloce di quanto prevedessero i pessimisti. Ma anche più veloce di quanto prevedessi io. Il punto vero è che internet sta scomparendo dentro la realtà, sta diventando normale per molti e portando la normalità di molti nei suoi bit. Forse abbiamo appena passato o stiamo passando un&#8217;importante soglia di scala. Se l&#8217;<em>hype</em> dei media su Facebook dal punto di vista degli addetti ai lavori è semplicemente <em>hype su Facebook</em>, è anche vero che l&#8217;effetto è quello di trasportare verso il web sociale una bella quantità di persone che prima non lo frequentavano. Ma a leggere i giornali o a parlare con la gente, per strada o sul lavoro, internet non è più il territorio di una minoranza colta e pronta a sperimentare. Certo, il livello di consapevolezza a volte sfiora la superstizione, ma internet è nella vita di tutti i giorni di tantissime persone.</p>
<p>Prima o poi doveva succedere, lo auspicavamo da tempo. E questo significa o può significare molte cose: sarà abbastanza interessante vedere come cambieranno quelli che arrivano in rete oggi senza averne seguito da dentro il percorso. E sarà interessante osservare come si imposteranno le dinamiche sociali dopo i nuovi massicci innesti. E come cambierà internet.</p>
<h5>4. La crisi e l&#8217;informazione</h5>
<p>In rete, dato che i contenuti difficilmente si vendono, al momento ci sono tre modelli di business prevalente. Il primo è quello della raccolta pubblicitaria. Il secondo è l&#8217;ecommerce. Il terzo è quello di Linden Lab con Second Life, che vende terra e batte moneta. A senso, data la crisi, soffriranno un po&#8217; tutti. Ma quelli che soffriranno di più potrebbero essere coloro che vivono sulla raccolta pubblicitaria. La crisi economica ha accelerato la crisi dei giornali, senza che la rete fosse pronta per un modello sostituitivo. Tanti potrebbero chiudere, per poi rinascere con equilibri diversi dopo la crisi. Certo, sarà più facile riaprire online. E, forse, dopo la bufera si sposteranno in rete più investimenti pubblicitari. Forse. Diciamo che il mio è più un augurio che una previsione, perchè di giornalismo vero abbiamo bisogno. E se i giornali chiudono, la rete attualmente non paga, o paga poco (come sa bene l&#8217;esercito di freelance che combatte per una collaborazione).</p>
<p>Una delle cose che scopriremo con il 2009, temo, è se il giornalismo come professione è in grado di mantenere tutti i giornalisti che lo hanno scelto come professione. I primi segnali dicono di no. E se i grandi editori non ne vengono a capo, gli anni successivi saranno perfino più crudeli.</p>
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