<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Apogeonline &#187; digital divide</title>
	<atom:link href="http://www.apogeonline.com/tag/digital-divide/feed" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.apogeonline.com</link>
	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
	<lastBuildDate>Tue, 14 Feb 2012 09:09:58 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.1.3</generator>
		<item>
		<title>Senza sinergia le reti stentano a crescere</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2010/10/13/senza-sinergia-le-reti-stentano-a-crescere</link>
		<comments>http://www.apogeonline.com/webzine/2010/10/13/senza-sinergia-le-reti-stentano-a-crescere#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 13 Oct 2010 06:30:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Telecomunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[Adsl]]></category>
		<category><![CDATA[Agcom]]></category>
		<category><![CDATA[Between]]></category>
		<category><![CDATA[digital divide]]></category>
		<category><![CDATA[dividendo digitale]]></category>
		<category><![CDATA[Eolo]]></category>
		<category><![CDATA[Hiperlan]]></category>
		<category><![CDATA[Next Generation Network]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Romani]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Quintarelli]]></category>
		<category><![CDATA[Telecom Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Vodafone]]></category>
		<category><![CDATA[WiMax]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.apogeonline.com/?p=3988</guid>
		<description><![CDATA[Vodafone movimenta il settore con il suo piano per portare rete in mille comuni in digital divide, ma per il resto il problema è sempre lo stesso: manca una visione di sistema e gli sforzi dei singoli non risolvono il problema strutturale]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Che cosa hanno in comune la lotta al digital divide e lo sforzo verso una rete di nuova generazione? L’incapacità dell’Italia di fare sistema. Da questo scoglio deriva l’eterno carosello che abbiamo visto negli ultimi anni e ora di nuovo riproposto, con notizie dei giorni scorsi: da una parte, il governo che continua a temporeggiare e non stanzia fondi; dall’altra, gli operatori che proseguono ognuno (o quasi) per conto proprio con iniziative e coperture.<span id="more-3988"></span></p>
<h5>I mille comuni di Vodafone</h5>
<p>Consideriamo qui soprattutto un grande dimenticato: il digital divide. Circa 1.800 comuni e il 12% della popolazione italiana non possono navigare nemmeno a 2 Megabit al secondo con Adsl. La quota percentuale reale è forse anche più alta (secondo Between è pari al 15%, se calcoliamo solo quelli che effettivamente raggiungono i 2 Megabit quando si connettono). Comunque, l’ultima notizia che ha cambiato le carte sul tavolo da gioco è venuta non dal governo ma da un operatore, nei giorni scorsi: il <a href="http://1000comuni.vodafone.it/">piano mille comuni</a> di Vodafone. In breve: un investimento da un miliardo di euro per coprire mille comuni entro il 2013 tramite banda larga mobile Hspa (standard 14.4 Megabit).</p>
<p>La promessa è una velocità media per utente di almeno 2 Megabit. Spesso nelle zone del digital divide le pareti sono più spesse, a danno delle prestazioni di banda larga mobile; d’altro canto, anche i doppini di rame sono più lunghi, il che rende l’Adsl difficile o impossibile anche se si facesse arrivare la fibra ottica fino alla centrale. Di per sé la mossa di Vodafone è una buona notizia e, tra l’altro, la dice lunga su come cambi il concetto di digital divide con il passare degli anni. «Se l’operatore investe lì significa che quelle zone non sono più a fallimento di mercato», spiega Stefano Quintarelli, tra i massimi esperti di tlc in Europa. I costi della tecnologia si riducono: Vodafone sfrutta per quel piano nuovi apparati Huawei- e così cambia la soglia di redditività di un investimento.</p>
<h5>Reazioni sorprese</h5>
<p>Che quello di Vodafone sia stato un annuncio sorprendente lo confermano anche le polemiche che sono seguite. Stefano Mannoni, consigliere di Agcom (Autorità garante delle comunicazioni) ha detto che questo piano non deve essere «argomento per rivendicare tariffe di terminazione più alte» (secondo Mannoni, quindi, Vodafone promette copertura nel digital divide per ottenere in cambio regole più favorevoli sul mercato cellulare). Telecom Italia ha ribattuto che <a href="http://www.webnews.it/2010/10/08/bernabe-a-vodafone-noi-investiamo-di-piu/">non sarà da meno</a> rispetto a Vodafone<a href="http://www.webnews.it/2010/10/08/bernabe-a-vodafone-noi-investiamo-di-piu/"></a>. Ha un piano a 27 mesi,  il cui impatto nel digital divide deve essere però ancora dettagliato.</p>
<p>C’è da chiedersi infine quale conseguenza avrà il piano Vodafone sugli investimenti pubblici, dal momento che riduce le aree effettivamente a “fallimento di mercato”. Le norme comunitarie consentono infatti finanziamenti pubblici solo in quelle zone. In realtà, la popolazione in digital divide è già inferiore a quello che dicono le statistiche basate sull’Adsl. L’Hiperlan e, in misura minore, il WiMax coprono già migliaia di comuni (<a href="http://www.ngi.it/eolo/">3.136 quelli di Eolo</a>, uno dei pochi operatori a dichiarare questo dato). Già questo aspetto conferma che l’Italia non fa sistema: basterebbe poco, al ministero dello Sviluppo Economico o alle associazioni provider, fare un censimento delle zone raggiunte da Hiperlan e Wimax.</p>
<p>Il vantaggio sarebbe duplice: si scoprirebbero i comuni che davvero richiedono l’intervento dello Stato o di privati operatori; gli utenti sarebbero meglio informati sulle offerte disponibili. In questa nebbia di informazioni, sono certo tanti gli utenti che credono di essere in digital divide mentre sono raggiunti da un operatore wireless. E si noti che le offerte Hiperlan e Wimax sarebbero sì vere e proprie alternative paritarie all’Adsl, a differenza della banda larga degli operatori mobili: <a href="http://www.oneadsl.it/06/07/2009/umts-vs-wimax-il-confronto-di-altroconsumo">hanno più banda reale</a> e sono flat-rate. Il paradosso è acuito dal fatto che la mano destra non sa quello che fa la sinistra: alcune delle prime coperture Hiperlan sono state fatte con fondi pubblici di Regioni o Province (in Toscana, per esempio).</p>
<h5>Il piano Romani</h5>
<p>Non c’è azione di sistema, infine, perché mancano ancora all’appello gli 800 milioni del <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/04/06/la-banda-lenta-aspetta-gli-investimenti-promessi">piano Romani da 1,47 miliardi</a>. Infratel continua a portare la fibra nei pozzetti comunali (vicino alle centrali telefoniche), con i 383 milioni di euro che le restano in pancia. I quali dureranno fino al 2013 e permetteranno di dimezzare il digital divide (al 6% della popolazione). Peccato che il piano Romani prevedeva di portarlo allo 0,5% entro il 2012; ma per quest’obiettivo servono anche gli 800 milioni, appunto. Ci si dimentica spesso che dal governo è attesa un’altra azione contro il digital divide: bandire l’asta per assegnare alla banda larga <a href="http://mytech.it/web/2010/07/21/nuove-frequenze-alla-banda-larga-mobile-nuove-sper/">le frequenze del dividendo digitale</a>, ora controllate dalla tivù. Consentirebbero di coprire un territorio più vasto con tecnologie Hspa e Lte (fino a 100 Megabit) e di aumentare la banda reale disponibile agli utenti.</p>
<p>Sulla rete di nuova generazione (Ngn), l’incapacità di fare sistema è lampante, come abbiamo ribadito <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/09/27/ngn-a-100-megabit-un-miraggio-ancora-lontano">di recente</a>. Le ultime notizie confermano le previsioni, purtroppo: Corrado Calabrò, presidente di Agcom al convegno <em>Giochiamoci il futuro</em> organizzato da Between ha detto che la “società della rete” non ha al momento i presupposti per partire. Era l’idea di costruire l’Ngn tramite una società partecipata dai principali operatori e da Cassa depositi e prestiti. Le posizioni di Telecom, da una parte, e di Fastweb, Wind, Vodafone e Tiscali sono al momento inconciliabili, sul come e dove investire assieme.</p>
<p>Il problema di fondo è che, senza sinergie, l’Ngn rischia di essere fattibile solo sul 50% degli italiani (come <a href="http://www.sostariffe.it/news/2010/06/12/telecom-italia-ngn-nel-2018-senza-laiuto-di-nessuno/">previsto</a> da Telecom entro il 2018, con il suo piano). Le sinergie riducono infatti i costi di creazione dell’Ngn, aumentano gli attori disposti a investire ed eliminano alcune variabili che ne possono minare la redditività (per esempio, la concorrenza tra rame di Telecom e fibra ottica di altri operatori). L’incognita dei prossimi mesi sarà quindi se gli attori si riusciranno a mettere d’accordo, e in che modo (con o senza società della rete). Per il bene della banda larga futura, che gli utenti e le imprese vorrebbero più veloce e più estesa.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.apogeonline.com/webzine/2010/10/13/senza-sinergia-le-reti-stentano-a-crescere/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>3</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Banda larga, un anno perso in chiacchiere</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2010/05/24/banda-larga-un-anno-perso-in-chiacchiere</link>
		<comments>http://www.apogeonline.com/webzine/2010/05/24/banda-larga-un-anno-perso-in-chiacchiere#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 24 May 2010 07:02:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Telecomunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[Adsl]]></category>
		<category><![CDATA[Between]]></category>
		<category><![CDATA[Cipe]]></category>
		<category><![CDATA[digital divide]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Caio]]></category>
		<category><![CDATA[Infratel]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Romani]]></category>
		<category><![CDATA[Provincia di Lucca]]></category>
		<category><![CDATA[Provincia di Milano]]></category>
		<category><![CDATA[Provincia di Roma]]></category>
		<category><![CDATA[telefonia]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Province Italiane]]></category>
		<category><![CDATA[wireless]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.apogeonline.com/?p=2900</guid>
		<description><![CDATA[Negli ultimi dodici mesi la situazione non è praticamente cambiata. La pubblica amministrazione non investe, gli operatori cominciano a muoversi indipendentemente. Ma siamo ben lontani dal fare sistema]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La pubblica amministrazione locale e il governo tornano a stringersi le mani, con gli operatori, contro il digital divide. Questi sono giorni di piani, progetti e accordi sbandierati, allo scopo di agevolare le coperture banda larga. Peccato che gli ultimi dodici mesi siano stati sprecati in chiacchiere e poco più: la copertura Adsl italiana ha fatto pochi passi avanti, basta confrontare <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/05/20/la-foto-di-caio-sui-ritardi-delle-tlc">i dati del rapporto Caio</a> con quelli appena usciti <a href="http://www.osservatoriobandalarga.it/community/attach/5027_BTW_OBL_NotaIncontroSponsor_14apr_27apr10.pdf">da Between</a>: stessi dati, pari problemi (se non peggiorati, visto che passato un anno la rete è più vecchia e più satura).<span id="more-2900"></span> L’Adsl è ancora sul 96% della popolazione, in teoria; in pratica è sull’87%. Bisogna infatti togliere, dal novero della banda larga, le connessioni a meno di 2 Mbps (640 Kbps offerte da centrali senza fibra) e quelle zone dove, a causa del doppino troppo lungo, l’Adsl non è attivabile pur essendo disponibile nella centrale di zona. Nessuna sorpresa: anche <a href="http://www.mrwebmaster.it/news/cipe-nuovo-stop-soldi-banda-larga_3974.html">nell’ultima riunione di maggio</a>, il Cipe non ha sbloccato <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/11/16/banda-larga-riparte-il-piano-governativo">gli 800 milioni promessi</a> per il piano governativo contro il digital divide da 1,47 miliardi. Anche se già da dicembre è stato detto che “per ora” arriverà dal Cipe solo una tranche (200-300 milioni) di quegli 800.</p>
<h5>Tocca agli operatori</h5>
<p>È su questo sfondo che bisogna leggere le ultime promesse, che hanno campeggiato in un <a href="http://www.upinet.it/upinet/docs/contenuti/2010/5/invito catania + info organizzative.pdf">evento di Catania</a>, la settimana scorsa con massimi esponenti istituzionali e degli operatori. A Catania ci sono stati numerosi annunci di battaglie contro il digital divide. Di fondo, la pubblica amministrazione centrale e locale ha presentato piani in sintonia. La società di scopo Infratel <a href="http://www.corrierecomunicazioni.it/news/78157/infratel_entro_giugno_aggiudicazione_dei_lavori_per_la_fibra">ha detto</a> che a giugno parte la terza fase del piano con cui sta portando fibra ottica nelle zone che ne sono sprovviste. In tutto, tra la prima fase (completata), la seconda (in corso) e la terza (in avvio) coprirà 3,3 milioni di utenti. Nella quarta invece si occuperà dei distretti industriali. Ricordiamo che la prima fase è andata molto a rilento, quindi Infratel sta accelerando notevolmente. Romani ha così annunciato la morte del digital divide <a href="http://www.adnkronos.com/IGN/News/CyberNews/?id=3.0.3409051137">entro il 2012</a>. Non vuol dire Adsl per tutti. Nella migliore delle ipotesi, resterà un 2-3% di italiani raggiunto da banda larga (almeno 2 Mbps) solo wireless e uno 0,5-1% di italiani coperti solo da satellite.</p>
<p>Un altro annuncio è dell’Unione province italiane (Upi), organizzatrici dell’evento catanese, ed <a href="http://www.corrierecomunicazioni.it/news/78146/le_province_il_broadband_facciamolo_sulle_nostre_strade">è duplice</a>. Da una parte, hanno firmato con il ministero dello sviluppo economico (Romani) un protocollo, come già fatto dalle Regioni. Per la prima volta, tutti i soggetti istituzionali che hanno piani contro il digital divide si impegnano a lavorare all’unisono, ognuno con propri piani e risorse, ma cercando di fare sinergia (evitando sovrapposizioni, ottimizzando le infrastrutture esistenti). La seconda parte dell’annuncio coinvolge gli operatori. Le Province si impegnano a unificare e semplificare la normativa per gli scavi in fibra, per agevolare gli operatori che vogliono cablarla. Telecom ha già firmato un’intesa con Upi per poter usare le mini trincee, tecniche di scavo più rapide ed economiche. Il che torna utile sia contro il digital divide sia per le reti di nuova generazione (quindi per la fibra nelle centrali e nell’ultimo miglio, rispettivamente). Il “fare sistema” è proprio ciò che manca, in Italia, per lo sviluppo della banda larga: alcune Province (Lucca, Roma, Milano) si sono mosse in autonomia, infatti, con altrettanti progetti contro il digital divide.</p>
<h5>Dividendo digitale</h5>
<p>Fare sistema però non deve limitarsi a strette di mano. È questo il dubbio più profondo, per il futuro: che la pubblica amministrazione centrale voglia restare, ancora per molti mesi, nel ruolo del regista soltanto e che non intenda fare le mosse più importanti per risolvere il problema. Mosse dirompenti sono quelle che muovono milioni di euro. Ricordiamo ancora una volta che i soli fondi pubblici stanziati finora da questa legislatura, per la banda larga, sono i 20 milioni di euro di incentivi agli abbonamenti. È sfuggito ai più che Romani ha fatto un passo indietro, nel suo piano da 1,47 miliardi: ha appena detto che per la metà <a href="http://www.primaonline.it/2010/05/21/80829/tlc-romani-chiudiamo-digital-divide-entro-2012/">verranno dagli operatori</a>. Nel piano originario la stragrande maggioranza dei fondi dovevano invece essere pubblici. E a proposito di veri impegni istituzionali: servirebbe assegnare alla banda larga frequenze del dividendo digitale, come già fatto dalla Germania. L’Italia è il solo Paese a volerle dare tutte alla tv, come ricordato da un <a href="http://www.key4biz.it/News/2010/04/28/Radio/Radio_Days_Guglielmo_Marconi_radio_wireless_divario_digitale_Bice_Biagi_Stefano_Mazzetti.html">altro recente convegno</a>. Stanziare fondi e frequenze per la banda larga farebbe la differenza, molto più di protocolli e intese di massima. Ma pare che per il momento utenti e aziende italiani dovranno accontentarsi di questi.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.apogeonline.com/webzine/2010/05/24/banda-larga-un-anno-perso-in-chiacchiere/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>3</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La rete dei migranti che avvicina i mondi</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2010/01/11/la-rete-dei-migranti-che-avvicina-i-mondi</link>
		<comments>http://www.apogeonline.com/webzine/2010/01/11/la-rete-dei-migranti-che-avvicina-i-mondi#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 11 Jan 2010 07:59:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marta Mainieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Africa Rural Connect]]></category>
		<category><![CDATA[afrointroductions.com]]></category>
		<category><![CDATA[Arabfriedz]]></category>
		<category><![CDATA[Bharatmatrimony.com]]></category>
		<category><![CDATA[despatriados.com]]></category>
		<category><![CDATA[digital divide]]></category>
		<category><![CDATA[Enrico Pugliese]]></category>
		<category><![CDATA[Ethan Zuckerman]]></category>
		<category><![CDATA[Expressregalo]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
		<category><![CDATA[filipinaheart.com]]></category>
		<category><![CDATA[Ghanaweb.com]]></category>
		<category><![CDATA[Global Voices Online]]></category>
		<category><![CDATA[Happysend]]></category>
		<category><![CDATA[iCare]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Indiaplaza]]></category>
		<category><![CDATA[Kenyans for Change]]></category>
		<category><![CDATA[MamaMikes]]></category>
		<category><![CDATA[mashada.com]]></category>
		<category><![CDATA[Nriol.com]]></category>
		<category><![CDATA[Seneweb.com]]></category>
		<category><![CDATA[Skype]]></category>
		<category><![CDATA[social network]]></category>
		<category><![CDATA[Ushahidi]]></category>
		<category><![CDATA[VoIP]]></category>
		<category><![CDATA[Zawgaty.com]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.apogeonline.com/?p=1792</guid>
		<description><![CDATA[Emigrare oggi non significa più necessariamente perdere i contatti col proprio paese e con la propria gente. E grazie a internet si formano nuovi punti di riferimento]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>«Ma io ti lo detto e ti lo ripeto che se qualche volta non scrivo a tempo none colpa mia e per la distanza che mi sipara di Città Bolivar e di costo non è come El Callao che parte un corriere ogni quindici giorni. Dite a tuvo fratello  (&#8230;)  che vede la carta geografica di Venezuela e che ti dice dove si trova Guasdalito». Così scriveva il mio bisnonno a sua moglie nel 1894. Lui, immigrato in Venezuela, e lei, rimasta in un paesino della Calabria settentrionale, affidavano alle lettere le loro storie, le loro paure, i ricordi. Lettere che arrivavano, mai partivano, si perdevano e che la storiografia ha a lungo studiato per capire comportamenti, cultura e valori dei nostri migranti.<span id="more-1792"></span></p>
<p>Tutto più semplice, invece, per Maria, argentina trentaduenne, che vive a Parma da quattro anni con il marito e un figlio di dodici mesi e che condivide con chi è rimasto in Argentina solitudini, paure e conquiste attraverso internet. «Grazie a Skype sento i miei familiari tutti i giorni», racconta, «con loro ci scambiamo fotografie, chattiamo e ci guardiamo attraverso la webcam, così loro possono vedere il mio bambino crescere e io mi rendo conto di come se la passano. E ci sentiamo tutti un po’ meno soli».</p>
<h5>In contatto</h5>
<p>La comunicazione fra migranti e familiari rimasti al paese di origine passa oggi in gran parte attraverso internet e social media, e lo si può dedurre facilmente osservando la clientela di un qualsiasi internet point. «Internet è diventato incredibilmente importante per gli immigrati», dice <a href="http://ethanzuckerman.com/">Ethan Zuckerman</a>, co-fondatore di <a href="http://globalvoicesonline.org/">Global Voices Online</a> e ricercatore del Berkman Center di Harvard. «Molto più che in passato permette di rimanere in contatto non solo con la propria famiglia, ma anche con la propria cultura di origine. Questo può far vivere nel paese di destinazione più facilmente, almeno psicologicamente, ma potrebbe anche rendere più difficile il percorso di integrazione».</p>
<p>Che questo sia vero oppure no è ancora presto per dirlo (non ci sono a oggi studi che approfondiscono in questo senso il tema), però certo la comunicazione digitale modifica il rapporto tra chi parte e chi rimane molto più di quanto abbia fatto in passato la comunicazione scritta. Se un tempo, infatti, i contatti fra il paese di origine e di destinazione erano sporadici e affidati a lettere e a brevi ritorni, oggi grazie a internet sono intensi, continuativi e di conseguenza anche più diretti e veritieri. Più difficile mentire e affidarsi al tempo per cancellare solitudine e sofferenze. «Domenica è un giorno speciale perchè non lavoriamo e possiamo sentire le nostre famiglie», afferma Linver, operaio ventunenne boliviano, a Vigevano da due anni. «Così la mattina sono  sempre qui, all’internet point, sto un’oretta, mentre durante la settimana ci passo solo 10 minuti, giusto il tempo di guardare la posta e leggere un po’ i giornali del mio paese. Alle volte scarico da YouTube i video dei miei amici. Mi chiedono sempre dell’Italia e delle possibilità di lavoro e gli rispondo sempre la verità: su internet l’Italia è bella, ma lo è per gli italiani, per noi che veniamo qui a lavorare, è dura». Lo stesso raccontano i marocchini ai propri fratelli a san Nicola Varco, in provincia di Salerno. «Anselmo Botte nel suo <em>Mannaggia la miseria</em> scrive che i marocchini che lavorano i campi di frutta nella Piana del Sele sconsigliano ai propri fratelli minori di partire raccontando quanto la vita in Italia sia faticosa», racconta <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Enrico_Pugliese">Enrico Pugliese</a>, sociologo e accademico.</p>
<h5>Immaginario</h5>
<p>Un tempo chi partiva per destinazioni molto lontane fermava il suo immaginario al momento dell’addio. Difficile era infatti soltanto pensare che qualcosa potesse cambiare in un paese in cui per secoli nulla si era modificato. Oggi invece l’immigrato attraverso internet e social media segue da vicino quanto accade nella sua comunità d’origine e anzi in alcuni casi interviene nel cambiamento. «All’inizio utilizzavo internet solo per conoscere la normativa che interessava me e i miei connazionali», spiega Samuel Kangbo, sierreleonese che vive a Roma dal 1988, «oggi, invece, oltre che per tenermi informato, uso la rete per discutere con altri africani, con i quali scambio opinioni, parlo della fuga di cervelli, della corruzione politica e così via». Il miglioramento della condizione economica, infatti, porta quasi sempre con sé anche un uso più intenso della rete che si trasforma da mero strumento di comunicazione a luogo di discussione, di frequentazione e di acquisto.</p>
<p>Ogni comunità trova nel web i propri punti di riferimento. Ci sono shopping mall attraverso i quali è possibile acquistare e mandare direttamente in patria i più svariati regali: si va dalle torte di compleanno al mazzo di fiori, fino a sostegni concreti come minuti aerei, rette scolastiche, buoni spesa, visite mediche. Ne sono un esempio <a href="http://happysend.com/">Happysend</a> per i camerunesi, <a href="https://www.icareug.com/">iCare</a> per gli ugandesi, <a href="http://www.mamamikes.com/">MamaMikes</a> per i kenyani, <a href="http://www.indiaplaza.com/">Indiaplaza</a> per gli indiani, <a href="http://www.expressregalo.com/">Expressregalo</a> per i filippini. Ci sono, poi, i siti dove è possibile trovare l’anima gemella scovandola in database che raccolgono connazionali sparsi in tutto il mondo, come <a href="http://www.bharatmatrimony.com/">Bharatmatrimony.com</a> per gli indiani, <a href="http://zawgaty.com/">Zawgaty.com</a> per gli arabi, <a href="http://www.filipinaheart.com/">filipinaheart.com</a> per i filippini, <a href="http://www.afrointroductions.com/">afrointroductions.com</a> per gli africani. Ci sono infine i portali generalisti, luoghi di informazione dove è possibile ascoltare la radio, guardare video e discutere attraverso chat, forum, blog (ne sono un esempio <a href="http://despatriados.com/">despatriados.com</a>, <a href="http://nriol.com/">NRIOL.com</a><em>, </em><a href="http://seneweb.com/">Seneweb.com</a>, <a href="http://ghanaweb.com/">Ghanaweb.com</a>, <a href="http://mashada.com/">mashada.com</a>).</p>
<h5>Discussione</h5>
<p>Proprio da questi luoghi parte la discussione, in alcuni casi più malinconica, come quella degli argentini, che parlano di solitudini e difficoltà pur scambiandosi, anche, ricette e consigli, in altri più matura, come quella degli africani che riflettono sul futuro del loro continente e su come abbattere i luoghi comuni. Una discussione che rimbalza tra i molti blog curati dai componenti della diaspora (soprattutto afro-americani) e quelli dell’ <em>intellighenzia</em> africana, che fa della <a href="http://www.mmainieri.it/Marta_Sito/Articoli/Nova,Il%20sole%2024%20ore_27_09_2007.PDF">blogosfera africana</a> una delle più vivaci e interessanti del web, dando origine anche a promettenti progetti. <a href="http://kenyansforchange.com/">Kenyans for Change</a> (K4C), per esempio, è un movimento nato su Facebook con l’obiettivo di promuovere iniziative per un Kenya più democratico e moderno, e oggi raccoglie più di 10000 kenioti sparsi in tutto il mondo; <a href="http://arc.peacecorpsconnect.org/">Africa Rural Connect</a>, è invece una piattaforma online attraverso la quale si propongono soluzioni per favorire lo sviluppo agricolo del continente; <a href="http://www.ushahidi.com/">Ushahidi</a> infine è una piattaforma di raccolta di informazioni dal  basso.</p>
<p>Molte di queste iniziative nascono con il contributo delle seconde generazioni che naturalmente si muovono in internet con maggiore disinvoltura rispetto ai propri genitori. Anzi, se un tempo toccava a loro insegnare a leggere e a scrivere a mamma e papà, oggi spetta loro il compito di aiutarli a familiarizzare con le nuove tecnologie. «Quando qualche parente si collega al messanger chiamo subito mia madre», racconta Hebe, studentessa e mamma milanese-egiziana, «lei non sa usare internet, a mala pena riesce a far partire il videoregistratore!». Hebe usa il web per seguire gli studi, per rimanere in contatto con le amiche italiane ed egiziane, conosciute durante le vacanze estive, e anche per confrontarsi con altri figli di immigrati, magari su portali come <a href="http://www.arabfriendz.com/">Arabfriedz</a>, un social network che raccoglie giovani arabi sparsi nel mondo: «Noi della seconda generazione», racconta, «siamo sempre sulla linea di confine. Non siamo nè di qua nè di là, e questo ci porta a cercare ragazzi simili a noi. Un italiano o un egiziano può capire solo una parte di noi, quella più vicina alla propria cultura, mentre l’arabo-inglese o l’arabo-americano ha probabilmente vissuto le nostre stesse contraddizioni e questo fa sì che, a volte, ci sentiamo più vicini a loro che ai nostri connazionali».</p>
<p>A questi ragazzi spetta e spetterà, dunque, l’arduo compito di contribuire ad avvicinare i diversi mondi. Se ai tempi del mio bisnonno si pensava che la grande emigrazione avrebbe portato soldi e benessere al sud Italia, al tempo di Facebook è lecito sperare che l’immigrazione possa aiutare a contribuire a superare il digital divide fra il nord e il sud del mondo. Per il mio bisnonno non ha funzionato, chissà che questa volta vada meglio.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.apogeonline.com/webzine/2010/01/11/la-rete-dei-migranti-che-avvicina-i-mondi/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>9</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Banda larga, l’Italia sceglie il passato</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/07/06/banda-larga-l%e2%80%99italia-sceglie-il-passato</link>
		<comments>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/07/06/banda-larga-l%e2%80%99italia-sceglie-il-passato#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 06 Jul 2009 08:23:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Telecomunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[Anfov]]></category>
		<category><![CDATA[Aria]]></category>
		<category><![CDATA[banda larga]]></category>
		<category><![CDATA[Digital Britain]]></category>
		<category><![CDATA[digital divide]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Caio]]></category>
		<category><![CDATA[governo]]></category>
		<category><![CDATA[Ngn]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Romani]]></category>
		<category><![CDATA[Telecom Italia]]></category>
		<category><![CDATA[telefonia]]></category>
		<category><![CDATA[WiMax]]></category>
		<category><![CDATA[wireless]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.apogeonline.com/?p=680</guid>
		<description><![CDATA[Le linee d'azione del viceministro per le comunicazioni si accontentano di abbattere il digital divide sui 2 Mbps, appiattendosi sui limiti e sulle potenzialità dell'ex monopolista. Un'altra occasione persa per rilanciare la rete italiana e favorire l'apertura del mercato]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sta per partire il piano banda larga del viceministro per le comunicazioni Paolo Romani e, per chi non se ne fosse accorto, è ancora più prudente di quello che ci si aspettava. Il <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/05/20/la-foto-di-caio-sui-ritardi-delle-tlc">rapporto Caio</a> presentava tre alternative per portare la rete di nuova generazione nelle case delle italiani? Ebbene, il governo ha scelto una quarta via: nessuna rete di nuova generazione, per ora. Con un piano presentato comunque con i toni della grande impresa: 1,47 miliardi di euro di fondi promessi per la banda larga in Italia. Quale banda larga? Quella del passato: 2 megabit a (quasi) tutta la popolazione, quando ora è il 13% a non poter raggiungere questa velocità, su rete Telecom. Vediamo nei dettagli.<span id="more-680"></span></p>
<p>Negli anni scorsi, Telecom Italia ha continuato ad aumentare le stime della popolazione coperta da Adsl &#8211; ora al 97% &#8211; sebbene da più parti (associazioni dei consumatori e associazione antidigital divide) si denunciava che il valore vero è più basso. Adesso, per la prima volta, la verità. Da questo 97% dobbiamo togliere un 3% che non può avere l’Adsl a causa di apparati Mux e Ucr presenti sulla linea. Un altro 2% è causato da linee troppo lunghe per supportare la banda larga. Un 4% può inoltre avere l’Adsl solo in versione “lite”, a 640 Kbps o, più di rado, 1 Mbps. L’8% degli italiani non può quindi avere affatto un’Adsl; mentre il 4% può arrivare a una velocità giudicata inadeguata per le attuali applicazioni internet. A dire che servano almeno 2 Mbps non è solo Caio ma anche il rapporto del governo britannico <a href="http://www.culture.gov.uk/reference_library/media_releases/5548.aspx/">Digital Britain</a>. Come risolvere? Il 6% della popolazione è in digital divide di lungo periodo e necessita di nuove infrastrutture in fibra che raggiungano le centrali Telecom. Contro i Mux e gli Ucr ora Telecom installa apparati zainetto, che comunque hanno capacità limitate e quindi la soluzione definitiva sarebbe fare interventi consistenti in centrale. Nel caso di doppini troppo lunghi, non c’è che il wireless: Telecom Italia userà a tal proposito l’<a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Tecnologia%20e%20Business/2009/06/telecom-aria.shtml?uuid=39983526-51e7-11de-b058-2b08ce28b1b8&amp;DocRulesView=Libero">offerta all’ingrosso WiMax di Aria</a>. Peccato che quest’ultima sarà disponibile solo da fine 2010.</p>
<p>Il piano di Romani, a vederlo nel dettaglio, è la falsariga dei limiti dell’attuale rete Telecom. Da qui i timori che questi soldi possano diventare un aiuto al business di Telecom (quello al dettaglio e quello all’ingrosso: è vero che se la rete migliora se ne avvantaggiano tutti gli operatori, che però accedono a quella di Telecom non certo gratis…).   Il nocciolo duro di quegli 1,47 miliardi è anch’esso un fantasma del passato: 800 milioni di fondi Cipe, pre-stanziati nel 2008 contro il digital divide <a href="http://mytech.it/flash/2009/04/16/banda-larga-vimercati-pd-a-rischio-gli-800-mln-nel/">e poi persi per strada</a>. A giorni dovrebbe esserci lo stanziamento definitivo. Vi si sommano 264 milioni di fondi ministeriali, che serviranno a completare la rete in fibra nelle centrali (<em>backhauling</em>). Altri 188 milioni sono fondi pubblici per lo sviluppo di aree rurali. I restanti 219 milioni &#8211; scommette il governo &#8211; verranno da privati con il progetto di project financing, spronati da gare pubbliche a livello territoriale. Il 95,6% avrà così i 2 Mbps tramite dsl, dice Romani. Il 3,9% con il wireless. Già: anche se Romani ha annunciato banda larga a tutti, tecnicamente non sarà così, perché resterà fuori comunque lo 0,5% della popolazione italiana.</p>
<p>Un primo appunto: il piano sembra ritagliato apposta per coprire i buchi della rete Telecom senza porsi il problema delle aree già raggiunte da banda larga alternativa. Quel 13% di popolazione dichiarata in digital divide è infatti solo la quota di persone che si trovano in zone dove la rete Telecom non può dare i 2 Megabit. Migliaia di utenti sono però <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/04/29/il-wimax-arriva-destate-nuove-offerte">già abbonati a servizi Hiperlan e WiMax</a> nelle zone del cosiddetto digital divide; e bisogna tener conto anche di progetti Umts/Hspa come quello di Vodafone, che <a href="http://www.key4biz.it/News/2009/07/02/Tecnologie/Vodafone_Italia_Calabria_Hsdpa_broadband_mobile.html">continua a espandersi</a>. Il piano Romani non si pone il problema di fare un censimento delle reti alternative. Il rischio è di sprechi di denaro pubblico e sovrapposizioni, a danno di quei provider, spesso piccoli, che hanno investito con il wireless in aree di territorio dimenticate da Telecom.</p>
<p>Il piano, peraltro, rimanda a giorni migliori l’investimento sulla vera innovazione: la fibra nelle case, per avere banda larga da 100 Mbps. Per questa non ci sono programmi: Romani si limita a dire che per ora fanno un primo passo combattendo il digital divide. Anche il Regno Unito (dove a non avere i 2 Mbps è solo il 7% della popolazione) si è trovato costretto, nella congiuntura economica, a ridimensionare il piano per la rete di nuova generazione: nel rapporto Digital Britain si parla così di una nuova tassa per diffondere i 50 Mbps entro il 2017. «Povertà di ambizione», si lamentano <a href="http://www.ovum.com/news/euronews.asp?id=7960">gli analisti di Ovum</a>.</p>
<p>Eppure, sul tappeto verde del futuro resterebbe ancora qualche carta da giocare. A giugno uno studio Anfov (associazione di aziende del settore, tra cui i principali operatori)  ha evidenziato che tecniche di posa, scavo e cablaggio alternative a quelle tradizionali permetterebbero di ridurre del 50% i costi per fare nuove infrastrutture in fibra ottica. Non sono ancora diffuse a causa di limiti normativi che solo di recente (e solo in parte) sono stati alleviati. Per esempio, un decreto di fine maggio ha dato il via libera a fare scavi, per la fibra ottica, a una profondità inferiore a un metro. Abilita così l’uso delle minitrincee, finora utilizzate solo in via sperimentale. «Per ridurre ancora i costi, l’ideale sarebbe posare la fibra in infrastrutture esistenti e il soggetto che può meglio farlo è la pubblica amministrazione», dice Franco Morganti, presidente di IT Media consulting. «Propongo quindi di istituire società del cavo locali, in partenza pubbliche, che creino la rete sfruttando quanto più possibile le infrastrutture che già hanno. E poi affittino la rete a provider privati», continua. Un’idea simile a quella che Caio indicava come la terza soluzione per la Ngn.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/07/06/banda-larga-l%e2%80%99italia-sceglie-il-passato/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>6</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Se Facebook allarga il digital divide</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/05/15/il-digital-divide-lo-decideranno-gli-incassi-pubblicitari</link>
		<comments>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/05/15/il-digital-divide-lo-decideranno-gli-incassi-pubblicitari#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 15 May 2009 07:09:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Venturini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Editoria digitale]]></category>
		<category><![CDATA[Social Media]]></category>
		<category><![CDATA[digital divide]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
		<category><![CDATA[Flickr]]></category>
		<category><![CDATA[Hulu]]></category>
		<category><![CDATA[Last.fm]]></category>
		<category><![CDATA[Marketing]]></category>
		<category><![CDATA[MySpace]]></category>
		<category><![CDATA[Olpc]]></category>
		<category><![CDATA[pay per access]]></category>
		<category><![CDATA[pay per content]]></category>
		<category><![CDATA[social network]]></category>
		<category><![CDATA[Veoh]]></category>
		<category><![CDATA[walled garden]]></category>
		<category><![CDATA[YouTube]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.apogeonline.com/?p=602</guid>
		<description><![CDATA[Soddisfare l'utente contemporaneo per un grande social network significa investire su connettività e tecnologia. Ma che cosa succede in quelle parti del mondo in cui (economicamente) il gioco non vale la candela?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho letto l&#8217;altro giorno <a href="http://www.nytimes.com/2009/04/27/technology/start-ups/27global.html">un articolo</a> pubblicato dal New York Times. Un pezzo che lancia con forza un tema importante, apre uno spiraglio su uno scenario che potrebbe avere conseguenze profonde sullo sviluppo dell&#8217;Internet e di conseguenza della società in quei paesi che non sono proprio all&#8217;avanguardia dello sviluppo economico. Lo scenario è molto semplice, perfettamente logico nella sua logica di business che non può guardare in faccia nessuno e portatore di sviluppi preoccupanti. In estrema sintesi, la storia è questa: per i grandi siti che si basano sulla diffusione di grandi moli di contenuti e interazioni, la clientela dei paesi in via di sviluppo è più un problema che un&#8217;opportunità.<span id="more-602"></span></p>
<p>Certo, in molti di questi paesi il traffico verso questi siti (da Facebook a YouTube a MySpace, tanto per fare qualche nome) è decisamente importante. E d&#8217;altra parte spesso questo tipo di siti offrono delle significative alternative ai media classici locali, aprono scenari di interazione, di socializzazione, di crescita personale attraverso l&#8217;esposizione a contenuti e concetti, una piattaforma di scambio di idee. Insomma dal punto di vista sociale credo proprio che svolgano un ruolo importante per la crescita della cultura. Ma questo traffico non è certo un successo. Anzi.</p>
<p>Quello che succede è che portare queste moli di contenuti in questi posti non proprio sviluppatissimi dal punto di vista delle infrastrutture tecnologiche è molto costoso, richiede investimenti corposi da parte di queste aziende. Abbiamo letto infinite volte in questi ultimi tempi discussioni sul modello di business di Facebook, di come farà a far tornare i conti a fronte di una quantità enorme di foto, video, post caricati dagli utenti, volumi di dati che vanno gestiti, archiviati, distribuiti. Sappiamo quanti fantastilioni di video vengono caricati ogni secondo da una massa di utenti mondiali assatanati nella creazione e distribuzione di contenuti.</p>
<p>Ma quel che è peggio è che ci si è ormai abituati troppo bene, ci si attende una rapidità e qualità di trasmissione di video e immagini di alto livello. E tutto questo non avviene da solo, e richiede mettere sotto il cofano dei pezzi molto costosi di tecnologia, da piazzare specialmente in quei luoghi dove le infrastrutture esistenti non consentono di dare quel livello di servizio che è ormai uno standard per noialtri fortunati abitanti del primo mondo. Purtroppo, in questi posti un po&#8217; marginali del mondo, il gioco rischia proprio di non valere la candela. Nei paesi in via di sviluppo il modello di business basato sulla pubblicità rischia di essere ancora meno sostenibile che in luoghi più economicamente sviluppati.</p>
<p>Morale della favola: all&#8217;interno di un trend che vede profilarsi all&#8217;orizzonte in modo preoccupante un trend di <em>pay per content</em> (ne parlavamo <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/04/23/tira-un%E2%80%99aria-di-pay-per-content%E2%80%A6-salta-il-mercato-e-la-societa">poco tempo fa</a>) - secondo il quale ad esempio il gruppo Murdoch <a href="http://www.google.com/hostednews/ukpress/article/ALeqM5jKWMUJa2z7qiGge1vTlGiKqHpPdQ">parla apertamente</a> di mettere a pagamento la versione online non solo del Wall Street Journal (che avrebbe un senso) ma anche di testate meno verticali quali il Sun, il Times eccetera &#8211; si sta pensando seriamente a un modello <span style="small;"><span style="normal;">geolocalizzato di restrizione dell&#8217;accesso. </span></span>La spietata logica di business non fa una grinza: se portare il mio servizio nella tua nazione mi porta dei costi e non mi porta dei profitti, io questo servizio non te lo dò più. Oppure te lo metto a pagamento. Oppure te lo dò in una versione fortemente ribassata, in modo da togliermi costi e tu ti devi far piacere una qualità che per il resto del mondo sarebbe inaccettabile.</p>
<p>Il modello &#8220;paga se vuoi vedere&#8221;, pay per content, pay per access sembrerebbe essere quello che ha più senso - seguendo ad esempio la strada di Flickr: non fosse che i 24.95 dollari che il sito di condivisione chiede per passare alla versione <em>Pro</em> per noi sono spiccioli, mentre in altri paesi possono essere un bel mucchio di soldi. Quindi uno scenario di acceso fortemente discriminante che solo classi agiate possono permettersi. E qui mi viene un parallelo o un contrasto con iniziative di democratizzazione, di stimolo di crescita delle classi disagiate come quella dell&#8217;<a href="http://laptop.org/en/">One Laptop Per Child</a>. Insomma, da un lato si cerca di aiutare società depresse a evolvere, ma dall&#8217;altro gli si tolgono strumenti. Nulla contro le aziende, di certo non si può chiedere loro di fare forzatamente beneficenza e di accollarsi forti perdite. D&#8217;altra parte la restrizione alle idee, alla condivisione non è certo un grosso aiuto per portare avanti una società.</p>
<p>Da un certo punto di vista dobbiamo considerare forse anche l&#8217;Italia nel novero dei paesi &#8220;sottosviluppati&#8221;? Questo è quello che apparentemente sembra pensare <a href="http://last.fm">Last.fm</a>, che fino a poco tempo fa distribuiva musica gratis per tutti, ma che con la nuova release aveva provato a mettere a pagamento il servizio per una serie di nazioni (anche se il progetto, di fronte alle vocalissime reazioni del mercato, è stato al momento <a href="http://web20.excite.it/news/17523/Ancora-musica-gratis-su-Lastfm" target="_self">rimandato</a> a data da destinarsi). Per altre aziende nemmeno la strada del pay per content sembra essere sufficientemente interessante: siti come quello di <a href="http://www.veoh.com/">Veoh</a> (un servizio di video sharing) hanno semplicemente chiuso i rubinetti e inibito l&#8217;accesso all&#8217;Africa, Asia, America Latina ed Europa dell&#8217;Est. E non per questioni di diritti, come <a href="http://www.webtvwire.com/hulu-adds-international-television-content-but-not-international-viewers-yet/">ad esempio Hulu</a>, ma proprio perché la lira non girava. E ti saluto il modello della globalità/mondialità/accesso universale.</p>
<p>Ricompariranno dunque <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Walled_garden_(media)">walled garden</a> riservati a quelli che economicamente &#8220;fanno senso&#8221;. E, come dice il New York Times, se è vero che ci sono circa 1,6 miliardi di utenti Internet nel mondo, solo il 50% di questi hanno redditi sufficientemente alti da costituire un potenziale mercato. Quindi nel mondo un internet user su due deve prepararsi a stringere un po&#8217; i denti e vedersi tagliato fuori all&#8217;accesso non solo di beni, ma anche di servizi made in the First World. Altri proveranno a perseguire il downgrading &#8211; come MySpace, che introdurrà una versione &#8220;leggera&#8221; meno ghiotta di banda, per paesi come l&#8217;India. Forse YouTube, accanto alla versione HD che ci stiamo godendo, introdurrà una versione <em>low quality, </em>che si ciucceranno i meno abbienti, quelli meno potenziali in termini di utenza pubblicitaria e quindi di revenue. Stessa solfa pare si ascolterà dalle trombe di Facebook e, con un effetto domino, probabilmente per tutti gli altri operatori con problemi comparabili.</p>
<p>Si aggraverà dunque, invece di alleviarsi, il digital divide. Che, in un mondo connesso significa avere un globo a due velocità, e differenze culturali che invece di amalgamarsi si differenzieranno ulteriormente. Non si può nemmeno pensare che i governi o le organizzazioni in qualche modo benefiche si mobilitino in massa per garantire l&#8217;accesso al videosharing o al social networking in paesi che devono affrontare emergenze ben più primarie come quelle dell&#8217;alimentazione, della casa o della salute. Voglio però essere un po&#8217; ottimista: se c&#8217;è una cosa che ci ha insegnato la storia di Internet e delle persone, sopratutto delle persone che compongono la rete, è che il sistema ci ha sempre stupito, inventando soluzioni e opportunità nuove, dallo user generated al wiki. E forse, ancora una volta, da quello che sembra un problema irrisolvibile nascerà lo spunto per qualcosa di talmente nuovo che oggi non siamo in grado di immaginare. O almeno speriamolo.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/05/15/il-digital-divide-lo-decideranno-gli-incassi-pubblicitari/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>2</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>L&#8217;internet del 2009</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/01/05/linternet-del-2009</link>
		<comments>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/01/05/linternet-del-2009#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 05 Jan 2009 07:24:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Granieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[aNobii]]></category>
		<category><![CDATA[blog]]></category>
		<category><![CDATA[BlogBabel]]></category>
		<category><![CDATA[blogosfera]]></category>
		<category><![CDATA[conversazione]]></category>
		<category><![CDATA[digital divide]]></category>
		<category><![CDATA[divide culturale]]></category>
		<category><![CDATA[E-commerce]]></category>
		<category><![CDATA[ecommerce]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Metitieri]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
		<category><![CDATA[Flickr]]></category>
		<category><![CDATA[FriendFeed]]></category>
		<category><![CDATA[Geocities]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Google]]></category>
		<category><![CDATA[hype]]></category>
		<category><![CDATA[Linden Lab]]></category>
		<category><![CDATA[microblogging]]></category>
		<category><![CDATA[Mmorpg]]></category>
		<category><![CDATA[parte abitata della rete]]></category>
		<category><![CDATA[portali]]></category>
		<category><![CDATA[privacy]]></category>
		<category><![CDATA[processi sociali]]></category>
		<category><![CDATA[pubblicità]]></category>
		<category><![CDATA[relazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Second Life]]></category>
		<category><![CDATA[social network]]></category>
		<category><![CDATA[topografia della rete]]></category>
		<category><![CDATA[user generated content]]></category>
		<category><![CDATA[web sociale]]></category>
		<category><![CDATA[YouTube]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.apogeonline.com/?p=293</guid>
		<description><![CDATA[Un anno di transizione, che ci porta verso la chiusura di un ciclo. Tutto sta avvenendo molto in fretta, più di quanto ci aspettassimo: i network stanno scomparendo dentro la realtà]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie a due fattori (l&#8217;aumento di scala delle persone connesse e la disponibilità di strumenti, tutti sociali, ma <em>diversi</em> come grammatica) stiamo assistendo a un mutamento abbastanza sensibile sia di quella che un tempo chiamavamo &#8220;topografia della rete&#8221;, sia dei processi sociali e di relazione cui eravamo abituati. Non è facile tracciare un quadro generale, sebbene vi siano alcuni segnali, più problematici che solutori. Alcuni hanno osservato come si stia rilevando una <a href="http://www.suzukimaruti.it/2008/12/28/gente-tranquilla-che-commentava/">riduzione della partecipazione</a> nei blog o una (sana) <a href="http://friendfeed.com/e/55e2df2e-bcbc-4d68-bd67-b8cfa7e01e2a/nota-che-nessuno-parla-piu-di-blogbabel-Chissa/">diminuzione dell&#8217;attenzione</a> verso classifiche come Blogbabel. Altri, come Fabio Metitieri, hanno finito per sostenere che sia la morte del blog o di una certo modo di pensare il blog, legato e collegato al concetto di &#8220;grande conversazione&#8221;.<span id="more-293"></span></p>
<p>Nei fatti, quello che sta succedendo è abbastanza semplice. Nei primi anni 2000 la parte abitata della rete (o il web sociale, come vogliamo chiamarlo) ha scoperto se stesso nella blogosfera e nella nascita dei canali personali o in quello che alcuni chiamano <em>user generated content</em>. Fino al 2003/2004 avevamo solo (o soprattutto) i blog e attraverso i blog facevamo passare tutte le nostre interazioni e le nostre necessità relazionali. Poi, con il tempo, l&#8217;offerta di soluzioni è aumentata: dalle <em>repository</em> (come YouTube e Flickr) ai social network tematici (si pensi ad aNobii), a &#8220;ripetitori di stimoli&#8221; come FriendFeed, a strumenti di microblogging &#8211; qualsiasi cosa oggi significhi &#8211; come Twitter, ad ambienti polifunzionali diversissimi tra loro, come Facebook o Second Life &#8211; vere città nella città, in cui ciascuno trova il suo modo di utilizzare le opportunità.</p>
<p>Nel frattempo l&#8217;onda dell&#8217;<a href="http://www.ericsink.com/bell2.gif">adozione di massa</a> ha superato i blog ed è arrivata sui social network <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Mainstream">mainstream</a>, popolandoli e facendo entrare la rete sempre più nel linguaggio e nelle abitudini quotidane. Il concetto stesso di ambienti di rete <em>mainstream</em> è apparentemente un ossimoro per i pionieri che, per anni, hanno contrapposto le logiche di internet a quelle del mainstream (appunto), identificato con la televisione e i grandi gruppi editoriali. Ma, per buttarla semplicemente, quando <a href="http://www.akille.net/2008/10/27/butta-via-tutto/">tuo padre ti aggiunge su Facebook</a> probabilmente devi aggiornare il tuo concetto di mainstream, anche perché molte trasmissioni di televisioni generaliste sono forse meno conosciute del popolare social network.</p>
<p>Ma se i fatti sono osservabili e visibili, l&#8217;interpretazione non è così lampante e scontata. Molte delle categorie interpretative che abbiamo usato in questi anni vanno aggiornate a una realtà veloce. A livello macro (se è ancora intellettualmente affrontabile un discorso a livello macro su Internet) io vedo alcune tendenze forti.</p>
<h5>1. Specializzazione</h5>
<p>Nel 2009 tenderemo probabilmente a specializzare sempre più l&#8217;uso del nostro tempo vitale online, attraverso le vocazioni degli strumenti, come già stiamo facendo oggi ripetto alla prima fase della blogosfera. Questa ipotesi spiega, ad esempio, lo spostamento di tutti i <em>contenuti relazionali</em> (che prima avevano forzatamente sede nei commenti dei blog o nelle conversazioni &#8220;via post&#8221;) verso strumenti più adatti (Twitter, Friendfeed, alcuni usi di Facebook). Anche se questo, per me, non significa la fine del blog, ma una sua maturità di vocazione: il blog tenderà, probabilmente, a essere il luogo dei contenuti editorializzati, del &#8220;racconto&#8221; di ciò che accade in altri ambienti di rete (si pensi ai numerosi blog di avatar di Second Life o di giocatori dei Mmorpg) o fuori dalla rete.</p>
<p>Fatta salva una parte della blogosfera (quella diaristica e intima) che è prevalentemente relazionale anche nei post, il contenuto di relazione (dal cazzeggio alla <em>vicinanza emotiva</em>) tenderà a spostarsi sempre più verso ambienti che, rispetto ai commenti di un blog, facilitano l&#8217;interazione con il tastino <em>Publish</em>, per costume interno e per (apparente) velocità di senescenza dei contenuti. E lo spostamento su diversi assi del tempo vitale finisce anche per spiegare la progressiva perdita di senso del ranking sui blog. Io non ho mai creduto alle classifiche, per svariate ragioni, ma è innegabile che esse fornissero ai blogger un feedback che costruiva parte della sensazione di appagamento, fondamentale per dedicare un investimento del proprio tempo vitale online come offline. Ora, anche nei casi più marcati (e meno sani) di dipendenza dalle classifiche si nota una certa riduzione dell&#8217;attenzione verso gli ex <a href="http://it.blogbabel.com/metrics/">deifici</a>: se le attività online e (di conseguenza) la nostra presenza non sono più solo rappresentabili attraverso il blog, il nostro appagamento non è più totalmente legato ad esso.</p>
<h5>2. Frammentazione</h5>
<p>Venendo dai media tradizionali già ci sembrava complicata e frammentata la conversazione quando cominciammo ad avere migliaia di blog. Oggi che la <em>big conversation</em> si svolge in una quantità di ambienti diversi è decisamente molto più frammentata di allora. E probabilmente richiede una dose superiore di <em>information literacy</em> per essere affrontata, poichè un modello di sintesi mi pare tecnicamente ancora lontano. La specializzazione degli ambienti, con funzioni spesso sovrapponibili (relazione, contenuto eccetera) potrebbe portare a porzioni di rete non necessariamente connesse con le altre. Già oggi Google (come motore di ricerca e di accesso) non regna sovrano se non su una parte di &#8220;web piano e aperto&#8221;. È una porzione enorme di dati, ma non necessariamente di società connessa. I motori di ricerca non sono in grado, ad esempio, di monitorare i social network giustamente chiusi per privacy (in cui però avviene parte della big conversation) o ambienti come Second Life, in cui pure succedono cose e crescono forme di conoscenza.</p>
<h5>3. Normalità banale</h5>
<p>Ho la sensazione che il 2009 sarà un anno di transizione, di chiusura di un ciclo, un po&#8217; come i primi anni 2000 hanno chiuso il ciclo di Geocities e dei portali. Non è una sensazione basata su fatti tecnici, quanto su una serie di segnali deboli, di esigenze raccolte in giro, di osservazioni sentite un po&#8217; qui e un po&#8217; là. Soprattutto fuori dalla Rete. Io non sono mai stato preoccupato per il digital divide, perchè nella mia lettura della realtà lo consideravo (e lo considero) fisiologico: la televisione ci ha messo 36 anni per arrivare nelle case degli italiani e internet ci metterà molto meno. Di conseguenza sono stato sempre più preccupato per il &#8220;divide&#8221; culturale, quello che riguarda la capacità di orientarsi tra i nuovi strumenti e le nuove logiche sociali.</p>
<p>Ma mi pare che tutto corra più veloce di quanto prevedessimo pochi anni fa, soprattutto più veloce di quanto prevedessero i pessimisti. Ma anche più veloce di quanto prevedessi io. Il punto vero è che internet sta scomparendo dentro la realtà, sta diventando normale per molti e portando la normalità di molti nei suoi bit. Forse abbiamo appena passato o stiamo passando un&#8217;importante soglia di scala. Se l&#8217;<em>hype</em> dei media su Facebook dal punto di vista degli addetti ai lavori è semplicemente <em>hype su Facebook</em>, è anche vero che l&#8217;effetto è quello di trasportare verso il web sociale una bella quantità di persone che prima non lo frequentavano. Ma a leggere i giornali o a parlare con la gente, per strada o sul lavoro, internet non è più il territorio di una minoranza colta e pronta a sperimentare. Certo, il livello di consapevolezza a volte sfiora la superstizione, ma internet è nella vita di tutti i giorni di tantissime persone.</p>
<p>Prima o poi doveva succedere, lo auspicavamo da tempo. E questo significa o può significare molte cose: sarà abbastanza interessante vedere come cambieranno quelli che arrivano in rete oggi senza averne seguito da dentro il percorso. E sarà interessante osservare come si imposteranno le dinamiche sociali dopo i nuovi massicci innesti. E come cambierà internet.</p>
<h5>4. La crisi e l&#8217;informazione</h5>
<p>In rete, dato che i contenuti difficilmente si vendono, al momento ci sono tre modelli di business prevalente. Il primo è quello della raccolta pubblicitaria. Il secondo è l&#8217;ecommerce. Il terzo è quello di Linden Lab con Second Life, che vende terra e batte moneta. A senso, data la crisi, soffriranno un po&#8217; tutti. Ma quelli che soffriranno di più potrebbero essere coloro che vivono sulla raccolta pubblicitaria. La crisi economica ha accelerato la crisi dei giornali, senza che la rete fosse pronta per un modello sostituitivo. Tanti potrebbero chiudere, per poi rinascere con equilibri diversi dopo la crisi. Certo, sarà più facile riaprire online. E, forse, dopo la bufera si sposteranno in rete più investimenti pubblicitari. Forse. Diciamo che il mio è più un augurio che una previsione, perchè di giornalismo vero abbiamo bisogno. E se i giornali chiudono, la rete attualmente non paga, o paga poco (come sa bene l&#8217;esercito di freelance che combatte per una collaborazione).</p>
<p>Una delle cose che scopriremo con il 2009, temo, è se il giornalismo come professione è in grado di mantenere tutti i giornalisti che lo hanno scelto come professione. I primi segnali dicono di no. E se i grandi editori non ne vengono a capo, gli anni successivi saranno perfino più crudeli.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/01/05/linternet-del-2009/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>15</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

