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	<title>Apogeonline &#187; Creative Commons</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>Inscatolata la libertà</title>
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		<pubDate>Mon, 07 May 2012 11:59:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simone Aliprandi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Open Source]]></category>
		<category><![CDATA[Anna Masera]]></category>
		<category><![CDATA[comunicazione]]></category>
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		<description><![CDATA[La tutela della privacy e dei dati personali potrebbe essere affidata domani a un piccolo apparecchio azionato da software libero.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando ascoltai una sua conferenza nella piccola sala riunioni della sede centrale di Creative Commons a San Francisco era il marzo del 2011. <a href="http://moglen.law.columbia.edu/">Eben Moglen</a>, docente presso la facoltà giuridica della Columbia University di New York nonché principale consulente legale della Free Software Foundation, aveva già colto l&#8217;occasione per puntare il dito contro il cloud computing, i grandi social network e tutti quei servizi che, con l&#8217;esca seducente della gratuità e della comodità (e spesso anche quella più subdola del <em>ce l&#8217;hanno tutti; devo averlo anch&#8217;io!</em>), portano a rinunciare a buone fette della nostra privacy e del controllo sui nostri dati.<span id="more-10763"></span></p>
<p>Ora, rileggendo una <a href="http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=2&amp;ID_articolo=1334">recente intervista</a> concessa ad Anna Masera de <em>LaStampa.it</em>, ritorno a quella mattina della mia <em>internship</em> californiana e vedo che le questioni teoriche trattate l&#8217;anno scorso da Moglen si sono trasformate in un progetto ben più concreto di cui negli USA si discute già da alcuni mesi.</p>
<p>La trovata di questo “avvocato hacker” – provocatoria quanto innovativa – è chiamata Freedombox (scatola della libertà) e consiste in una specie di modem con connettività Wi-Fi ed Ethernet da collegare alla propria rete di casa; attualmente è ancora un prototipo ma dovrebbe entrare in produzione e in commercializzazione entro l&#8217;anno. Dal punto di vista software, FreedomBox è anche un sistema <em>Debian-based</em> che evita all&#8217;utente di fornire informazioni personali durante il collegamento a Internet.</p>
<div id="attachment_10764" class="wp-caption aligncenter" style="width: 410px"><a href="http://www.apogeonline.com/wp-content/uploads/2012/05/sf_09-03-11_12.jpg"><img src="http://www.apogeonline.com/wp-content/uploads/2012/05/sf_09-03-11_12.jpg" alt="Eben Moglen" title="sf_09-03-11_12" width="400" height="527" class="size-full wp-image-10764" /></a><p class="wp-caption-text">Eben Moglen, &quot;avvocato hacker&quot; ed eroe prossimo venturo della libertà digitale.</p></div>
<p>Come spiega lo stesso Moglen, si tratta di tecnologia appositamente pensata per disintermediare tutte le comunicazioni, in modo da mettere in contatto solo gli utenti fra di loro.</p>
<p>E nell&#8217;intervista concessa alla Masera sottolinea:</p>
<blockquote><p>Qui negli USA se hai un cellulare e un fornitore di rete, sei certo che un qualsiasi funzionario delle forze dell&#8217;ordine in qualsiasi momento può ottenere di sapere la tua esatta località. Così: privacy addio per milioni di persone. Il grande affare della telefonia di oggi è che possiamo tutti essere spiati.</p></blockquote>
<p>Sì, perché quella di Internet come regno della totale disintermediazione e del contatto diretto tra singoli utenti è una bella favoletta ormai poco credibile (nonostante molti la raccontino tuttora).</p>
<p>È stata costituita anche una FreedomBox Foundation (con base a New York) con un <a href="http://freedomboxfoundation.org/">sito</a> per approfondire e dove offrire il proprio contributo sia in termini di sviluppo tecnologico sia in termini di divulgazione.</p>
<p><em>Il testo di questo articolo è sotto licenza <a href="http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/it/">Creative Commons Attribuzione – Condividi allo stesso modo 3.0 Italia</a>.</em></p>
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		<title>Il libero database</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Apr 2012 12:00:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simone Aliprandi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
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		<category><![CDATA[Wikipedia]]></category>

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		<description><![CDATA[Affascinante, l'idea di separare i dati puri dalla massa di contenuti dell'enciclopedia libera, e renderli liberamente consultabili.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In occasione di <a href="http://www.aliprandi.org/pub/aliprandi_ied_database.pdf">un articolo</a> scritto per una rivista scientifica, dedicato alla tutela dei database, mi sono occupato di un progetto che mi aveva incuriosito molto e che mi era servito come singolare caso di studio. Si trattava di <a href="http://dbpedia.org/About">Dbpedia</a>,  promosso da alcune università tedesche e mirato all&#8217;estrazione e semantizzazione di informazioni strutturate da Wikipedia, in modo da creare una grande database parallelo a Wikipedia e da essa derivato.<span id="more-10427"></span></p>
<p>Al di là delle elucubrazioni giuridico-dottrinali che un caso del genere può stimolare nella mente di chi si occupa di proprietà intellettuale, mi aveva affascinato molto l&#8217;idea di separare dai vastissimi contenuti presenti su Wikipedia i dati, le informazioni nude e crude, e metterle a disposizione nel Web con criteri standard di <em>tagging</em> e archiviazione; ovviamente con una licenza libera (la stessa di Wikipedia) in ottica <em>open data</em>.</p>
<p>Nei giorni scorsi è stato annunciato invece il progetto Wikidata, praticamente la versione più di largo respiro di Dbpedia promossa in via ufficiale da Wikimedia Foundation.</p>
<p>Sulla <a href="http://meta.wikimedia.org/wiki/Wikidata/it">pagina di presentazione</a> del progetto si legge:</p>
<blockquote><p>Wikidata mira a creare una conoscenza di base libera riguardo il mondo che possa essere letta e modificata dagli umani e dalle macchine allo stesso modo. Essa fornirà dati in tutte le lingue dei progetti Wikimedia, e consentirà un accesso ai dati centralizzato in modo simile a quanto fa Wikimedia Commons per i file multimediali. Wikidata è stato proposto come progetto ospitato e sostenuto da Wikimedia.</p></blockquote>
<p>Il progetto, che ha già un logo e linee guida abbastanza dettagliate, è dichiarato in fase sperimentale e in attesa di approvazione definitiva, ma il lavoro di sviluppo della piattaforma dovrebbe partire nel marzo 2013.</p>
<p>Un aspetto ancora non molto chiaro è proprio la scelta della licenza. Come appunto facevo notare in quel mio articolo, una licenza come la Creative Commons by-sa (appunto quella di Wikipedia) potrebbe non rivelarsi la più adeguata, dato che si tratta di un database e non di un&#8217;opera creativa.</p>
<p><em>Il testo di questo articolo è sotto licenza <a href="http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/it/">Creative Commons Attribuzione – Condividi allo stesso modo 3.0 Italia</a>.</em></p>
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		<title>CC0 al punto… zero</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Mar 2012 06:07:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simone Aliprandi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Open Source]]></category>
		<category><![CDATA[cc0]]></category>
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		<category><![CDATA[osi]]></category>

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		<description><![CDATA[Aveva le carte in regola per entrare nell'elenco delle licenze Open Source Initiative. Ma ancora una volta a mettere i bastoni tra le ruote ci hanno pensato i brevetti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo un lungo e interessante dibattito avvenuto nell&#8217;apposita mailing list della Open Source Initiative (Osi), Creative Commons ha preferito ritirare il tool chiamato <a href="http://www.aliprandi.org/manuale-cc/html/index.html#cap2_par4b">CC0</a> (CC Zero) dalla procedura di approvazione prevista per entrare nel novero delle licenze approvate da Osi. Qual è il problema? I brevetti, ancora loro.<span id="more-10053"></span></p>
<p>Facciamo un passo indietro per chi sia digiuno di questi meccanismi. Con un <a href="http://projects.opensource.org/pipermail/license-review/2012-February/000092.html">messaggio</a> spedito il 17 febbraio scorso alla lista License Review di Osi, Christopher Allan Webber (membro dello staff tecnologico di Creative Commons) si è preso la briga di proporre formalmente CC0 per l&#8217;inserimento nella lista delle licenze Osi, affinché possa diventare uno strumento di rilascio di software in pubblico dominio.</p>
<p>CC0 sta avendo un notevole successo, specie nel settore della Public Sector Information, perché permette di rilasciare i dati in un regime il più libero possibile, senza problemi di compatibilità tra licenze e di gestione del copyright. Infatti, come alcuni sapranno già, non si tratta di una vera e propria licenza ma piuttosto di un <em>waiver</em>: una sorta di dichiarazione pubblica con cui si rinuncia all&#8217;esercizio dei diritti d&#8217;autore. Il suo inserimento nella lista Osi ne promuoverebbe l&#8217;uso su scala globale anche nel campo del software, per tutti quegli enti, aziende o singoli sviluppatori che preferiscono rilasciare software in pubblico dominio e non in modalità copyleft.</p>
<p>Ma durante la discussione è emerso un problema non irrilevante. Il testo del waiver, così com&#8217;è ora, non prende in considerazione i brevetti, bensì solo i diritti d&#8217;autore e connessi. E questo è pericoloso se si vuole sdoganare lo strumento nel mondo informatico, né può risultare coerente con le policy di Osi. Il processo si è quindi – per così dire – congelato in attesa di una seconda versione di CC0, che però – per stessa <a href="http://projects.opensource.org/pipermail/license-review/2012-February/000231.html">affermazione di Webber</a> – non vedrà la luce prima del 2013.</p>
<p>Il testo di questo articolo è sotto licenza <a href="http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/it/">Creative Commons Attribuzione – Condividi allo stesso modo 3.0 Italia</a>.</p>
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		<title>Creative Commons alla quarta (versione)</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2012/02/07/creative-commons-alla-quarta</link>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 13:48:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simone Aliprandi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Spunti importanti dalla discussione pubblica, da tenere in considerazione per giungere a un risultato finale degno delle aspettative.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel settembre scorso, in occasione del <a href="http://wiki.creativecommons.org/Global_Summit_2011">CC Global Summit di Varsavia</a>, l’ente <em>no profit</em> Creative Commons (CC) ha annunciato l’apertura di un dibattito pubblico sulla nuova versione 4.0 delle ormai famose licenze, che nelle intenzioni dichiarate dovrà mostrare sostanziali differenze rispetto alle versioni precedenti.<span id="more-9051"></span></p>
<p>Gli aspetti su cui si intende focalizzare gli sforzi sono cinque:</p>
<ul compact="compact">
<li>internazionalizzazione del set di licenze promuovendo il lavoro di porting presso la fittissima serie di progetti locali</li>
<li>massimizzazione dell’interoperabilità e della compatibilità tra le licenze CC e altre licenze, con lo scopo di promuovere standard condivisi e arginare la proliferazione di licenze</li>
<li>ottica di lungo periodo, per anticipare il più possibile le nuove sfide poste dalla nuove tecnologie</li>
<li>possibilità di utilizzo nei campi degli opendata e della Public Sector Information, della produzione scientifica, e della didattica</li>
<li>mantenimento e supporto delle licenze precedenti e degli strumenti connessi</li>
</ul>
<p>In effetti, nei miei tre mesi come <em>research intern</em> presso la sede centrale di CC, un anno fa avevo già presagito che il passo verso le 4.0 sarebbe stato un passo importante. E non vi è dubbio che questi cinque temi siano da tempo percepiti come i punti nodali per il licenziamento di contenuti creativi e dati.</p>
<p>La fase attuale di consultazione pubblica (basata sulle <a href="http://creativecommons.org/contact">mailing list ufficiali</a> di Creative Commons e tutt’ora aperta) ha fatto intanto emergere ulteriori spunti che i vertici di CC dovranno sicuramente prendere in considerazione. Salvo slittamenti, la tabella di marcia prevede che un primo draft venga pubblicato tra febbraio e marzo 2012.</p>
<p>[<em>Articolo sotto licenza <a href="http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/it/">Creative Commons Attribuzione – Condividi allo stesso modo 3.0 Italia</a></em>]</p>
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		<title>La Treccani e la rete come cura omeopatica</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Apr 2010 07:15:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boccia Artieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria digitale]]></category>
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		<description><![CDATA[L'enciclopedia è in crisi per colpa di internet, dicono i giornali. Ma proprio dal web e dai social media comincia il suo tentativo di riscatto]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>«Meglio <a title="#gay" href="http://twitter.com/search?q=%23gay">#gay</a> o <a title="#omosessuale" href="http://twitter.com/search?q=%23omosessuale">#omosessuale</a>? Cos&#8217;è lo shopping esperienziale? Per gli incisi, meglio i trattini o le parentesi?» È così che <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Treccani">Treccani</a> si presenta quotidianamente nel tuo flusso di tweet, attraverso domande che si rivolgono alla morale linguisitica, alla mutazione della lingua, alle strutture della  scrittura, in quest’epoca in cui le parole scritte riassumono una loro centralità pubblica. Domande che in 140 caratteri rilanciano un tema e rimandano a un approfondimento sul sito <a href="http://www.treccani.it/Portale/homePage.html">Treccani.it</a> con articoli capaci di far entrare in profondità il rapporto tra la lingua e il contesto socio-culturale in cui questa prende forma.<span id="more-2598"></span></p>
<h5>Più social</h5>
<p>È solo il completamento di un percorso che ha visto Treccani approcciare la cultura in rete con <a href="http://www.youtube.com/user/TreccaniChannel">TreccaniChannel</a> su YouTube o la <a href="http://www.treccani.it/Portale/sito/comunita/webTv">web tv</a> e di farsi più <em>social </em>con la costruzione di una <a href="http://www.facebook.com/treccani?ref=ts&amp;v=wall">fan page su Facebook</a> dove, timidamente, con i sui quasi 1.400 fan, più volte al giorno stimola a riflettere sulle parole o sugli argomenti del giorno. E si tratta di una scelta coraggiosa, essendo una scelta che ha il sapore della cura <a href="http://www.treccani.it/Portale/elements/categoriesItems.jsp?pathFile=/BancaDati/Enciclopedia_online/O/ENCICLOPEDIA_UNIVERSALE_3_VOLUMI_3_vol_017546.xml">omeopatica</a> che porta a somministrare come farmaco ciò che produce la malattia. Lo <a href="http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cultura/2010/03/28/visualizza_new.html_1737696716.html">dice</a> la Corte dei Conti a proposito della gestione finanziarla della Treccani &#8211; un deficit di 1,9 milioni di euro nel 2008 – quando parla del difficile momento dovuto alla crisi economica e alle:</p>
<blockquote><p>difficoltà in cui l&#8217;Istituto si trova ad operare  per conciliare l&#8217;esigenza della tradizionale elevata qualità delle opere con quella dell&#8217;equilibrio dei costi, specie nell&#8217;attuale situazione di mercato, in cui l&#8217;informazione attraverso mezzi digitali e multimediali sembra prevalere su quella fornita dall&#8217;opera cartacea.</p></blockquote>
<p>Come sintetizzano i siti di informazione: <a href="http://web20.excite.it/news/41303/La-Treccani-e-in-crisi-per-colpa-di-Internet">La Treccani è in crisi per colpa di Internet</a> e della crisi economica. Il rimedio? «Utilizzo del web e delle banche dati in maniera più efficiente», assieme a taglio di personale e creazione di opere meno voluminose e rivolte esplicitamente al mondo educational. Ma la sfida omeopatica è una sfida importante, che deve cogliere il mutamento delle pratiche di ricerca culturale e possesso che la Rete ha introdotto.</p>
<h5>Sapere diffuso</h5>
<p>La voluminosa enciclopedia che paghi molto e marca gli studi borghesi – di case ed uffici – come segno visibile di uno status ha oggi, ovviamente, sempre meno senso a fronte di opere multimediali e lettori portatili contenenti migliaia di titoli. E così pure le modalità di ricerca di termini e significati rientra nelle pratiche interstiziali di chi scrive con word processor ed ha aperto costantemente un browser su un motore di ricerca. Per usare una <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Sineddoche">sinèddoche</a>: “su Google”. <em>Googlare</em> non a caso è il neologismo <a href="http://www.treccani.it/Portale/sito/lingua_italiana/neologismi/searchNeologismi.jsp?lettera=G&amp;pathFile=/sites/default/BancaDati/Osservatorio_della_Lingua_Italiana/OSSERVATORIO_DELLA_LINGUA_ITALIANA_ND_012834.xml&amp;lettera=G">vincitore</a> del gioco “Proponi una parola”che la Treccani nella sua versione online fa settimanalmente. E non scomodiamo qui <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Pagina_principale">Wikipedia</a> prestando il fianco alle critiche di incompletezza e imprecisione (peraltro riscontrabili nelle stesse enciclopedie: non dimentichiamoci che la Treccani pensata da Giovanni Gentile per lungo tempo non accettava praticamente neologismi ) perché si tratta di un modello e di un ecosistema di sapere diffuso differente.</p>
<p>Ed è qui che conviene guardare per capire la mutazione in atto. La logica di un “sapere diffuso” stimolato e sorretto dalla Rete produce pratiche di costruzione, ricerca e messa in connessione nuove. E anche su questo territorio Treccani sembra muoversi grazie al <a href="http://www.innovazionepa.gov.it/comunicazione/notizie/2009/maggio/notizia-del-22052009-3.aspx">rapporto</a> costruito con il Governo italiano lo scorso anno: il ministro per la Pubblica Amministrazione e l&#8217;Innovazione Renato Brunetta e l&#8217;Amministratore Delegato dell&#8217;Istituto della Enciclopedia Italiana Francesco Tatò hanno firmato «un protocollo d&#8217;intesa che ha come obiettivo la realizzazione di strumenti innovativi per la diffusione on line di contenuti culturali di alto livello, utilizzabili sia direttamente dai cittadini che nella formazione e la didattica» che ha un punto, a mio avviso, centrale nel fatto che «La Treccani renderà disponibili per il <a title="collegamento a sito esterno" href="http://www.italia.gov.it/">Portale del Cittadino</a> e per il <a title="collegamento a sito  esterno" href="http://www.innovascuola.gov.it/">Portale InnovaScuola</a> i contenuti digitali del proprio archivio regolati secondo i principi dei Creative Commons». Anche se leggendo attentamente il <a href="http://www.innovazionepa.gov.it/media/157692/protocollo_treccani.pdf">protocollo</a> si intuisce perfettamente che i lemmi della Treccani non verranno condivisi, resi modificabili, implementabili eccetera. Consultabili, questo sì, ma solo questo.</p>
<h5>Piccole dosi</h5>
<p>Sembra di trovarsi di fronte al solito specchietto per giornalisti e blogger nostrani. Alla differenza tra capacità di innovazione e semplice PR che usano la parola Creative Commons come <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Tag_%28metadato%29">tag</a> per far circolare la notizia sul web e sui media mainstream, usandolo come spilletta da appuntare alla giacca della trasformazione.</p>
<p>Meglio quindi concentrarsi sulla semplice cura omeopatica, che agisce giorno per giorno, senza cercare scorciatoie, senza stupire, e che richiede un coinvolgimento forte del “paziente” nella cura in termini di fiducia nella terapia scelta. Meglio quindi le timide forme di apertura della Treccani alla rete e alle pratiche dei suoi abitanti in chiave <em>social</em>, come le pillole su Twitter, le piccole dosi su Facebook e YouTube che la portano a confrontarsi quotidianamente con le conversazioni del pubblico del web e che dietro all’idea della semplice immunizzazione potranno nel tempo fornire il senso della mutazione.</p>
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		<title>Spinoza, il sito serissimo che fa ridere l&#8217;Italia</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Feb 2010 08:31:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Boscarol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nato nel 2005 per sorridere sulla contemporaneità, oggi il progetto collettivo di satira politica e di costume gestito da Alessandro Bonino e Stefano Andreoli è una rivelazione dentro e fuori dalla rete]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.spinoza.it">Spinoza</a> è uno di quei rari siti che non ha grande bisogno di presentazioni. Letteralmente esploso nell’ultimo anno (ha anche vinto il premio come miglior blog in assoluto alla <a href="http://www.blogfest.it/">Blogfest</a> del 2009), è un sito di battute satiriche sull’attualità. Il pool di autori originali oggi coordina l’intenso lavoro di una comunità che propone le battute sul forum e che vengono poi filtrate, assemblate e confezionate nei post del blog. I due “papà” di Spinoza sono <a href="http://eiochemipensavo.diludovico.it/">Alessandro Bonino</a>, suo primo iniziatore, e <a href="http://stark.diludovico.it/">Stefano Andreoli</a>, curatore effettivo del sito da un paio d’anni.<span id="more-2036"></span></p>
<p>«Io e Stefano ci siamo conosciuti in rete. Io sono di Cuneo, lui è di Cesena, ci siamo incontrati dal vivo solo dopo aver già fatto mezzo libro insieme», spiega Alessandro Bonino, confermando la spiccata tendenza della rete a mettere assieme interessi al di là di un vincolo geografico che un tempo sarebbe risultato insormontabile. Il libro fatto assieme è <em>Sempre cara mi fu quest’ernia al colon</em> (Mondadori, 2007), il primo libro di <a href="http://www.fincipit.it">fincipit</a>, cioè romanzi raccontati con una frase d’inizio (l’incipit) che però chiude seccamente l’intero romanzo con una virata umoristica. Quasi una variante comica di un gioco enigmistico. E Andreoli difatti è un enigmista, mentre Bonino, oltre ad aver vinto il premio per il miglior blog letterario nel 2008, scrive su più fronti (Agenda Comix, L&#8217;Accalappiacani e altri). Con Alessandro chiacchieriamo del progetto Spinoza.</p>
<p><strong>Quando è nato Spinoza e perché?</strong></p>
<p>Spinoza è nato nel 2005, l’ho creato senza avere nessuna direzione particolare, se non quella di occuparsi di contemporaneità. Nel mio blog ho sempre avuto remore a occuparmi di contemporaneità, perché finisce sempre che mi chiedo: ma se uno arriva qui tra cinque anni, lo capisce questo post? Quindi ho creato Spinoza, che aveva quel fine lì preciso. Poi ho invitato diversi amici, e a un certo punto era chiaro che il fine di Spinoza era la satira, politica e di costume. Stefano ha cominciato a occuparsene sempre di più ed è diventato lui il vero, diciamo, direttore artistico di Spinoza. Quando i commentatori hanno cominciato a inondare il sito di battute papabili di pubblicazione abbiamo lanciato il forum, con dentro il <em>Laboratorio permanente di satira</em>: è da lì che nasce Spinoza.</p>
<p><strong>Spinoza ha avuto subito una buona accoglienza o per un periodo è stato in &#8220;incubazione&#8221;?</strong></p>
<p>L’ascesa di Spinoza è stata un lungo percorso, ma la scintilla vera è propria è stata la vittoria del centrodestra nelle elezioni del 2008. Poi ci sono stati alcuni post che sono esplosi, come quelli sull’elezione di Obama o sulle morti eccellenti <a href="http://www.spinoza.it/2009/riposi-in-ace">di Michael Jackson</a> e <a href="http://www.spinoza.it/2009/gira-la-ruota">di Mike Bongiorno</a>, per esempio.</p>
<p><strong>È possibile tradurre Spinoza in qualcosa di più di un <em>pet project</em>? Ovvero, si può provare a ricavarne un qualche guadagno, e come?</strong></p>
<p>Chi lo sa. Certo, la popolarità di Spinoza c’è, ed è in aumento, ma l’idea di farne zainetti e agendine è ancora lontana. Per il momento speriamo in alcune collaborazioni crossmediali, come diceva uno, poi si vedrà.</p>
<p><strong>Spinoza si è progressivamente aperto agli aspetti sociali, inserendo un forum, e poi <a href="http://twitter.com/spinozait">Twitter</a>, <a href="http://www.facebook.com/spinoza">Facebook</a> e ora l&#8217;<a href="http://cafe.spinoza.it/">aggregatore</a> dei blog degli autori. Quali sono i pro e i contro (in termini per esempio di selezione dei materiali, di moderazione, di &#8220;rumore&#8221; della conversazione) di questo sviluppo?</strong></p>
<p>L’allargamento alla socialità è venuto spontaneamente: quando i commenti che proponevano battute sono diventati ingestibili per via della quantità, abbiamo creato il forum, che ha avuto un successo strepitoso, ora abbiamo diverse migliaia di utenti, e quasi tutti attivi. Twitter ci è venuto in mente per la sua velocità e stringatezza, ottimo per le breaking news; Facebook per il suo essere radicato e onnipresente; e il Café, un vero caffè filosofico, è per dare visibilità a chi veramente fa Spinoza, e far vedere cosa fa quando non fa Spinoza. Spinoza, adesso come adesso, richiede molto molto più tempo di quanto ne richiedesse un paio d’anni fa, sicuramente. Ma abbiamo scoperto, Stefano in particolare ha scoperto, degli autori che hanno veramente una marcia in più, e che fanno sì che Spinoza sia quel che è. Senza gli autori che sono arrivati dai commenti prima e dal forum dopo non saremmo qui a parlare di Spinoza com’è adesso. La vera anima di Spinoza è nel suo essere sociale: sarò di parte, ma per me è una meraviglia tutte le volte. Questa è la rete, e le menti della rete, ovunque esse abitino, quando si incontrano, possono fare delle cose che da sole non avrebbero potuto. Io amo la rete, e Spinoza simboleggia benissimo il perché la amo. Se ci penso, è inspiegabile. Però se ci penso m’illumino.</p>
<p><strong>La formula della serie di battute, legate a temi di attualità, sembra molto adatta ai tempi, sia di scrittura che di fruizione, della rete. Avete in programma cambi di format?</strong></p>
<p>Per ora no.</p>
<p><strong>Sul forum è nata una piccola polemica quando Luttazzi ha deciso di aprire ai lettori la sua Palestra, che di fatto è anch&#8217;essa una collezione di battute su temi di attualità&#8230;</strong></p>
<p>Ma sì, quando è nata La palestra di Luttazzi, a molti nel forum è sembrato che la nostra formula fosse stata palesemente copiata. Noi abbiamo una visione un po’ diversa, d’altronde è possibile che ce l’avesse in mente da tempo. D’altro canto, se avesse preso spunto da noi non potremmo che esserne orgogliosi, visto che molte cose di Luttazzi sono dei capolavori.</p>
<p><strong>È vero che avete trovato alcune vostre battute riprese da comici televisivi? Come vi ponete nei confronti della protezione dei diritti sul materiale?</strong></p>
<p>Ce ne sono stati alcuni, sì. A noi sembra una cosa di una bassezza intollerabile. È come se io prendessi un racconto, chessò, di Cortazar, e lo pubblicassi come se l’avessi scritto io. Sarebbe un marchio d’infamia. Sai, noi veniamo dalla cultura della rete, e la rete funziona a citazioni, a link, a attribuzioni, lo stesso Google funziona pesando i link secondo la loro importanza, e quindi crediamo che il link sia importantissimo. E il link, nella vita reale, è l’attribuzione, e l’attribuzione non è possibile dimenticarla. Se ci citi, è obbligatorio che tu attribuisca il materiale alla fonte a cui hai attinto. Se non lo fai, sei fuori dai giochi. A parte la licenza Creative Commons, c’è sul sito, in ogni pagina, la scritta <em>Riproduzione riservata</em>. È perché c’è la diffusa opinione, nel mondo dei media tradizionali, che ciò che c’è in rete sia gratis. È una percezione sbagliata. È frutto di anni di identificazione della rete con alcune parti di essa. No ragazzi, sulla rete funzionano le leggi normali, le leggi dello stato, non ve ne siete accorti ma è così.</p>
<p><strong>Il caso di Barbareschi (che in una sua trasmissione ha usato alcune vostre battute e si è difeso dicendo prima che alcuni suoi autori collaborano con Spinoza e poi che voleva provocare) sarebbe stato risolto semplicemente accreditando il sito in trasmissione, o le battute sono dei relativi autori e la cosa dunque fuori dal controllo di Spinoza?</strong></p>
<p>Barbareschi, a quanto ho visto in un video che mi hanno mandato, ha fatto cinque battute, di cui quattro prese da Spinoza. Avrebbe dovuto citare il sito da cui le ha prese, qualunque esso fosse, anche se le avesse prese da un blog sconosciuto. E invece ha detto “Certe volte i miei autori scrivono delle cose che io non capisco”, attribuendo cose altrui allo staff del suo programma. Per poi rimangiarsi tutto dicendo che quattro dei suoi autori sono dentro Spinoza (se lo sono veramente, non l’abbiamo ancora scoperto, ma senz’altro non sono gli autori di quelle battute), e fare ancora voltafaccia dicendo che la sua era una provocazione. Lasciamo perdere, quelli sono personaggi che valgono davvero poco. Per quanto riguarda gli autori, essi concedono esplicitamente l’assenso all’uso delle battute da parte di Spinoza, quindi se si cita Spinoza quando si citano le battute va bene, è prassi consolidata, anche se ovviamente sarebbe meglio citare anche l’autore: purtroppo non è così immediato arrivarci.</p>
<p><strong>Voi usate una licenza Creative Commons per il web. Che cosa accade invece per i riutilizzi fuori dal web? Quale tutela offrono nel caso di mancata attribuzione o di riutilizzo contrario alla licenza utilizzata, le Creative Commons?</strong></p>
<p>La licenza Creative Commons non dà tutela. Semmai la toglie. Se non usassimo la Creative Commons l’alternativa sarebbe il copyright, che è il default. Noi usiamo la CC per i nostri blog da diversi anni: senza di essa teoricamente sarebbe impossibile citare alcunché. Ben venga. Se non usi i nostri testi a scopo commerciale, puoi farne quello che vuoi, previa attribuzione. Per qualsiasi altro uso, per esempio l’uso offline, basta chiedere. Basta una mail. Non ci vuole poi molto.</p>
<p><strong>Come direbbe un marchettaro: avete in programma attività offline che sfruttino il brand di Spinoza?</strong></p>
<p>Abbiamo diversi contatti, in verità, per ora non c’è niente di definito, ma domani non si sa. Pare che Spinoza piaccia, molto, anche offline. Vedremo.</p>
<p><strong>La rete offre maggiori libertà d&#8217;espressione o le stesse dei media tradizionali?</strong></p>
<p>La libertà di espressione sulla rete è data dalla facilità di accesso ai mezzi di pubblicazione. In realtà, come dicevo, valgono le leggi dello Stato, per cui stiamo molto attenti a ciò che pubblichiamo, perché se ci fossero gli estremi di una denuncia, per esempio per diffamazione, non ci piacerebbe affatto. Ogni tanto facciamo i censori, ma ci sono dei limiti che vanno rispettati.</p>
<p><strong>E in rete, quali sono i vincoli espressivi che gli autori stessi dovrebbero porsi, se ce ne sono?</strong></p>
<p>Il vincolo è il solito, non andare contro la legge. Per il resto si può fare quel che si vuole. Anche scherzare dei morti, se è il caso.</p>
<p><strong>Il vostro è un tipico esempio di sito dal design minimale di grande successo. Secondo voi la confezione ha un qualche ruolo nel successo di Spinoza o sarebbe stato lo stesso con altri &#8220;vestiti&#8221;, menu complicati, navigazione?</strong></p>
<p>Ecco, molto bella questa domanda, visto che ho lavorato tutto ieri al nuovo template, molto meno minimale, ma che si spera che permetterà a Spinoza di sopportare autonomamente i costi (crescenti con il crescere del pubblico) che finora ci siamo sobbarcati noi. Quel template era inalterato dal 2006. Speriamo che il nuovo non infastidisca troppo i lettori.</p>
<p><strong>Qual è il futuro di Spinoza?</strong></p>
<p>Soldi, donne e droghe. E il dominio del mondo.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>«Al racconto della rete ora servono eresie»</title>
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		<pubDate>Thu, 07 May 2009 08:07:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Maistrello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria digitale]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
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		<category><![CDATA[Vittorio Zambardino]]></category>

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		<description><![CDATA[Due giornalisti storicamente a cavallo tra industria tradizionale dell'informazione e rete lanciano una conversazione per ripensare la transizione digitale. Un manifesto in dieci tesi che diventerà un libro. Intervista a Massimo Russo e Vittorio Zambardino]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questa è la storia di un libro che parla di eresie e tradimenti. Il libro in realtà non esiste ancora, ma nascerà da una conversazione. La conversazione parte da un blog appena inaugurato, <a href="http://www.ereticidigitali.it/">Eretici digitali</a>, e da un <a href="http://www.ereticidigitali.it/wp-content/uploads/2009/05/eretici_digitali_def.pdf">manifesto a tesi</a>. Il manifesto a tesi racchiude il pensiero di due giornalisti, <a href="http://massimorusso.blog.kataweb.it/">Massimo Russo</a> e <a href="http://vittoriozambardino.repubblica.it/">Vittorio Zambardino</a>, che da quindici anni si sporcano le mani con la rete e con la transizione del giornalismo verso la rete. Non è tuttavia un manifesto sul giornalismo, quanto meno non solo: parla dei media in crisi, della rete in pericolo, di una politica ignorante e ossessionata, di diritti ancora da affermare, di nuove rendite di potere e dei limiti della retorica dell’innovazione. Propone di dare vita a un nuovo racconto dei media, adeguato al passaggio decisivo che rete, giornalismo e politica stanno vivendo. Eretici digitali, aggiungo per trasparenza, è un progetto che la casa editrice Apogeo ha deciso di supportare in tutte le sue fasi, dal blog al libro (che sarà pubblicato con licenza <a href="http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/">Creative Commons</a>). Apogeonline ha il piacere di presentarlo oggi per la prima volta, facendo parlare chi l’ha ideato e lo condurrà.<span id="more-599"></span></p>
<p><strong>Massimo, Vittorio, avete scelto parole drammatiche per introdurre le vostre provocazioni: eresia, tradimento, rottura. Perché vi definite eretici digitali?</strong><br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Massimo Russo:</strong> In questo momento è come se ci fossero alcune rette parallele che non si incontrano mai. Ognuno va per la sua strada e se così continuerà a essere, si avvereranno le peggiori profezie a cui noi facciamo riferimento nel nostro manifesto. Da una parte c’è un <em>establishment</em> dell’informazione che fa grande fatica a capire che deve cambiare registro, strumenti e metodo nel fare il suo lavoro. Dall’altra c’è difficoltà da parte di chi invece è nativo della rete nel comprendere i conflitti e i rapporti di potere che si stanno formando dentro la rete, con rendite di posizione nuove e già molto forti. Sullo sfondo di tutto questo c’è la politica, che non capisce o fa finta di non capire, e che quando interviene sui temi della rete o dell’informazione lo fa in modo censorio e comunque poco tutelante della pluralità e delle libertà. Sopra tutti questi livelli ci sono le piattaforme, ovvero i nuovi mediatori del potere economico in rete. Se tutte queste parallele continuano a non intersecarsi è difficile produrre cambiamento. Il loro incontro, secondo noi, è possibile ed è possibile soltanto attraverso l’eresia.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Il vostro progetto prende spunto dalla crisi che attraversa il giornalismo. Non ne fate però una questione di carta o di contratti, ma di evoluzione antropologica: si è rotto un rapporto di fiducia, è stata ritirata una delega a informare. Sarebbe potuta andare diversamente? I media potevano arrivare al 2009 in posizione di guida nella transizione digitale e nell&#8217;<em>empowerment</em> dei lettori/cittadini della rete?</strong><br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Vittorio Zambardino:</strong> Ci sono tre ambiti da tenere distinti: gli editori, il giornale come insieme di pratiche industriali e redazionali, e il giornalismo. Anche dove gli editori e l’industria dei giornali sono stati motivati a guidare il processo, e penso ad alcuni giornali americani come il New York Times o Usa Today e a giornali europei come il Guardian o come alcuni giornali scandinavi, comunque si è fallito. Dico fallito assumendo come criterio di misura l’essere sfuggiti alla crisi. Parlo della crisi preesistente a quella dei derivati e di Fanny Mae, quella che attanaglia le aziende giornalistiche, la vendita dei giornali e il mercato pubblicitario dei giornali da almeno cinque anni. Poi, al di là di alcune isole virtuose, c’è il problema della passività della comunità professionale rispetto a questa crisi. Stiamo parlando dell’Italia, ma è altrettanto vero nel mondo anglosassone: la comunità professionale ha vissuto l’avvento del digitale come un pericolo, come una minaccia. È un problema che avvertiamo in modo particolare, perché noi ci siamo sporcati le mani, abbiamo vissuto le bolle, abbiamo sempre scelto di stare in cucina, abbiamo tentato la strada della digitalizzazione del media tradizionale e della creazione di nuove forme e contenuti; crediamo insomma di aver capito come funziona questo campo. Il rischio che noi vediamo è che la crisi e il digitale facciano maturare nuove forme di comunicazione e informazione, travolgendo però la funzione della vigilanza democratica propria del giornalismo.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>MR:</strong> Non è solo questione di avere qualcuno a Bagdad o a Kabul, stiamo parlando della capacità di raccontare gli intrecci del potere economico, di saper interpretare un bilancio, di fare domande e tentare di avere delle risposte in virtù della necessità di ricostruire il senso. Se mi guardo in giro vedo, in Italia ancor meno che altrove, tentativi dal basso di fare informazione che non riescono ad arrivare a compimento. C’è ovviamente una questione di industria, di imprese, di editori, ma io la sento soprattutto come una questione di tipo professionale, rispetto alla quale siamo ancora molto lontani dal veder fiorire qualcosa di nuovo.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Riprendo allora la domanda da un’altra angolazione. Forse se giornali e televisione avessero affrontato per tempo i temi della transizione, raccontando ai propri lettori e telespettatori una rete che non fosse soltanto finanza, cronaca nera e gossip, oggi molti più lettori, molti più giornalisti, molti più politici sarebbero in grado di comprendere ciò che sta avvenendo. Lo dico anche e soprattutto in virtù di presenze significative come le vostre nelle redazioni dei maggiori giornali. Come mai è stato ed è ancora così difficile far entrare questi temi nel racconto mainstream?</strong><br />
<strong></strong></p>
<p><strong>MR:</strong> La rete è stata percepita a lungo come <em>altro</em>. Per molto tempo si è negato a questa transizione e a tutto ciò che ci girava intorno la dignità di cultura. Poi, anche quando è stata riconosciuta come tale, è stata percepita comunque come uno spazio altro, una <em>second life</em>. Invece è completamente e pienamente <em>first life</em>: questo passaggio manca ancora al nostro mestiere, così come l’appropriarsi di tutto ciò che questa first life potenziata oggi consente.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>VZ:</strong> È il nocciolo del tema che ci siamo dati. Peraltro noi falliremo il nostro scopo se il libro sarà definito solo “un altro libro sulla crisi del giornalismo”. In effetti l’avevamo pensato così, poi ci siamo resi conto che sarebbe stato un errore. Perché la frattura non è soltanto tra tra il mondo dei giornali e la cultura digitale, è tutta la società che conta, quella che dirige, l’<em>establishment</em> ad aver operato la grande rimozione. Da questo punto di osservazione tutto è illuminato, tutto va al suo posto: i giornali che conoscono solo la categoria dell’allarme, del moralismo, dello “strano ma vero”; la politica che oscilla tra il <em>laissez-faire</em> e il normare come se fosse carta; gli psicologi, la Chiesa… È l’establishment, è la società che non ha voluto riconoscere la crescita di questa alterità. Allora il tentativo che noi stiamo facendo è di descrivere insieme questi processi di rifiuto sociale del digitale.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Non siete teneri nemmeno con i cittadini della rete, mi pare.</strong><br />
<strong></strong></p>
<p><strong>VZ:</strong> Il popolo della rete non ha saputo fare il salto verso una cultura, uso una parolaccia, <em>egemone</em>. Se leggo i blog americani sento che sto leggendo la voce dei vincitori, gente che nella propria società ha determinato l’elezione del nuovo presidente. Da noi, invece, siamo ancora degli sconfitti, dei residuali. Noi questo processo virtuoso che per conto proprio giunge a crescita e maturazione e produce innovazione nella società non lo vediamo, vediamo solo una strada tremendamente accidentata. Nel momento in cui passano i fatidici dieci anni dall’uscita dell’innovazione, si impongono forme di business lontane dall’ideale prateria dove l’erba e la terra e l’acqua erano di tutti. Oggi la terra, l’acqua e l’erba sono di alcuni: di Google, di Facebook, dei grandi aggregatori di conoscenza.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>MR:</strong> C’è una specificità tutta italiana in questo. Se tu vedi il panorama della blogosfera americana, tu hai molto spesso l’impressione di trovarti di fronte a un dibattito che nelle nicchie di pertinenza è molto elevato. Puoi non essere d’accordo, ma di qualsiasi cosa si parli hai comunque la percezione di un dibattito elevato da parte di persone che stanno portando valore nelle rispettive nicchie. Questo, leggendo i blog italiani, capita molto molto di rado. Più spesso trovi semplicemente ecolalia dei media tradizionali, ciangottio allo sciocchezzaio dell’agenda setting decisa dai media mainstream in quel giorno. Non è, questo, lo spreco di una grande occasione per portare in primo piano, anche nell’agenda dei media, questioni che solitamente non vengono trattate o vengono trattate soltanto da angolazioni scontate?<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>L’altro nodo cruciale che emerge nella vostra provocazione è il ruolo delle piattaforme, che definite non neutre, non neutrali. Potete spiegarmi meglio questo passaggio?</strong><br />
<strong></strong></p>
<p><strong>MR:</strong> Tu pensi che oggi sarebbe facile per un motore di ricerca riprodurre lo stesso tipo di innovazione che ha prodotto Google? Pensi che sarebbe possibile per le telecom e gli operatori di connettività entrare nell’arena e produrre innovazione? È possibile per chi fa produzione culturale avere pieno accesso e piena visibilità senza in qualche modo dover fare i conti con gli operatori fissi e mobili, che si trattengono una parte sempre più ampia di ricavi potenziali oppure che decidono in maniera del tutto insindacabile e a volte opinabile se puoi accedere o no alle loro piattaforme? Perché Apple deve decidere che cosa può o non può andare sul mio iPhone? Perché una volta che io ho consegnato i miei dati a Facebook o a un qualsiasi social network ho una vita difficilissima a scaricarli, riprenderli, capire quale uso ne è stato fatto? Queste secondo me sono domande centrali, che bisognerebbe che ci cominciassimo a fare. Laddove c’è una forte asimmetria di potere si rischia di rendere vane le potenzialità della transizione.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Nel 1995, quando Altavista era il miglior motore di ricerca al mondo, ci immaginavamo forse Google e la sua ascesa strepitosa? Allo stesso modo non potrebbero arrivare domani, nonostante le posizioni dominanti consolidate, pratiche che ancora non immaginiamo e che stravolgerebbero non le regole del mercato ma il mercato stesso? È davvero così drammatico il potere delle piattaforme in questo momento?</strong><br />
<strong></strong></p>
<p><strong>MR:</strong> Secondo me sì, perché c’è stato un salto di qualità. La superiorità di Google non sta più sull’algoritmo e sulla straordinaria capacità di mettere in connessione server farm e potenza di calcolo, ovvero i due fattori all’origine del decollo del motore di ricerca. Google è riuscita, così come stanno riuscendo altri nelle rispettive aree, a consolidare questa superiorità iniziale di prodotto con una superiorità economica in aree da cui è molto più difficile essere scalzati: la metà di tutti gli annunci economici che oggi passano attraverso la rete è intermediata da Google. Inoltre il divario rispetto a ogni possibile concorrente si allarga ogni giorno: Google è stata la prima azienda a capitalizzare il lavoro degli utenti sul proprio prodotto; ogni ricerca fornisce informazioni di navigazione, informazioni sulle preferenze, informazioni sulla conoscenza umana. Google è il primo vero strumento semantico. Per questo si permette di lanciare iniziative come la <em>speech recognition</em>, che non rientreranno assolutamente negli investimenti, ma che servono per immagazzinare il linguaggio umano. A meno di interventi di altro tipo, tipo antitrust, difficilmente altri operatori avranno la possibilità di avere la stessa carica dirompente.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>VZ:</strong> Sia chiaro che tutto il nostro discorso non avviene sulla base di una reazione neoluddista. Nasce invece da una passione sfrenata e da straordinaria ammirazione.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Quello che è successo nei giorni scorsi a Vittorio su Facebook &#8211; la <a href="http://zambardino.blogautore.repubblica.it/2009/05/04/oggi-denuncio-facebook/">sospensione immotivata</a> del profilo e la <a href="http://zambardino.blogautore.repubblica.it/2009/05/06/risposte-sul-caso-facebook-ovvero-in-rete-non-esiste-la-liberta/">battaglia di principio</a> che ne è conseguita &#8211; è un buon esempio della vostra tesi sull&#8217;<em>habeas data</em> (l&#8217;habeas corpus esteso alle informazioni personali). Evidentemente la tesi è stata scritta prima di questo episodio, tuttavia ne è una dimostrazione lampante.</strong><br />
<strong></strong></p>
<p><strong>VZ:</strong> L’aspetto più interessante di questa vicenda è che ho avuto molti commenti: una buona metà di questi erano ostili. L’argomento principale usato contro le mie posizioni è che se entri in un sistema e ne sottoscrivi i termini d’uso, il padrone fa quello che vuole. Siamo consapevoli dell’abisso antropologico e di civiltà che c’è in questa posizione? Sto parlando di cose vecchie e non digitali, come la politica, la civiltà, la Costituzione, la libertà di espressione. Ce le dobbiamo portare dietro queste cose o no? Quell’episodio mi ha interrotto il piacere della comunicazione con le persone. Tornare su Facebook mi dà la stessa sensazione di quando i figli sono cresciuti e tu passi davanti al luna park dicendoti: come ho potuto passare qui tante domeniche della mia vita? Però l’hai fatto. La mia battaglia culturale certamente continua.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>MR:</strong> Dovremmo pensare a un codice condiviso da far sottoscrivere ai provider e agli operatori. Non misure cogenti, ma scelte volontarie, una carta dei diritti digitali all’interno della quale si dica che il cittadino ha il diritto di sapere in qualsiasi momento che cosa viene fatto dei propri dati, come fare a esportarli, ritirarli, riprendersi il valore che lui stesso ha portato ai social network. Se l’adesione dei provider, dei fornitori di connettività, dei social network, dei motori di ricerca avviene su base spontanea, altrettanto spontanea è poi la possibilità per gli utenti di decidere se va loro bene utilizzare chi aderisce a un set di regole condivise, chi riconosce questi diritti minimi di base, oppure se a proprio rischio e pericolo desiderano avventurarsi in zone che non li riconoscono. È un rapporto adulto, ognuno fa le proprie scelte. L’aspetto insopportabile in questo momento è l’asimmetria tra chi detiene tutta la conoscenza e chi è totalmente al buio.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Ora che avete presentato il manifesto e aperto il blog, come intendete proseguire? </strong></p>
<p><strong>MR:</strong> L’idea su cui si basa tutta l’iniziativa è far nascere una conversazione attorno a questi argomenti, prima ancora che nasca il libro. Il libro è un pretesto per riportare al centro questa discussione. Abbiamo intenzione di usare tutta la strumentazione metodologica della conversazione digitale: in qualsiasi manifestazione il libro sarà disponibile e riproducibile secondo licenze Creative Commons. Vogliamo rendere il pesce pienamente compatibile con l’acquario di cui parla, nella speranza di trovare altri pesci che vogliano partecipare a questa conversazione.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>VZ:</strong> Siamo poi intenzionati a destinare ogni eventuale utile che deriverà dal libro a un’iniziativa di sviluppo del giornalismo e della cultura digitale in Italia. Non abbiamo ancora deciso forma e destinatari, potrebbe essere una borsa di studio per studenti, ma questa è la direzione che seguiremo.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Onestamente, che cosa vi aspettate da questa esperienza?</strong><br />
<strong></strong></p>
<p><strong>VZ:</strong> Vorremmo contribuire a un cambiamento del discorso, portare la conversazione su un terreno sul quale ancora non è arrivata, con spirito sereno. Non dobbiamo regolare conti in sospeso: Massimo non ce l’ha con nessuno, io i miei me li tolgo cammin facendo quando mi pare. Il libro è uno sforzo in positivo: dopo aver lavorato tanto negli ultimi quindici anni, un racconto che parta dal <em>been there done that</em> è già una buona cosa.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>MR:</strong> Io mi aspetto molto, anche se temo che alla fine si finisca per accostarsi a questi argomenti secondo paradigmi prefissati. Noi in qualche modo siamo in una terra di nessuno, lo diciamo nella parte dedicata all’<a href="http://www.ereticidigitali.it/about/">io narrante</a>: la nostra corporazione non ci riconosce più; la rete tende a espungere il conflitto e qualsiasi ragionamento sul senso, nel migliore ci dice che siamo dinosauri morenti. La nostra speranza è che si possa fare come una volta nei saloon, lasciare le pistole fuori ed entrare disposti a discutere e a mettersi in gioco. La grande eresia che noi chiediamo è proprio questa: mettersi in gioco.</p>
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		<title>La Casa Bianca alla prova della trasparenza</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Jan 2009 09:15:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonella Napolitano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Barack Obama non aveva ancora terminato il suo giuramento da presidente quando il nuovo sito istituzionale è andato online, prima testimonianza visibile della politica di apertura e partecipazione a lungo predicata dal nuovo capo di stato]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In qualche modo si tratta del primo dato tangibile dell&#8217;amministrazione Obama, qualcosa che è possibile confrontare con le promesse della lunghissima campagna elettorale. I precedenti, inoltre, sono di livello altissimo: il lavoro innovativo svolto dallo staff di Obama farà scuola sia per quanto riguarda la campagna elettorale che nel periodo di passaggio di consegne tra elezione e insediamento. In quasi due anni di campagna <a href="http://my.barackobama.com/">MyBarackObama.com</a> è riuscito a dare vita a un social network che  ha aggregato, motivato e mobilitato un numero di persone senza precedenti.<span id="more-353"></span></p>
<p>In soli due mesi e mezzo <a href="http://change.gov/">Change.gov</a> &#8211; il sito che lo staff di Obama ha realizzato tra l&#8217;elezione e l&#8217;insediamento per comunicare coi cittadini &#8211; è forse andato anche oltre, con una piattaforma di comunicazione e di confronto aperto, costantemente aggiornato sull&#8217;operato del gruppo al lavoro impegnato nelle operazioni di transizione. Le aspettative, insomma, sono elevatissime e le analisi del nuovo sito istituzionale non si sono fatte attendere, tra entusiasmo iniziale e critiche nemmeno troppo velate per l&#8217;approccio non così innovativo come sperato.</p>
<h5>Il sito obamizzato</h5>
<p>La prima considerazione è di impatto: il sito della Casa Bianca si è «obamizzato», <a href="http://www.engagedc.com/2009/01/21/the-new-whitehousegov/">sostiene il consulente repubblicano Patrick Ruffini</a> facendo riferimento alla grafica del sito della campagna elettorale del neo-presidente e di Change.gov. A eccezione del logo della Casa Bianca e di un analogo schema di colori di fondo, in effetti il nuovo sito non somiglia a quello precedente. Al centro c&#8217;è un banner di immagini e messaggi e, subito sotto, tre colonne con gli ultimi post del blog, i temi più importanti del momento e, almeno per ora, il video del <a href="http://www.whitehouse.gov/blog/the_whistle_stop_tour/">Train Tour</a>, il viaggio verso la capitale che il presidente ha fatto in treno in occasione delle cerimonie di insediamento.</p>
<p>Oltre alle sezioni più classiche sul governo e la sua agenda, è in evidenza la cosiddetta <a href="http://www.whitehouse.gov/briefing_room/">Briefing Room</a>, un&#8217;area dedicata alla comunicazione che comprende un blog, la presentazione dei 43 presidenti precedenti, i messaggi settimanali alla nazione sotto forma di video (<a href="http://www.youtube.com/view_play_list?p=15511AD488EE8A38">Obama aveva già cominciato</a> nel periodo del passaggio di consegne) e altre pagine che conterranno atti e documenti ufficiali della presidenza Obama.</p>
<p>C&#8217;è ancora qualche bug e Ruffini fa qualche lieve critica, ma in generale apprezza l&#8217;organizzazione del sito, efficace nel veicolare messaggi di rilievo, e il metodo con cui il tutto viene portato avanti. L&#8217;ex-consulente della campagna elettorale di Bush nel 2004 non risparmia però una frecciata nel finale: WhiteHouse.gov è un sito costruito utilizzando un formato proprietario di Microsoft, che cosa ne penseranno gli entusiasti di Obama appartenenti alla community dell&#8217;open source?</p>
<h5>Il nuovo rapporto con i cittadini</h5>
<p>«Questo è solo l&#8217;inizio del nostro impegno per dare a tutti gli americani una finestra sull&#8217;operato del governo». La promessa non potrebbe essere più chiara e impegnativa, specie perché viene ribadita nel post inaugurale del primo blog presidenziale. Questa sembra essere la grande novità, sia per lo strumento che per l&#8217;approccio al rapporto con i cittadini. Il blog verrà gestito da varie persone e <a href="http://www.whitehouse.gov/blog/change_has_come_to_whitehouse-gov/">il primo post</a> è affidato a Macon Phillips, direttore della sezione New Media della Casa Bianca. Secondo Philips, l&#8217;azione del governo Obama su internet si articola secondo tre aspetti: comunicazione, trasparenza e partecipazione.</p>
<p>Il  blog promette di comunicare tempestivamente le novità di rilievo. Phillips segnala la disponibilità di un feed Rss per il blog e invita a iscriversi agli aggiornamenti che saranno inoltrati via email da parte del presidente e dell&#8217;amministrazione. I primi contenuti riguardano il discorso dell&#8217;insediamento con la pubblicazione del testo e del video (proveniente dal <a href="http://www.youtube.com/user/whitehouse">canale ufficiale della Casa Bianca</a> su YouTube) e quello in ricordo di Martin Luther King risalente al 19 gennaio scorso. In questo momento, però, i post non sembrano essere ordinati nel consueto ordine cronologico inverso: resta da vedere se si tratti di una scelta definitiva o provvisoria, forse dettata dal voler mettere in evidenza il primo post di spiegazione.</p>
<p>Durante la campagna elettorale e nei mesi di transizione si è puntato moltissimo sulla trasparenza amministrativa, promettendo la disponibilità di documenti online, organizzati in modo semplice. L&#8217;impegno è anche quello di esporre con chiarezza le decisioni e priorità governative, grazie alla pubblicazione delle decisioni presidenziali. Fino ad ora le decisioni sono andate nella giusta direzione, ma questa politica verrà messa alla prova molto presto, sostengono i commentatori.</p>
<p>Quanto alla partecipazione: nel primo post viene anche segnalata la decisione di pubblicare tutti i provvedimenti non urgenti e di consentire per cinque giorni la possibilità di controllarli e commentarli: una sfida significativa in termine di gestione delle informazioni, probabilmente senza precedenti. Questo tipo di azione riprende in realtà diversi tentativi di progetti collaborativi indipendenti per la revisione delle leggi e l&#8217;apertura al contributo dei cittadini: il più importante è <a href="http://publicmarkup.org/">PublicMarkup</a>, creato dalla Sunlight Foundation, una fondazione molto attiva sul fronte della trasparenza dell&#8217;apparato pubblico.</p>
<p>Ad ogni modo le dichiarazioni sul primo post e da parte dello staff fanno però pensare che questo sia davvero solo un inizio e che ancora altro verrà fatto in termini di apertura alla partecipazione dei cittadini.</p>
<h5>Le critiche</h5>
<p>«La Casa Bianca dovrebbe rimandare a posti dove le nostre menti possano essere nutrite con nuove idee, prospettive, luoghi, punti di vista, cose da fare, modi in cui possiamo fare la differenza. Dovrebbe prendere rischi perché questa è la realtà: siamo tutti enormemente a rischio». <a href="http://www.scripting.com/stories/2009/01/21/theWhiteHouseWebsite.html">L&#8217;osservazione viene</a> proprio dal padre dei blog, Dave Winer, certamente non impressionato nel vedere questo strumento usato all&#8217;interno del sito del governo del suo paese. Lo scetticismo di Winer è motivato dal suo desiderio che il sito del governo americano diventi uno spazio pubblico, un luogo di dialogo tra governo e cittadini, un punto di incontro tra gente proveniente da diversi settori affinchè possa entrare in contatto. Certo, conclude Winer, «non deve essere necessariamente su whitehouse.gov ma perché no? Perché aspettare?».</p>
<p>La prima e più evidente critica è la mancanza di commenti: come si può parlare di comunicazione innovativa se non c&#8217;è dialogo? Il dibattito avviene già nei commenti allo stesso post di Winer e riprende varie posizioni presenti in Rete. Un sito come Whitehouse.gov creerebbe moltissimi problemi nella gestione dei commenti, sia per la quantità che per il tipo di commenti che potrebbero arrivare: in molti notano come sul blog della Casa Bianca questa gestione richiederebbe un enorme dispendio di tempo e attenzione, oltre a una precisa policy sui commenti con numerose implicazioni legali.</p>
<p>La fondamentale differenza con la presenza di un candidato, o anche di un presidente, su varie piattaforme è che queste non sono siti del governo e, quindi, non sotto la sua diretta responsabilità. Senza entrare in interpretazioni del Primo Emendamento, che garantisce la libertà di espressione ai cittadini, basti considerare, per contro, il fatto che generalmente non ci si aspetta che lo staff di Obama risponda ai commentatori su piattaforme esterne come YouTube: l&#8217;account ufficiale è stato in effetti aperto tre giorni fa lasciando i commenti aperti ai video inseriti.</p>
<p>Altri fanno notare che Obama non usa questi nuovi strumenti per dialogare con i cittadini, ma utilizza canali innovativi per comunicare con loro. Secondo queste voci il cambiamento dell&#8217;amministrazione si misurerà quando ci saranno leggi e temi importanti in discussione e il governo dovrà davvero dare seguito alle promesse di trasparenza: la sfida più grossa, dicono in molti, sarà rendere altrettanto trasparenti anche i siti delle altre agenzie governative.</p>
<h5>Le novità e le opportunità</h5>
<p>Sul versante copyright il cambiamento è rilevante e già molto celebrato: la policy del sito stabilisce che i contenuti di terze parti siano sotto licenza <a href="http://creativecommons.org/licenses/by/3.0/">Creative Commons 3.0</a>, che consente di distribuire e adattare contenuti, purché ne sia citata la fonte. Si tratta della licenza più ampia a disposizione, <a href="http://creativecommons.org/weblog/entry/12267">si fa notare</a> con comprensibile orgoglio dal blog di Creative Commons. Non va dimenticato, inoltre, che i contenuti prodotti dal governo statunitense sono – per legge federale – già di pubblico dominio e non soggetti a copyright.</p>
<p>Ma i pionieri del web guardano ancora oltre: <a href="http://radar.oreilly.com/2009/01/change-gov-becomes-whitehouse-gov.html">Tim O&#8217;Reilly considera</a>, ad esempio, il potenziale di innovazione dal punto di vista delle piccole aziende che si occupano di tecnologia. Tutto il lavoro dietro lo sviluppo di questo sito non è stato affidato alle solite agenzie con grossi contratti col governo ma da piccole società che hanno curato i vari aspetti. Secondo O&#8217;Reilly è la dimostrazione delle effettive possibilità di raggiungimento di risultati con il lavoro di piccoli gruppi, purchè abili e ben coordinati: «Penso che nei prossimi anni per chi si occupa di tecnologia ci saranno molte opportunità per fare la differenza e aiutare la nostra pubblica amministrazione a raggiungere i suoi ambiziosi obiettivi».</p>
<p>L&#8217;amministrazione Obama avrà un ruolo importante nel determinare le prossime mosse ma il contributo di tutti sarà di grande importanza, <a href="http://broadcast.oreilly.com/2009/01/government-transparency-is-our.html">spiega Timothy O&#8217;Brien</a> in uno dei blog della community O&#8217;Reilly, facendo appello agli sviluppatori di applicazioni. Molto lavoro di questo tipo viene già utilizzato in progetti indipendenti per incrementare la trasparenza sulla spesa pubblica e sui finanziamenti ai membri del Congresso. Rendere l&#8217;informazione accessibile è un obiettivo ambizioso e non lo si raggiunge in un giorno, conclude O&#8217;Brien, portando come metro di paragone il più celebre esempio in ambito tecnologico: Google, un motore di ricerca nato dal lavoro di due studenti e diventato il leader nel settore.</p>
<p>Una storia per certi versi simile a quella di Barack Obama, il candidato outsider che diventò presidente degli Stati Uniti.</p>
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