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	<title>Apogeonline &#187; Electronic Frontier Foundation</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
	<lastBuildDate>Fri, 25 May 2012 05:01:13 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Brevetti vs. innovazione</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Mar 2012 13:27:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simone Aliprandi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Open Source]]></category>
		<category><![CDATA[brevetti]]></category>
		<category><![CDATA[EFF]]></category>
		<category><![CDATA[Electronic Frontier Foundation]]></category>
		<category><![CDATA[how patents hinder innovation]]></category>

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		<description><![CDATA[Una infografica targata Electronic Frontier Foundation da diffondere per allargare la consapevolezza sull'utilizzo appropriato, e quello invece deprecabile, dell'istituto che dovrebbe proteggere e tutelare l'innovazione, finendo spesso per ottenere l'esito opposto.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un giorno, in occasione di un corso di aggiornamento sulla proprietà intellettuale, uno dei relatori citò il <em>case study</em> di una grande multinazionale del petrolio che deteneva un cospicuo pacchetto brevetti relativi alle tecnologie per la produzione di energia “verde”.<span id="more-9957"></span></p>
<p>In una visione <em>naive</em> e troppo rosea del mondo ciò potrebbe essere interpretato come un segno di grande illuminazione e lungimiranza e far pensare che in fondo investimenti sostanziali sulle energie alternative possono essere compiuti anche da parte di un soggetto che nutre interessi in realtà contrastanti.</p>
<p>Ma memore del noto adagio popolare secondo cui <em>a pensar male si fa peccato ma spesso si indovina</em>, mi è venuto subito da pensare che detenere brevetti non è sempre indice di voglia di investire su una determinata tecnologia; può essere al contrario sintomo di un interesse a tenere sotto controllo uno specifico settore industriale. Significa poter controllare quel settore e, quindi, anche poter fare in modo che quel settore non si sviluppi e non venga a disturbare i miei “affari” in altri settori ritenuti prioritari e più remunerativi.</p>
<p>Quello dell&#8217;uso meramente “strategico” della proprietà intellettuale è un tema arcinoto agli studiosi del settore, ma non sufficientemente divulgato tra le “persone comuni”. È questo lo scopo di una efficacissima infografica realizzata da <a href="http://www.eff.org/">EFF (Electronic Frontier Foundation)</a> proprio con lo scopo di mettere in luce l&#8217;assurdità del meccanismo della brevettazione in un mondo volto alla condivisione delle informazioni e delle conoscenze come quello odierno.</p>
<p>Il <a href="https://www.eff.org/issues/how-patents-hinder-innovation">diagramma</a>, che meriterebbe una traduzione in tutte le lingue del mondo, è intitolato <em>How Patents Hinder Innovation</em> e mostra egregiamente come una brevettazione indiscriminata e ispirata a logiche che risultano non al passo con la società dell&#8217;informazione non faccia altro che intralciare l&#8217;innovazione. Esattamente il ribaltamento dei valori che stanno alla base del concetto di brevetto.</p>
<p><a href="https://eff.org/patent"><img src="https://www.eff.org/sites/default/files/effpatentchart.png" border="0" alt="How Patents Hinder Innovation - an EFF infographic" title="How Patents Hinder Innovation - an EFF infographic" width="480" height="704"/></a></p>
<p>Il testo di questo articolo è sotto licenza <a href="http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/it/">Creative Commons Attribuzione – Condividi allo stesso modo 3.0 Italia</a>.</p>
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		<title>Un mondo che potrebbe finire nel 2012</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2012/02/10/un-mondo-che-potrebbe-finire-nel-2012</link>
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		<pubDate>Fri, 10 Feb 2012 08:18:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucio Bragagnolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Acta]]></category>
		<category><![CDATA[Apple]]></category>
		<category><![CDATA[digital millennium copyright act]]></category>
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		<category><![CDATA[Electronic Frontier Foundation]]></category>
		<category><![CDATA[iPhone]]></category>
		<category><![CDATA[jailbreak]]></category>

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		<description><![CDATA[La pratica del jailbreak, non comunissima ma assai apprezzata da un certo tipo di utenza che vuole il controllo completo del proprio apparecchio, sarà soggetta entro breve a nuova valutazione da parte dei giudici americani.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Accanto alle decine di milioni di utilizzatori di iPhone così come lo consegna Apple, fiorisce da sempre una piccola e agguerrita comunità semiclandestina, quella del <em>jailbreaking</em>: la modifica del sistema operativo che permette di installare programmi aggirando App Store e modificare l&#8217;interno del sistema superando i blocchi altrimenti previsti su un modello di serie.<span id="more-9074"></span></p>
<p>Per i media il jailbreak è stato sbrigativamente classificato come legale da una sentenza del 2010. In verità si è trattato unicamente di una eccezione temporanea all&#8217;interno del Digital Millennium Copyright Act (Dmca), legislazione contestatissima negli Usa che ha regolamentato il campo delle violazioni del copyright dando vita a notevoli incidenti diplomatici, molte storture e una protezione dei media digitali come minimo lacunosa. Ascoltiamo <a href="http://www.ipbrief.net/2012/02/01/jailbreaking-exemption-to-expire-in-2012/">American University Intellectual Property Brief</a>:</p>
<blockquote><p>The DMCA, signed into law in 1998, offers protection against circumvention of technological measures used by copyright owners to protect their work.  However, every three years the Librarian of Congress may designate certain activities as exempt from the anti-circumvention provisions. In 2010, the U.S. Copyright Office and the Librarian of Congress recommended that computer programs that enable wireless telephone handsets to execute various software applications, when lawfully obtained, be placed under the list of exemptions under the DMCA. However, this exemption for jailbreaking will expire in 2012.</p></blockquote>
<p>Il jailbreak non ha creato grossi problemi ad Apple. Un suo divieto tuttavia, per quanto poco più che formale, significherebbe probabilmente un passo indietro notevole per organizzazioni come <a href="http://eff.org">Electronic Frontier Foundation</a>, che temono l&#8217;affermarsi progressivo dei modelli che salvaguardano l&#8217;utente tecnologicamente ignaro penalizzando quello esperto.</p>
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		<title>La filosofia Apple e le chiavi del giardino</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2010/11/04/la-filosofia-apple-e-le-chiavi-del-giardino</link>
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		<pubDate>Thu, 04 Nov 2010 07:30:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriella Longo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Apple]]></category>
		<category><![CDATA[Electronic Frontier Foundation]]></category>
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		<category><![CDATA[iPad]]></category>
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		<category><![CDATA[John C. Dvorak]]></category>
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		<category><![CDATA[Newspaper(s)]]></category>
		<category><![CDATA[sexting]]></category>
		<category><![CDATA[Shari Steele]]></category>
		<category><![CDATA[Steve Jobs]]></category>
		<category><![CDATA[Techcrunch]]></category>

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		<description><![CDATA[Dalla censura dei messaggini sospettati di sexting ai licenziamenti nell'Apple Store di Grugliasco, dalla selezione fin troppo prudente sui contenuti dell'App Store al tentativo di portare le applicazioni anche sul Mac: il lato meno esposto della Mela]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>«Non riesco a ricordare più di un centinaio di nomi, per questo voglio avere accanto persone che conosco personalmente. Quindi se il numero di persone aumenta, saremo costretti a seguire una diversa struttura organizzativa. Il modo migliore per lavorare è quando posso toccare tutto con mano».  È la tipica osservazione che farebbe Steve Jobs, secondo John Sculley, il precedente Ceo di Apple. «Ciò che rende la metodologia di Steve differente da quella di tutti gli altri è che ha sempre creduto che le più importanti decisioni che prendi non riguardano le cose che fai, ma le cose che decidi di non fare. È un minimalista», <a href="http://www.cultofmac.com/john-sculley-on-steve-jobs-the-full-interview-transcript/63295">dichiara</a> l’ex amministratore delegato in una lunga intervista su Jobs.<span id="more-4169"></span></p>
<h5>Sexting</h5>
<p>Una filosofia, strettamente riassunta in poche righe, che, da una parte, riflette la mentalità di chi vuole avere la situazione sotto controllo e, dall’altra, ci fornisce gli strumenti per ricostruire alcuni casi di eccesso di controllo dell’esperienza da parte di casa Cupertino. Controllo che spesso si traduce in censura. A partire da un<a href="http://www.dailybits.com/apple-goes-after-sexting/"> nuovo brevetto</a> per iPhone, registrato di recente da Apple: è il <a href="http://www.freepatentsonline.com/7814163.html">Text-based communication control for personal communication device</a>, approvato dall&#8217;US Patent and Trademark Office. Il brevetto bloccherebbe l’entrata e l’uscita di Sms a sfondo sessuale, in breve impedirebbe il <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Sexting"><em>sexting</em></a>.</p>
<p>Il funzionamento è semplice: un’applicazione <em>parent control</em> valuta se il testo presenta termini inappropriati o se non è stato autorizzato e, nell’ultimo caso, l’applicazione o richiede all’utente di sostituire il testo, oppure cancella automaticamente il termine o addirittura l’intera comunicazione. Forse il nuovo brevetto servirà a tranquillizzare i genitori più protettivi, anche se, come <a href="http://techcrunch.com/2010/10/12/apple-patents-anti-sexting-device/">ci fa notare TechCrunch</a>, chi è interessato al sexting probabilmente troverà qualche termine non direttamente censurabile dall’applicazione. D’altra parte, cogliendo il lato positivo dello strumento, sembrerebbe che mentre impedisce che i ragazzi mandino testi salaci, li abiliti anche a imparare i linguaggi e non solo le parole proibite.</p>
<h5>Mercati</h5>
<p>Ma siamo proprio sicuri che si tratti di semplice <em>parent control</em> e non di censura, <a href="http://www.pcmag.com/article2/0,2817,2370709,00.asp">si chiede</a> John C. Dvorak. «Questo brevetto non riguarda il sexting ma un discorso politico. Apple vuole il suo telefono in Iran, Cina, Arabia Saudita, e altre parti del mondo dove la divergenza politica è un crimine. Dal suo punto di vista, la chiave del brevetto si trova proprio nella sua descrizione: «In one embodiment, the control application includes a parental control application». E «one embodiment» sta a indicare che ci sono altri utilizzi: è tutto uno stratagemma, sostiene Dvorak. «L’aspetto più triste di tutto ciò è che nessuno protesterà. Nessuno condannerà Apple per andare oltre ciò che io considero un brevetto anti-umanitario e il business continuerà come al solito. Nel frattempo, molte persone credono sia un’ottima idea. Ma chiamiamola per quello che è: uno squallido meccanismo di censura e niente di più.»</p>
<p>È una soluzione che di certo sta facendo discutere abbastanza in rete. E non è la sola firmata Steve Jobs. Di casi di censura e di controllo dell’esperienza (o di tutela degli utenti?) ne ha collezionati un po’ Apple, anche solo nell’ultimo anno. Senza andare troppo lontano, nei giorni scorsi il <a href="http://www.corriere.it/economia/10_ottobre_18/apple-grugliasco-gru-dipendenti-licenziati_36b1db42-dad4-11df-9e55-00144f02aabc.shtml">caso di Grugliasco</a> e il licenziamento di alcuni dipendenti Apple &#8211; senza nessuna spiegazione plausibile se non «non sei allineato al pensiero dell’azienda» &#8211; può essere un esempio di eccesso di controllo della società. E in attesa di risposte valide da parte di Apple, <a href="http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2010/10/21/buongiorno-dottor-biagini/">le discussioni in rete aumentano</a>.</p>
<h5>Satira</h5>
<p>Un altro episodio di censura, poi, risale a pochi mesi fa quando l’azienda di Cupertino ha vietato nell’Apple Store la pubblicazione di vignette che ridicolizzano personaggi pubblici. <a href="http://blogs.computerworld.com/15955/iphone_pulitzer">È il caso di Mark Fiore</a>, scrittore di satira politica e vincitore del premio Pulitzer, il quale ha creato un’applicazione che gli è stata rifiutata poiché violava la <em>policy</em> dello Store. «Sinceramente ne sono rimasto sorpreso»,  afferma Fiore, «sono stato un fan della Apple e del loro lavoro, e utilizzo i loro prodotti». Successivamente Apple, dopo <a href="http://www.niemanlab.org/2010/04/mark-fiore-can-win-a-pulitzer-prize-but-he-cant-get-his-iphone-cartoon-app-past-apples-satire-police/">l’intervento</a> della Nieman Journalism Lab, ha invitato lo scrittore a riproporre le sue creazioni: «È stato un errore cui stiamo rimediando», <a href="http://mediadecoder.blogs.nytimes.com/2010/04/16/steve-jobs-says-apple-made-a-mistake-in-rejecting-pulitzer-winners-app/">ha dichiarato</a> personalmente Steve Jobs.  Secondo Fiore, «dal momento che Apple si è fatta strada sul mercato con le applicazioni per mobile, per loro ha senso essere aperti». Intanto allo scrittore piace pensare che l&#8217;azienda stia crescendo e magari, aggiunge speranzosamente, questo episodio possa essere l’inizio di un cambiamento. Fiore, allo stesso tempo, <a href="http://www.wired.com/epicenter/2010/04/apple-reconsiders-satire-ban/">si sente colpevole</a> del trattamento preferenziale non riservato ad altri vignettisti (o artisti, più in generale) non altrettanto famosi.</p>
<p>Ma Apple nel tempo ha anche proibito alcune <em>app</em> che permettevano l’accesso a testate nazionali e internazionali, <a href="http://www.ilounge.com/index.php/news/comments/apple-rejects-newspaper-reading-app-over-content/">come Newspaper(s)</a>, perché alcuni contenuti includevano materiale a sfondo sessuale o immagini di corpi nudi. E non è di certo l’unico esempio di casi in cui la società di Cupertino decide quali applicazioni possono entrare nel catalogo e in che modo. Come la <a href="http://www.mobilecrunch.com/2009/08/05/apple-censors-iphone-dictionary-app/">messa in discussione</a> del dizionario di inglese <em>Ninjawords</em> che contiene termini offensivi (parolacce) che la Apple ha pensato bene di eliminare, restringendo anche l’accesso al dizionario a chi ha più di 17 anni. E si potrebbe continuare ancora a lungo, se pensiamo anche ai vari casi di censura editoriale: solo qualche mese fa Apple <a href="http://www.gizmodo.com.au/2010/06/the-latest-examples-of-apples-editorial-censorship/">ha chiesto</a> di “coprire” qualche nudità (non pornografica) dalla <em>graphic novel</em> di Ulisse, <a href="http://mediadecoder.blogs.nytimes.com/2010/06/14/update-apple-rethinks-its-ulysses-ban/">ripensadoci</a> successivamente perché, dopotutto, non era poi così oscena.</p>
<h5>Intermediazione</h5>
<p>La questione comincia ad essere assai delicata, soprattutto nel settore dell’editoria. <a href="http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2010/04/18/apple-dice-no-a-un-premio-puliter-niente-satira-sulliphone/">Come osserva</a> Massimo Russo &#8211; quando l’iPad non era ancora diffuso in Europa ma già aveva successo negli Stati Uniti &#8211; molti editori di periodici e quotidiani guardano al nuovo tablet di Apple «come a una delle piattaforme di distribuzione elettive per trovare un modello di ricavi digitali efficace per le proprie pubblicazioni». E, sempre in quei mesi, anche la Columbia Journalism Review <a href="http://www.cjr.org/the_audit/its_time_for_the_press_to_push.php?page=all">lanciava un appello</a> agli editori, scrivendo grosso modo così: l’iPad rappresenta una grande opportunità per i media,  ma &#8211; utilizzando la traduzione di Russo &#8211; «se le testate cedono sull’intermediazione, stanno facendo un grave errore. A meno che Apple non garantisca loro (e a chiunque voglia produrre un’applicazione per iPhone e iPad, aggiungiamo noi) la libertà di pubblicare tutto quel che ritengano opportuno nelle proprie applicazioni».</p>
<p>Intanto, altra notizia degli ultimi giorni, Steve Jobs all’evento <em>Back to the Mac</em> ha presentato, tra le altre novità, il Mac App Store: l’estensione del negozio online dove poter scaricare le applicazioni Apple su computer, e non solo più su iPhone e iPad. Un’innovazione che potrebbe rappresentare un limite per l’utente, più che una possibilità di scelta. O almeno è l’opinione di alcuni, come <a href="http://www.internetevolution.com/author.asp?section_id=960&amp;doc_id=198949">Michael Bennett Cohn</a>: «Altri siti hanno fatto essenzialmente la stessa cosa per anni. La differenza è che non sono stati controllati da Apple (e Apple non li ha tagliati fuori). Quindi quello che sembra essere una maggiore possibilità di scelta è in realtà un modo di creare meno scelta. In poco tempo, molti utenti non si sentiranno dalla parte del giusto scaricando applicazioni fuori dallo <em>store</em>».  Inoltre, continua Cohn, non è stato casuale che, durante la dimostrazione di un acquisto nell’App Store, Jobs abbia simulato di comprare Pages, un programma di scrittura di proprietà della Apple. «Pages sarà sempre più semplice (ed economico) da installare sul Mac rispetto a Word, e quando digiti “word processing” nel campo di ricerca dell’App Store, Pages sarà sempre in cima alla lista dei risultati». Cohn e molti fan di Apple « continueranno a sperare in un mondo in cui è possibile essere un utente Apple senza consentire all’azienda di controllare per intero i nostri computer e le nostre vite». E nel frattempo, <a href="http://dashes.com/anil/2010/10/how-to-make-an-open-app-store-on-the-mac.html?utm_source=feedburner&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=Feed%3A+AnilDash+%28Anil+Dash%29">c’è chi progetta</a> nuove alternative per un open app store sul Mac.</p>
<h5>Libera scelta</h5>
<p>«Apple dichiara di aver bisogno di costruire un <em>walled garden</em> per proteggere i suoi utenti» <a href="http://www.eff.org/deeplinks/2010/06/eff-nothing-new-about-iphones-closed-platform">scrive</a> Shari Steele dell’Electronic Frontier Foundation, ma dal punto di vista dei proprietari di un iPad o iPhone, sembra più un tentativo di controllo dell’utente e di «reimpostazione delle tradizionali aspettative riguardanti quello che puoi fare con i prodotti che acquisti». Come sostiene Jason Snell, Apple dovrebbe offrire «un’opzione che permette di installare le <em>app</em> da fonti sconosciute», una sorta di pulsante di «libertà di scelta» per chi vuole abbandonare la sicurezza di applicazioni pre-approvate. Se Apple è davvero interessata alla protezione dell’esperienza dell’utente, aggiunge Steele, dovrebbe «abbandonare la mentalità chiusa e supportare il vostro diritto di avere il controllo sui vostri dispositivi». E dovrebbe «restituire le chiavi del giardino».</p>
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		<title>La grande corsa al filtro di stato</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Dec 2008 10:14:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dall'Inghilterra all'Australia, all'Italia. Ogni motivo è buono per provare a limitare la libertà della Rete, spesso pretendendo che i fornitori di connessione si trasformino in sceriffi delle comunicazioni elettroniche]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Vari segnali ci dicono che nel 2009 si confermerà e si potenzierà un trend verso una internet regolata più strettamente e guardata con occhi più guardinghi dalla politica e della magistratura. «Finora la brutta fama di censuratrice del web l’ha avuta la Cina, ma i Paesi democratici si stanno dimostrando altrettanto capaci di mettere i bavagli alla libertà d’espressione», dice Andrea Monti, avvocato esperto di diritto e internet e fondatore di <a href="http://www.alcei.it">Alcei</a>, associazione per la libertà nella comunicazione elettronica interattiva.<span id="more-290"></span></p>
<p>C’è un crescendo di notizie: fa scalpore una <a href="http://www.guardian.co.uk/technology/2008/dec/27/website-rating-plan-government-obama">proposta di legge</a> dal Regno Unito, di cui l’idea di fare un rating dei siti è solo la punta dell’iceberg. Ci sono tante misure proposte, il cui spirito è ben rivelato dalla dichiarazione di Andy Burnham, il segretario alla cultura che sta spingendo in questa direzione: «Le persone che hanno creato internet dicevano apertamente di creare uno spazio che i governi non potevano raggiungere. Penso che ora dobbiamo rivisitare quel concetto». Il problema è che è sottile il confine tra ricondurre internet a tutte le regole in vigore offline (e in altri media) e la censura della libertà d’espressione. Il Paese democratico che ora è più vicino a varcare quel confine sembra l’<a href="http://blogs.wsj.com/digits/2008/12/24/australia-cracks-down-on-internet-porn/?mod=rss_WSJBlog?mod=">Australia</a>: il governo ha annunciato piani (che ormai sembrano vicini alla meta) per filtrare i “contenuti inappropriati”, violenza, pornografia e il peer to peer. Insomma, il lato oscuro della rete. <a href="http://www.eff.org">Electronic Frontier Foundation</a> nota che i filtri sono molto costosi (il grande firewall cinese richiede il lavoro costante di centinaia di persone) e hanno conseguenze impreviste, come il blocco di contenuti anche connessi all’arte e alla cultura (recente il <a href="http://punto-informatico.it/2500001/PI/News/wikipedia-quel-nudo-non-si-tocca.aspx">caso</a> su Wikipedia nel Regno Unito).</p>
<p>Eppure l’idea di mettere le briglie a internet fa strada, accarezza anche i politici italiani (l’hanno espressa di recente le massime cariche dello Stato in questa legislatura) e ora trova proseliti anche nella magistratura. È stato un tribunale a imporre il blocco di Pirate Bay in Italia (poi annullato), come ora agli utenti di Tele2 Danimarca. Ed è stato un tribunale di Milano, questo mese, a sbattere la porta in faccia ai provider. L&#8217;Aiip, associazione che riunisce i principali provider, si era <a href="http://punto-informatico.it/2452334/PI/News/oscuramento-siti-web-provider-alzano-scudi.aspx">rivolta al tribunale</a> per opporsi all’obbligo di filtrare i siti di sigarette. Non che fossero fan del tabacco, ma avevano visto un crescendo pericoloso per internet e per i loro interessi: non vogliono diventare i poliziotti della rete, costretti a bloccare domini e indirizzi Ip a un solo ordine di un giudice. Il tribunale di Milano ha però stabilito che devono ubbidire, confermando che basta un ordine di sequestro preventivo (prima quindi di un processo) per impedire l’accesso a un sito denunciato.</p>
<p>I filtri, anche quelli a livello Ip, sono aggirabili, si è detto. Lo sono grazie a proxy oppure semplicemente trovando un indirizzo alternativo per quel sito, com’è accaduto con Pirate Bay. Bloccato un Ip, se ne fa un altro, e sta al giudice fare una nuova ordinanza con l’elenco aggiornato degli Ip da bloccare. Per fortuna, il codice delle comunicazioni elettroniche ancora esonera i provider ad andare a caccia di Ip. Servirebbero risorse dedicate dallo Stato per il gioco gatto-topo degli indirizzi da bloccare. Insomma, un apparato come quello cinese, appunto. Anzi, forse uno ancora più costoso, perché in Cina il problema è semplificato, non ci sono questi passaggi da fare, da un giudice ai provider: si blocca e basta. E non può metterci lo zampino il Tar del Lazio o il tribunale del riesame, annullando il blocco.<br />
È proprio la natura aperta della rete a far sì che i filtri funzionino solo se sono sistematici, per evitare i tentativi di aggirarli. Ma per essere sistematici devono contare su un monitoraggio costante della rete dall’alto: sugli strumenti usati dagli utenti (software di anominizzazione, crittografia), sui nuovi Ip registrati. Preoccupa che in Occidente l’estrema difesa da filtri sistematici sia riposta solo nelle risorse limitate degli Stati. Garanzia più solida, per evitare le derive di quest’arma potente del filtro a livello provider, sarebbe una presa di coscienza collettiva dell’importanza di internet. Un po’ come adesso è per la libertà di stampa. Man mano che internet fa strada nella nostra società, i governi potrebbero decidere che valga la pena stanziare risorse per filtrarla. Se quella coscienza collettiva non cresce di pari passo, il rischio di ritrovarsi una internet stravolta nello spirito e nei contenuti diventa molto concreto.</p>
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