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	<title>Apogeonline &#187; Delicious</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>Perché abbiamo bisogno di serendipity</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Jul 2011 06:30:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boccia Artieri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In un sistema sociale che costruisce relazioni sulle somiglianze, abbiamo bisogno di garantirci la possibilità di entrare in contatto con l'inaspettato]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le autostrade dell’informazione ci hanno portato a circolare all’interno di diversi luoghi della rete in cui abbiamo costruito le nostre case-blog, i nostri circoli di incontro-siti di social network, in cui abbiamo imparato a incontrare il gusto degli altri (pensate a cose come Amazon per i libri o LastFm per la musica o Delicious per le notizie che raccogliamo) passeggiando fra i contenuti/commento lasciati da altri utenti. La dimensione spaziale con cui pensiamo alla rete, che ci porta a immaginarla come un’enorme città cosmopolita,  è stata indubbiamente influenzata dalle visioni di quei costruttori di immaginari che l’hanno disegnata a partire da una metafora, la città, che rendesse comprensibile un “luogo” a venire.<span id="more-6244"></span></p>
<h5>Metafora spaziale</h5>
<p>Ad esempio, come ci spiega <a href="http://www.ethanzuckerman.com/blog/2011/05/12/chi-keynote-desperately-seeking-serendipity/">Ethan Zuckerman</a>, autori cyberpunk come <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/William_Gibson">William Gibson</a> e <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Neal_Stephenson">Neal Stephenson</a> ci hanno entrambi presentato il modo in cui la futura internet si sarebbe presentata ai naviganti (altra metafora di spostamento spaziale) come una città. Ricordate la descrizione del cyberspace in <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Neuromante">Neuromante</a> di Gibson? «Una rappresentazione grafica di dati ricavati dai banchi di ogni computer del sistema umano. Impensabile complessità. Linee di luce allineate nel non-spazio della mente, ammassi e costellazioni di dati. Come le luci di una città, che si allontanano». Lo stesso vale per il Metaverso descritto da Sthephenson in <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Snow_Crash">Snow Crash </a>, in cui avatar 3D camminano in una città fatta di vie, bar, negozi.</p>
<p>Entrambi ci immaginavano interessati a condividere spazi comuni in cui incontrarci e confrontarci in modi cosmopoliti: «Both believed that we’d want to interact in cyberspace in some of the ways we do in cities, experiencing an overload of sensation, a compression in scale, a challenge of picking out signal and noise from information competing for our attention». Le città sarebbero, insomma, dispostivi di <em>serendipità</em>, che ci permettono di incontrare in modo inaspettato cose impreviste mentre ne cerchiamo altre, che garantiscono una vita cosmopolita fatta di incontri casuali con le culture e pratiche diverse, che stimolano, ad esempio con il meticciaggio architetturale e del cibo, il nostro bisogno di mondializzazione.</p>
<h5>Somiglianza</h5>
<p>Una narrazione della rete, questa, che ha forgiato il nostro immaginario e il modo di raccontare la nostra esperienza online per un po’ di tempo. Finché non ci siamo scontrati con la realtà della vita quotidiana su internet e con il suo trasformarsi in ambiente ad alto tasso di socialità. Allora ci è diventato più chiaro che la metafora della città era calzante, ma per motivi diversi da quelli che avevamo immaginato. Gli studi sugli spazi di attraversamento urbano ci hanno ormai confermato che tendiamo a concentrare le nostre vite in un <em>range</em> di luoghi fatalmente prevedibili (casa-lavoro-hobby), che rappresentano assi routinari attorno ai quali immaginiamo le nostre vite. <a href="http://aris.ss.uci.edu/%7Elin/52.pdf">Le analisi sociologiche</a> hanno poi svelato che la nostra socialità tende a conformarsi secondo un principio per cui è la somiglianza a generare connessione, che è il principio di <em>omofilia</em>.</p>
<p>Le reti sociali tendono a essere omogenee sia per caratteristiche socio-demografiche che comportamentali tanto che l’omofilia limita i nostri mondi sociali in modi che hanno conseguenze rilevanti sulle maniere in cui abbiamo informazioni, sulle attitudini che ci formiamo e sulle interazioni di cui facciamo esperienza. Eppure abbiamo pensato che in rete la serendipità potesse essere più forte dell’omofilia. Basta pensare a quegli incontri casuali di notizie che facciamo spostandoci tra portali e blog o alle persone che incontriamo e che facciamo diventare nostri <em>friend</em> nei siti di social network dopo averli casualmente letti come commenti ad amici eccetera. Solo che i portali che usiamo, i blog che leggiamo, gli amici attorno a cui ci muoviamo tendono ad essere gli stessi per la rete di persone che frequentiamo. Leggiamo i post che i nostri contatti leggono grazie a una selezione di feed Rss che ci costruiscono il nostro piccolo mondo. Le analisi dei comportamenti di acquisto e lettura di Amazon o quelli di LastFM ci mostrano i percorsi di gusto più simili ai nostri. E così via.</p>
<h5>Non tutti uguali</h5>
<p>Anche la ricerca “pura” attraverso un motore come Google ha cambiato la sua natura. Come ci spiega <a href="http://www.internazionale.it/news/internet/2011/07/06/quello-che-internet-ci-nasconde-2">Eli Pariser</a>: «Oggi Google usa 57 indicatori – dal luogo in cui siamo al browser che stiamo usando al tipo di ricerche che abbiamo fatto in precedenza – per cercare di capire chi siamo e che genere di siti ci piacerebbe visitare. Anche quando non siamo collegati, continua a personalizzare i risultati e a mostrarci le pagine sulle quali probabilmente cliccheremo. Di solito si pensa che facendo una ricerca su Google tutti ottengano gli stessi risultati: quelli che secondo il famoso algoritmo dell’azienda, PageRank, hanno maggiore rilevanza in relazione ai termini cercati. Ma dal dicembre 2009 non è più così. Oggi vediamo i risultati che secondo PageRank sono più adatti a noi, mentre altre persone vedono cose completamente diverse. In poche parole, Google non è più uguale per tutti».</p>
<p>Partiamo da quello che è un dato di fatto, allora: la strada aperta dall’interconnessione tra contenuti e relazioni sociali è da considerare un punto di non ritorno e anche una delle forze del web sociale. Il fatto che questo si traduca in un principio generalizzato di selezione per cui «posso incontrare solo ciò che possono incontrare e non posso incontrare ciò che non posso incontrare» è, invece, qualcosa che non necessariamente dobbiamo accettare. Innanzitutto imparando a non accettare il fatto che «non sappiamo che non possiamo incontrare ciò che non possiamo incontrare». A volte basta poco e dipende anche dai nostri comportamenti.</p>
<h5>Più cosmopoliti</h5>
<p>Pensate a come usate Facebook e chiedetevi se quando siete in Home usate la modalità “Notizie più popolari” oppure “Più recenti”. Partiamo dal presupposto che comunque stiamo parlando di uno di quei luoghi in cui potete leggere solo contenuti dei vostri <em>friend</em> e non incontrare qualcosa di più sconosciuto, ma immaginiamo anche che nel tempo abbiate un numero tale di contatti che un po’ di serendipità se lo porta dentro, anche attraverso le maglie dell’<a href="http://techcrunch.com/2010/04/22/facebook-edgerank/">edgerank</a>. Guardando le notizie più popolari avrete la sensazione che quelli che producono contenuti siano sempre gli stessi, più li seguite e più questi emergono. Se invece scegliete “più recenti” capitano, secondo una logica temporale, anche quegli incontri che risultano più casuali, nel mare di omofilia.</p>
<p>Dobbiamo quindi imparare a ripensare la rete in modo consapevole come un luogo in cui dobbiamo preservare la serendipità, riconoscerla, sperimentarla e pretenderla nella progettazione di interfacce. Solo così il nostro modo di vivere in Rete potrà pretendere di essere un po’ più cosmopolita.</p>
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		<title>Il crash Ma.gnolia, una lezione da imparare</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Mar 2009 09:19:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Boscarol</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
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		<description><![CDATA[Il clamoroso infortunio del popolare servizio di social bookmarking racconta una storia di grande superficialità nella gestione tecnologica dei dati, ma anche di trasparenza fuori dal comune]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si è parlato poco, specialmente in Italia, del caso di <a href="http://ma.gnolia.com/">Ma.gnolia</a>, il sito di social bookmarking che ha perso tutti i dati dei suoi utenti acquisiti in quattro anni di vita a causa di un crash del database il 30 gennaio scorso. Magnolia era concorrente del più noto <a href="http://delicious.com">Delicious</a>, il sito su cui annotarsi le pagine preferite in modo da poterle trovare e condividere online da qualunque computer. Dopo un primo tentativo di recupero dei dati, il 19 febbraio il fondatore del sito Larry Halff ha dichiarato sulla home page che gli esperti di data recovery ingaggiati hanno alzato bandiera bianca: niente verrà recuperato. E il sito ha chiuso.<span id="more-485"></span></p>
<p>Non era mai accaduto che un sito orientato ai principi del SaaS, <em>Software as a Service</em>, e gratuito, un po’ come Gmail e i moltissimi siti e applicazioni del cosiddetto web 2.0, perdesse tutti i dati acquisiti durante la sua esistenza. Tanto che questo incidente può essere preso come caso di studio, campanello d’allarme e paradigma dei rischi non dichiarati e spesso poco dibattuti dell’intero modello di servizio.</p>
<h5>Perché è capitato</h5>
<p>Fin da subito, Halff aveva avvertito con trasparenza che un’eventuale soluzione del problema avrebbe richiesto giorni e non ore. Questo ha fatto sospettare carenze nella politica di backup dei dati. Si è saputo poi che l’intero servizio, benché consistesse di circa mezzo Terabyte di dati, <a href="http://www.datacenterknowledge.com/archives/2009/02/19/magnolia-data-is-gone-for-good/">girava</a> soltanto su due server Mac OS X con il supporto di 4 Mac mini. E il backup, a quanto pare, era a sua volta rovinato, inutilizzabile: lo si è scoperto solo quando è crollato il database principale. Il minimo che si possa dire è che l’intera impresa è stata gestita in maniera dilettantesca. Strumentazione insufficiente e procedure di sicurezza sui dati approssimate sono all’origine del collasso. Alcuni sistemisti che ho consultato mi hanno prontamente ricordato le tre regole fondamentali nel loro lavoro:</p>
<ol>
<li>backup;</li>
<li>backup;</li>
<li>backup.</li>
</ol>
<p>Un solo backup infatti non offre alcuna garanzia. I supporti (solitamente nastri magnetici) possono essere danneggiati, specie dopo ripetuti usi. È necessario testare costantemente la qualità di questi backup, sia con software specifici, sia provando effettivamente a usare i backup per fare il restore dei dati.</p>
<p>Non è poi chiaro a quali intervalli i backup venissero eseguiti. È incredibile che non ci sia traccia di backup precedenti, che avrebbero potuto riportare il sito allo stato di alcune settimane prima del disastro. È buona norma conservare diversi backup per diverso tempo, in luoghi fisici distanti da quello in cui si trova il server. Come minimo in un’altra ala del palazzo, quantomeno per evitare danni in caso di incendio o di allagamento dei locali. Ma i più paranoici dei sistemisti, per sistemi che abbisognano di sicurezza assoluta, parlano di una distanza fisica anche di centinaia di chilometri, per difendere i dati in caso di catastrofe naturale o attacco umano alla farm principale. Per un rapido restore sarebbe poi necessaria una linea ad alta velocità fra le due postazioni (ammesso che la farm non sia stata rasa al suolo). Ma, ok, qui non era in gioco la sicurezza del pianeta, e magari sarebbe stato sufficiente trasferire i nastri in un’altra ala del palazzo e ritrasportarli fisicamente presso il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/RAID">Raid</a> principale. A quanto pare nemmeno questo era stato predisposto.</p>
<p>È abbastanza significativo, invece, che l’unica chance di recuperare almeno parte dei dati degli utenti venga proprio dalla condivisione. Magnolia offriva infatti di condividere i propri bookmark su servizi terzi come FriendFeed: chi lo ha fatto può recuperare i suoi dati attraverso quel servizio. <a href="http://recovery.ma.gnolia.com/">Altre forme di recupero dei dati</a> vengono dai feed Rss in cache o dalla web cache. In un certo senso, questo recupero è più di quanto si sarebbe potuto ottenere in un servizio chiuso che avesse subito un identico danno. Ecco perché non condivido la visione di chi parla di fallimento del cloud computing, ovvero della tendenza a usare potenzialità di data storage o servizi diffusi, decentrati come sulla rete internet.</p>
<h5>Può succedere ancora?</h5>
<p>Per arrivare ad una situazione come quella di Ma.gnolia ci deve essere stata una fortissima sottovalutazione dei rischi e un sottodimensionamento della strumentazione tecnica. Sebbene sostenga di non aver pianificato questa immagine, Ma.gnolia è sembrata fin da subito a molti una iniziativa più grande di quel che era, forse anche per il contributo di Jeffrey Zeldman al logo e al design grafico. Di fatto però era un’attività individuale di Larry Halff, non di un’azienda. Al massimo ci hanno lavorato contemporaneamente quattro persone, tanto che su LinkedIn non risultano dipendenti di Ma.gnolia. Questo spinge ad ammonire sui rischi di fidarsi troppo di servizi “sociali”, dietro i quali si può nascondere <a href="http://www.datacenterknowledge.com/archives/2009/02/19/magnolia-data-is-gone-for-good/">un’iniziativa solitaria</a>. Va però ricordato che anche Facebook è nato come un’iniziativa personale di Zuckerberg, come molti altri servizi 2.0.</p>
<p>Qualcuno ha poi avuto il fiuto, la fortuna o la capacità di trovare investitori. O di vendere. Larry Halff sembrava invece non aspettarsi un vero e proprio guadagno economico da Ma.gnolia. All’inizio si aspettava di inserire dei banner, perché quando il servizio nacque c’erano forti aspettative verso questo modello di business, ma in seguito decise di rinunciare per concentrarsi sulla nascente comunità. L’iniziativa, come lui stesso ha ammesso, <a href="http://citizengarden.com/2009/02/15/episode-11-whither-magnolia/">era sostanzialmente autofinanziata</a>. Il problema dell’assenza di un modello di business si traduce semplicemente nell’impossibilità di scalare la qualità del servizio.</p>
<p>Questo spiega anche perché non dovremmo probabilmente temere che lo stesso accada per i servizi dei major player, come Google, Facebook, Myspace eccetera. Non tutti i modelli di business di questi siti sono chiari e limpidi (quello di Google sì, ma gli altri soffrono evidentemente di una difficoltà di monetizzazione, più volte ammessa dagli stessi responsabili). Tuttavia è assai improbabile che siano in una situazione sottodimensionata come quella di Ma.gnolia o di altri <em>one-man-site</em>. Le interruzioni parziali del servizio di Google e di Gmail recentemente avvenute non sono comparabili con il totale data-loss: un’interruzione temporanea del servizio può sempre capitare, ma non pare in discussione in questi casi la tenuta dei dati, anche se il punto è che quale sia esattamente la politica di salvataggio, backup e recupero dei dati di ciascuno di questi servizi è ancora poco dibattuto. E le policy contrattuali assolvono comunque i gestori da qualunque responsabilità.</p>
<p>Altri ancora <a href="http://www.cloudave.com/link/video-magnolia-data-loss-and-lessons-learnt">ricordano</a> che, se tre anni fa mettere insieme una struttura hardware/software scalabile per applicazioni dalla forte crescita era difficile, oggi esistono offerte precise in tal senso da player al di sopra di ogni sospetto (anche se i sospetti non sono mai troppi) come <a href="http://code.google.com/appengine">Google AppEngine</a>, <a href="http://aws.amazon.com/s3/">S3</a> e <a href="http://aws.amazon.com/ec2/">EC2</a> di Amazon e <a href="http://www.joyent.com/accelerator/">Joyent Accelerator</a>. Lo stesso Halff, che non esclude un ritorno con un servizio completamente riscritto e che proceda in maniera graduale e solo su invito per riconquistare la fiducia degli utenti, pare voglia in futuro <a href="http://factoryjoe.com/blog/2009/02/16/what-really-happened-at-magnolia-and-lessons-learned/">esternalizzare la parte tecnica del sito</a>.</p>
<h5>La gestione della crisi</h5>
<p>Al di là del danno (anche d’immagine) subito da Ma.gnolia, che potrebbe anche trasferirsi a servizi simili, colpisce il modo trasparente ai limiti dell’autolesionismo scelto da Larry Halff per comunicare l’andamento degli eventi. Non solo la home page di Ma.gnolia è diventata un diario aggiornato dei tentativi di recupero dei dati. Non solo non si è tentato di infondere un ottimismo di prammatica circa la gravità della perdita. Ma Halff si è anche fatto <a href="http://citizengarden.com/2009/02/15/episode-11-whither-magnolia/">intervistare in podcast</a> dal blog Citizen Garden di Chris Messina (quello dei Barcamp), dove ha parlato per mezz’ora di quel che è successo, di dove ha sbagliato e di come non sbagliare più.<br />
Halff sostiene in questa intervista che il sito è stato un successo dal punto di vista della comunità che è riuscito ad aggregare, e per la quale, sostiene forse un po’ retoricamente, vuole tornare a proporre un servizio inizialmente su invito. Ma un fallimento dal punto di vista commerciale, visto che non ci sono stati guadagni. Anche in questo, direi che la trasparenza è ben superiore a quella di molte iniziative nostrane, spesso fumose, che dichiarano raramente come stanno davvero le cose (e i conti).</p>
<p>Messina nei suoi commenti suggerisce che dietro Magnolia, al di là delle questioni economiche, ci fosse qualcosa di valore, una comunità, un comune sentire. Al momento sembra davvero essere questo l’asset principale di molti siti sociali. Il rischio però è che questo valore vada disperso se non si trovano modelli di business sostenibili. Il caso Magnolia dimostra che sulla lunga distanza questi spazi e queste comunità possono o crollare sotto il proprio peso, oppure, come è capitato ad altri player, finire per essere cannibalizzati dai grandi gruppi, gli unici che si possono permettere infrastrutture adeguate anche se in perdita (o che per economie di scala non ci perdono affatto) o comunque gli unici che riusciranno a ricavarci qualcosa magari con la profilazione degli utenti, uno dei sistemi peraltro meno trasparenti di gestire queste relazioni basate sulla spontaneità. Le alternative praticabili al momento sembrano essere più legate al mecenatismo. Può darsi naturalmente che le cose evolveranno in altri modi che non ci è dato, per il momento, di intravvedere.</p>
<p>Per tornare alla comunità, è rimarchevole che anche i commenti di utenti e lettori, sebbene in parte piuttosto aspri con Halff, sono stati meno duri di quanto ci saremmo potuti aspettare. Certo molto meno duri di quanto sarebbe accaduto in Italia, dove si tende a godere dei fallimenti altrui, specie se visti da lontano e senza sporcarsi le mani.</p>
<h5>E il futuro?</h5>
<p>Ma.gnolia tornerà. Così afferma Halff. Non è chiaro con quali risorse e quali prospettive, come si è detto. Ma se è vero che il dilettantismo del caso sembra lampante, è anche vero che una seconda chance non si nega a nessuno. Nelle aziende si sa che a volte cacciare un manager che ha commesso un grande errore equivale a sprecare una risorsa: uno che ha sbagliato alla grande, se ha un po’ di sale in zucca, ha appreso una lezione importante che può tornar utile in futuro all’azienda. Certo, personalmente non mi sentirei tranquillo nelle mani di un manager così. Ma, insomma, a vedere la situazione economica internazionale il povero Larry Halff, con la sua camicia a quadri e l’aria spaesata da ottimista perdente e un po’ naïf, rischia di diventare un simbolo positivo in un’era di pescecani istituzionalmente protetti che hanno provocato crisi ben più grosse (e serie) della perdita delle nostre pagine online preferite.</p>
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		<title>Reati d&#8217;opinione in rete, i limiti del 50-bis</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Feb 2009 08:36:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elvira Berlingieri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il "pacchetto sicurezza" del governo s'è arricchito al Senato di un emendamento contro i reati di opinione commessi attraverso internet. Concepita sull'onda emotiva delle proteste per alcuni gruppi di Facebook, la norma apre però enormi problemi operativi e crea pericolosi precedenti giuridici]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il 5 febbraio scorso il Senato ha <a href="http://www.senato.it/leg/16/BGT/Schede/Ddliter/31554.htm">approvato</a> il <a href="http://www.senato.it/leg/16/BGT/Schede/Ddliter/testi/31554_testi.htm">ddl n. 733</a> recante disposizioni in materia di sicurezza pubblica con 154 voti favorevoli e 114 contrari. Il testo del <a href="http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Ddlpres&amp;leg=16&amp;id=00302495&amp;aj=no">provvedimento</a> presenta, tra le altre discusse misure, l’introduzione di <a href="http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Emend&amp;leg=16&amp;id=392701&amp;idoggetto=413875">disposizioni</a> volte a reprimere l’utilizzo di internet per commettere reati di opinione, come l’apologia di reato o l’istigazione a delinquere. In modo particolare il testo del disegno di legge introduce in capo al ministero dell’Interno il potere di emettere un decreto che ha come destinatari gli Internet Service Provider, per imporre loro l’obbligo di filtrare i contenuti ritenuti illegittimi al fine di renderli inaccessibili ai loro abbonati. Prevede, inoltre, sanzioni amministrative pecuniarie in caso di mancata ottemperanza al decreto che impone il filtraggio entro le successive 24 ore.<span id="more-406"></span></p>
<p>L’articolo <a href="http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Emend&amp;leg=16&amp;id=392701&amp;idoggetto=413875">50-bis</a> nel quale sono confluite le disposizioni che andremo a esaminare , <a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/tecnologia/grubrica.asp?ID_blog=30&amp;ID_articolo=5719&amp;ID_sezione=38&amp;sezione=News">sembra</a> essere stato <a href="http://www.corriere.it/politica/09_febbraio_05/emendamento_anti_facebook_e63fdae2-f385-11dd-a8aa-00144f02aabc.shtml">presentato</a> sull’onda emotiva causata dalla presenza su Facebook di gruppi in favore di <a href="http://www.nerve.com/CS/blogs/scanner/archive/2009/01/08/the-facebook-pages-of-the-italian-mafia.aspx">mafia</a> e stupro, come <a href="http://www.corriere.it/politica/09_febbraio_05/emendamento_anti_facebook_e63fdae2-f385-11dd-a8aa-00144f02aabc.shtml">dichiarato</a> dal proponente D’Alia negli <a href="http://www.asca.it/news-SICUREZZA__D%27ALIA__SU_FACEBOOK_PRIMA_MAFIA_ORA_STUPRI__E%27_UNA_GIUNGLA-805017-ORA-.html">scorsi giorni</a>. Il senatore si è immediatamente <a href="http://www.senato.it/lavori/21415/152713/164526/164871/sintesiseduta.htm">opposto</a> all’adozione del ddl per altre ragioni politiche <a href="http://www.senato.it/lavori/21415/152713/164526/164871/sintesiseduta.htm">sostenendo</a> invece che l’emendamento concerne il «contrasto all&#8217;uso distorto e criminogeno di alcuni social network su internet». Le <a href="http://blog.quintarelli.it/files/nero.html">reazioni</a> <a href="http://www.guidoscorza.it/?p=535">in</a><a href="http://www.minotti.net/2009/02/08/siamo-davvero-in-cina/"> rete</a> <a href="http://punto-informatico.it/2543670/PI/News/italia-liberta-filtrate.aspx">e</a> <a href="http://www.corriere.it/politica/09_febbraio_05/emendamento_anti_facebook_e63fdae2-f385-11dd-a8aa-00144f02aabc.shtml">sulla</a> <a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/tecnologia/grubrica.asp?ID_blog=30&amp;ID_articolo=5719&amp;ID_sezione=38&amp;sezione=News">stampa</a> <a href="http://www.wikio.it/news/D'alia">sono</a> <a href="http://news.google.com/news?client=safari&amp;rls=it-it&amp;oe=UTF-8&amp;ie=UTF-8&amp;hl=it&amp;tab=wn&amp;ncl=1277612748">state</a> <a href="http://blog.quintarelli.it/blog/2009/02/aboliamo-per-legge-inondazioni-e-ignoranza-tecnologica-aka-ci-risiamo-con-i-filtraggi.html">immediate</a> e preoccupate. Il timore principale, infatti, è che la nuova regolamentazione possa essere utilizzata anche indirettamente come strumento per oscurare contenuti “scomodi” prima dell&#8217;accertamento processuale dei reati.</p>
<p>In modo particolare, per quanto riguarda il decreto che dispone l’oscuramento, il legislatore non ha specificato l’obbligo di motivazione, che invece è sempre necessario per gli atti della magistratura, e coinvolge soggetti sostanzialmente estranei ai reati, gli Isp appunto. Come se ciò non bastasse, introduce l’intervento del governo in un procedimento penale, sinora di competenza esclusiva della magistratura. La preoccupazione sale anche in ordine alle modalità tecniche con cui il disposto, qualora dovesse superare il vaglio della Camera, potrebbe essere adottato. Le problematiche sono moltissime: analizziamo, quindi, in dettaglio il contenuto dell’articolo <a href="http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Emend&amp;leg=16&amp;id=392701&amp;idoggetto=413875">50-bis</a> del ddl 733 cercando di individuare quale scenario potrebbe realizzarsi in caso di sua approvazione.</p>
<h5>Il campo di applicazione</h5>
<p>L’articolo 50-bis, rubricato <em>Repressione di attività di apologia o incitamento di associazioni criminose o di attività illecite compiuta a mezzo internet</em>, dispone al <a href="http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Emend&amp;leg=16&amp;id=392701&amp;idoggetto=413875">primo comma</a> che</p>
<blockquote><p>Quando si procede per delitti di istigazione a delinquere o a disobbedire alle leggi, ovvero per delitti di apologia di reato, previsti dal codice penale o da altre disposizioni penali, e sussistono concreti elementi che consentano di ritenere che alcuno compia detta attività di apologia o di istigazione in via telematica sulla rete internet, il Ministro dell&#8217;interno, in seguito a comunicazione dell&#8217;autorità giudiziaria, può disporre con proprio decreto l&#8217;interruzione della attività indicata, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine.</p></blockquote>
<p>La norma prevede, quindi, che nel caso in cui la magistratura stia procedendo per uno dei reati indicati la stessa possa chiedere e ottenere da parte del ministero dell’Interno un decreto che imponga ai provider l’obbligo di oscuramento. Ci sono due punti chiave, quindi: il coinvolgimento dei provider e l’intervento del ministero.</p>
<h5>Le tecniche di filtraggio</h5>
<p>Nel nostro ordinamento gli obblighi di filtraggio e oscuramento di contenuti previsti in capo ai provider concernono il materiale pedo-pornografico, i siti non autorizzati che effettuano scommesse e il materiale coperto da diritto d’autore. Per quanto riguarda l’obbligo di oscurare <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2007/01/05/01/200701050101">materiale pedo-pornografico</a>, la segnalazione dei siti da oscurare avviene a cura del Centro nazionale per il contrasto alla pedo-pornografia. La stess <a href="http://www.camera.it/parlam/leggi/06038l.htm">legge che istituisce il Centro</a> impone ai provider l’obbligo (art. 19, che introduce l&#8217;art. 14-ter) di segnalare al Centro informazioni relative ai reati previsti nel caso ne vengano a conoscenza, pena sanzione amministrativa dai 50 ai 250 mila euro. I Monopoli di Stato, invece, redigono periodicamente un <a href="http://www.aams.it/site.php?page=20060213093339418">elenco dei siti</a> che devono essere oscurati a cura dei provider italiani pena sanzioni pecuniarie dai 30 ai 180 mila euro. Se interpellati dalle autorità giudiziarie, inoltre, i provider devono porre in essere «tutte le misure dirette ad impedire l’accesso ai contenuti» in caso di violazioni di diritto d’autore, come previsto dalla <a href="http://www.parlamento.it/leggi/04128l.htm">legge 128/04</a>, pena una sanzione pecuniaria dai 50 ai 250 mila euro.</p>
<p>Come avvengono attualmente in Italia questo tipo di procedure di filtraggio dei contenuti? In via generale, l’oscuramento di siti non legittimi viene realizzato tramite un filtro a livello di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Domain_Name_System#Il_sistema_DNS_in_Internet">Dns</a>. Si impedisce, cioè, all’utente finale di accedere al contenuto redirezionando l’indirizzo Ip pubblico dal server su cui è ospitato il contenuto ritenuto illegittimo a un altro server che avverte che la pagina è irraggiungibile. Questo metodo impedisce l’accesso casuale ai contenuti, ma è anche facilmente aggirabile usando Dns di provider non italiani, tipicamente gli <a href="http://www.opendns.com/">Open Dns</a>. I quali, non essendo soggetti alle regolamentazioni del nostro paese, non effettuano alcun redirezionamento e permettono agevolmente di navigare e visualizzare ogni contenuto nonostante i filtri applicati dai provider italiani.</p>
<p>Il metodo è stato usato recentemente dalla magistratura italiana anche per “<a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2008/10/13/19/200810131901">sequestrare</a>” il server di The Pirate Bay. È questo il caso che si verificherà se l’emendamento diventerà legge? Il problema è di importanza non secondaria, proprio perché l’intento del legislatore è quello di colpire attività capillari di manifestazione del pensiero che possono rientrare nei reati inclusi nell’emendamento, e che tipicamente si svolgono all’interno di social network come Facebook, per l’appunto. Che, quindi, non sono caratterizzati da un dominio e da un Ip indipendente, ma individuati a livello di piattaforma come servizi in sé e per sé e capaci di ospitare molteplici utenti su uno stesso indirizzo Ip. La conseguenza più preoccupante dell’applicazione di una simile tecnica sarebbe, pertanto, quella di rendere irraggiungibile per gli utenti che usano i Dns dei rispettivi provider l’accesso a tali piattaforme e ai loro servizi. Ma non solo.</p>
<h5>Un contenuto, tante vite</h5>
<p>Il sacrificio rischia anche di essere completamente inutile. I contenuti, soprattutto in questo momento storico, possono essere ripresi e integrati all’interno di più piattaforme dai diversi utenti che decidono di condividerli. Un testo (o un&#8217;immagine o un video), per esempio, può essere citato o ripreso integralmente da uno o più blog e da uno o più social network, con l’effetto pratico che il contenuto non si trova più solamente sul server di origine ma su diversi altri, spesso commerciali e pertanto non sotto il diretto controllo tecnico dell’utente. Ma la situazione è ancora più complessa: i contenuti sono normalmente dotati di un <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Really_simple_syndication">feed Rss</a> ed è alta la probabilità che essi finiscano, in modo quasi immediato rispetto alla loro pubblicazione, in un&#8217;applicazione che rende pubblici i feed condivisi. Pensiamo a <a href="http://www.google.com/reader">Google Reader</a> o a <a href="http://friendfeed.com">FriendFeed</a>, ma anche agli altri social network che permettono all’utente di pubblicare contemporaneamente e sempre attraverso i propri feed, qualsiasi attività compiuta in rete.</p>
<p>Ancora più complesso potrebbe essere il caso in cui la commissione del reato non avvenga attraverso un blog o un contenuto comunque immediatamente riferibile alla presenza in rete dell’autore, bensì in un commento. Ci sono blog che utilizzano servizi esterni per permettere alle persone di commentare, come <a href="http://www.haloscan.com/">Haloscan</a> o <a href="http://disqus.com/">Disqus</a>, ma è possibile anche inserire commenti nei sistemi di social bookmarking come <a href="http://delicious.com">Delicious</a> oppure in FriendFeed stesso, che altro non fa se non proprio rendere commentabili tutti i contenuti dotati di feed. Giusto per terminare il labirinto del percorso che un contenuto può subire nell’attuale panorama tecnologico, e sempre in via esemplificativa e non tassativa, applicazioni come <a href="http://pipes.yahoo.com">Yahoo! Pipes</a> permettono di dotare di feed anche contenuti immessi in rete che non ne sono provvisti, con la conseguenza che l’autore del contenuto potrebbe non sapere nemmeno della utilizzazione e diffusione dei propri contenuti tramite feed.</p>
<p>Questo tipo di approccio esclude che il contenuto possa essere ritenuto come pubblicato sempre ed esclusivamente presso una unica fonte, anche perché il contenuto continua a circolare attraverso la condivisione effettuata dai contatti dell’utente. L’attuale funzionamento delle applicazioni “social”, infatti, ha generalmente l’effetto di privare anche il soggetto che per primo li ha immessi in rete della possibilità obiettiva di controllare dove e come il proprio contenuto è stato incorporato o condiviso. Inoltre, visto che il provvedimento nasce proprio in considerazione dello specifico caso di Facebook e per le pagine create per aggregare più persone in gruppi, l’unico effetto che l’oscuramento tramite Dns potrebbe raggiungere è quello di oscurare Facebook nella sua interezza, e cioè criminalizzare un intero servizio senza una base razionalmente e giuridicamente proporzionata, quale potrebbe essere una sentenza passata in giudicato.</p>
<p>La conseguenza più probabile dell’applicazione del disposto dell’articolo <a href="http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Emend&amp;leg=16&amp;id=392701&amp;idoggetto=413875">50-bis</a>, anche qualora si riuscisse a imporre un filtraggio più efficace di quello tramite Dns, sarebbe dunque quella di creare un&#8217;imposizione legislativa che non avrebbe comunque la possibilità di raggiungere in concreto gli effetti che si propone di raggiungere. Non per come funziona il web contemporaneo, perlomeno. A conti fatti, il disposto dell’articolo 50-bis sembra in concreto poter raggiungere il solo effetto di creare un obbligo verso i provider che saranno destinatari degli eventuali decreti del ministero, con la conseguenza di esporre i provider stessi a un duplice rischio nel caso non riescano ad attivarsi entro le 24 ore previste. Non solo alla sanzione amministrativa, dunque, ma anche alla possibile imputazione di concorso nel reato per il quale si è chiesto l’oscuramento, insieme all’autore della violazione, per avere agevolato la commissione dell’illecito non avendo ottemperato agli ordini dell’autorità. Un paradosso, questo, se si pensa alla difficoltà di individuare l’autore originario dell’illecito in virtù di quanto abbiamo appena detto del funzionamento della rete.</p>
<h5>L’intervento del ministero</h5>
<p>Se già a livello tecnico sorgono dubbi sulla effettiva utilità del disposto dell’articolo <a href="http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Emend&amp;leg=16&amp;id=392701&amp;idoggetto=413875">50-bis</a>, è a livello strettamente giuridico che le maggiori preoccupazioni trovano ingresso. La procedura descritta dall’art. 50-bis, infatti, prevede che il ministero dell’Interno possa discrezionalmente attivarsi a seguito di comunicazione della magistratura per emettere il decreto di oscuramento. Mentre la discrezionalità del ministero è evidenziata dall’uso del verbo “può”, intendendo quindi che non è detto che necessariamente il decreto venga emesso, non si riesce a capire se la magistratura a sua volta “possa” o “debba” effettuare tale comunicazione al ministero. Di fatto le autorità giudiziarie già adesso, come nel caso relativo a The Pirate Bay già <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2008/10/13/19/200810131901">ricordato</a>, hanno il potere di ordinare ai provider quanto in loro potere per rimuovere le violazioni. C’è da dire che, nel caso The Pirate Bay, attualmente ancora in fase di definizione, l’ordinanza di sequestro del Gip di Bergamo era stata annullata per assenza di un requisito sostanziale dell’atto di sequestro, come abbiamo avuto modo di <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2008/10/13/19/200810131901">analizzare in passato</a> su Apogeonline.</p>
<p>La previsione appare, comunque, ancora più grave sotto il profilo della legittimità costituzionale della procedura individuata. Il nostro <a href="http://www.quirinale.it/costituzione/costituzione.htm">ordinamento</a>, infatti, si basa sul principio della separazione dei poteri. Il potere giudiziario, in particolare, è indipendente da tutti gli altri poteri (art. 101 della <a href="http://www.quirinale.it/costituzione/costituzione.htm">Costituzione</a>), compreso l’esecutivo. L’Italia ha visto solo in tempi particolarmente oscuri l’ingerenza dell’esecutivo sul giudiziario, con l’effetto di rendere l’amministrazione della giustizia uno strumento politico. L’adesione all’attuale costituzione vigente imporrebbe al massimo la creazione di una ulteriore modalità di sequestro da inserire nel codice di procedura penale, lasciando comunque alla magistratura il pieno monopolio del processo senza l’intervento del ministero. Al secondo comma dell’articolo 50-bis, tuttavia, si prevede che contro il provvedimento è ammesso ricorso presso l’autorità giudiziaria, la quale dovrà quindi sindacare su un provvedimento che avrà essa stessa stimolato (discrezionalmente o meno: come abbiamo detto la lettera della norma non è affatto chiara sul punto).</p>
<h5>I reati contemplati</h5>
<p>Le tipologie di reato indicate nell’articolo 50-bis, seppure dal punto di vista giuridico non aggiungano niente di nuovo a quello che il nostro ordinamento già prevede, per il particolare panorama del web contemporaneo assumono forme particolarmente delicate e facilmente equivocabili. Secondo la lettera della norma, la procedura può essere avviata per</p>
<blockquote><p>delitti di istigazione a delinquere o a disobbedire alle leggi, ovvero per delitti di apologia di reato, previsti dal codice penale o da altre disposizioni penali.</p></blockquote>
<p>Le dinamiche della rete sono note quasi esclusivamente a chi la rete la vive, per il semplice fatto che <em>memi</em> e forme di critica e satira appaiono e scompaiono nel giro di pochi giorni, con codici difficili da decrittare per chi non è coinvolto quotidianamente nella conversazione globale. Non si tratta solo dei messaggi in sé e per sé, ma anche di forme di comunicazione strettamente collegate alla specifica tecnologia utilizzata &#8211; che in realtà possono esprimere forme di dissenso mentre, in tutta apparenza e nella completa inconsapevolezza della tecnologia e della conversazione o del singolo personaggio che sta esprimendo se stesso o le proprie idee, potrebbe sembrare l’esatto contrario. Il web è un codice che si evolve con grande rapidità: questa velocità ha l’effetto di rendere obsoleta una specifica comunicazione anche dopo poche settimane, sebbene sempre permanente in rete presso il blog o l’applicazione “social” dell’utente.</p>
<p>Questo argomento, delicato per le conseguenze che i fraintendimenti possono comportare, impone non soltanto alla magistratura ma anche alle altre istituzioni coinvolte nella legiferazione una ampia e profonda riflessione che non può prescindere da una informazione e presa di coscienza della natura del fenomeno che si intende regolare. Questo per garantire ai cittadini una applicazione efficace, informata, effettiva e giusta delle leggi, e una adeguata e proporzionata protezione da comportamenti che giustamente l’ordinamento sanziona. Non è un compito facile, ma è possibile auspicare che i cambiamenti avvengano per migliorare le cose.</p>
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