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	<title>Apogeonline &#187; credibilità</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>Il sistema, la pubblicità in crisi e i social media</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Sep 2009 07:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianluca Diegoli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
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		<description><![CDATA[Si è rotto un equilibrio, e quello nuovo tarda ad arrivare. Nel frattempo, però, sta cambiando l'intero paradigma dei rapporti tra chi produce e chi consuma]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;ecosistema massmarket media pubblicitario era un equilibrio perfetto. Più il prodotto era (è) di massa, più il budget pubblicitario era (è) interessante, più l&#8217;azienda era (è) appetita dal &#8220;sistema media-pubblicità&#8221; (chiamando questo <em>blob</em> variegato con un nome in codice, per semplicità), che realizzava grandi fatturati con poco sforzo cognitivo, commerciale e organizzativo, e nel contempo il cliente stesso otteneva buoni impatti allocando un budget sì rilevante, ma con meccanismi oliati e comprovati.<span id="more-870"></span></p>
<h5>La pubblicità e la sua crisi</h5>
<p>La pubblicità è in crisi in ogni sua forma (comprendo quella online, anche se molti non saranno d&#8217;accordo) non (solo) perché si vendono meno giornali o altro, ma perché nonostante i costi calanti dei mezzi e degli spazi, diventa sempre più complicato e dispersivo per l&#8217;investitore cercare, utilizzare e rapportarsi, misurare e affinare correttamente i molti ma microscopici media rilevanti per la propria audience, sempre più frammentata, polimorfa e sfuggente.</p>
<p>Questo che comporta che, in ogni caso, i costi medi generali di acquisizione di nuovi clienti tramite advertising crescono &#8211; anche senza entrare nella questione <em>credibilità</em> della comunicazione stessa. La pubblicità, se creata e gestita veramente bene, ha ora costi di intelligence altissimi, al di là dei meri costi di acquisto, contrariamente a ciò che si crede spesso. E per chi viveva vendendola, il servizio da fornire per pianificare in modo veramente sensato diventa sempre più non giustificato rispetto ai margini ottenibili.</p>
<p>Il sistema della pubblicità (in senso lato) quindi deve trovare nuova <em>merce</em> da vendere ai clienti. Advertising online, e social media, sono le prime forme di nuovi mezzi possibili. Ma l&#8217;online ha in gran parte le stesse problematiche di quello offline. Se spalmato su siti di massa, viene in gran parte ignorato, sparare a 1.000 per colpire 0,3 teste, e se svolto su siti molto profilati, è complesso da gestire e fa pochi numeri (almeno per la mentalità a sei zeri del marketing del mass market).</p>
<h5>I social media non lo salveranno</h5>
<p>Rimangono i social media, che nella mentalità post televisiva di aziende e operatori, probabilmente ingannati dalla parola <em>media</em>, è il prodotto idealmente più vicino a quello che muovevano prima: comunicare, influenzare, entrare nella testa delle persone. Ma più il prodotto finale da comunicare è di massa (e, al solito, il budget potenziale rilevante), minori sono le possibilità di un ritorno proficuo (e comunque di volume impattante rispetto ai numeri necessari per mantenerlo in vita) dell&#8217;azione sul social media, che opera al suo meglio <em>quando valorizza la formazione o lo sviluppo di comunità di valori o passioni, di nicchia o &#8220;esclusive&#8221;, non altrimenti realizzabili senza la Rete</em>: ammettiamolo, la maggior parte degli attuali prodotti di massa, da scaffale, indifferenziati, discendenti senza soluzione di continuità da generazioni di altri prodotti identici, <em>non unisce in modo esclusivo</em> alcunché o chicchessia.</p>
<p>Il trend inesorabile della rete verso la socialità è all&#8217;opposto come un liquido che riempie progressivamente, all&#8217;aumentare del numero dei partecipanti e dei mezzi di socializzazione, delle cavità preesistenti, ma fino a quel momento vuote, cioè in uno stato potenziale e inespresso, nel territorio concettuale definito dalla <em>geografia</em> e dalle <em>affinità</em>. A volte queste cavità coincidono con i prodotti delle aziende, ma solo in minima percentuale: i prodotti di massa, nati proprio per sfruttare il <em>minimo comune denominatore</em> nella necessità individuale e nello spazio geografico, non hanno nessun vuoto da riempire, il loro è un territorio che storicamente hanno cercato, voluto e mantenuto a ogni costo piatto come il grande lago salato, e isolato da ogni forma di comunicazione leale e paritaria, per gestirla meglio. Questo è il <em>loro</em> problema, irrisolvibile.</p>
<p>Eccoci alla conclusione inevitabile, alla presa di coscienza dei brand: &#8220;Mh, i social media non mi fanno vendere milioni di yogurt/biscotti/pasta/detersivi come prima, quando c&#8217;era la pubblicità!&#8221; E, lì vicino, il <em>sistema</em> pensa: i prodotti di nicchia, tanto amati dai social media, non hanno budget da investire, per le loro piccole dimensioni, e quindi non sono interessanti allo scopo di mantenermi in vita.</p>
<h5>I social media e il sistema</h5>
<p>I social media continueranno a essere ignorati dal sistema, ma i social media non ignoreranno il sistema. I consumatori avanzati (pochi, all&#8217;inizio, soprattutto per la mentalità a sei/nove zeri delle multinazionali) si organizzeranno in sordina e indisturbati, in modo indipendente per valutare i prodotti di massa, ma sulla base della <em>loro</em> sensibilità e delle <em>loro comunità di nicchia</em> (per esempio, compatibilità ambientale, filiera di produzione, sostenibilità, composizione degli ingredienti, tutte tematiche su cui molte multinazionali non hanno nessun interesse a far emergere l&#8217;opinione sincera dei social media. E qualcuna addirittura non ha ancora capito che a nessuno interessa (e crede) più che X lavi più bianco o che Y sia più concentrato o Z con più pezzi di frutta).</p>
<p>E se il produttore mass market che volesse davvero innovare la propria comunicazione sui social media, agevolasse e supportasse il trend naturale, anziché, come spesso succede, zittirlo o cercare di contraffarlo? Esiste, per esempio, un&#8217;applicazione (<a href="http://www.giuseppecostanza.it/foodtracer/shopping_mode.htm">Foodtracer</a>, sviluppata da Giuseppe Costanza), a cui basta puntare la fotocamera del cellulare sullo scaffale, per dire (in teoria) qual è il grado di riciclabilità, impatto ecologico, provenienza, sostenibilità, organicità di un prodotto. Un modo semplice per differenziarsi e far discutere la rete su temi che possono avere un impatto effettivo. Ma non lo farà nessuno, probabilmente: non conviene per i numeri in gioco, per la necessità insita di cambiamento culturale e organizzativo, e per i rischi di <em>immagine</em> connessi, almeno al momento.</p>
<p>Quello che è certo è che il social media marketing/advertising/PR non sarà una stampella per il vecchio sistema pubblicitario-massmarket. Tutto il resto rimane molto confuso e non prevedibile.</p>
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