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	<title>Apogeonline &#187; Don Tapscott</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>Il potere delle community con le idee</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Dec 2011 07:30:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giampaolo Colletti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La community rappresenta una rivoluzione copernicana per il dialogo sul web tra aziende e clienti e s’inserisce prepotentemente anche nel business delle imprese]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Marie Argence e Pauline Dalamèa sono le giovani (e notissime) amministratrici di una community online che aggrega i fan del gruppo pop <a href="http://www.tokiohotel.com/it/">Tokio Hotel</a>. Nel 2006 le ragazze si proposero per gestire e moderare la community, ma alla Universal non vollero dar loro credito, ipotizzando di poter internalizzare la gestione di questa attività. In realtà la forza delle due ragazze americane era dettata proprio dal legame viscerale con il general manager dei Tokio Hotel, che passava loro informazioni in anteprima scavalcando l’ufficio stampa del gruppo. La Universal Music fu presa in contropiede nell’organizzazione di una community così complessa. Oggi Marie e Pauline – che nel frattempo si sono messe in proprio e hanno aperto una loro azienda, la Stern Music – gestiscono in rete decine di brand musicali con blog e forum.<span id="more-7743"></span></p>
<h5>Identikit delle community</h5>
<p>Come dimostra la storia di Marie e Pauline, la community rappresenta una rivoluzione copernicana, che parte da un nuovo dialogo sul web tra aziende e clienti, reali o prospect, ma s’inserisce prepotentemente anche nel business. Perché oggi più che mai una comunità in rete influenza le preferenze e condiziona le politiche. È difficile stabilire il numero esatto di community che oggi si annidano sul web, anche se ogni azienda potenzialmente potrebbe essere dotata di una propria community nascosta tra le pieghe della rete: magari non la conosce ancora, ma c’è! Ciò che si può invece calcolare è il crescente numero di agorà digitali dove si ritrovano: in questo specifico caso i social network, Facebook e Twitter in testa, hanno fornito a queste comunità un acceleratore strategico, e permesso un aumento esponenziale dei lavoratori della rete sempre più specializzati nella gestione di queste comunità.</p>
<p>Le community, a torto o a ragione, sono divenute in questi ultimi tempi l’aspetto del digitale più affascinante ma ancora sconosciuto ai più, potenziale alcova del business ma ancora forziere blindato per i canali di vendita. Le community – da quelle di prodotto o aziendali a quelle puramente valoriali – si sono moltiplicate affermandosi nel sottobosco dei social network. Anche per Don Tapscott, ceo di New Paradigm, «le imprese devono smettere di pensare a siti internet o intranet e costruire comunità». Con il moltiplicarsi delle community le aziende iniziano a comprendere come sia strategico intercettarle e quasi impossibile crearle ex novo assoggettandole al brand. Le community sono comunità online fatte da persone, consumatori, dipendenti, cittadini associati o membri di gruppi di interesse; persone che si autoaggregano, anche se poi l’organizzazione ha una notevole responsabilità nel favorire tali assembramenti digitali.</p>
<h5>Micro-community</h5>
<p>Nel 1959 una nota casa automobilistica tedesca stupì l’universo economico con una inserzione a caratteri cubitali sui principali quotidiani europei: <em>Pensa piccolo</em>, recitava il claim di lancio del Maggiolino Volkswagen. Impercettibili fenomeni generano macro-trend di portata globale, e “pensa piccolo” è un concept adattabile alle community sparse in rete. Non è più un problema di numeri, ma di intensità della relazione, lontano dalla cultura mass market: l’obiettivo fondamentale non si misura in termini di quantità, ma di qualità. Il pubblico è circoscritto, interessato, fuori delle consumate logiche generaliste delle micro-community, perfino con una indicazione di soglia. Ogni tribù di buoni clienti dovrebbe essere contenuta entro un numero di centocinquanta unità: in questo modo si riuscirebbe a soddisfare le singole esigenze, mostrando quell’attenzione che è indispensabile in una relazione di stampo industriale.</p>
<p>Il numero centocinquanta per <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Kevin_Kelly">Kevin Kelly</a> diventa mille. In un articolo pubblicato sul sito <a href="http://technium.com">Technium.com</a>, Kelly ha descritto il mondo dei “mille veri fan”. Secondo Kelly, un vero fan è un membro che ha davvero a cuore il lavoro della community, sarà perciò disposto a fare sacrifici per acquistare nel negozio di fiducia e spingerà amici e parenti verso quel “credo”: «A un artista basta avere una tribù di mille veri fan; sono sufficienti, perché mille veri fan gli dedicheranno abbastanza attenzione, sostegno, affinché possa godere di un buon tenore di vita, contattare altri sostenitori e compiere un lavoro fantastico. Mille fan, mille autentici fan costituiscono una tribù». Ecco perché le micro-community, di contro e per paradosso, implicano delle macro-attenzioni da parte degli animatori: le macro-attenzioni hanno a che fare prepotentemente con quel cambio di paradigma tipico di una cultura mainstream e generalista verso un rapporto one-to-one. In questo la comunicazione diventa essenziale, nevralgica, la vera killer application del successo del business.</p>
<h5>Tutto si intercetta</h5>
<p>Lo ha scritto senza possibilità di equivoci Seth Godin: «La folla non è una tribù, la folla è una tribù senza un leader, è una tribù senza possibilità di comunicazione; la maggior parte delle organizzazioni dedica il proprio tempo a vendere a una folla, mentre le aziende più accorte riuniscono tribù». Prima regola chiave: nelle community nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si intercetta. Il postulato di Lavoisier è stato rivisitato e corretto per trattare la prima regola aurea di una buona community: quella dell&#8217;esistenza a prescindere da un brand (o dai tentativi “magici” di creazione in vitro). Questa regola è il mantra di ogni logica di community. D&#8217;altronde così ha dichiarato il padre delle social community Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook: «Non si crea una comunità. Le comunità esistono già, e fanno ciò che vogliono».  Secondo Henry Jenkins, MIT di Boston, le aziende in rete stanno perdendo il controllo e i consumatori remixano i contenuti digitali in modo più efficace e veloce dei media broadcaster.</p>
<p>Seconda regola chiave: dialoga e dai il feedback. Per chi opera a stretto contatto con le community diventa parte essenziale della propria attività la gestione del feedback. Tale aspetto può essere letto su due piani distinti: da un lato la risposta a un commento o a una domanda che parte dalla propria tribù, dall&#8217;altro il feedback verso il top-management dell&#8217;azienda, ovvero l&#8217;efficia dell&#8217;azione del community manager o specialist. Iniziamo dal primo fronte, quello della risposta, una delle note peculiari della comunicazione 2.0 rispetto alle vecchie modalità interpretative appartenere alla cultura “generalista”. D&#8217;altronde ascolto e servizio al cliente passano per l&#8217;ascolto ma anche per la risposta alle problematiche espresse. Tacere quando si è chiamati in causa non è mai positivo. E la risposta deve essere celere e al contempo ragionata, perchè i tempi della rete non consentono di tergiversare ma al tempo stesso è importante intervenire con precisione e correttezza. Quindi occorre rispondere ai post, ai messaggi, alle e-mail ricevute. Se il numero non lo consente occorre impostare una comunicazione di servizio o un messaggio automatico e “processare” le richieste più delicate nelle ore successive, facendo uno screening dei messaggi con una gradualità dal più complesso (codice rosso) al meno delicato (codice verde).</p>
<h5>Social e multicanale</h5>
<p>Un discorso a parte merita la gestione dei commenti sui social network, che – soprattutto nelle fanpage e nei gruppi su Facebook – implica una replica allargata e “plurale”: occorre presidiare il social network, rispondendo in modo personale, asciutto e diretto, con rispetto e determinazione. Nelle situazioni più complesse occorre allertare l&#8217;azienda (la struttura responsabile della comunicazione interna digital o l&#8217;ufficio stampa). Ai membri della community – i veri ambasciatori del brand – occorre dare stimoli e ringraziamenti, senza esagerare però: non deve mai sembrare che l&#8217;azienda voglia ingraziarsi la propria comunità. D&#8217;altronde il rispetto lo si misura sul campo.</p>
<p>E veniamo alla terza regola: moltiplica il valore della community in logica social e multicanale. Ovvero non far vivere la community in ambienti chiusi, ma moltipli l&#8217;efficiacia del confronto grazie ai social network sempre più performanti. La multicanalità implica anche un rapporto più stretto e sinergico con il sito istituzionale dell&#8217;azienda: per un&#8217;organizzazione o un gruppo di interesse che è predisposto nella sua missione verso il servizio al cliente la community può diventare una leva strategica. Le nuove tecnologie – sempre più malleabili e incisive anche rispetto a progetti più performanti – consentono oggi di offrire un servizio completo e quindi realizzare una user experience vincente. D&#8217;altronde per un&#8217;azienda l&#8217;esperienza del prodotto diventa brand solo in una logica di autentico servizio.</p>
<h5>Affetti speciali</h5>
<p>Uno degli esempi di multicanalità maggiormente vincenti nel mercato americano è offerto da Domino&#8217;s Pizza. Negli Stati Uniti questa azienda ha integrato la visione di un film on demand su Tivo con la possibilità di ordinare una pizza direttamente dal divano di casa propria. In questo senso la community si apre verso una diffusione del geotagging e verso la possibilità di integrare l&#8217;offerta con vere e proprie applicazioni pubblicitarie sugli smartphone. Questo ci porta alla regola fuori le regole: dagli “effetti speciali” agli “affetti speciali”. In parole semplici: non ricercare piattaforme ad elevate prestazioni ma distanti dalle capacità comprensive della community. Persegui invece un legame emozionale, puntando al cuore della comunità. Altrimenti rischi la «schizophrenia». L&#8217;ha dichiarato anche Dave Balter di <a href="http://www.bzzagent.com/">BzzAgent</a>: «Keep it simple».</p>
<p>Solo per il fatto che è possibile integrare qualsiasi funzionalità online, non è detto che questa complessità venga percepita come una buona ragione per partecipare alla vita della community. Nello stesso post  Balter così prosegue: «Offering the hodgepodge of polls-messageboards-blogpost-videoplaylist-statusfeeds-avatars can lead to brand – and avocate – schizophrenia». Come scrive Seth Godin, «Le tribù non hanno a che fare con le cose, ma riguardano i legami».</p>
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		<title>La sfida dei bambini multitasking</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Feb 2010 08:15:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriella Longo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
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		<description><![CDATA[Passano ore con i dispositivi elettronici, svolgono diverse attività contemporaneamente, imparano in modo diverso e più creativo e non sempre hanno un riferimento competente in famiglia]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I bambini trascorrono oltre sette ore al giorno con computer, iPod, smartphones e console. A rivelarlo è una <a href="http://www.timesonline.co.uk/tol/life_and_style/health/child_health/article7009738.ece">ricerca</a> condotta negli Stati Uniti dalla Kaiser Family Foundation: i giovani di età compresa tra gli 8 e i 18 anni, quando non sono a scuola, occupano gran parte del loro tempo utilizzando qualche dispositivo elettronico. E, nei casi più estremi di uso contemporaneo di media digitali, possono addirittura superare le dieci ore al giorno.<span id="more-2081"></span></p>
<p>L’attenzione sui comportamenti della nuova generazione dei bambini multimediali è esplosa <a href="http://www.inlandnewstoday.com/story.php?s=12795">negli ultimi cinque anni</a>, in seguito all’incremento dell’uso dei dispositivi portatili: cellulari e Mp3 player hanno cambiato il modo di accedere ai programmi televisivi, ai film, ai videogiochi e alla musica, diventando veri <em>multimedia device</em>. Le nuove tecnologie, infatti, permettono ai giovani di essere sempre in contatto (<em>always on</em>) con i loro amici: Katie Leuw, una ragazza di 17 anni, racconta ai ricercatori di usare il BlackBerry tutto il giorno &#8211; come del resto fanno molti suoi amici &#8211; e che essere costantemente disponibile è centrale per la sua vita sociale. «Non avresti la vita sociale che ognuno ha se non avessi sempre con te il tuo telefono» aggiunge.</p>
<h5>Faccia a faccia</h5>
<p>Ma, di fronte a uno scenario così nuovo, non mancano di certo le preoccupazioni e gli interrogativi degli studiosi, in particolare degli psicologi: «Quando i bambini utilizzano questi dispositivi non stanno comunicando o interagendo con qualcun altro (di persona). Potrebbero essere molto bravi a scambiare sms,  ma come fanno quando devono incontrare qualcuno faccia a faccia?», si domanda Michele Elliott, uno psicologo infantile, secondo il quale i genitori dovrebbero limitare il tempo di utilizzo dei media da parte dei loro figli. Secondo Rupert Wegerif, direttore di ricerca alla scuola di educazione e <em>lifelong learning</em> all’Università di Exeter, invece, «dobbiamo concentrarci non solo sul fatto che i bambini utilizzano gli schermi, ma sull’uso che ne fanno», poiché – continua &#8211; bisogna anche considerare che ciò che fanno può essere creativo e interattivo.</p>
<p>Don Tapscott in <a href="http://www.amazon.com/Grown-Up-Digital-Generation-Changing/dp/0071508635">Grown Up Digital</a> ha raccolto una top 10 di punti di vista negativi (per lo più espressione di giornalisti ed accademici) su quella che l’autore definisce la <em>Net Generation</em>. Sintetizzando, alcune delle caratteristiche delineate riguardano le abilità sociali, il benessere emotivo, la salute e la violenza. Secondo alcuni esperti, le attività online rubano tempo allo sport e alle conversazioni faccia a faccia, per non parlare dei videogiochi violenti che vengono paragonati dal <em>Mothers Against Videogame Addiction and Violence</em> all’abuso di droga e alcol. Inoltre, i tanti gadgets a disposizione possono essere causa di disturbi da deficit di attenzione: distrazione che può incidere sull’andamento scolastico e/o universitario. Insomma, alcuni studiosi la definiscono una generazione allo sbando, senza valori, che ha paura di impegnarsi e di scegliere un percorso (di vita o lavorativo) e i cui interessi vertono sulla cultura popolare, le celebrità e i loro amici, senza lasciare posto a quotidiani e telegiornali.</p>
<p>Tuttavia, non c’è unanimità sulle visioni negative.  John Seely Brown, già qualche anno fa, in <a href="http://www.johnseelybrown.com/Growing_up_digital.pdf">Growing Up Digital</a> rifletteva su come in realtà il Web abbia cambiato il lavoro, l’educazione e il modo di imparare: l’alfabetizzazione attualmente non interessa solo il testo, ma è il risultato di diverse forme di intelligenza, per esempio quella visuale e sociale. Inoltre, a differenza dei media tradizionali, attraverso Internet l’individuo può essere sia destinatario dei contenuti che mittente e, quindi, diventare parte attiva della costruzione del sapere. Ma andiamo più a fondo.</p>
<h5>Multiprocessing</h5>
<p>I bambini di oggi &#8211; scrive l’autore &#8211; sono <em>multiprocessing</em>: riescono a fare diverse cose contemporaneamente (ascoltare musica,  parlare al telefono, usare il computer), ma non per questo si distraggono, contrariamente a ciò che possono pensare gli adulti. Brown ci spiega le differenze fra le due generazioni (passata e presente) e che cos’è cambiato nel passaggio da una generazione all’altra. Tradizionalmente, i ragionamenti sono sempre stati associati alla deduzione e all’astrazione, ma il modello applicato dai bambini che utilizzano i media digitali è più vicino a quello che Lévi-Strauss chiama <em>bricolage</em>: la capacità di trovare un oggetto, un documento o un attrezzo e di utilizzarlo per costruire ciò di cui ha bisogno. Il Web mette a disposizione una varietà di risorse tali da confondere un adulto non digitale, ma da consentire ai bambini di diventare <em>bricoleurs</em>, appunto.</p>
<p>Chi appartiene alla generazione passata ha sviluppato un approccio diverso all’informazione e all’apprendimento: solitamente tende a non provare qualcosa finché non sa come usarla o almeno non prima di aver consultato un manuale di istruzioni o un esperto. Tendenza che i giovani di oggi ritengono addirittura preistorica: loro, per imparare, devono “sporcarsi le mani”, provare e riprovare, fare pratica insomma. Stessa cosa riprodotta nel Web: osservano quello che fanno gli altri e poi ci provano a farlo da soli. In questo modo l’apprendimento diventa situato (basato sulle azioni), sociale, cognitivo e tutt’altro che astratto, e il Web diviene non solo una risorsa informativa e sociale, ma un medium per l’apprendimento: i ragionamenti sono frutto di una costruzione collettiva e condivisa dell’informazione (intelligenza distribuita).</p>
<p>Secondo lo studioso, la chiave del <em>social learning</em> è nell’utilizzo della tecnologia per supportare le relazioni tra gli individui, in altre parole ciò che chiama “ecologia dell’apprendimento”: nella rete si crea un insieme di comunità (virtuali) che condividono interessi, una sorta di “impollinazione incrociata” di idee, per dirla con Brown. Il web, pertanto, consente ai bambini di sviluppare un proprio modo ideale di imparare: «Questa potenzialità potrebbe essere particolarmente importante quando un bambino inizia il suo percorso di apprendimento».</p>
<h5>Tra sms e linguaggio</h5>
<p>Alcuni ricercatori inglesi hanno condotto uno <a href="http://news.bbc.co.uk/2/hi/uk_news/education/8468351.stm">studio</a> su bambini dagli 8 ai 12 anni notando una forte correlazione tra l’utilizzo di un linguaggio abbreviato per scrivere sms e il miglioramento delle loro abilità linguistiche. La ricerca è stata condotta da Clare Wood, docente di psicologia dello sviluppo all’Università di Conventry e in parte fondata dalla British Academy: «Siamo stati sorpresi di venire a sapere che non solo l’associazione era forte, ma che lo scambio di sms stava in realtà portando allo sviluppo delle conoscenze fonologiche e delle abilità di lettura nei bambini», <a href="http://www.gizmag.com/could-text-messaging-be-beneficial-for-childrens-spelling-and-reading/13942/">racconta</a> Wood. «Scambiare sms sembra essere anche una forma preziosa di contatto con l’inglese scritto per molti bambini, che permette loro di esercitare la lettura e l’ortografia su basi quotidiane».</p>
<p>Secondo gli studiosi, i bambini con un alto livello di conoscenza fonologica sono in grado di isolare e manipolare differenti suoni nella parola e, eliminando suoni, lettere o sillabe, riescono a risalire a quella originaria (ad esempio “hmwrk” sta per “homework”). La ricerca è basata su uno studio di un anno condotto su 63 alunni inglesi: i risultati finali sono previsti per l’anno prossimo, ma nel frattempo gli autori non hanno riscontrato associazioni negative tra l’utilizzo di abbreviazioni e l’alfabetizzazione.</p>
<h5>Genitori e filtri</h5>
<p>Intanto, altri ricercatori indagano sull’importanza del ruolo dei genitori. La mancanza di conoscenza di internet da parte degli adulti può mettere a rischio i loro figli: da una <a href="http://www.broadbandchoices.co.uk/lack-of-internet-understanding-putting-children-at-risk-020210.html">ricerca</a> emerge che il 60% dei bambini dichiara di mentire su ciò che sta guardando online e più della metà ammette di cancellare la cronologia dal browser in modo che i loro genitori non possano conoscere i siti visitati. Un quarto dei bambini, infatti, afferma di aver mandato o ricevuto spesso materiale inappropriato tramite email e l’11% è stato vittima o autore di bullismo. «Tutti noi sappiamo che ci sono minacce nel mondo virtuale come ce ne sono nel mondo reale, ma è importante che le risposte dei genitori a questi rischi siano misurate e appropriate», dichiara una studiosa. La ricerca sottolinea l’importanza di una maggiore comunicazione tra genitori e figli: è la migliore via percorribile dai genitori per capire i probabili rischi cui vanno incontro i loro bambini e, in caso di necessità, per saperli gestire.</p>
<p>I genitori possono installare il <em>parental control</em> e un software di sicurezza: su <a href="http://www.pbs.org/wgbh/pages/frontline/kidsonline/">Growing up online</a> gli esperti spiegano, tra le altre cose, come proteggere i bambini, che cosa devono sapere sulla <em>Internet Age </em>e che cosa è necessario che insegnino ai loro figli (ci sono interviste, casi di studio, pareri di esperti del settore). Anche <a href="http://www.pbs.org/parents/childrenandmedia/">PBS Parents</a> è ricco di informazioni su come i media possano contribuire all’apprendimento dei bambini e su come creare ambienti domestici alfabetizzati. Inoltre, per chi volesse approfondire, sono disponibili dei testi sul tema, come <a href="http://www.ibs.it/code/9788845313103/mantovani-susanna/bambini-computer-alla.html">Bambini e  computer. Alla scoperta delle nuove tecnologie a scuola e in famiglia</a> e <a href="http://www.ibs.it/code/9788842058496/antinucci-francesco/computer-per-figlio.html">Computer per un figlio. Giocare, apprendere, creare</a>. Numerose <a href="http://www.littleonesreadingresource.com/positive-effects-of-reading-aloud-to-children.html">ricerche didattiche</a> suggeriscono come i genitori possano incoraggiare e trasmettere ai propri bambini l’amore per la lettura, semplicemente leggendo insieme e a voce alta (per venti minuti ogni giorno) dei libri. Quella di leggere (e di ascoltare) ad alta voce è una pratica molto diffusa anche <a href="http://www.edweek.org/ew/articles/2010/01/06/16read_ep.h29.html?tkn=RPRC1fRnxF29S1jnQlXBTSkKcn2oUGhJEFiL">tra gli insegnanti</a> (in particolare quelli inglesi) della scuola media e superiore: pare che favorisca la fluidità del linguaggio e aumenti a sua volta la comprensione del testo.</p>
<p>In <a href="http://digitalyouth.ischool.berkeley.edu/files/report/digitalyouth-TwoPageSummary.pdf">Living and Learning with New Media: Summary of Findings fron the digital Youth Project</a>, i ricercatori sottolineano come i giovani possano trarre beneficio da una educazione più aperta alle forme di sperimentazione e di esplorazione sociale (caratteristica, appunto, della <em>Digital Age</em> ma, in genere, non presente nelle istituzioni scolastiche tradizionali). Inoltre, aggiungono, ostacolare l’accesso ai new media significa privare i giovani di forme di apprendimento, come le abilità sociali, essenziali per prendere parte nella società. «Il digitale da solo non è una garanzia di rafforzamento della lettura, della scrittura e del pensiero creativo e critico del bambino», <a href="http://www.itd.cnr.it/tdmagazine/PDF24/Bimbidigitali.pdf">scrive</a> Edith Ackermann della MIT School of Architecture, «Può solo fornire nuove occasioni per esplorare la strada accidentata che porta alla lingua parlata a quella scritta e colmare, con strumenti innovativi, il divario fra testo e contesto, autore e pubblico, parole, immagini e suoni».</p>
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		<title>Giro, faccio cose, vedo gente</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Feb 2009 10:46:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Umberto Santucci</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La famosa frase del film di Nanni Moretti sintetizza bene un'alternativa emergente rispetto alla fruizione passiva e caotico-puntuativa della tv broadcast, un mix di comportamenti mediatici completamente diversi, che dal modello grande fratello (orwelliano) va verso il modello villaggio globale/locale anticipato da Mc Luhan]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per fortuna emerge un comportamento mediatico diverso, se non addirittura opposto, rispetto a quello caotico-puntuativo che ho descritto in un <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2008/12/22/il-filtro-caotico-puntuativo-sulla-realta">precedente articolo</a>. Accanto o in antitesi con la tv che si accende in salotto o in cucina e si lascia lì continuando a fare le proprie faccende, c’è un mondo articolato e variopinto di altri media: tv satellitare e digitale terrestre, pay tv, business tv, streaming video local e web, tv <em>prosumer</em> di <a href="http://www.youtube.com">YouTube</a> e simili, i podcast, l’universo dei blog, wiki e social network, l’iPod e i telefoni Mms, i passaparola virali. Quali sono le modalità di comunicazione di questo mondo? Come si emettono i messaggi? Come si ricevono? Che cosa succederà quando queste modalità avranno preso il sopravvento sulla televisione così come la conosciamo ora?<span id="more-392"></span></p>
<p>Nel <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/1984_(romanzo)">Grande Fratello</a> di Orwell c’è un solo emittente che parla a tutti da una sola rete, e impone lingua, opinioni, modo di pensare e di agire. Tutti devono uniformarsi, perché il Grande Fratello può spiare e controllare ogni persona. Per fortuna, con la liberalizzazione delle emittenti le cose non sono andate proprio così, anche se in Italia ci sono i due blocchi dominanti Rai/Mediaset con tutti gli altri dietro. La fusione fra tv, telefonia e informatica, prevista da Negroponte già <a href="http://www.anobii.com/books/0187ffaffaa05b9a64/">nei primi anni ’90</a>, è ormai avvenuta, creando un insieme di linguaggi e di media completamente diversi da quelli precedenti.</p>
<p>La tv induce a una fruizione piuttosto stupida perché agisce in modalità stupida: usa un solo canale per volta, è lineare, verticistica, rigida, un palco da cui gridare, non un ambiente a risorse illimitate in cui interagire. E se c’è una sola persona che parla senza ascoltarmi, io posso solo distrarmi, far finta di ascoltare ma pensare ai fatti miei, o cambiare canale dove c’è un altro che parla senza ascoltarmi. Per accontentare tutti, chi parla deve livellarsi verso il basso – aprire un pacco per vedere che cosa c’è dentro – e ripetere sempre le stesse cose, in modo che i distratti prima o poi ne colgano qualcuna.</p>
<p>La rete, un termine con cui vogliamo significare l’insieme mediatico di internet, web, telefonia multimediale, home, pay e cable tv, televisione e localizzazione satellitare, si serve di canali illimitati e tutti condivisi. In rete avvengono scambi di dati bidirezionali, senza orari, inizio, svolgimento e fine. È topologica e ipertestuale, non temporale e sequenziale. Tutto quello che sta al di fuori della rete si legge in sequenza ed è venduto in un pacchetto con inizio e fine, quello che funziona in rete è non confezionato, non lineare, senza inizio, senza fine, senza svolgimento. Ognuno si fa la sua sequenza personale, si impacchetta da sé il prodotto o il pezzetto di informazione che gli interessa al momento, lo fruisce in tempo reale o lo scarica e lo conserva, se lo tiene per sé o lo condivide con colleghi, amici, perfino con sconosciuti.</p>
<p>Don Tapscott, autore di <a href="http://www.anobii.com/books/01285dbd337087a36d/">Wikinomics</a>, dice che per i giovani la tv sta andando sempre più nello sfondo di fronte agli altri media, perché i giovani si orientano verso la scelta e la personalizzazione (<em>choice&amp;customization</em>), e si muovono in un ambiente unico e interattivo di <em>fun/working/learning/playing</em>, ossia divertimento, lavoro, studio, gioco, in cui amano prendere e dare, conoscere e farsi conoscere, sapere e far sapere. Le mie nipotine (11-13 anni) hanno il loro blog personale che condividono con le amiche e gli amici. Ciò significa che quello che per una ragazza era lo strumento più segreto e più intimo, che neanche la mamma poteva guardare, e cioè il proprio diario, ora diventa un blog praticamente pubblico, che si scosta dal diario segreto per diventare lo scambio di confidenze fra amichetti.</p>
<p>In uno sceneggiato tv una ragazza un po’ timida è corteggiata dal bello della scuola. Lei stenta a credere a questa sua fortuna, finché lui la bacia e durante il bacio tira fuori il telefonino e fa una foto. «Che fai?», dice lei. E lui: «Faccio una foto e te la mando, così finalmente ci credi». Per rendere veramente credibile la situazione non basta averla vissuta, va verificata e rivissuta come informazione Mms. Niente di male; anche il diario era (o è ancora?) un modo per rivivere un momento vissuto attraverso informazioni verbali, visive e simboliche.</p>
<p>La tv multimodale dunque non è più broadcast, ma conversazione. Non più rapporto unidirezionale fra un emittente e un ricevente che non si conoscono, ma rapporti pluridirezionali fra soggetti che si conoscono e si scelgono. Ora, se scelgo qualcuno o qualcosa, poi lo sto a sentire, anche perché devo rispondergli, interagire con esso. Ecco dunque un’alternativa molto significativa a quella fruizione della “vecchia” tv distratta e casuale, passiva e “ignorante” (nel senso che ascolto qua e là senza sapere chi parla, che cosa dice e perché). E per fortuna è un comportamento mediatico molto diffuso fra i giovani.</p>
<p>Sempre Tapscott dice che John Fitzgerald Kennedy fu il primo presidente della tv e che Barack Obama è il primo presidente del web. Che sia la vittoria dell’atteggiamento selettivo/personalizzato rispetto a quello caotico/puntuativo della baby boom generation? Che le elezioni dei tempi che verranno ci diano risultati migliori di quelli attuali? Da qualche anno frequento social network come <a href="http://www.linkedin.com">LinkedIn</a>, <a href="http://www.xing.com/">Neurona&gt;Xing</a> e ora <a href="http://www.facebook.com">Facebook</a>, che sta vampirizzando tutti gli altri, perché presenta insieme l’aspetto professionale e personale di qualcuno, i suoi orientamenti politici e ideologici, le sue preferenze culturali e ludiche, ed è l’immenso paese globale e locale in cui possiamo incontrare tutti e andare dovunque, ma frequentare le nostre piazzette e i nostri circoli preferiti. È probabile che in futuro Facebook diventi l’unico ambiente di navigazione, eliminando gestore di posta e browser? O ci saranno diversi strumenti ancor più specializzati, come vorrebbe Don Norman?</p>
<p>Quando da ragazzo vivevo a Lanciano, una cittadina abruzzese, nel tardo pomeriggio si usciva a spasso per il corso, e lì si incontravano conoscenti e amici, ragazze da corteggiare, persone con cui parlare della critica della ragion pura o fare un po’ di gossip. In tutti i centri abitati c’era una piazza, una strada, un portico in cui ci si incontrava, si andava al bar e si facevano due chiacchiere. Si potevano fare nuovi incontri, o rivedere vecchi amici che tornavano dopo tanto tempo. Con le grandi città, l’automobile e la televisione tutto questo è finito. Oggi per incontrarsi bisogna prendere appuntamento, e non sempre ciò è possibile con persone che si conoscono appena. Oppure bisogna frequentare ambienti dedicati a un hobby, uno sport, un interesse culturale o sociale, ma anche lì si incontrano solo persone che praticano quello stesso interesse, e si rischia una comunicazione autoreferenziale.</p>
<p>Un ambiente virtuale come Facebook (o anche Linkedin, con i relativi gruppi come <a href="http://www.linkedin.com/groups?gid=38486&amp;trk=anetsrch_name&amp;goback=.gdr_1233570840906_1">Professional People in Urbe</a> o <a href="http://www.linkedin.com/groups?gid=1526&amp;trk=anetsrch_name&amp;goback=.gdr_1233570840910_1">Milan-In</a>) ripropone un corso, una piazza, un bar di paese, o una libreria, un negozio, un circolo culturale, in cui ci si incontra, si fa amicizia, si scambiano opinioni, consigli di acquisto e di lettura, foto, video. In tal modo l’interazione mediatica è tutta diversa da quella della tv broadcast. Io posso guardare la Littizzetto in diretta a <em>Che tempo che fa </em>nell’orario previsto dal palinsesto, oppure posso andare sul <a href="http://www.chetempochefa.rai.it/">sito Rai.it</a> e guardare la clip in streaming, o scaricarmela con un tv-catcher, o ancora guardare il link che mi ha mandato la mia amica Patrizia. Sono modalità differenti, dove l’ultima non solo è la mia scelta di guardare la clip, ma è una mia conversazione con Patrizia, con cui posso commentare la clip. Ma anche tutti gli altri miei amici di Facebook possono partecipare, quindi quella diventa una nostra clip, che abbiamo tolto dal suo contesto broadcast e inserito in un contesto narrowcast personalizzato.</p>
<p>Per ora mi fermo qui. Ci sarebbe ancora tanto da dire. Ma come al solito ne parliamo in un prossimo incontro, nel bar virtuale di Apogeonline.</p>
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