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	<title>Apogeonline &#187; Facebook</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>C&#8217;è vita oltre Google</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 08:28:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucio Bragagnolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
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		<description><![CDATA[Più strumenti vengono messi a disposizione della privacy individuale, più quella privacy sta correndo rischi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’email di Google sulle <a href="http://www.google.it/policies/">modifiche alla propria gestione della privacy</a>, in vigore dal primo marzo, si è depositata nelle caselle di centinaia di milioni di persone non necessariamente interessate a riceverla.</p>
<p><span id="more-8995"></span></p>
<p>È l’ennesima conferma della regola aurea non scritta della privacy su Internet. Più strumenti di controllo individuale compaiono, più si fa complicata una gestione serena dei propri dati sensibili.</p>
<p>Andrà peggio. Per aziende come Facebook, Google, Amazon, la stessa Microsoft che accetta da anni di <a href="http://money.cnn.com/2011/09/20/technology/microsoft_bing/index.htm?source=cnn_bin">perdere miliardi su Bing</a> pur di guadagnare posizioni, conoscere abitudini e inclinazioni dei clienti è parte integrante del business.</p>
<p>In compenso sta prendendo piede tra gli addetti ai lavori un motore di ricerca alternativo, <a href="http://duckduckgo.com">DuckDuckGo</a>. Una goccia nell’oceano del mercato della ricerca (<a href="http://www.thedaily.com/page/2012/01/30/013012-tech-features-duckduckgo-1-2/">si avvicina lentamente al milione di richieste giornaliere</a> su quasi 600 milioni nei soli Stati Uniti), con l’accento su una ricerca rispettosa della privacy di chi lo visita, come afferma il fondatore Gabriel Weinberg:</p>
<blockquote><p>
Over time, we got questions about our privacy policy. That wasn’t something I had thought about as much, but as I started researching it, it dawned on me that the privacy mentality we’ve taken is the right approach for users. Fundamentally, it just seems very creepy to know so much about users based on their search queries, which are very personal.
</p></blockquote>
<p>Potremmo ritrovarcelo da qui a qualche anno come motore di ricerca (più) fidato. O almeno disporre di un’alternativa in più.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Contro l&#8217;idea della Rete compulsiva</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2012/02/02/contro-lidea-della-rete-compulsiva</link>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 13:02:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucio Bragagnolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[compulsione]]></category>
		<category><![CDATA[cow clicker]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
		<category><![CDATA[georgia tech]]></category>
		<category><![CDATA[ian bogost]]></category>
		<category><![CDATA[slashdot]]></category>

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		<description><![CDATA[Dal gioco su Internet alle abitudini di utilizzo e di proposta dei servizi del resto della Rete.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Consiglio la lettura dell&#8217;<a href="http://games.slashdot.org/story/12/01/30/1611204/ian-bogost-replies-deep-thoughts-on-gaming">intervista collettiva</a> effettuata dal sito Slashdot a Ian Bogost, progettista di giochi e docente di letteratura, comunicazione e cultura presso l&#8217;università statunitense di Georgia Tech. Parlare con Bogost di giochi e meccaniche di gioco è sempre a un passo dal parlare di società e di interrelazioni tra persone e organizzazioni; difficilmente un suo commento ha effetto limitato alla sua area di competenza, invece di riverberarsi in ambiti più estesi.<span id="more-8513"></span></p>
<p>In particolare Bogost sembra avere centrato un punto nodale dell&#8217;Internet – e della società – di oggi a inizio intervista, quando scrive:</p>
<blockquote><p>Whether we noticed or not, we&#8217;ve created a media environment driven by compulsion. Email and instant messaging are examples unbound to specific companies, but Facebook, Twitter, Google+, Pinterest, Instagram — all of these services and many more build value by monetizing our repeated and regular attention, and now we have so many different ways to ask, &#8220;Is something new? Am I missing something?&#8221; that it&#8217;s possible never to stop asking those questions, all day long.</p></blockquote>
<p><em>Monetizzazione dell&#8217;attenzione regolare e ripetuta</em>. È da pensare nel momento in cui accediamo per l&#8217;ennesima volta nella giornata a Twitter o Facebook senza un vero costrutto, o acceleriamo gli scambi di posta elettronica trasformando in chat un mezzo che per sua natura sarebbe asincrono, fuori dalla logica della risposta immediata.</p>
<p>Bogost ha trasformato in azione la propria critica con la pubblicazione su Facebook di <a href="http://apps.facebook.com/cowclicker">Cow Clicker</a>, un gioco sui giochi di Facebook, <a href="http://www.bogost.com/blog/cow_clicker_1.shtml">centrato sulla possibilità di fare clic a intervalli regolari sopra una mucca</a>.</p>
<p>Certe abitudini che abbiamo in Rete, o che la Rete ci esorta ad adottare, meritano probabilmente un ripensamento. Sopra a tutte l&#8217;abitudine di usare gli strumenti a nostra disposizione per riflesso condizionato più che per atto di volontà.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;Internet del 2012</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2011/12/31/linternet-del-2012</link>
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		<pubDate>Sat, 31 Dec 2011 22:30:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Granieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
		<category><![CDATA[social media]]></category>
		<category><![CDATA[social network]]></category>
		<category><![CDATA[trasparenza]]></category>
		<category><![CDATA[Twitter]]></category>
		<category><![CDATA[walled garden]]></category>

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		<description><![CDATA[Fate caso all'elettricità quando accendete l'interruttore della luce? Ecco, con la rete sta accendendo un po' la stessa cosa ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nei diversi anni in cui, su queste pagine, ci siamo cimentati con questo tradizionale articolo di scenario, internet è cambiato molto. Il <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2007/01/03/19/200701031901">primo</a> di questi artcoli raccontava la meraviglia della rete sociale, i temi caldi erano i blog e i social network, che ancora non avevano vissuto il grande boom di massa e che rappresentavano il fronte dell&#8217;innovazione. Da allora abbiamo visto delinearsi tendenze ben precise, che sono diventate sempre più forti ed evidenti. Proviamo a riassumerle.<span id="more-7776"></span></p>
<h5>Trasparenza</h5>
<p>Man mano che internet si diffonde, tende a normalizzarsi. C&#8217;è stato un periodo in cui veniva guardato con sospetto (soprattutto dai media e dall&#8217;industria culturale), ma oggi fa sempre più parte delle nostre vite, della nostra quotidianità, del modo in cui lavoriamo. Sebbene ogni tanto qualche telegiornale faccia dei riferimenti oscuri all&#8217;<em>internèt</em> alludendovi come a un pericoloso girone infernale, si tratta per lo più di qualche caso isolato. In realtà il «racconto del mondo» che ci fanno i grandi media è integrato da internet (se non intriso di internet). Sempre più spesso compaiono le timeline di Twitter o di Facebook e quotidiamente la rete è diventata la grande fonte, primaria o complementare, per tutte le notizie.</p>
<p>Non è più necessario spiegare di cosa si parla, e questo è un segnale importante. Uno dei metri per valutare quanto una società stia accettando le innovazioni è proprio la presenza o l&#8217;assenza di una «piccola glossa» a spiegare termini e faccende non ritenute di uso comune. La trasparenza di internet sarà sempre più evidente. L&#8217;analogia che usano gli studiosi è quella dell&#8217;elettricità. Nessuno di noi la vede, nessuno di noi la percepisce, ma se togliessimo l&#8217;energia elettrica dalle nostre vite il quotidiano si fermerebbe.</p>
<h5>Connettività e dispositivi</h5>
<p>La connettività non basta mai. Appena aumenta la disponibilità si incrementano le esigenze di banda con nuovi servizi e nuove soluzioni, e cresce quindi anche la domanda. Ma anche solo guardando agli ultimi anni, abbiamo compiuto passi molto importanti e molto veloci. La previsione è facile: avremo connettività sempre più ubiqua e sempre più economica. E questo trend è destinato a non rallentare almeno per i prossimi anni. Anche sul versante dei dispositivi l&#8217;innovazione è stata velocissima. Sono sempre più piccoli e performanti, il che spiega la diffusione dell&#8217;accesso mobile alla rete (che va di pari passo con la disponibilità di connessione). Il trend vero, però, a mio parere, non è tanto quello che si riflette sull&#8217;accesso mobile &#8211; pure importantissimo &#8211; ma sul passo avanti che è stato compiuto nell&#8217;interfaccia. Con il <em>touch</em> abbiamo quasi appiattito la curva di apprendimento necessaria per accedere al mondo che ci apre la rete.</p>
<p>Il computer è sempre stato uno dei fattori di rallentamento dell&#8217;adozione delle tecnologie digitali. Richiedeva una comprensione di skill funzionali complesse che spesso allontanavano intere fasce di popolazione da internet e dalle sue possibilità. Con un dispositivo <em>touch</em> questo acceso è molto più semplice e intuitivo. La semplificazione delle interfacce, insieme alla pressione verso il basso dei prezzi, è un altro fattore importantissimo per far entrare nella modernità anche chi ha timore o difficoltà con le competenze tecnologiche.<br />
<strong></strong></p>
<h5>Cultura sempre più digitale</h5>
<p><strong></strong>Da qualche anno ormai l&#8217;innovazione non avviene più «dentro» internet, in senso stretto almeno. Piuttosto, la osserviamo nei settori che adottano le nuove tecnologie e che ne vengono trasformati. Primo tra tutti quello dell&#8217;industria culturale, che si sta digitalizzando in fretta, con cambiamenti enormi. Musica, giornalismo, cinema, fotografia, libri. Ma anche &#8211; e questo in Italia è ancora poco evidente &#8211; <a href="http://thenextweb.com/insider/2011/12/26/in-2011-how-the-internet-revolutionized-education/?awesm=tnw.to_1CNPT">l&#8217;educazione</a>.Se queste tendenze, a livello macro, descrivono abbastanza bene la rapidità con cui stiamo rivoluzionando il modo in cui funziona la nostra cultura, ci sono diversi trend da osservare a livello micro in questo 2012.</p>
<h5>App contro web</h5>
<p><strong></strong>Il lato negativo, almeno secondo alcuni, della facilità delle nuove interfacce è che paghiamo la facilità di utilizzo con l&#8217;accesso al cosiddetto <em>walled garden</em>, un mondo chiuso e completamente governato dal fornitore dei servizi. Tuttavia, con meno clamore, la libertà del web sta trovando una forte reazione con l&#8217;Html5, che può ricostruire in una logica aperta le stesse suggestioni delle app. Io credo che sia finito il tempo pionieristico in cui ci si faceva il web da soli e che la grandi infrastrutture di servizi (dalla mail ai grandi social network, agli ecosistemi culturali come Amazon e Apple) abbiano bisogno degli enormi capitali in grado di garantire la funzionalità per centinaia di milioni di utenti. Un po&#8217; come avviene nel mondo fisico, in cui deleghiamo la sicurezza, la viabilità, la salute a organizzazioni più strutturate.</p>
<p>Certo, nel digitale senza confini geografici, si tratta sempre di potenti <em>corporation</em> private. Ma una delle caratteristiche dell&#8217;adozione di una piattaforma o dell&#8217;altra è la soddisfazione degli individui che decidono di usarla. E questo potrebbe mitigare l&#8217;enormità di delegare il governo di buona parte delle notre vite immateriali a società private. Non è una questione di facile soluzione nè di facile approccio. Dovremo tutti imparare a vigilare molto sulle nostre scelte e sulle implicazioni che comportano. E che toccano temi molto sensibili, dalla privacy alla gestione dei nostri dati personali, all&#8217;accesso e alla proprietà del valore che creiamo online. Dobbiamo crescere anche noi alla stessa velocità con cui corre l&#8217;innovazione.</p>
<h5>Social media</h5>
<p><strong></strong>I social media non sono più territorio di innovazione da anni, ma sono oggetto di un continuo rinnovamento. Sono però sempre più importanti: sono il luogo dove assembliamo la nostra percezione del mondo (da cui dipendono le nostre decisioni), sono il motore con cui coccoliamo le nostre preferenze, sono uno spazio in cui elaboriamo idee e affetti, sono la porta attraverso cui accediamo a una serie di gratificazioni (dalle amicizie al lavoro) molto importanti. La <a href="http://paidcontent.org/article/419-time-shifting-is-replacing-real-time/">trasformazione</a> in atto nel modo in cui i social network ci ridisegnano il modo di stare in rete è importante. Anche questo è un trend da seguire.</p>
<h5>Potere e libertà</h5>
<p>Alla fine, Internet è un&#8217;infrastruttura potentissima per gestire la conoscenza. Talmente potente da innescare cambiamenti politici e sociali importanti, dalla primavera araba al modo in cui i cittadini decidono di votare. Da questo punto di vista è oggetto di una tensione fortissima tra poteri costituiti e aspirazioni degli individui. Il che porta a una dialettica fortissima tra libertà e restrizioni. Un esempio potrebbe essere quello dei recenti tentativi di arginare il digitale con strumenti legislativi, ultimo caso in ordine di tempo <a href="http://www.technologyreview.com/web/39385/?ref=rss">quello del governo americano</a>. Ed è questo un altro versante su cui nel 2012 sarà bene prestare un po&#8217; di attenzione.</p>
<p>Potrebbe esserci molto altro, in base alle priorità di ciascuno di noi. Ma una sintesi è una sintesi. Però, da lettore affascinato dal modo in cui la letteratura racconta il presente o prevede il domani, chiudo con una lettura bonus: <a href="http://thesocietypages.org/cyborgology/2011/12/01/how-cyberpunk-warned-against-apples-consumer-revolution/">How Cyberpunk Warned against Apple’s Consumer Revolution</a>.<br />
<br style="clear: both;" /></p>
<p><em>Questo articolo di Giuseppe Granieri rispetta una tradizione pluriennale per Apogeonline: rileggi nel nostro archivio i suoi scenari di inizio anno sulla rete pubblicati nel <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2011/01/10/linternet-del-2011">2011</a>, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/01/04/linternet-del-2010">2010</a>, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/01/05/linternet-del-2009">2009</a>, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2008/01/14/19/200801141901">2008</a> e <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2007/01/03/19/200701031901">2007</a></em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Conversazioni intorno alla rinascita dei blog</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2011/12/30/conversazioni-intorno-alla-rinascita-dei-blog</link>
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		<pubDate>Fri, 30 Dec 2011 13:07:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boccia Artieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
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		<description><![CDATA[A scadenze regolari si annuncia la fine dei blog, cannibalizzati dai flussi in presa diretta dei social network. Eppure lo strumento blog è tutt'altro che morto, al contrario ne avremmo più che mai bisogno. Partendo da un dibattito in corso nella blogosfera italiana, abbiamo approfondito alcuni punti di vista ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C’è una profezia che aleggia sul mondo Internet da molti anni e che riemerge nei periodi di bilancio, come quelli di fine anno: la morte dei blog. Lo sappiamo: la realtà del web, penso all’Italia, si è trasformata in dieci anni da una prateria punteggiata da blog personali – che mettevano in relazione contenuti e lettori in una (quasi) spesso coincidenza fra chi scrive e chi legge. Il lettore solitamente era un altro gestore di blog che da lì, oltre che dai commenti, rispondeva e rilanciava – a un suk denso di update di status, flussi di tweet, comunicazioni spesso fatiche (like, retweet), spalmabilità di contenuti raddoppiati tra i profili Facebook, Twitter, Google+, FriendFeed eccetera.<span id="more-7759"></span></p>
<h5>Ecosistema</h5>
<p>L’afflusso massificato degli ultimi anni prima su Facebook poi su Twitter mi sembra abbia riportato alla nostra attenzione la necessità di riflettere sulla forma che questo ecosistema dei social media sta assumendo e lo spazio che il blog può avere come luogo in cui fermare il pensiero sottraendolo al flusso e alla necessità dell’essere continuamente newsificato, concedendo ai contenuti un archivio in chiave social (benvenuti a commenti di ampi respiro, risposte da altri blog, segnalazioni a compendio eccetera) che possano resistere al deperimento e alla volatilità di pseudo conversazioni a basso tasso di ricercabilità, come quelle presenti su Facebook o Twitter.</p>
<p>Su questo #risorgiblog (perdonate l’#hashtag volutamente ideologico lanciato su Twitter durante uno scambio sul tema) ho provato a stimolare una riflessione a partire dal post “<a href="http://mediamondo.wordpress.com/2011/12/27/per-un-uso-ecologico-di-twitter/">Per un uso ecologico di Twitter</a>”, nel quale ho cercato di mettere a fuoco l’emergere di un bisogno che avremo di ridare vita agli spazi blog in nuovi modi, tutti da sperimentare, relazionati ai flussi dei social network. La conversazione che è nata attorno a #rinasciblog è cresciuta attraverso diverso interventi dispersi tra blog e social network che ho cominciato ad aggregare “storificandoli” su <a href="http://mediamondo.wordpress.com/2011/12/29/risorgiblog/">#risorgiblog</a>. A partire da questi stimoli ho cercato di approfondire parlandone con alcuni osservatori interni alla realtà dei social media italiani che in questi anni hanno saputo vivere e interpretare il mutamento, anche in modi molto diversi, e che, qualche anno fa, i giornalisti compiacenti avrebbero chiamato blogger. Il dato di partenza me lo ha fornito Vincenzo Cosenza partendo dai dati di fatto e spiegandomi che:</p>
<blockquote><p>i blog su WordPress, la piattaforma più usata, sono in aumento e stanno per toccare i 70 milioni. Quelli su Tumblr sfiorano i 40 milioni. Certo non è dato conoscere il tasso di abbandono, ma la crescita delle nuove aperture è significativa. Quello che vedo è una mutazione del modo di usare i blog. Prima venivano usati per condividere lunghe elucubrazioni, brevi pensieri o contenuti scovati in rete. Ora si tende a mettere sul blog ciò che si vuole far rimanere nel tempo e ritrovare. Ai social network il compito di amplificare i pensieri del blog e accogliere frammenti di esistenza fuggevoli, utili a segnalare la nostra posizione in rete e a curare le relazioni amicali.</p></blockquote>
<h5>Conti</h5>
<p>Luca Conti, che ha recentemente scritto un post sulla sua decisione di <a href="http://www.lucaconti.it/2011/12/28/meno-facebook-meno-twitter-piu-blog/">ridurre l’uso dei social network nel 2012</a> a favore dei suoi blog, mi ha spiegato le motivazioni di fondo:</p>
<blockquote><p>Leggendo un po’ di ebook su minimalismo, stile di vita, dieta digitale, ecc., mi sono reso conto che Facebook e Twitter sono diventati quasi una droga, nel senso letterale. Posso farne a meno, certo, ma quando sono davanti al computer sono portato a controllare se qualcuno ha reagito a cosa ho scritto e questo è fonte di grande perdita di tempo e di interruzione. A proposito devo assolutamente stoppare le notifiche e i blip di iPad ogni volta che qualcuno fa qualcosa su Twitter e Facebook perché è una continua tentazione!! :)</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>GBA: La tua è una decisione personale e professionale assieme, mi sembra. Ma come vedi la relazione che si strutturerà fra mondo dei social network e blog? Credi sia una tendenza alla ricrescita di spazi conversazionali diversi oppure solo una distinzione tra luoghi più affollati e pubblici (e di immediata gratificazione: like, commenti, eccetera) e luoghi (seppur pubblici) più intimi con un pubblico?</strong></p>
<p><strong>Luca Conti:</strong> Personale nel senso che voglio ridurre il tempo dedicato alle relazioni attraverso i social network, a favore di relazioni fuori dai social network. Nel 2011 mi son reso conto di aver speso e investito molto tempo in cura di relazioni con persone a distanza, alcune anche mai ancora conosciute di persone. Alcuni di questi investimenti non sono stati fruttuosi e quindi mi interrogo quanto paghi e quale equilibrio avere nel curare relazioni mediate dai social network. Non li rifuggo, ma credo di dover tornare su un equilibrio che ne riduce il tempo e l&#8217;investimento. Non necessariamente questo significa sostituire quel tempo con la cura del blog personale. Non ho mai usato le note su Facebook, per capirci, quindi non intendo usare il blog personale in sostituzione degli aggiornamenti di stato di Facebook o Twitter. Questi restano per segnalazioni brevi sul piano professionale.</p>
<p>Mi rendo conto di aver disperso parte del potenziale accumulato nel tempo con Pandemia, un po’ per naturale uso dei social network come complemento alla produzione, diffusione, personal personal branding, un po&#8217; per mancata cura degli spazi propri, come avrebbero necessitato. Oggi chi vuole farsi una opinione professionale del sottoscritto può dedurre qualcosa da Pandemia ma dai miei blog personali, in italiano e in inglese, trova poco a cui riferirsi e questo è un potenziale danno per le mie attività. Danno a cui devo riparare, anche con un aggiornamento grafico di Pandemia, troppo trascurato e vecchio ormai.</p>
<p><strong>GBA: In Italia abbiamo sempre parlato annualmente di “fine dei blog”. L&#8217;arrivo dei social network &#8211; e l&#8217;affluenza di massa &#8211; mi sembra abbia mostrato l&#8217;esistenza di luoghi sensati per produrre e condividere contenuti senza la &#8220;pesantezza&#8221; della struttura editoriale del blog. Eppure oggi mi sembra che (a livello non solo italiano) ci sia l&#8217;esigenza di riaffermare una rinascita del blog.</strong></p>
<p><strong>Luca Conti:</strong> Credo che ognuno che abbia cominciato a vivere il social web con un blog, trovi oggi il proprio equilibrio nell&#8217;uso del blog e dei social network dopo averne sperimentato l&#8217;uso per un tempo ormai sufficientemente ampio da capirne i pro e i contro. Voglio dire che ognuno di questi strumenti risponde a esigenze solo in parte sovrapponibili, quindi poco sostituibili tra loro. L&#8217;uso e l&#8217;abuso dei social network, per novità, per affezione, per facilità d&#8217;uso, per dipendenza da attenzione, vedono oggi un riflusso da parte dei blogger della prima ora o di quelli più consapevoli, non perché ci sia un male nell&#8217;uso dei social network e un bene nel blog, ma perché il blog mantiene e rafforza la propria identità digitale e la conserva nel tempo.</p>
<p>La differenza oggi e il potenziale riflusso verso il blog è determinato da una maggiore consapevolezza, tutto qua. Non vedo contrapposizioni e non vedo i blogger duri e puri come vincitori, anzi! Dal mio punto di vista la vita di cittadino digitale oggi non può prescindere dalla cura e dall&#8217;interazione su Facebook e su Twitter, perché quelli sono i luoghi di dibattito pubblici. Arroccarsi sul proprio blog è un po&#8217; come restare chiusi in casa con la porta aperta, lasciando entrare gli amici e i passanti, più o meno fedeli, ma la vita online è anche altrove.</p>
<h5>Mantellini</h5>
<p>Massimo Mantellini, intervenendo e rilanciando il dibattito – va ricordato che il suo è uno dei blog più letti del panorama nazionale – <a href="http://www.mantellini.it/?p=16984">notava</a> come nell’ultimo anno i post dei blog da lui seguiti sono calati inesorabilmente e per questo gli ho chiesto di approfondirne le motivazioni.</p>
<p><strong>GBA: Mi interessa approfondire la tua percezione di una presenza ridotta dei contenuti della blogosfera. Al di là del numero dei blog esistenti, come tu dici, dipende anche da quanti contenuti produci e da quanta conversazione (aggiungerei io) si produce. Mi interessa capire allora se secondo te &#8211; a parte anomalie &#8211; la realtà della forma blog sta assumendo i tratti del commento (vedi i singoli blog dei quotidiani online) o dell&#8217;editoria (vedi ilPost) e se, di conseguenza, il blog &#8220;personale&#8221; tradizionalmente inteso ha ancora senso.</strong></p>
<p><strong>Massimo Mantellini:</strong> Io credo che per quello che leggo io i blog abbiano abbandonato in gran parte la loro connotazione diaristica (ci sono strumenti che un tempo non esistevano molto più affini al diario) e mostrino oggi due vie di sviluppo principali: una strettamente personale simile a quella degli esordi ma liberata dai piccoli contenuti che oggi finiscono altrove, si tratta di luoghi che mantengono necessariamente un basso profilo numerico e producono in gran parte opinioni e punti di vista con un raggio di esplorazione vario.</p>
<p>Poi una seconda via di sviluppo che è più francamente editoriale e che segmenterei in due gruppi: blog gestiti spesso da un singolo che si occupano di temi specifici, progetti con una qualche aspirazione giornalistica/specialistica, e invece progetti multiautore, anche in forma di aggregatore sul tipo di quelli nati negli ultimi due anni da Il Post in avanti ma anche del tipo &#8220;aggregazione di persone intorno ad un tema&#8221; (pensa a ValigiaBlu) Questi ultimi strumenti si immaginano generalisti in uno spazio in parte occupato dal nanopublishing (che per quanto sia in Italia fa ancora bei numeri) ma con chiare aspirazioni editoriali</p>
<p><strong>GBA: Che relazione fra blog e social network si sta a tuo parere sviluppando in Italia (e se la ritieni diversa da quella che osservi altrove).</strong></p>
<p><strong>Massimo Mantellini:</strong> Mi pare di vedere una grande divaricazione: mentre il flusso dai blog verso i social network è naturale e voluto, il contrario avviene per forza di cose con meno frequenza. La riduzione di attenzione verso i blog è in buona parte secondaria alla migrazione dell&#8217;attenzione verso i social network. Se c’è una economia dell’attenzione questa moneta prima o poi finisce. Resta da capire quanto ci convenga in termini generali (visto che sono un lurido moralista, moraleggio) preferire la navigazione rapida sulla superficie delle cose piuttosto che tentare la sua analisi in profondità. Ma ho come la sensazione che la direzione di simili scelte sia molto adeguata ai nostri tempi.</p>
<h5>Granieri</h5>
<p>Poiché questo dibattito chiama in causa direttamente il modo che abbiamo di usare i nostri blog, Giuseppe Granieri <a href="http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1487">ha scritto un bel post</a> per descrivere i motivi che abbiamo oggi per tenere un blog: «Se hai qualcosa da dire, probabilmente il blog è il posto migliore per farlo. Per una serie di ragioni: è completamente ricercabile, hai totale controllo sul contesto e sul messaggio».</p>
<p><strong>GBA: È ovvio che siamo passati dalla supremazia della blogosfera alla distribuzione dispersa di contenuti che i social network ci ha insegnato. Questo forse ha modificato in Italia il modo di “dire” e “fare” in Rete. Pensi che i blog rappresentino, quindi, una specie di battaglia di retroguardia o la loro posizione nell&#8217;ambiente dei social media ha nuovo senso?</strong></p>
<p><strong>Giuseppe Granieri:</strong> Non so se sia vera supremazia. Dipende dalle abitudini e dalla posizione che ciascuno di noi sceglie in rete. Se guardo le mie abitudini i blog (quelli che leggo) stravincono sui social network, che uso fondamentalmente come ripetitori, come canali di distribuzione. Le mie fonti, cui non rinuncerei per nulla al mondo, sono i blog. Anche quando vengono riassemblate con strumenti molto evoluti come Zite. Alla fine la tecnologia va verso la specializzazione e ciascuno utilizza alcuni degli strumenti disponibili e lo fa nel modo in cui gli servono. Con tanta offerta di strumenti e con attenzione limitata non si può fare diversamente.</p>
<p>I blog sono l&#8217;approdo per chi ha qualcosa da dire e vuole farlo, ma non possiamo pensare che tutti, tutti i giorni abbiano qualcosa da dire. Io vedo abbastanza fisiologico l&#8217;assetto che si sta delineando, con i contenuti di segnalazione e relazione che si spostano sui social network. Ma personalmente reagirei in modo tiepido alla chiusura di un social network, mentre invece mi sentirei molto meno intelligente se perdessi l&#8217;accesso alle mie fonti che mi danno modo di costruirmi opinioni più ricche e strutturate.</p>
<p><strong>GBA: Oltre al tuo blog personale gestisci anche blog di lavoro e un blog per la Stampa. Abbiamo pensato nel passato che la produzione dei contenuti dal basso stesse nei nostri walled garden ben pettinati. Ci siamo trovati di fronte ai suk prodotti dai social network. Mi sembra che il blog stia diventando uno strumento che necessita di una maggiore cura editoriale, più vicino ad un prodotto meno estemporaneo. Che sia l&#8217;indice di come nella relazione pro-am la dimensione pro conti?</strong></p>
<p><strong>Giuseppe Granieri:</strong> Anche qui, non c&#8217;è più spazio secondo me per le grandi generalizzazioni. Il blog è sempre più un canale editoriale, ma editorale nel senso che ti obbliga a editorializzare il tuo pensiero, a dargli una forma compiuta, a farne una lettura in qualche modo completa. Poi, puoi usarlo per scopi professionali o personali, o di finzione, in un contesto comunque sempre più strutturato rispetto ai social network. Il ragionamento a mio parere va impostato rispondendo alla domanda: qual è il lavoro che fa lo strumento che uso? Il blog è per i contenuti, per la loro permanenza e ricercabilità. I social network sono l&#8217;estemporaneo, l&#8217;evenemenziale, la relazione, la distribuzione. È vero che ciclicamente si parla di &#8220;morte del blog&#8221; o si fa il punto della situazione sugli strumenti ma io credo che stavolta stiamo entrando in una nuova fase.</p>
<p>La prospettiva non è più uniforme come prima, le informazioni (nel senso più generale possibile) si stanno sgretolando non solo in più strumenti ma in più livelli di percezione. È vero che il blog non è mai morto, o forse è morto e poi resuscitato, ma è anche vero che il mondo dei blog di 10 anni fa non esiste più. Da una prospettiva &#8220;editoriale&#8221; non è più possibile una Teoria del Tutto, in cui il blog aveva un suo posto ben preciso (e un suo ritmo), i social media offrono più livelli di percezione e il blog ne esce cambiato. L&#8217;informazione ora è un fiume che scorre a diverse velocità in differenti punti e quindi non ha più senso cercare il &#8220;social network&#8221; perfetto che possa racchiudere contemporaneamente conversazione, coinvolgimento, identità, relazioni. Lo strumento blog, quindi, diventa ancora più importante come complemento di questi fattori, a patto di adattarsi.</p>
<h5>Alagna</h5>
<p>La complessa relazione fra blog e ambiente dei social network ci porterà quindi a ripensare il nostro modo di “confezionare” editorialmente un blog. Per questo credo occorra il coraggio di sperimentare nuovi formati, nuovi linguaggi e forme di integrazione. E non parlo del lato “tecnico” della faccenda. Non quindi di come integrare i like di Facebook o le segnalazioni facili di Twitter in coda ai post. Ma di come cambiare il <em>frame</em> in cui incorniciare nel blog – per quello che sta diventando – contenuti “adatti” alle grammatiche dei social network e allo “spirito” di quell’ambiente. Trovo che una bella sperimentazione in questo senso la stia facendo Luca Alagna a cui ho chiesto di condividere il suo modo di pensare/confezionare i post.</p>
<p><strong>GBA: Come vedi la relazione fra il blog personale e la presenza delle segnalazioni/conversazioni sui social network? E quale modello stai usando tu di integrazione? Dico integrazione non in senso tecnico ma concettuale perché mi sembra che sia nel design che nel modo di concepire i post e le sezioni, hai sviluppato un’integrazione che presenta una piattaforma interessante.</strong></p>
<p><strong>Luca Alagna:</strong> Il modello che ho iniziato a usare nel mio blog dedicato alle news <a href="http://instant.stilografico.com/" target="_blank">instant.stilografico.com</a> è abbastanza chiaro, lo sperimento da tempo (come nel caso del post che scrissi <a href="file:///C:/Users/Sergio/Desktop/%5bhttp:/l40nn.altervista.org/blog/blog/2011/05/23/lannosa-questione-della-moschea-di-sucate-a-milano/">in questo modo su Sucate</a> per 140nn, <a href="http://blog.italiansubs.net/macchianera-blog-awards-2011-ecco-i-vincitori/6931/">riscoperto e dibattuto</a> mesi dopo) e ormai lo identifico concettualmente con “instant”: il blog si inserisce nel flusso più veloce ma mantiene una sua natura più lenta. Il tweet è un post, ma il post è incapsulato in un tweet, le informazioni dei social media vengono rallentate per poterle approfondire, espandere, e poi vengono riaffidate alla corrente veloce. È anche fratello di altri tentativi (tra i quali quello eccellente è il blog <a href="http://thelede.blogs.nytimes.com/">The Lede</a> sul New York Times), a volte nati per necessità (dalla blogosfera iraniana del 2009 ai blog della Primavera Araba), altre volte già presenti sui quotidiani online (come fa a volte Il Post o l&#8217;Huffington Post).</p>
<p>Ma mi interessa rimarcare la differenza concettuale di questa idea, che vive volutamente nel suo ambito con una linea editoriale ben precisa, non dettata necessariamente dall&#8217;Agenda generale, e si presta per sua natura alla cooperazione. Anche graficamente l&#8217;intento è di chiarezza e di priorità cronologica. Mi sto convincendo sempre più che i quotidiani del prossimo futuro (che saranno ancora il punto di riferimento dell&#8217;informazione) su web avranno definitivamente la forma del blog.</p>
<h5>Newsification</h5>
<p>Una lunga panoramica, la nostra, sulla complessità da mettere in gioco sul tema #risorgiblog. Quello che è certo che mi sembra ci sia spazio nel 2012 per ripensare la bulimia da social network ed osservare come la blogosfera italiana risponda a nuovi bisogni latenti di approfondimento e cura editoriale post segnalazione e <em>newsification</em>. Perché, come ha scritto Massimo Mantellini in <a href="http://www.mantellini.it/?p=17103">un accorato post</a>:</p>
<blockquote><p>lo strumento blog resta un campo di gioco formidabile e sarà ancora frequentato da chi ha voglia e idee. E la metadiscussione sui blog di questi giorni ci dice anche che la blogosfera, grande o piccola che sia, può essere anche un grande social network. Molto meglio strutturato e stabile di tanti altri, capace di tirar fili in mezzo al niente, collegando persone che magari non si conoscono: senza che qualcuno li abbia fatti diventare amici o followers.</p></blockquote>
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		<title>Il potere delle community con le idee</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Dec 2011 07:30:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giampaolo Colletti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Social Media]]></category>
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		<description><![CDATA[La community rappresenta una rivoluzione copernicana per il dialogo sul web tra aziende e clienti e s’inserisce prepotentemente anche nel business delle imprese]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Marie Argence e Pauline Dalamèa sono le giovani (e notissime) amministratrici di una community online che aggrega i fan del gruppo pop <a href="http://www.tokiohotel.com/it/">Tokio Hotel</a>. Nel 2006 le ragazze si proposero per gestire e moderare la community, ma alla Universal non vollero dar loro credito, ipotizzando di poter internalizzare la gestione di questa attività. In realtà la forza delle due ragazze americane era dettata proprio dal legame viscerale con il general manager dei Tokio Hotel, che passava loro informazioni in anteprima scavalcando l’ufficio stampa del gruppo. La Universal Music fu presa in contropiede nell’organizzazione di una community così complessa. Oggi Marie e Pauline – che nel frattempo si sono messe in proprio e hanno aperto una loro azienda, la Stern Music – gestiscono in rete decine di brand musicali con blog e forum.<span id="more-7743"></span></p>
<h5>Identikit delle community</h5>
<p>Come dimostra la storia di Marie e Pauline, la community rappresenta una rivoluzione copernicana, che parte da un nuovo dialogo sul web tra aziende e clienti, reali o prospect, ma s’inserisce prepotentemente anche nel business. Perché oggi più che mai una comunità in rete influenza le preferenze e condiziona le politiche. È difficile stabilire il numero esatto di community che oggi si annidano sul web, anche se ogni azienda potenzialmente potrebbe essere dotata di una propria community nascosta tra le pieghe della rete: magari non la conosce ancora, ma c’è! Ciò che si può invece calcolare è il crescente numero di agorà digitali dove si ritrovano: in questo specifico caso i social network, Facebook e Twitter in testa, hanno fornito a queste comunità un acceleratore strategico, e permesso un aumento esponenziale dei lavoratori della rete sempre più specializzati nella gestione di queste comunità.</p>
<p>Le community, a torto o a ragione, sono divenute in questi ultimi tempi l’aspetto del digitale più affascinante ma ancora sconosciuto ai più, potenziale alcova del business ma ancora forziere blindato per i canali di vendita. Le community – da quelle di prodotto o aziendali a quelle puramente valoriali – si sono moltiplicate affermandosi nel sottobosco dei social network. Anche per Don Tapscott, ceo di New Paradigm, «le imprese devono smettere di pensare a siti internet o intranet e costruire comunità». Con il moltiplicarsi delle community le aziende iniziano a comprendere come sia strategico intercettarle e quasi impossibile crearle ex novo assoggettandole al brand. Le community sono comunità online fatte da persone, consumatori, dipendenti, cittadini associati o membri di gruppi di interesse; persone che si autoaggregano, anche se poi l’organizzazione ha una notevole responsabilità nel favorire tali assembramenti digitali.</p>
<h5>Micro-community</h5>
<p>Nel 1959 una nota casa automobilistica tedesca stupì l’universo economico con una inserzione a caratteri cubitali sui principali quotidiani europei: <em>Pensa piccolo</em>, recitava il claim di lancio del Maggiolino Volkswagen. Impercettibili fenomeni generano macro-trend di portata globale, e “pensa piccolo” è un concept adattabile alle community sparse in rete. Non è più un problema di numeri, ma di intensità della relazione, lontano dalla cultura mass market: l’obiettivo fondamentale non si misura in termini di quantità, ma di qualità. Il pubblico è circoscritto, interessato, fuori delle consumate logiche generaliste delle micro-community, perfino con una indicazione di soglia. Ogni tribù di buoni clienti dovrebbe essere contenuta entro un numero di centocinquanta unità: in questo modo si riuscirebbe a soddisfare le singole esigenze, mostrando quell’attenzione che è indispensabile in una relazione di stampo industriale.</p>
<p>Il numero centocinquanta per <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Kevin_Kelly">Kevin Kelly</a> diventa mille. In un articolo pubblicato sul sito <a href="http://technium.com">Technium.com</a>, Kelly ha descritto il mondo dei “mille veri fan”. Secondo Kelly, un vero fan è un membro che ha davvero a cuore il lavoro della community, sarà perciò disposto a fare sacrifici per acquistare nel negozio di fiducia e spingerà amici e parenti verso quel “credo”: «A un artista basta avere una tribù di mille veri fan; sono sufficienti, perché mille veri fan gli dedicheranno abbastanza attenzione, sostegno, affinché possa godere di un buon tenore di vita, contattare altri sostenitori e compiere un lavoro fantastico. Mille fan, mille autentici fan costituiscono una tribù». Ecco perché le micro-community, di contro e per paradosso, implicano delle macro-attenzioni da parte degli animatori: le macro-attenzioni hanno a che fare prepotentemente con quel cambio di paradigma tipico di una cultura mainstream e generalista verso un rapporto one-to-one. In questo la comunicazione diventa essenziale, nevralgica, la vera killer application del successo del business.</p>
<h5>Tutto si intercetta</h5>
<p>Lo ha scritto senza possibilità di equivoci Seth Godin: «La folla non è una tribù, la folla è una tribù senza un leader, è una tribù senza possibilità di comunicazione; la maggior parte delle organizzazioni dedica il proprio tempo a vendere a una folla, mentre le aziende più accorte riuniscono tribù». Prima regola chiave: nelle community nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si intercetta. Il postulato di Lavoisier è stato rivisitato e corretto per trattare la prima regola aurea di una buona community: quella dell&#8217;esistenza a prescindere da un brand (o dai tentativi “magici” di creazione in vitro). Questa regola è il mantra di ogni logica di community. D&#8217;altronde così ha dichiarato il padre delle social community Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook: «Non si crea una comunità. Le comunità esistono già, e fanno ciò che vogliono».  Secondo Henry Jenkins, MIT di Boston, le aziende in rete stanno perdendo il controllo e i consumatori remixano i contenuti digitali in modo più efficace e veloce dei media broadcaster.</p>
<p>Seconda regola chiave: dialoga e dai il feedback. Per chi opera a stretto contatto con le community diventa parte essenziale della propria attività la gestione del feedback. Tale aspetto può essere letto su due piani distinti: da un lato la risposta a un commento o a una domanda che parte dalla propria tribù, dall&#8217;altro il feedback verso il top-management dell&#8217;azienda, ovvero l&#8217;efficia dell&#8217;azione del community manager o specialist. Iniziamo dal primo fronte, quello della risposta, una delle note peculiari della comunicazione 2.0 rispetto alle vecchie modalità interpretative appartenere alla cultura “generalista”. D&#8217;altronde ascolto e servizio al cliente passano per l&#8217;ascolto ma anche per la risposta alle problematiche espresse. Tacere quando si è chiamati in causa non è mai positivo. E la risposta deve essere celere e al contempo ragionata, perchè i tempi della rete non consentono di tergiversare ma al tempo stesso è importante intervenire con precisione e correttezza. Quindi occorre rispondere ai post, ai messaggi, alle e-mail ricevute. Se il numero non lo consente occorre impostare una comunicazione di servizio o un messaggio automatico e “processare” le richieste più delicate nelle ore successive, facendo uno screening dei messaggi con una gradualità dal più complesso (codice rosso) al meno delicato (codice verde).</p>
<h5>Social e multicanale</h5>
<p>Un discorso a parte merita la gestione dei commenti sui social network, che – soprattutto nelle fanpage e nei gruppi su Facebook – implica una replica allargata e “plurale”: occorre presidiare il social network, rispondendo in modo personale, asciutto e diretto, con rispetto e determinazione. Nelle situazioni più complesse occorre allertare l&#8217;azienda (la struttura responsabile della comunicazione interna digital o l&#8217;ufficio stampa). Ai membri della community – i veri ambasciatori del brand – occorre dare stimoli e ringraziamenti, senza esagerare però: non deve mai sembrare che l&#8217;azienda voglia ingraziarsi la propria comunità. D&#8217;altronde il rispetto lo si misura sul campo.</p>
<p>E veniamo alla terza regola: moltiplica il valore della community in logica social e multicanale. Ovvero non far vivere la community in ambienti chiusi, ma moltipli l&#8217;efficiacia del confronto grazie ai social network sempre più performanti. La multicanalità implica anche un rapporto più stretto e sinergico con il sito istituzionale dell&#8217;azienda: per un&#8217;organizzazione o un gruppo di interesse che è predisposto nella sua missione verso il servizio al cliente la community può diventare una leva strategica. Le nuove tecnologie – sempre più malleabili e incisive anche rispetto a progetti più performanti – consentono oggi di offrire un servizio completo e quindi realizzare una user experience vincente. D&#8217;altronde per un&#8217;azienda l&#8217;esperienza del prodotto diventa brand solo in una logica di autentico servizio.</p>
<h5>Affetti speciali</h5>
<p>Uno degli esempi di multicanalità maggiormente vincenti nel mercato americano è offerto da Domino&#8217;s Pizza. Negli Stati Uniti questa azienda ha integrato la visione di un film on demand su Tivo con la possibilità di ordinare una pizza direttamente dal divano di casa propria. In questo senso la community si apre verso una diffusione del geotagging e verso la possibilità di integrare l&#8217;offerta con vere e proprie applicazioni pubblicitarie sugli smartphone. Questo ci porta alla regola fuori le regole: dagli “effetti speciali” agli “affetti speciali”. In parole semplici: non ricercare piattaforme ad elevate prestazioni ma distanti dalle capacità comprensive della community. Persegui invece un legame emozionale, puntando al cuore della comunità. Altrimenti rischi la «schizophrenia». L&#8217;ha dichiarato anche Dave Balter di <a href="http://www.bzzagent.com/">BzzAgent</a>: «Keep it simple».</p>
<p>Solo per il fatto che è possibile integrare qualsiasi funzionalità online, non è detto che questa complessità venga percepita come una buona ragione per partecipare alla vita della community. Nello stesso post  Balter così prosegue: «Offering the hodgepodge of polls-messageboards-blogpost-videoplaylist-statusfeeds-avatars can lead to brand – and avocate – schizophrenia». Come scrive Seth Godin, «Le tribù non hanno a che fare con le cose, ma riguardano i legami».</p>
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		<title>Quelli che fanno affari con Facebook e Twitter</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Nov 2011 07:30:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giampaolo Colletti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una ricerca della Bocconi traccia un quadro aggiornato rispetto all'uso dei social network in azienda. Alcuni casi di successo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Walled garden, giardino chiuso. Qualche anno fa gli analisti di nuovi media ci abituarono a questa terminologia riferita alle prime esperienze di internet sui dispositivi mobili. Il termine fu adottato, ad esempio, per il rilascio delle prime sperimentazioni in Italia del <em>Vodafone Live!</em>, piattaforma che dai cellulari Vodafone permetteva di accedere ai servizi a valore aggiunto. Ci si collegava alla Rete, ma non troppo, perché non si navigava se non in un numero chiuso di piattaforme predefinite. Dal giardino chiuso del passato (ma forse ancora attuale, per alcuni è tale anche l&#8217;iPad) agli ambienti <em>social</em> degli ultimi anni il passo è stato straordinariamente decisivo: un&#8217;era geologica, che sui social network scorre con un tempo molto rapido. I dati e gli entusiasmi sulla cultura digitale in rete fanno comprendere quanto i media sociali oggi siano strategici per aziende multinazionali, per le piccole e medie imprese, per organizzazioni o gruppi di interesse di ogni sorta e anche per i vecchi media editoriali ricovertiti in nuovi media grazie al digitale.<span id="more-7382"></span></p>
<h5>Social media e imprese</h5>
<p>Partiamo dall&#8217;<a href="http://contactsda.sdabocconi.it/it/mq/index.htm?utm_source=google&amp;utm_medium=link_sponsorizzati&amp;utm_content=MQ&amp;utm_campaign=programmi_2011">ultima ricerca</a> dell&#8217;Università Bocconi, elaborata dall&#8217;osservatorio business intelligence. I dati sono stati analizzati un paio di mesi fa e arrivano a coprire il mese di settembre 2011: non è banale considerare questo aspetto perché le istantanee in rete faticano a stare al passo coi tempi e diventano difficili da effettuare: troppo sfocate, se aggiornate al brevissimo termine, oppure troppo definite, ma datate e quindi non realistiche. Non è così per questa ricerca, che fotografa il ruolo dei media sociali per le imprese nostrane. All&#8217;inizio guardati con diffidenza e poco conosciuti, oggi i social network vengono considerati alleati preziosi anche per ingrossare il portfolio clienti: non servono più soltanto per attuare un dialogo coerente con la propria comunità di clienti, ma anche per vendere a nuovi potenziali compratori.</p>
<p>Così per il 76% delle oltre mille realtà intervistate, i social network sono ritenuti strategici per ricevere feedback e gestire le lamentele. C&#8217;è un rilevante 4% che si spinge oltre, affermando come sia disposto a cambiare strategia commerciale a seguito di commenti postati su Facebook. Dalla stessa ricerca emerge come il 39% delle aziende sia già posizionata online, mentre il 32% sia pronta a scendere nell&#8217;agone digitale investendo sui social network. C&#8217;è anche un 6% che ritiene inutile buttarsi sui media sociali e che Facebook, Twitter, LinkedIn non siano il modo giusto per interagire con la customer based. Ma è una percentuale minima, quasi irrisoria rispetto al 54% vede questi ambienti aperti e integrabili con le attività del customer care (call center in primis).</p>
<h5>Consapevolezza (molta) e visione (poca)</h5>
<p>Tra il dire e il fare c&#8217;è di mezzo una rete ancora poco conosciuta: quasi uno su cinque delle aziende intervistate (17%) non sa valutare l&#8217;efficacia di una campagna di viral marketing, il 24% delle imprese non sempre risponde ai commenti, il 43% non fa un accurato screening di ciò che si dice sui social network della propria azienda (il monitoraggio noto ai più come <em>buzz marketing</em>) e addirittura il 35% monitorizza i dati ancora manualmente. Due sono gli aspetti da evidenziare: la costante analfabetizzazione alle nuove tecnologie della classe dirigente, che non conosce gli strumenti da adottare per potenziare l&#8217;efficacia e in qualche modo per avere un buon ritorno d&#8217;investimento. E poi la mancanza di coraggio nell&#8217;ingaggiare figure specializzate (e anche iperspecializzate) che possano entrare in azienda, internalizzando le professionalità, o che possano collaborare con l&#8217;azienda in un&#8217;ottica di consulenza esterna.</p>
<p>Così afferma Andrea Albanese, ricercatore dell&#8217;Università Bocconi e autore del monitoraggio: «Nelle aziende italiane c&#8217;è una sottovalutazione delle attività di business intelligence con relativa reportistica online. Ciò significa che concretamente spesso il call center non sa dialogare con i clienti sul web. Inoltre l&#8217;impresa ha bisogno di rimodulare il proprio budget in questo settore: spesso mancano figure competenti su tecniche di web e social marketing e ci si affida ad agenzie tradizionali che annaspano su questi nuovi mercati». Ci troviamo di fronte all&#8217;annoso problema di mancanza di visione: si gestisce l&#8217;ordinario e mancano strategie a medio-lungo termine. «L&#8217;azienda, non avendo ancora una reale fiducia oltre che budget allocato, decide di ingaggiare risorse molto <em>junior</em>, specialisti della materia non ancora formati a tutto tondo per presidiare questi campi», precisa Albanese. Ecco, torniamo alle difficoltà di far comprendere alle imprese nostrane che un nativo digitale non è necessariamente una risorsa che possa presidiare con efficiacia lo spazio social dell&#8217;azienda.</p>
<h5>Cultura social</h5>
<p>Ciò che serve è un nuovo approccio social. Albanese è molto chiaro: «Non perché un cliente entra nella community dell&#8217;azienda o sulla fan page diventa necessariamente un amico. Attenzione: la logica amicale disorienta nel rapporto azienda/fornitore, che non deve essere sottovalutato». Rincara la dose anche un altro esperto, Andrea Boscaro, fondatore di <a href="http://www.key4biz.it/Mappamondo/2011/02/The_Vortex_Media_Digitali_Societa_Formazione_Nicola_Mauri_Andrea_Boscaro_Massimiliano_Sossella.html">The Vortex</a>: società di formazione al marketing digitale. «Innanzitutto credo che in Italia ci sia stato un fagocitamento da parte di Facebook sugli altri social network: è stato tale il suo boom che, ad esempio, ha offuscato il ruolo e il potenziale di Twitter e questo vale tanto per le persone che per le aziende. È importante comprendere come Twitter non sia un sostituto di Facebook, ma un suo possibile complemento: Twitter non è un <em>social network</em> ma un <em>information network</em>».</p>
<p>D&#8217;altronde, restando su Twitter, in Italia i venticinque brand più popolari per numero di followers (Dolce &amp; Gabbana, Ferrari, Gucci, Cavalli, Feltrinelli, Emergency) inviano meno di quattro tweet al giorno. E stiamo parlando delle eccellenze. Prima di aprire un account Twitter &#8211; l&#8217;ultimo passaggio che un&#8217;azienda dovrebbe effettuare &#8211; occorre mappare le possibilità di entrare in conversazione con una potenziale community e quindi con persone che già esistono sulla piattaforma di microblogging. «Prima c&#8217;è il monitoraggio di ciò che si dice di noi e anche su ciò che si dice sui temi affini: occorre fotografare la situzione per ingaggiare l&#8217;utente. Se crei un tuo account, devi avere un tuo palinsesto, un tuo piano editoriale. Quindi all&#8217;inizio l&#8217;attività è più reattiva che non attiva», conclude Boscaro. La differenza è sostanziale: Twitter genera flussi di comunicazione aperti tanto che, numeri alla mano, se 350.000 sono le persone in Italia che “cinguettano” con regolarità, a leggere i loro tweet ci sono oltre un milione e trecentomila navigatori.</p>
<h5>Successi in azienda</h5>
<p>Alcuni casi emblematici: uno che arriva dall&#8217;America e gli altri italianissimi. Oltreoceano uno degli esempi di multicanalità maggiormente vincenti nel mercato americano è offerto da <a href="http://www.dominos.com/">Domino&#8217;s Pizza</a>. In America questa azienda ha integrato la visione di un film on demand su <a href="http://www.tivo.com/">Tivo</a> con la possibilità di ordinare una pizza direttamente dal divano di casa propria. In questo senso la community si apre verso una diffusione del geotagging e verso la possibilità di integrare l&#8217;offerta con vere e proprie applicazioni pubblicitarie sugli smartphone. Dagli Stati Uniti all&#8217;Italia: <a href="http://www.tuaassicurazioni.it/">Tua Assicurazioni</a> è un bell&#8217;esempio di cultura social. «L&#8217;obiettivo è diventare la prima compagnia di assicurazioni &#8220;social&#8221; in Italia entro il 2012», così precisa Marco Paleari, responsabile marketing di Tua Assicurazioni, compagnia del gruppo Cattolica nata nel 2004 e che oggi conta su oltre 350 agenzie che gestiscono 200.000 clienti.</p>
<p>Da qualche settimana Tua Assicurazioni è presente con una pagina su Facebook e con specifiche linee guida trasferite alla rete delle agenzie ai fini di creare pagine locali. «Con la pagina istituzionale inviamo un voucher che consente – esclusivamente ai fan su Facebook &#8211; di usufruire di uno sconto su alcuni prodotti: nel concreto è possibile avere migliori polizze recandosi poi con quel voicher in una della nostre agenzie», afferma Paleari. <a href="http://www.alcatel-lucent.com/wps/portal?COUNTRY_CODE=US&amp;COOKIE_SET=false">Alcatel-Lucent</a>, la multinazionale nata nel 2006 a seguito della fusione di Alcatel e Lucent Technology e oggi operante in 130 Paesi con 78.000 dipendenti, è oggetto d’indagine dell&#8217;Università Bocconi e al tempo stesso finanziatrice dell&#8217;osservatorio. Secondo Paola Pernigotti di Alcatel-Lucent soprattutto per un player leader di mercato nell&#8217;ambito del contact-center è fondamentale attivare un confronto in Rete. «I quesiti della community sono già in Rete e possono essere posti twittando, chattando e collegandosi al blog. I colleghi del nostro customer care sono consapevoli di questo aspetto», precisa Pernigotti.</p>
<h5>Anche i vecchi media</h5>
<p>Ma non solo le aziende guardano con interesse ai social media per fare business, anche certa editoria ha imparato a reinventarsi sui media sociali, pur arrivando da un background tradizionale, come può essere quello di una televisione locale. La storia di successo riguarda <a href="http://www.romauno.tv/">Roma Uno</a>, emittente della capitale attiva dal dicembre 2003, con una programmazione autoprodotta del 91/92%  del palinsesto e un team di 32 risorse. «La multicanalità è una scelta obbligata, non soltanto coraggiosa. Occorre essere vicini al proprio pubblico in ogni canale di comunicazione». Così ha affermato Fabio Esposito, Amministratore Delegato di Roma Uno. L&#8217;applicativo i-Phone della tv locale è stato scaricato da 20.000 utenti. E c&#8217;è tutto: è possibile vedere i servizi, leggere i testi, fruire dello streaming video. L&#8217;idea è stata sviluppata dalla community di telespettatori: «Un nostro fedele telespettatore ci ha fatto un regalo: ha realizzato l&#8217;applicativo per i-phone e i-pad. Attualmente il dispositivo interagisce con tutte le componenti del web», precisa Esposito.</p>
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		<title>E per un giorno Salman Rushdie perse il nome</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Nov 2011 09:12:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonella Napolitano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[#MiddleNameUsers]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
		<category><![CDATA[Mark Zuckerberg]]></category>
		<category><![CDATA[Salman Rushdie]]></category>

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		<description><![CDATA[La gestione della nostra identità su Facebook è un tema spesso dibattuto: l’arbitrarietà con cui vengono gestiti i problemi causa spesso frustrazione, ma il più delle volte il singolo utente può far poco. Un famoso scrittore inverte il tiro]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Davanti ai social network siamo però tutti uguali (o quasi): e così l’ultima vittima delle politiche di Facebook finisce per diventare nientemeno che il famoso scrittore Ahmed Rushdie. Non lo avete mai sentito nominare? Molto probabile. Quasi sicuramente lo conoscete con il suo secondo nome, Salman. Nelle ultime 24 ore però anche lui ha avuto una spiacevole esperienza con la gestione della sua identità su Facebook, proprio a causa del suo nome.<span id="more-7331"></span></p>
<h5>Ahmed</h5>
<p>Certo, nella vita Rushdie ha a che fare con ben altre persecuzioni: dal 1988, anno in cui ha scritto <a href="http://www.anobii.com/books/I_versi_satanici/9788804391470/01e8b6f796e11966ab/">I versi satanici</a>, la sua vita è cambiata definitivamente con la fatwa, la condanna morte dell’ayatollah Khomeini, che lo ha costretto a vivere in Inghilterra sotto protezione. Questo non gli ha però impedito di continuare la sua vita da scrittore e intellettuale. E di impegnarsi con foga quando pensa che una cosa sia sbagliata. Sì, anche quando si tratta del suo nome su Facebook. Nel tardo pomeriggio di ieri Rushdie racconta <a href="http://twitter.com/salmanrushdie">sul suo account Twitter</a> che due giorni prima Facebook ha cancellato il suo account personale perché non credeva si trattasse di lui. Rushdie aveva inviato una foto con passaporto come prova. Per tutta risposta, Facebook riattiva l’account ma col nome “Ahmed Rushdie”, il primo nome dello scrittore, da lui mai usato.</p>
<p>A quel punto Rushdie fa una cosa che molti geek farebbero: va su Twitter. E dal suo account (verificato!) prima racconta, poi cerca di indirizzare la protesta direttamente a Mark Zuckerberg, inoltrando la domanda a quello che crede essere il profilo del fondatore di Facebook. Purtroppo, nessuno degli account segnalati appartiene effettivamente a Zuckerberg e Rushdie, frustrato, inizia a prendersi gioco della politica sui nomi iniziando a chiedere a Facebook (ma in realtà ai suoi follower) che cosa succederebbe se altre personalità che usano il loro secondo nome venissero costretti a usare il primo: riconoscereste James McCartney come uno dei Beatles? E gli attori Thomas Connery e William Pitt non sono conosciuti con il loro secondo nome, rispettivamente Sean e Brad?</p>
<h5>Chi decide</h5>
<p>A quel punto il passo verso il meme &#8211; con hashtag <a href="https://twitter.com/%23!/search?q=%23MiddleNameUsers" target="_blank">#MiddleNameUsers</a> &#8211; è breve e gli esempi si moltiplicano. Un’ora dopo circa, Rushdie annuncia che il problema è risolto con tante scuse &#8211; ufficiali &#8211; di Facebook. Mashable, che pubblica la sequenza dei tweet, sottolinea come questo episodio <a href="http://mashable.com/2011/11/14/salman-rushdie-facebook/%2334511The-hero-overcomes-his-nemesis" target="_blank">renda esplicita una delle oscure politiche di Facebook</a> sulla gestione dell’identità: se mostri il tuo documento d’identità sarai comunque obbligato a usare il tuo nome, anche se non lo usi. Nel suo <a href="http://www.facebook.com/rushdie?sk=wall" target="_blank">profilo Facebook di Rushdie</a>: chiude la vicenda annunciando «Victory!» e pubblicando un link a <a href="http://www.nytimes.com/2011/11/15/technology/hiding-or-using-your-name-online-and-who-decides.html?pagewanted=all?src=tp&amp;smid=fb-share" target="_blank">un articolo del New York Times</a>, dedicato ovviamente all’episodio, dall’eloquente titolo «Chi decide chi sei online?».</p>
<p>Nell’articolo si confrontano le politiche di Google con quelle di Twitter e Facebook: nonostante una posizione molto ferma in merito, Google+ darà la possibilità di usare nomi diversi da quello proprio in alcuni casi. Twitter, invece, non ha regole così restrittive, consentendo persino l’uso esplicito di account falsi. Facebook, infine, resta uno dei contesti più problematici data l’assenza di regole chiare ed esplicite. Forse, contrariamente a una frase latina, il nostro destino non è nel nome. Ma saranno i social network a deciderlo?</p>
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		<title>Ti ho riconosciuto anche se non ti conosco</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Nov 2011 07:30:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federico Guerrini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Acquisti]]></category>
		<category><![CDATA[Carnegie Mellon University]]></category>
		<category><![CDATA[Center for Constitutional Rights]]></category>
		<category><![CDATA[Darpa]]></category>
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		<category><![CDATA[Eric Schmidt]]></category>
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		<category><![CDATA[riconoscimento facciale]]></category>

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		<description><![CDATA[I progressi delle tecnologie di riconoscimento automatico fanno nascere molti interrogativi sul loro impatto, in un futuro ormai prossimo, nelle relazioni fra gli individui e fra i cittadini e lo Stato]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I 72.000 spettatori che entravano nello stadio di Tampa, Florida, per assistere alla trentacinquesima edizione del Superbowl, all&#8217;inizio del 2001, non sapevano di essere coinvolti nel primo esperimento biometrico di massa della storia. E non da spettatori. Da protagonisti. Mentre passavano i tornelli di ingresso, delle fotocamere digitali scattavano immagini dei loro volti, immagini che poi, tramite un  apposito software, venivano confrontate con un database di foto segnaletiche. L&#8217;obiettivo era quello di catturare eventuali teppisti o criminali nascosti fra la folla. L&#8217;esperimento fu un fiasco e non portò ad alcun arresto. Altri tentativi, come l&#8217;installazione di un sistema analogo nell&#8217;aeroporto di Boston si rivelarono fallimentari: come rivelarono in seguito alcuni funzionari, il software si dimostrava affidabile in meno della metà dei casi Ma questo accadeva dieci anni fa: ora le cose sono cambiate, e di molto.<span id="more-7272"></span></p>
<h5>Ubiquo e pervasivo</h5>
<p>Da una parte sono migliorate le tecnologie: i programmi di riconoscimento facciale si sono fatti più precisi e difficili da imbrogliare, e la potenza di calcolo dei Pc è cresciuta in modo esponenziale. Ormai per ottenere dei risultati attendibili non servono più immagini frontali del soggetto: i moderni algoritmi riescono a elaborare anche immagini riprese di sbieco e la modellazione in 3D dei volti, permette di ovviare a problemi comuni, come la scarsa luminosità degli scatti. L&#8217;altro fattore che ha modificato in maniera significativa lo scenario è stata la diffusione di immagini personali in internet, a cui si è sommata la rapida diminuzione dell&#8217;anonimato seguita al successo delle reti sociali – Facebook su tutti. Ciò ha fatto sì che tali fotografie fossero, non di rado, “taggate” con nome e cognome del soggetto raffigurato e non fosse necessario disporre di due distinti database per associare identità e volti.</p>
<p>Che cosa questo comporti sul piano della privacy, è stato messo in evidenza da un recente esperimento nel quale un gruppo di ricercatori dell&#8217;Università Carnegie Mellon, guidati dall&#8217;italiano Alessandro Acquisti, ha scansito con un software di riconoscimento  migliaia di foto. Nel 31 % dei casi è stato possibile associare all&#8217;immagine il corrispondente profilo Facebook, e di conseguenza risalire perlomeno al nome e cognome del soggetto, e non di rado a informazioni molto più approfondite. Gli studiosi hanno inoltre sviluppato un&#8217;applicazione per terminale mobile mediante la quale, tutta la procedura può essere svolta in meno di trenta secondi con uno smartphone. La diffusione dei telefonini intelligenti è il terzo tassello che può rendere il riconoscimento facciale davvero ubiquo e pervasivo.</p>
<h5>Milioni di profili</h5>
<p>Se milioni di persone continueranno a inserire incuranti in rete immagini di loro stessi, chiunque, in un futuro ormai prossimo, potrà scattare una foto di un passante e, grazie a un crawler che scandaglierà il web, sapere chi ha di fronte. L&#8217;applicazione ideata da Carnegie Mellon (acquistata in seguito da Google) si chiama <a href="http://www.pittpatt.com/">PittPatt</a> e il suo sviluppo, come del resto quello di tutta la ricerca, è stato in larga parte finanziato da Darpa, l&#8217;agenzia del Pentagono che si occupa di progetti tecnologicamente avanzati. Il che non deve stupire. Dopo l&#8217;11 settembre il governo americano ha investito milioni di dollari nel campo della biometrica, nell&#8217;ambito della cosidetta “guerra al Terrore”. L&#8217;idea era quella di rendere più efficienti controlli alle frontiere e negli aeroporti, associando <a href="http://www.usatoday.com/news/washington/2007-05-10-facial-recognition-terrorism_N.htm">ai body scanner</a> che sono spuntati come funghi in questi anni, la scansione dei volti.</p>
<p>E siamo solo agli inizi. Dal prossimo anno partirà negli Stati Uniti un progetto nazionale, promosso dall&#8217;Fbi, con l&#8217;obiettivo di consentire alle autorità federali (e non solo a loro, dato che le informazioni verranno condivise con il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale) di identificare foto di perfetti sconosciuti facendole combaciare con una o più fra le 10 milioni di foto segnaletiche custodite nell&#8217;Integrated Automated Fingerprint Identification System. Il programma, per il quale è stato stanziato un miliardo di dollari, durerà fino al 2014. In una prima fase verrà sperimentato in alcuni Stati pilota – Michigan, Florida, Washington e North Carolina per poi essere esteso a tutta la nazione. Le associazioni per i diritti civili, come il Center for Constitutional Rights o l&#8217;<a href="http://epic.org/privacy/facerecognition/">Electronic Privacy Information Center</a>, hanno chiesto garanzie per evitare che il sistema dilaghi e si trasformi in una schedatura senza precedenti di milioni di tranquilli cittadini. Cosa che potrebbe facilmente avvenire se verranno inseriti nel database non soltanto  persone in stato di arresto ma anche chi è sottoposto a un semplice controllo di routine.</p>
<h5>Nel mondo</h5>
<p>È intuibile come il riconoscimento facciale rappresenti una tentazione irresistibile, a fini repressivi, per qualsiasi governo, in particolare per quelli di Stati non democratici. Ma anche nella civilissima Inghilterra le autorità si sono rivolte ai cittadini, dopo la fine dei tumulti di Londra, affinché caricassero online foto e video atti a identificare i manifestanti o, all&#8217;inverso, dessero un nome alle persone presenti nel materiale audiovisivo inserito su Flickr dalla polizia. Alcuni cittadini indignati hanno avuto la tentazione di arrangiarsi, pubblicando online fotografie dei vandali e invitando chi li conoscesse a denunciarli; salvo tornare sui loro passi una volta accortisi dei potenziali abusi di questa giustizia fai-da-te. Un gruppo di “vigilantes”, intenzionati a creare una propria applicazione di riconoscimento facciale per aiutare la polizia nelle indagini, <a href="http://www.forbes.com/sites/kashmirhill/2011/08/11/london-riots-facial-recognition-vigilantes-abandon-their-project/">ha dato forfait</a> dopo aver constatato la scarsa affidabilità dei propri sforzi e la reazione non propriamente entusiasta dei loro concittadini, che li hanno tempestati di mail denigratorie.</p>
<p>La strada comunque sembra ormai tracciata. Per la prossima Coppa del Mondo di Calcio, la polizia brasiliana avrà in dotazione <a href="http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/southamerica/brazil/8446088/Brazilian-police-to-use-Robocop-style-glasses-at-World-Cup.html">speciali occhiali dotati di videocamera</a> in grado di scattare fino a 400 immagini al secondo e di inviarle per la comparazione a un database centrale contenente 13 milioni di volti. Il pubblico non saprà nemmeno di essere ripreso: il dispositivo cattura le facce in un raggio di 50 metri, e può arrivare ad alcuni chilometri se tarato per individuare un bersaglio specifico.In Malesia si pensa di adoperare la tecnologia di riconoscimento <a href="http://www.mmail.com.my/content/72976-cops-mull-over-new-systems">per combattere la criminalità</a> e in Olanda servirà a evitare che sui tram di Rotterdam circolino anche persone bandite dal trasporto cittadino.</p>
<h5>Futuro biometrico</h5>
<p>In tutti questi casi, le intenzioni (almeno quelle dichiarate) alla base dell&#8217;introduzione della scansione biometrica dei volti nell&#8217;armamentario delle varie forze dell&#8217;ordine sono senza dubbio lodevoli. Quello che manca è un serio dibattito, che coinvolga l&#8217;opinione pubblica e fissi limiti e modalità di applicazione di questi nuovi strumenti. Anche se, almeno negli Stati Uniti, qualcosa si sta muovendo: il senatore John Rockfeller, presidente della commissione Commercio Scienza e Trasporti <a href="http://commerce.senate.gov/public/?a=Files.Serve&amp;File_id=f15e7111-f9fb-4eee-b4e7-7cc48c6f003b">ha sollecitato</a> con una lettera la Federal Trade Commission, che l&#8217;8 dicembre terrà un workshop sul riconoscimento facciale, a mettere in chiaro benefici e rischi di tale genere di monitoraggio. Nella lettera, il politico non si sofferma tanto sulle iniziative governative in materia, quanto su quelle, in piena fioritura, di alcuni privati: dai titolari bar che sfruttano un&#8217;applicazione chiamata Scene Tap per ricevere su loro cellulare un rapporto sul tipo di clientela presente nel locale – fascia di età e genere sessuale in particolare. Gli stessi parametri che l&#8217;hotel-casinò Venetian Resort di Las Vegas utilizza per tarare al meglio gli annunci pubblicatari rivolti alle persone che si attardano nelle vicinanze del display.</p>
<p>Rockfeller ricorda anche come Facebook abbia implementato da quest&#8217;estate, in modo piuttosto goffo, un sistema di scansione e analisi delle foto caricate dagli utenti che suggerisce in automatico i nomi degli amici presenti nelle immagini. E conclude citando il caso di Google, che per la prima volta nella sua storia ha rinunciato a lanciare un prodotto dopo averlo sviluppato. Perfino il pragmatico ex presidente della Grande G, Eric Schmidt, quello avvezzo  a freddure come «se non volete che una cosa si sappia, forse in primo luogo è meglio che non la facciate», ha ritenuto che l&#8217;applicazione di riconoscimento facciale sviluppata da Mountain View che una volta scattata la foto di un individuo andava a pescare nel web eventuali corrispondenze, si prestasse troppo facilmente ad abusi. Ma è solo questione di tempo prima che il vaso di Pandora del riconoscimento facciale applicato alla vita quotidiana venga scoperchiato. È il «nostro futuro biometrico», per parafrasare il titolo <a href="http://nyupress.org/books/book-details.aspx?bookId=3812">di un recente libro</a> della studiosa americana Kelly Gates dedicato all&#8217;argomento. Sta a noi affrontarne conseguenze e implicazioni, senza limitarci a subirlo.</p>
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		<title>Non pensate Facebook come un luogo colto</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Nov 2011 07:30:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Venturini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
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		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
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		<description><![CDATA[Con un italiano su tre iscritto a Facebook, è inevitabile che anche Facebook diventi sempre più simile alla società vera: non esiste un “utente Facebook” medio.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Giorno dopo giorno, per lavoro o per diletto, frequento i social media, in primis ovviamente Facebook. E ne parlo. E ne sento parlare. Quello che mi fa riflettere è che un po’ troppo spesso ne sento parlare come di un luogo un po’ magico dove si incontrano e conversano le èlite socioculturali italiane. Dove tutti noi ci incontriamo e dibattiamo temi se non profondi, almeno intelligenti, <em>smart</em>. Con un sano background culturale. Fin qui, possiamo anche sopravvolare. Un po’ meno quando si vedono progetti di comunicazione che si basano su questi assunti. Ovvero che <em>chiunque</em> sia su Facebook ha una certa cultura e una certa smartness. Secondo me, è il momento di fare un minimo di reality check.<span id="more-7194"></span></p>
<h5>Non uscire dal nostro giardino</h5>
<p>Continua, se volete, un discorso un po’ più ampio, che ho iniziato <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2011/01/28/i-social-media-e-il-rischio-della-realta-soggettiva">qualche tempo fa</a> e in cui entra benissimo il recente <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2011/10/26/la-bolla-che-deforma-il-tuo-sguardo-sul-mondo">pezzo</a> di Federico Guerrini. Il tema è quello della deformazione della nostra visione della realtà, dato che sui social network tendiamo a circondarci di persone che ci somigliano e che quindi più o meno parlano e ragionano come noi. Nulla di più falso. Se prendiamo giusto un paio di numeri, i sospetti dovrebbero venire. <a href="http://robertoventurini.blogspot.com/2011/11/audiweb-27-milioni-di-italiani-online.html" target="_blank">27 milioni</a> di utenti Internet. 20,6 milioni di utenti Facebook. Quasi tutti gli utenti internet usano Facebook. Anzi, si dice (ma non ho i numeri, non ancora) che ci sia gente che è entrata su internet per usare Facebook e non usa null’altro, della rete.</p>
<p>Su una cifra così ampia è lecito sospettare che ci sia dentro l’élite socioculturale: laureati, professori, scienziati. Ma l’élite, per definizione, è piccola. E un terzo degli italiani, che è su Facebook, non può essere tutto fatto da persone che sanno come si scrive <del>Nietzche</del> <del>niece</del> <del>nietzke</del> Nietzsche. Sapendo anche la maggioranza assoluta  (il 54%) della popolazione Italiana <a href="http://www3.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20110511_00/testointegrale20110511.pdf" target="_blank">non legge mai</a> libri. Mai (brivido). Solo il 15% degli Italiani legge in media almeno un libro al mese. E questi non bastano a fare il totale degli utenti italiani sui Social Media.</p>
<h5>Due Italie</h5>
<p>In fondo è innegabile che ci siano due Italie. Anzi, molte Italie. Un’Italia che una volta si trovava su Facebook e Twitter e Friendfeed, come in una riserva di caccia privata. Poi, con la crescita esponenziale dei social media, tutte le Italie sono finite su Facebook. Ognuna e ognuno a parlare (giustamente) dei temi che più gli sono cari, attorniandosi di persone che gli sono in fondo simili. Che usano i linguaggi con cui si sentono confortevoli, le grammatiche, le sintassi. O la mancanza di esse. Si fa in fretta a vedere: basta farsi un giro su Facebook e uscire dalla nostra oasi ecologica per andare a inseguire ambiti più <em>mass</em>.</p>
<p>Istruttivo (lo dico senza nessun giudizio di merito) guardarsi le pagine di Nino d’Angelo, oppure cosa si dice e come lo si dice sul <a href="https://www.facebook.com/grandefratello" target="_blank">Grande Fratello</a>. Che fa quasi 700.000 fan e tantissima interazione. Superato però dal milione e centomila fan di <a href="https://www.facebook.com/LauraPausini" target="_blank">Laura Pausini</a> e dal milione di <a href="https://www.facebook.com/ramazzotti.eros.official" target="_blank">Eros Ramazzotti</a> e soprattutto  dai 2,7 milioni di Vasco Rossi, che ad ogni post raccoglie centinaia di commenti. Chiaro che i toni e i temi sono un bel po’ diversi da quelli che troviamo negli ambiti di <a href="https://www.facebook.com/wireditalia" target="_blank">Wired</a>. Che fa però 28.000 persone al seguito. E molta meno interazione ( in termini di “persone che ne parlano”, per capirci).</p>
<h5>Il Nobel e lo spritz</h5>
<p>Da leggere e studiare. Se volete con un approccio etnografico. Se non volete, semplicemente per rendersi conto che l’Italia non va solo a bit e byte, ma in larga parte a spritz e Gazzetta dello Sport. E non è un male che sia così! In sostanza, non ha più forse senso parlare di un utente Facebook o di un target Facebook. Così come non ha senso da tempo parlare di un utente televisivo medio. Sono mezzi, anzi piattaforme, su cui si trova dall’analfabeta al premio Nobel. Dal Bagaglino al Ted. E se ci occupiamo di società &#8211; o, come nel mio specifico, di marketing e comunicazione &#8211; avere un’idea fantasiosa di com’è la società, come sono le persone, cosa succede e come si usano i tool digitali lo si può definire un peccato mortale.</p>
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		<title>Perché a Twitter non piace Servizio Pubblico</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Nov 2011 07:30:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boccia Artieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Social Media]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Freccero]]></category>
		<category><![CDATA[Corriere.it]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
		<category><![CDATA[Il Fatto Quotidiano]]></category>
		<category><![CDATA[Michele Santoro]]></category>
		<category><![CDATA[Repubblica.it]]></category>
		<category><![CDATA[Servizio Pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[Twitter]]></category>

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		<description><![CDATA[La trasmissione di Santoro esce dal palinsesto per diventare un esperimento di televisione di servizio ad azionariato diffuso e con declinazioni intermediali. La prima realtà indie della tv italiana? Meno di quanto ci si aspetterebbe, a leggere i commenti su Twitter]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Conosciamo bene le strategie di messa in onda del nuovo programma di Michele Santoro, <a href="http://www.serviziopubblico.it/">Servizio Pubblico</a>, che ha stimolato la sua audience attraverso un’operazione di azionariato diffuso: bastavano 10 euro per renderlo un evento possibile e ha raccolto circa 100.000 sottoscrittori-associati. Sì, perché alla base dell’organizzazione troviamo l’Associazione Servizio Pubblico che <a href="http://www.serviziopubblico.it/media/allegati/Statuto-Associazione.pdf">nello statuto</a> ne declina così le finalità: «L&#8217;associazione non ha fini di lucro neanche indiretto e si propone di favorire la più completa libertà d&#8217;espressione, la libera circolazione delle idee e la piena attuazione del pluralismo nei mezzi di comunicazione. Finalità dell&#8217;associazione è la promozione di iniziative e attività culturali, di formazione e ricreative, per attivare l&#8217;incontro tra le diverse identità culturali dell&#8217;Europa e del Mediterraneo e quindi contribuire allo sviluppo civile e culturale degli associati e, in generale, dei cittadini dell&#8217;Unione Europea».<span id="more-7124"></span></p>
<h5>Non solo spettatori</h5>
<p>La promessa è: non siete solo spettatori, fate parte di qualcosa e con la vostra piccola azione economica rendete possibile questo “qualcosa”, siete editori diffusi e pubblico allo stesso tempo: il sogno pro-am sembra realizzarsi nella nuova intermediazione complessa che viene messa in piedi per realizzare il ciclo di programmazione. Mood ottimista: la prima realtà <em>indie</em> della (post)televisione italiana. Una televisione “di servizio” che nello strutturare i contenuti vuole proporre un pluralismo senza i vincoli del contraddittorio della lottizzazione da partito. Come <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/05/lo-spettatore-paga-e-comanda-e-le-santanch-vanno-in-soffitta/">ha commentato Carlo Freccero</a>, «Mettiamoci un bel punto, spazziamo il vecchio. Andiamo oltre il nemico, il contraddittorio, il pesetto di maggioranza. Non c’è bisogno di avere la Santanché o Ghedini. Questa comunità ha rivoluzionato la televisione. Stringiamoci intorno al nuovo, e smettiamola di creare teatrini e presepi con chi dice qualcosa e chi replica col contrario. Abbiamo visto una trasmissione nuova con un modo nuovo».</p>
<p>Partiamo dal modo nuovo. Il canale di messa in onda è quello intermediale, già <a href="https://mediamondo.wordpress.com/2010/03/26/rai-per-una-notte-era-o-non-era-tv/">sperimentato durante &#8220;Rai per una notte&#8221;</a>, un mix di diretta web (anche dai siti de <em>Il Fatto Quotidiano</em>, <em>Repubblica</em> e <em>Corriere della Sera</em>), tv locali (con presenza praticamente in ogni Regione) e qui spinto più a fondo grazie all’accordo con Sky, quindi con una piattaforma possibile di pubblico più ampia. Strategico questa volta nel <em>concept</em> della trasmissione l’uso dei social network, in particolare con <a href="https://www.facebook.com/servpubblico">la pagina Facebook</a>, con 185.533 adesioni a oggi e 181.071 persone che ne parlano, come dire: <em>buzz </em>delle <em>audience </em>garantito. E da lì web-spettatori hanno assistito alla diretta della prima puntata, giovedì 3 novembre.</p>
<h5>Che cosa dicono i numeri</h5>
<p>Difficile per questo tipo di televisione &#8211; ma possiamo ancora definirla tale o sarebbe meglio <em>videoevento</em>, <em>trasmissione intermediale</em> o qualcos&#8217;altro che verrà? &#8211; definire chiaramente il successo di “visione”, perché l’audience non è raccolta come nella tv tradizionale davanti a uno schermo, ma occorre mappare le forme di fruizione sparse. Raccogliendo le tracce scopriamo che la prima puntata andata in onda giovedì 3 novembre ha raccolto questi numeri:</p>
<ul>
<li>12,03% di share assommando gli ascolti di tv regionali (2.276.418 spettatori) e SkyTg24 Eventi (645.113), altri dati stimano tra 12% e 14% complessivo;</li>
<li>172.000 spettatori che hanno seguito lo streaming su Facebook;</li>
<li>400.000 utenti sul sito del Corriere della Sera e altri 400.000 sui siti del Fatto Quotidiano e dell&#8217;associazione Servizio Pubblico, mentre su Repubblica.it 5 milioni di contatti e più di 300.000 utenti medi contemporanei.</li>
</ul>
<p>A questo andrebbero aggiunti dati qualitativi tutt’altro che trascurabili, come il fatto che la pagina Facebook <a href="http://www.tvdigitaldivide.it/tag/dati-ascolto-servizio-pubblico/#.TrZcHHIwPAw">ha raccolto</a> «120.000 risposte complessive ai sondaggi e più di 5.000 commenti» o che <a href="http://www.repubblica.it/politica/2011/11/04/news/santoro_giorno_dopo-24405431/?ref=HRER1-1">è stato</a> «l&#8217;evento live più seguito di sempre su iPhone e iPad in Italia, con un picco di 4.000 utenti contemporanei» oppure che è stato <em>trending topic</em> su Twitter per l&#8217;intera serata, con 2.500 follower che si sono aggiunti durante l&#8217;evento. Queste cifre sono tutte raccolte nel <a href="https://www.facebook.com/photo.php?fbid=314661688548811&amp;set=a.309019772446336.92231.281125725235741&amp;type=1&amp;ref=nf">manifesto riassuntivo</a> sui principali risultati delle audience tele-connesse pubblicato su Facebook. Per tutto questo Michele Santoro ha potuto definire la serata come «una rivolta contro il degrado della tv generalista occupata dai partiti, sia nel pubblico che nel privato» e dichiarare che «lavoreremo per estendere questa rivolta, per trasformarla in rivoluzione».</p>
<h5>Commenti su Twitter</h5>
<p>Fin qui i commenti della componente generalista, dei giornali, del conduttore, degli esperti di cose della televisione che vedono ed esaltano la dimensione rivoluzionaria del nuovo, del fare televisione nell’epoca del web e dei social network. Ma io vorrei tornare proprio al rapporto tra “nuova trasmissione” e “modo nuovo” di farla. Immaginate di avere “visto” la puntata di Servizio Pubblico attraverso Twitter, cioè con gli occhi di una audience connessa che rappresenta forse oggi in Italia la realtà meno generalista, più critica e politicizzata. Forse estremizzo per capirci, ma non di molto. Il corrispettivo delle audience generaliste sta invece su Facebook. Beh, dicevo, se guardavate da qui la puntata al successo numero del pubblico si associa immediatamente un mood critico che potremmo riassumere con: è piaciuta così così.</p>
<p>Se vi fosse andato di <a href="http://twendz.waggeneredstrom.com/">giocare alla misurazione del <em>sentiment</em></a> avreste visto un 25% con valore negativo, un 65% in grigio e solo un 10% con valore positivo. E le indicazioni che derivano dall’analisi dei contenuti dei tweet è utile per capire cosa non è andato.</p>
<blockquote><p>@lucasofri: “Noia, vado a leggere di meglio, buonanotte”.</p>
<p>@Jacopopaoletti: “@lucasofri avrebbe dovuto essere un modo nuovo (e possibilmente diverso) di fare informazione e approfondimento, peccato”.</p></blockquote>
<h5>Sui contenuti</h5>
<p>A proposito del contenuto. Spazzare via il contraddittorio mantenendo il format tutto sommato di Anno Zero ha depotenziato l’efficacia del programma:</p>
<blockquote><p>@damnation4sale “#ServizioPubblico una puntata tipica di anno zero solo più lunga e più libera. Attendiamo di meglio ancora!”</p></blockquote>
<p>Anche la gestione dei tempi va rodata per evitare l’effetto monologo:</p>
<blockquote><p>@lucasofri “Insomma, la nuova invenzione televisiva di #ServizioPubblico è il #pippone” pippone senza fine”</p>
<p>@gianlucaneri “Durante l&#8217;intervento di Travaglio è tornata l&#8217;ora legale”</p></blockquote>
<p>Va bene eliminare il contradittorio ma lasciare il format sostanzialmente invariato produce un effetto da prove generali:</p>
<blockquote><p>@webgol “Manca un feticcio narrativo di cdx da punzecchiare con sadismo fumogeno. E così del rito di Santoro si vedono le quinte, tipo B-movie”</p></blockquote>
<h5>Sul finanziamento</h5>
<p>C’è poi la questione del finanziamento: va bene, azionariato diffuso, 10 euro pagati, ma comunque le interruzioni pubblicitarie le abbiamo avute e in dosi rilevanti:</p>
<blockquote><p>@mante: “Il servizio è pubblico ma la pubblicità è da privati <a title="#serviziopubblico" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%23serviziopubblico">#serviziopubblico</a>”.</p>
<p>@s_grizzanti: “<a title="#serviziopubblico" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%23serviziopubblico">#serviziopubblico</a> ha pure al pubblicità? Dopo che ha chiesto 10€ a persona per autofinanziarsi? Cazzo conviene pagare il canone Rai!”</p>
<p>@calogerogrifasi: “Mandate pure la pubblicità ma restituite i 10,00€ <a title="#serviziopubblico" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%23serviziopubblico">#serviziopubblico</a>”.</p></blockquote>
<p>Il dubbio su cui si è discusso online circa la natura di quella pubblicità – se fosse del programma o dei canali – è facilmente risolvibile <a href="http://www.tvdigitaldivide.it/tag/servizio-pubblico-santoro/#.TraWwXIwPAw">leggendo le dichiarazioni di Publishare</a> :</p>
<blockquote><p>Publishare ha gestito la raccolta pubblicitaria su Servizio Pubblico, quattro break da quattro minuti ciascuno che sono andati in onda in diretta nazionale sul network di tv regionali; gli stessi spot sono stati trasmessi anche da tutti i siti internet che avevano in streaming il programma.</p>
<p>@ItalianPolitics: “Cacchio! <a title="#Santoro" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%23Santoro">#Santoro</a>: &#8220;Prevediamo un costo/puntata di circa €250mila a puntata&#8221;. Ma usi più streaming e voip a basso costo!”</p></blockquote>
<h5>Oltre il palinsesto</h5>
<p>Veniamo poi alla novità della dimensione intermediale e dell’uso del web. Beh quella <a href="https://mediamondo.wordpress.com/2010/03/26/rai-per-una-notte-era-o-non-era-tv/">si è consumata – e celebrata – con Rai per una notte</a>. Lì abbiamo visto che i pubblici connessi ci sono e che era possibile pensare un modello diverso. La novità non può essere che ci si rivolga al pubblico in rete ma il <em>come</em>. Ci si aspettava quindi di più:</p>
<blockquote><p>@diritto2punto0 “<a title="#serviziopubblico" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%23serviziopubblico">#serviziopubblico</a> mi sembra pensato ancora per la televisione. Il web, per ora, appare un ripiego se l&#8217;interazione è limitata al sondaggio&#8230;”</p></blockquote>
<p>È vero, che ci sia il web, che si facciano i sondaggi su Facebook, che il pubblico diventi follower su Twitter rappresenta, al solito, un tema di estremo interesse per i media generalisti. Ma quella che abbiamo visto resta televisione, una tv che sostituisce al televoto il <em>like</em>. La partecipazione degli azionisti diffusi non l’abbiamo vista. Fatevi fare domande dal web, mandate nel sottopancia i tweet o fateli scorrere in uno schermo dietro chi parla prendendole come provocazioni, create canali multipli di interazione, portate la redazione social network in studio… le cose da fare possono essere molte, semplici e complesse, rischiose o meno. Ci avete fatto comprare il diritto di fare una nuova televisione intermediale, nessuno vi censurerà né vi farà uscire dal palinsesto.</p>
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