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	<title>Apogeonline &#187; EFF</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>Brevetti vs. innovazione</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Mar 2012 13:27:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simone Aliprandi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Open Source]]></category>
		<category><![CDATA[brevetti]]></category>
		<category><![CDATA[EFF]]></category>
		<category><![CDATA[Electronic Frontier Foundation]]></category>
		<category><![CDATA[how patents hinder innovation]]></category>

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		<description><![CDATA[Una infografica targata Electronic Frontier Foundation da diffondere per allargare la consapevolezza sull'utilizzo appropriato, e quello invece deprecabile, dell'istituto che dovrebbe proteggere e tutelare l'innovazione, finendo spesso per ottenere l'esito opposto.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un giorno, in occasione di un corso di aggiornamento sulla proprietà intellettuale, uno dei relatori citò il <em>case study</em> di una grande multinazionale del petrolio che deteneva un cospicuo pacchetto brevetti relativi alle tecnologie per la produzione di energia “verde”.<span id="more-9957"></span></p>
<p>In una visione <em>naive</em> e troppo rosea del mondo ciò potrebbe essere interpretato come un segno di grande illuminazione e lungimiranza e far pensare che in fondo investimenti sostanziali sulle energie alternative possono essere compiuti anche da parte di un soggetto che nutre interessi in realtà contrastanti.</p>
<p>Ma memore del noto adagio popolare secondo cui <em>a pensar male si fa peccato ma spesso si indovina</em>, mi è venuto subito da pensare che detenere brevetti non è sempre indice di voglia di investire su una determinata tecnologia; può essere al contrario sintomo di un interesse a tenere sotto controllo uno specifico settore industriale. Significa poter controllare quel settore e, quindi, anche poter fare in modo che quel settore non si sviluppi e non venga a disturbare i miei “affari” in altri settori ritenuti prioritari e più remunerativi.</p>
<p>Quello dell&#8217;uso meramente “strategico” della proprietà intellettuale è un tema arcinoto agli studiosi del settore, ma non sufficientemente divulgato tra le “persone comuni”. È questo lo scopo di una efficacissima infografica realizzata da <a href="http://www.eff.org/">EFF (Electronic Frontier Foundation)</a> proprio con lo scopo di mettere in luce l&#8217;assurdità del meccanismo della brevettazione in un mondo volto alla condivisione delle informazioni e delle conoscenze come quello odierno.</p>
<p>Il <a href="https://www.eff.org/issues/how-patents-hinder-innovation">diagramma</a>, che meriterebbe una traduzione in tutte le lingue del mondo, è intitolato <em>How Patents Hinder Innovation</em> e mostra egregiamente come una brevettazione indiscriminata e ispirata a logiche che risultano non al passo con la società dell&#8217;informazione non faccia altro che intralciare l&#8217;innovazione. Esattamente il ribaltamento dei valori che stanno alla base del concetto di brevetto.</p>
<p><a href="https://eff.org/patent"><img src="https://www.eff.org/sites/default/files/effpatentchart.png" border="0" alt="How Patents Hinder Innovation - an EFF infographic" title="How Patents Hinder Innovation - an EFF infographic" width="480" height="704"/></a></p>
<p>Il testo di questo articolo è sotto licenza <a href="http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/it/">Creative Commons Attribuzione – Condividi allo stesso modo 3.0 Italia</a>.</p>
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		<title>Un mondo che potrebbe finire nel 2012</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2012/02/10/un-mondo-che-potrebbe-finire-nel-2012</link>
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		<pubDate>Fri, 10 Feb 2012 08:18:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucio Bragagnolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Acta]]></category>
		<category><![CDATA[Apple]]></category>
		<category><![CDATA[digital millennium copyright act]]></category>
		<category><![CDATA[dmca]]></category>
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		<category><![CDATA[Electronic Frontier Foundation]]></category>
		<category><![CDATA[iPhone]]></category>
		<category><![CDATA[jailbreak]]></category>

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		<description><![CDATA[La pratica del jailbreak, non comunissima ma assai apprezzata da un certo tipo di utenza che vuole il controllo completo del proprio apparecchio, sarà soggetta entro breve a nuova valutazione da parte dei giudici americani.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Accanto alle decine di milioni di utilizzatori di iPhone così come lo consegna Apple, fiorisce da sempre una piccola e agguerrita comunità semiclandestina, quella del <em>jailbreaking</em>: la modifica del sistema operativo che permette di installare programmi aggirando App Store e modificare l&#8217;interno del sistema superando i blocchi altrimenti previsti su un modello di serie.<span id="more-9074"></span></p>
<p>Per i media il jailbreak è stato sbrigativamente classificato come legale da una sentenza del 2010. In verità si è trattato unicamente di una eccezione temporanea all&#8217;interno del Digital Millennium Copyright Act (Dmca), legislazione contestatissima negli Usa che ha regolamentato il campo delle violazioni del copyright dando vita a notevoli incidenti diplomatici, molte storture e una protezione dei media digitali come minimo lacunosa. Ascoltiamo <a href="http://www.ipbrief.net/2012/02/01/jailbreaking-exemption-to-expire-in-2012/">American University Intellectual Property Brief</a>:</p>
<blockquote><p>The DMCA, signed into law in 1998, offers protection against circumvention of technological measures used by copyright owners to protect their work.  However, every three years the Librarian of Congress may designate certain activities as exempt from the anti-circumvention provisions. In 2010, the U.S. Copyright Office and the Librarian of Congress recommended that computer programs that enable wireless telephone handsets to execute various software applications, when lawfully obtained, be placed under the list of exemptions under the DMCA. However, this exemption for jailbreaking will expire in 2012.</p></blockquote>
<p>Il jailbreak non ha creato grossi problemi ad Apple. Un suo divieto tuttavia, per quanto poco più che formale, significherebbe probabilmente un passo indietro notevole per organizzazioni come <a href="http://eff.org">Electronic Frontier Foundation</a>, che temono l&#8217;affermarsi progressivo dei modelli che salvaguardano l&#8217;utente tecnologicamente ignaro penalizzando quello esperto.</p>
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		<title>La grande corsa al filtro di stato</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Dec 2008 10:14:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Alcei]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Monti]]></category>
		<category><![CDATA[censura]]></category>
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		<category><![CDATA[internet]]></category>
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		<category><![CDATA[peer to peer]]></category>
		<category><![CDATA[Pirate Bay]]></category>
		<category><![CDATA[provider]]></category>
		<category><![CDATA[regole]]></category>
		<category><![CDATA[reti]]></category>

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		<description><![CDATA[Dall'Inghilterra all'Australia, all'Italia. Ogni motivo è buono per provare a limitare la libertà della Rete, spesso pretendendo che i fornitori di connessione si trasformino in sceriffi delle comunicazioni elettroniche]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Vari segnali ci dicono che nel 2009 si confermerà e si potenzierà un trend verso una internet regolata più strettamente e guardata con occhi più guardinghi dalla politica e della magistratura. «Finora la brutta fama di censuratrice del web l’ha avuta la Cina, ma i Paesi democratici si stanno dimostrando altrettanto capaci di mettere i bavagli alla libertà d’espressione», dice Andrea Monti, avvocato esperto di diritto e internet e fondatore di <a href="http://www.alcei.it">Alcei</a>, associazione per la libertà nella comunicazione elettronica interattiva.<span id="more-290"></span></p>
<p>C’è un crescendo di notizie: fa scalpore una <a href="http://www.guardian.co.uk/technology/2008/dec/27/website-rating-plan-government-obama">proposta di legge</a> dal Regno Unito, di cui l’idea di fare un rating dei siti è solo la punta dell’iceberg. Ci sono tante misure proposte, il cui spirito è ben rivelato dalla dichiarazione di Andy Burnham, il segretario alla cultura che sta spingendo in questa direzione: «Le persone che hanno creato internet dicevano apertamente di creare uno spazio che i governi non potevano raggiungere. Penso che ora dobbiamo rivisitare quel concetto». Il problema è che è sottile il confine tra ricondurre internet a tutte le regole in vigore offline (e in altri media) e la censura della libertà d’espressione. Il Paese democratico che ora è più vicino a varcare quel confine sembra l’<a href="http://blogs.wsj.com/digits/2008/12/24/australia-cracks-down-on-internet-porn/?mod=rss_WSJBlog?mod=">Australia</a>: il governo ha annunciato piani (che ormai sembrano vicini alla meta) per filtrare i “contenuti inappropriati”, violenza, pornografia e il peer to peer. Insomma, il lato oscuro della rete. <a href="http://www.eff.org">Electronic Frontier Foundation</a> nota che i filtri sono molto costosi (il grande firewall cinese richiede il lavoro costante di centinaia di persone) e hanno conseguenze impreviste, come il blocco di contenuti anche connessi all’arte e alla cultura (recente il <a href="http://punto-informatico.it/2500001/PI/News/wikipedia-quel-nudo-non-si-tocca.aspx">caso</a> su Wikipedia nel Regno Unito).</p>
<p>Eppure l’idea di mettere le briglie a internet fa strada, accarezza anche i politici italiani (l’hanno espressa di recente le massime cariche dello Stato in questa legislatura) e ora trova proseliti anche nella magistratura. È stato un tribunale a imporre il blocco di Pirate Bay in Italia (poi annullato), come ora agli utenti di Tele2 Danimarca. Ed è stato un tribunale di Milano, questo mese, a sbattere la porta in faccia ai provider. L&#8217;Aiip, associazione che riunisce i principali provider, si era <a href="http://punto-informatico.it/2452334/PI/News/oscuramento-siti-web-provider-alzano-scudi.aspx">rivolta al tribunale</a> per opporsi all’obbligo di filtrare i siti di sigarette. Non che fossero fan del tabacco, ma avevano visto un crescendo pericoloso per internet e per i loro interessi: non vogliono diventare i poliziotti della rete, costretti a bloccare domini e indirizzi Ip a un solo ordine di un giudice. Il tribunale di Milano ha però stabilito che devono ubbidire, confermando che basta un ordine di sequestro preventivo (prima quindi di un processo) per impedire l’accesso a un sito denunciato.</p>
<p>I filtri, anche quelli a livello Ip, sono aggirabili, si è detto. Lo sono grazie a proxy oppure semplicemente trovando un indirizzo alternativo per quel sito, com’è accaduto con Pirate Bay. Bloccato un Ip, se ne fa un altro, e sta al giudice fare una nuova ordinanza con l’elenco aggiornato degli Ip da bloccare. Per fortuna, il codice delle comunicazioni elettroniche ancora esonera i provider ad andare a caccia di Ip. Servirebbero risorse dedicate dallo Stato per il gioco gatto-topo degli indirizzi da bloccare. Insomma, un apparato come quello cinese, appunto. Anzi, forse uno ancora più costoso, perché in Cina il problema è semplificato, non ci sono questi passaggi da fare, da un giudice ai provider: si blocca e basta. E non può metterci lo zampino il Tar del Lazio o il tribunale del riesame, annullando il blocco.<br />
È proprio la natura aperta della rete a far sì che i filtri funzionino solo se sono sistematici, per evitare i tentativi di aggirarli. Ma per essere sistematici devono contare su un monitoraggio costante della rete dall’alto: sugli strumenti usati dagli utenti (software di anominizzazione, crittografia), sui nuovi Ip registrati. Preoccupa che in Occidente l’estrema difesa da filtri sistematici sia riposta solo nelle risorse limitate degli Stati. Garanzia più solida, per evitare le derive di quest’arma potente del filtro a livello provider, sarebbe una presa di coscienza collettiva dell’importanza di internet. Un po’ come adesso è per la libertà di stampa. Man mano che internet fa strada nella nostra società, i governi potrebbero decidere che valga la pena stanziare risorse per filtrarla. Se quella coscienza collettiva non cresce di pari passo, il rischio di ritrovarsi una internet stravolta nello spirito e nei contenuti diventa molto concreto.</p>
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