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	<title>Apogeonline &#187; Corriere della Sera</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
	<lastBuildDate>Fri, 25 May 2012 05:01:13 +0000</lastBuildDate>
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		<title>L&#8217;arma totale della neutralità della Rete</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 12:00:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucio Bragagnolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[Corriere della Sera]]></category>
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		<description><![CDATA[Non c'è via di mezzo tra la rete della libertà assoluta e la necessità che ogni persona di buon senso ne regolamenti da sé il proprio utilizzo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fa piacere notare che giornalisti come Luca Sofri del <a href="http://www.ilpost.it">Post</a> e Serena Danna del <a href="http://www.corriere.it">Corriere della Sera</a> si pongano il problema della comunicazione via Internet di qualità infima e di come questa disturbi la comunicazione propriamente detta.<span id="more-10895"></span></p>
<p>Sofri, dal proprio blog Wittgenstein, <a href="http://www.wittgenstein.it/2012/05/03/twitter-gli-hashtag-e-lo-spam/">faceva riferimento</a> a un <a href="http://www.theatlanticwire.com/technology/2012/05/twitter-torturing-social-media-nerds-hashtag-spam/51882/">articolo dell’Atlantic Wire</a>:</p>
<blockquote><p>
Che però ci sia un problema di invasione di irrilevanza e perdita di senso, lo notano in tutto il mondo. Il sito dell’Atlantic ha contestato infatti lo “spam via hashtag”, ovvero l’abuso di determinati hashtag più popolari per usi altri […]
</p></blockquote>
<p>Mentre Danna ha twittato come segue:</p>
<blockquote class="twitter-tweet"><p>E&#8217;in corso la defollowizzazione di autopromoter compulsivi, ritwittatori cronici di FF e complimenti, e di moralizzatori della Rete<a href="https://twitter.com/search/%2523addio">#addio</a></p>
<p>&mdash; serena_danna (@serena_danna) <a href="https://twitter.com/serena_danna/status/200912017547198466" data-datetime="2012-05-11T11:35:32+00:00">May 11, 2012</a></p></blockquote>
<p><script src="//platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script></p>
<p>Mi dichiaro integralmente d’accordo con l’uno e con l’altra e mica per niente <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2012/05/09/materia-trasversale">scrivevo</a> della necessità di introdurre la nuova materia scolastica dell’educazione digitale. Il problema però è sempre quello di chi abbia, o meno, l’autorità di decidere quando un <i>tweet</i> moralizza o invece ristabilisce la verità; quando un gioco di parole con l’<i>hashtag</i> sveli un carattere brillante e quando invece infastidisca il cittadino digitale creativo, educato e rispettoso.</p>
<p>Probabilmente il vero sconvolgimento comunicativo creato da Internet, alla fine, è la sua infinita neutralità, superiore a qualsiasi altro mezzo. Tanto che gli <i>ayatollah</i> iraniani vanno più per le spicce e, per esempio, <a href="http://www.google.com/hostednews/afp/article/ALeqM5jzh5OHjE_YOFj7PeAz8thcxLDXHg?docId=CNG.9db1cb87109712fd31475e3f2399e01e.251">vietano l’uso di provider esteri di posta</a>.</p>
<p>Ovviamente Danna e Sofri (più il sottoscritto, modestamente e integralmente d’accordo con loro) non hanno niente a che vedere con la censura iraniana. Il problema è sempre trovare il punto giusto in cui tracciare la linea.</p>
<p>L’unico modo per avere una Internet ricca e civile è riempirla di ricchezza e civiltà, qualunque altra cosa faccia il compagno di banco. E qui magari sposterei il discorso sull’uso non sempre limpidissimo di meccanismi automatici come mezzo per aumentare la popolarità dei siti, per esempio.</p>
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		<title>Tra catarsi mediale e resistenza attiva</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2010/11/03/tra-catarsi-mediale-e-resistenza-attiva</link>
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		<pubDate>Wed, 03 Nov 2010 07:30:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boccia Artieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Beppe Severgnini]]></category>
		<category><![CDATA[Bunga bunga]]></category>
		<category><![CDATA[Corriere della Sera]]></category>
		<category><![CDATA[Elio e Le Storie Tese]]></category>
		<category><![CDATA[Mirko Pallera]]></category>
		<category><![CDATA[Silvio Berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[Spinoza]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Cosenza]]></category>
		<category><![CDATA[Waka Waka]]></category>

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		<description><![CDATA[Analizzare come abbiamo reagito all'affaire Bunga bunga può raccontare molto della nostra società, soprattutto negli interstizi sociali antagonisti del web]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono modi diversi in cui la realtà del mondo, quella raccontata dai sistemi dell’informazione, impatta con la rete. Blog, siti di social network, forum di discussione, sono luoghi in cui questa realtà viene messa a tema, discussa, rilanciata, “trattata” come materia conoscitiva da ampliare e approfondire, come un’occasione, anche, di mettere in risonanza e connessione valori e modi di osservare il mondo. Ci sono poi modi che utilizzano la parodia, il plagiarismo, le forme di decostruzione e <em>détournement </em>del senso, eredità delle pratiche <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Situazionismo">situazioniste</a> e debitrici del lavoro di <a href="https://www.adbusters.org/">adbusting</a>. Modi che mirano alla decostruzione dei linguaggi dominanti e alla stimolazione di una visione critica a partire da rielaborazioni comunicative e visive dei messaggi. Così almeno in teoria.<span id="more-4151"></span></p>
<p>È anche qui che, sempre in teoria, troviamo forme interstiziali di una comunicazione antagonista che ha assunto forme adatte alla società dello spettacolo, alla nostra abitudine a informarci – e intrattenerci – attraverso luoghi <em>social</em> ad alto impatto comunicativo e audio-visuale. È così che le tracce del contropotere possono risiedere nelle pieghe dei video di YouTube, nella diffusione di immagini su Tumblr, nella condivisione di parodie e tormentoni sui profili di Facebook eccetera. Proviamo a dare un’occhiata prendendo come esempio una realtà recente del sistema dell’informazione che è sotto gli occhi di tutti, una vicenda complessa che mette in gioco feste notturne, possibili rivelazioni di una minorenne, un presidente del Consiglio che interviene direttamente per il rilascio della minorenne fermata dalla polizia, la partecipazione di uomini del sistema dell’informazione alle suddette feste… in poche parole: l’<em>affaire</em> Bunga Bunga.</p>
<h5>Ironia</h5>
<p>Nel contesto informativo accanto <a href="http://www.ilsalvagente.it/Sezione.jsp?titolo=Bunga+bunga%2C+Berlusconi+incastrato+dalla+telefonata+per+Ruby&amp;idSezione=8591">alla cronaca</a> troviamo immediatamente il mondo dell’informazione che si dedica a pezzi di costume che ricostruiscono e definiscono i contorni culturali della semantica del Bunga Bunga, che dalle origini di <a href="http://www.repubblica.it/politica/2010/10/28/news/bunga_bunga-tormentone-8515695/">fake culturale (Dreadnought hoax) che coinvolge Virginia Woolf</a> , passa da <a href="http://www.urbandictionary.com/define.php?term=bunga-bunga">pratiche etnografiche contro natura</a>, trova <a href="http://www.corriere.it/politica/10_ottobre_28/bunga-bunga-berlusconi-ruby_b7c597ce-e267-11df-8440-00144f02aabc.shtml">probabile applicazione</a> in un rito dell&#8217;harem di Gheddafi e approda alla formula di “barzelletteria” nostrana o che diventa <a href="http://www.adnkronos.com/IGN/News/Politica/Luca-Barbareschi-lancia-il-Bunga-Bunga-la-canzone-dellautunno_311172156316.html">lancio di una hit autunnale</a>. La crudezza della vicenda (politica) trova un immediato correlato culturale che, nel denunciare da parte dei principali quotidiani italiani, depotenzia. Basta leggere l’attacco del pezzo del Corriere nella sezione politica del 28 ottobre:</p>
<blockquote><p>Dopo il<em> Tuca tuca s</em>punta il <em>Bunga bunga</em>. Ma se il primo è un successo musicale tutto italiano, inventato dal caschetto biondo della Carrà, questo <em>Bunga bunga </em>non sembra essere «solo» un ballo sexy oppure un fiore indonesiano ma qualcosa di più.</p></blockquote>
<p>«Dopo il<em> Tuca tuca</em> <em>s</em>punta il <em>Bunga bunga»</em>? Che cosa facciamo, troviamo analogie simpatiche? Creiamo un contesto adatto per veicolare in chiave ironica e di parodia? Spostiamo il focus dall’indignazione politica alla formula – tutto sommato giustificatrice – “o tempora, o mores!”? Se no alcuni titoli di giornali come <a href="http://www.repubblica.it/motori/attualita/2010/10/31/news/mercato_auto_bunga_bunga-8606724/?ref=HREC1-4">&#8220;Mercato auto bunga bunga&#8221; Federauto lancia la polemica</a> o <a href="http://www.leggo.it/articolo.php?id=88056">Bunga Bunga Juve</a> non si capiscono. Ed è, innanzitutto, proprio sul versante della parodia e del “motto di spirito” che troviamo la diffusione del Bunga Bunga in Rete.</p>
<h5>Elio</h5>
<p>Innanzitutto con il Bunga Bunga di Elio e Le Storie Tese, parodia musicale di Waka Waka <a href="http://www.youtube.com/watch?v=JM3rB0iEUtM">che spopola su YouTube</a> (oltre 600.000 visualizzazioni e sottotitoli in lingua inglese che esplicitano i significati – neanche troppo &#8211; sottesi) e che trova forme massicce di condivisione sui wall di Facebook. Spopola in rete, ma  è un prodotto televisivo della trasmissione <em>Parla con me</em>, programma condotto da Serena Dandini su Rai3, che ha vocazione, quindi, di approcciare un pubblico allargato e televisivamente coinvolto nelle forme di narrazione del Bunga Bunga. La natura virale di questo contenuto viene <a href="http://www.ninjamarketing.it/2010/10/29/elio-e-il-bunga-bunga-waka-waka-vi-spieghiamo-perche-e-virale/">spiegata scientificamente</a> da Mirko Pallera dei Ninja Marketing:</p>
<blockquote><p>esiste una tensione culturale e psicologica latente, ovvero il disgusto -  io direi in qualche modo l’invidia (qualche psicoanalista ci potrebbe aiutare)  – relativa ai fatti di cronaca che coinvolgono Berlusconi e il suo entourage. Elio attraverso la parodia di Waka Waka  purifica, ovvero libera, questa tensione, attraverso il divertimento, il sorriso, la risemantizzazione delle emozioni positive associate al Waka Waka (musica e ballo).</p></blockquote>
<p>Anche qui: ci troviamo di fronte a una elaborazione dello shock politico attraverso una risemantizzazione delle emozioni positive di natura culturale, che valgono un po’ come scostamento dal tema, come cura emotiva di una indignazione che ha matrice sociale collettiva più che come apertura conflittuale, come momento di rottura sociale. Così i percorsi del singolo cercano di dare “senso” e di trovare una “cura” del proprio stato attraverso le forme di connessione, con linguaggi che tutto sommato ricompongono e compattano emotivamente. Ecco che su Facebook viene timidamente proposto (una sessantina di <em>friend</em>)  <a href="http://www.facebook.com/pages/Il-partito-del-bunga-bunga/163380903683210?v=wall">Il partito del Bunga Bunga</a>, anche qui come tentativo di demistificazione giocata sull’ironia e, in qualche modo, capace di sedare le inquietudini dietro una risata esplicita:</p>
<blockquote><p>In Italia ci sono tanti partiti che in campagna elettorale e anche dopo cercano di prendere per i fondelli gli elettori. Da qui l&#8217;esigenza di colmare la lacuna con un partito che, senza mezzi termini e giri di parole, esplicitasse chiaramente sin dalla nascita i suoi intendimenti. Un ringraziamento particolare va all&#8217;ispiratore di questa nuova formazione.</p></blockquote>
<h5>Twitter</h5>
<p>Oppure guardiamo lo <a href="http://search.twitter.com/search?max_id=29281103269&amp;page=2&amp;q=bunga+bunga&amp;lang=it">stream di Twitter</a> che oscilla tra natura informativa («Ruby, la egiziana del Bunga Bunga&#8230;. le foto: Questa ragazza, minorenne fino a Giovedì 11 Novembre, ha raccontato di…») e ironia da condividere («La Juve ha fatto bunga bunga alla squadra di Silvio”) fino alla sintesi di <a href="http://twitter.com/#%21/beppesevergnini">Beppe Severgnini</a>: «Waka waka, bunga bunga, passo passo, lemme lemme, terra terra, santo cielo!» (Della serie: Storia sintetica dell&#8217;Italia contemporenea).</p>
<p>Pochissimi – o quasi assenti – invece post sui blog o commenti o gruppi che trattano il contenuto politico direttamente. I contenuti generati dagli utenti seguono quindi l’onda emotiva, la tensione sociale si incanala nell’adesione e diffusione di parodie, di <em>calembour</em>, retweetta le frasi ironiche, quelle più divertenti sul Bunga Bunga, simili a strizzatine d’occhio e poche forme si arrischiano a diventare veramente graffianti –  tra le poche cose pungenti vale la pena di segnalare la satira di riferimento per la Rete, quella di <a href="http://www.spinoza.it/2010/carezzone">Spinoza</a>: «La ragazza ha svelato che il dopocena erotico era chiamato “bunga bunga”. Con i più piccoli è consuetudine dare alle cose nomi più orecchiabili».</p>
<h5>Liberazione emotiva</h5>
<p>Alla fine la maggior parte degli user generated content lavora sulla liberazione emotiva della tensione sociale, sulla formula tensione-emozione-catarsi, paradigma del virale raccontato dai Ninja Marketing e sotto copyleft (<em>le web oblige</em>). Una forma di catarsi mediale che depotenzia il conflitto e trova, tutto sommato, una sua natura consolatoria. Diciamo che pur evidenziando l’<em>errore di sistema</em> si occupa più di individuare strategie di abbassamento della tensione (mentale) che di indicare la centralità delle forme di <em>disturbo</em>, che si concede più facilmente alle dinamiche di intrattenimento, alla semplice fruizione/condivisione che all’innesco conversazione, alla produzione di contenuti propri di una cittadinanza culturale.</p>
<blockquote><p>L&#8217;errore di sistema di gran lunga più temibile è il collasso mentale della nostra specie: un’ansia strisciante, un crescente disordine della psiche, un involgarimento del discorso così graduale da non essere quasi percepito. Restiamo seduti, incantati dalla parata di bizzarrie televisive, con i suoi atti estremi, gli omicidi seriali, le irruzioni nelle case, gli assassini di celebrità, le guerre, i genocidi, senza nemmeno accorgerci dei dilaganti disturbi del comportamento, e di tutte le forme di dipendenza e di ecocidio che sono le vere notizie. (da <em>Errore di sistema</em>, di Kono Matsu contenuto su <em>Adbusters</em> 19, autunno 1997 e tradotto sul <a href="http://www.feltrinellieditore.it/SchedaLibro?id_volume=5000124">volumetto italiano</a>)</p></blockquote>
<h5>Cortocircuito</h5>
<p>Per questo le forme più interessanti mi sembrano essere quelle di resistenza attiva, di produzione di cortocircuiti tra pratiche di rete, di social networking, e diffusione di contenuti contro-culturali. Forme che non si adagiano sulla pura parodia e che compiono una doppia operazione critica: sul contenuto e sul nostro piegarci alle logiche di “sistema”, quelle stesse della Rete e del social networking. Ad esempio le pratiche di <em>spoof</em> che mirano a ridicolizzare istituzionalizzando, creando un cortocircuito tra insensatezza del messaggio proposto e contesto in cui lo si riconduce. Come il <a href="http://vincos.tumblr.com/post/1439884669/bungabunga">badge di Foursquare</a> proposto da Vincenzo Cosenza: «I just unlocked the “Bunga Bunga” badge on @foursquare». Qualcosa che “ti arriva” se produce una certa consapevolezza, una consapevolezza che ti mette in gioco in prima persona.</p>
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		<title>La lettera di De Bortoli e quel dibattito in ritardo</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Oct 2010 07:30:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boccia Artieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Felice Dalla Pasqua]]></category>
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		<category><![CDATA[Vittorio Zambardino]]></category>

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		<description><![CDATA[Il direttore del Corriere incita i suoi redattori a guardare in modo nuovo a internet e la redazione sciopera due giorni. Ne nasce un piccolo caso nazionale, che racconta molto del giornale, del giornalismo e della società (italiani)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dovremmo chiederci perché ha avuto un risalto così ampio in Rete la <a href="http://www.corriere.it/economia/10_settembre_30/lettera-de-bortoli_2d41fc98-ccd0-11df-b9cd-00144f02aabe.shtml">lettera aperta alla redazione</a> del Corriere della Sera da parte del direttore Ferruccio De Bortoli e molto meno ne hanno avuto le ragioni dello <a href="http://job.fanpage.it/corriere-della-sera-on-line-sciopero-dei-giornalisti-del-web-e-della-stampa/">sciopero di due giorni</a> indetto dal Comitato di redazione. Dovrebbero chiederselo anche i giornalisti italiani e il Comitato di redazione del Corriere. È vero, qualcuno dirà, che “la rete non è la vita reale” ed è troppo umorale e istintiva per entrare nel merito di un dibattito sindacale di ampio respiro. È anche vero che il richiamo alle ragioni della mutazione della carta stampata che corre sul web fatta dal direttore ha trovato in rete un terreno fertile. Ha cercato in modo facile dei complici.<span id="more-3905"></span></p>
<p>Ritengo però che alcune argomentazioni di più ampio respiro che De Bortoli ha trattato mettano il dito sulla piaga di un dibattito che in questo Paese non sì è stati capaci – o non si è avuto il coraggio – di cominciare con la giusta tempestività e visione. Un dibattito che la “irrealtà” della Rete ha cominciato da tempo, con i suoi modi e le sue forme, e che la “cultura viva” delle redazioni dei giornali  &#8211; vogliamo dire: dei media? – ha ignorato troppo a lungo, almeno nelle sue componenti generaliste e lobbistiche.</p>
<h5>Inaccettabile</h5>
<p>«Non è più accettabile che parte della redazione non lavori per il web o che si pretenda per questo una speciale remunerazione», scrive il direttore. E l’elenco dei suoi «non è più accettabile» mette a fuoco alcune delle sfide che ci attendono nei modi di fare informazione:</p>
<blockquote><p>Non è più accettabile che perduri la norma che prevede il consenso dell&#8217;interessato a ogni spostamento, a parità di mansione. Prima vengono le esigenze del giornale poi le pur legittime aspirazioni dei giornalisti. Non è più accettabile che i colleghi delle testate locali non possano scrivere per l&#8217;edizione nazionale, mentre lo possono tranquillamente fare professionisti con contratti magari per giornali concorrenti. Non è più accettabile l&#8217;atteggiamento, di sufficienza e sospetto, con cui parte della redazione ha accolto l&#8217;affermazione e il successo della web tv. Non è più accettabile, e nemmeno possibile, che l&#8217;edizione Ipad non preveda il contributo di alcun giornalista professionista dell&#8217;edizione cartacea del <em>Corriere della Sera</em>. Non è più accettabile la riluttanza con la quale si accolgono programmi di formazione alle nuove tecnologie. Non è più accettabile, anzi è preoccupante, il muro che è stato eretto nei confronti del coinvolgimento di giovani colleghi. Non è più accettabile una visione così gretta e corporativa di una professione che ogni giorno fa le pulci, e giustamente, alle inefficienze e alle inadeguatezze di tutto il resto del mondo dell&#8217;impresa e del lavoro.</p></blockquote>
<p>Troviamo quindi intrecciate problematiche interne al quotidiano con problematiche di sistema, spunti conoscitivi interessanti soprattutto perché vengono da dentro il mondo spesso paludato e tacciato di corporativismo del giornalismo. Non voglio però entrare qui nel merito della vicenda sindacale, le cui tappe sono <a href="http://www.ilpost.it/2010/10/01/corriere-della-sera-lo-scontro-sul-futuro/">ben raccontate da Il Post</a>, né dei piani di sviluppo del Corriere, perché sicuramente questa missiva, vale la pena ricordarlo, ha la natura del cavallo di Troia comunicativo che cela al suo interno questioni tutte interne al mondo del giornale, per quanto di rilevante interesse pubblico (<a href="http://marcocobianchi.wordpress.com/2010/10/01/il-modello-marchionne-al-corriere-via-de-bortoli/">qualcuno parla di modello Marchionne al Corriere</a>, per esempio). E trovo più che ragionevole chiedersi, <a href="http://www.stilografico.com/2010/10/01/il-corriere-che-sara-il-nuovo-giornalismo-passa-solo-dai-giornalisti-o-anche-dagli-editori/">come fa Luca Alagna</a>, se non sia una visione miope imporre cambiamenti che vengono in modo arbitrario e a senso unico dall’editore senza che sia «frutto di un mutamento culturale e professionale».</p>
<h5>Prospettiva</h5>
<p>Ma è proprio la prospettiva culturale, che si staglia visibile nel richiamo alla natura della trasformazione del giornalismo e del modo di fare informazione in questa era di transizione verso la transmedialità, che risulta efficace. Il dibattito culturale che può nascere, vale la pena ribadirlo, è già in ritardo. E deve coinvolgere più attori di sistema e non solo il mondo strettamente giornalistico. Per questo per me, <a href="http://ff.im/rq3JP">come ho già scritto e dibattuto</a> – in Rete, dove se no? – quella di De Bortoli può rappresentare una stilettata. In questo senso si tratta di una lettera importante. Senza fare del direttore il paladino del digitale, perché <a href="http://pazzoperrepubblica.blogspot.com/2010/10/de-bortoli-come-colao.html">alcune sue posizioni passate sono note</a>. L’efficacia oggi è tutta comunicativa, perché qui si chiama in causa e si parla a tutta la società e a una parte, forse, più consapevole e attenta alla mutazione in atto. Quella che ha a che fare non solo con esaltati <em>tecnofili ebookaddicted</em> ma con la trasformazione delle forme del produrre, distribuire e consumare informazioni che coinvolge le nostre vite connesse. E ha a che fare anche con le dinamiche di formazione di un mestiere del domani che oggi chiamiamo “giornalismo”, pensandolo nei modi di produzione novecenteschi.</p>
<p><a href="http://zambardino.blogautore.repubblica.it/2010/10/02/e-finita-lerba-chi-risponde-alle-domande-di-de-bortoli/">Come chiarisce lucidamente Vittorio Zambardino</a>, che di mestiere fa il giornalista ed è attento alle mutazioni della professione, «Le domande valgono pari pari per tutta la categoria giornalistica. E valgono anche per chi sta fuori – in quel mondo di tumulto che sta fra web programming e blogger, opinionisti e giornalisti che ci provano a inserirsi nel mondo dei media. È importante per capire quale strada si dovrà seguire per fare del giornalismo il “servizio sociale” libero di cui ha bisogno la società del ventunesimo secolo, per sapere in quale lingua scrivere i pezzi di oggi e domani». Per questo, forse, non ha senso “giocare in difesa”, come <a href="http://blog.debiase.com/2010/10/secoli-di-piombo-e-cambi-di-st.html">scrive Luca De Biase</a>. Aggiunge <a href="http://treviso.typepad.com/se_una_notte_dinverno_un_/2010/10/lo-scooter-e-il-camion-sottotitolo-fra-de-bortoli-e-il-cdr-io-scelgo-de-bortoli.html?utm_source=feedburner&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=Feed%3A+SeUnaNotteDinvernoUnGiornalista+%28Se+una+notte+d%252">Carlo Felice Dalla Pasqua</a>, anche lui giornalista e anche lui nel suo blog, «Fino ad ora c&#8217;era soltanto un dibattito teorico (parlo dell&#8217;Italia), ora tutte le redazioni &#8211; online e non, se la distinzione ha ancora un senso &#8211; sono chiamate a dimostrare nei fatti che hanno capito la direzione che in altri Paesi il mondo dell&#8217;informazione ha già preso da tempo».</p>
<h5>A caldo</h5>
<p>Se osserviamo <a href="http://twitter.com/#%21/search/de%20bortoli">i molti commenti su Twitter</a> troviamo una reazione a caldo, se volete, ma significativa di come le parole del direttore tocchino il cuore di chi sta vivendo online la mutazione sulle proprie spalle e di come <a href="http://www.corriere.it/economia/10_settembre_30/comunicato-cdr_95428740-cccb-11df-b9cd-00144f02aabe.shtml">la risposta del Comitato di redazione</a> sia considerata quantomeno inefficace, per non dire incapace di rispondere puntualmente. Basta leggere i tweet. Cose come:</p>
<blockquote><p>@<a href="http://twitter.com/pandemia" target="_blank">pandemia</a>: De Bortoli invita a spendersi su internet e la redazione? 2gg di sciopero! roba da matti!</p>
<p>@<a title="Cesare Bottini" href="http://twitter.com/#%21/Cecce67">Cecce67</a> La Lettera del direttore de Bortoli ai colleghi del Corriere… Quando un&#8217;era finisce e qualcuno ha il coraggio di dirlo&#8230;</p>
<p>@<a title="Giuseppe Fragola" href="http://twitter.com/#%21/giuseppefragola">giuseppefragola</a> Segnalo la lettera di De Bortoli ai colleghi; triste espressione di una elite e di un paese fermo, retrogrado, cooperativistico, VECCHIO!!</p>
<p>@<a title="lucco78" href="http://twitter.com/#%21/lucco78">lucco78</a> Liked &#8220;Io sto con i De Bortoli&#8221;</p></blockquote>
<p>Oppure la sintesi circolata in alcuni re-tweet,  che assumono la forza della diffusione condivisa: «Ferruccio De Bortoli ha ragione. Il comitato di redazione no. Punto e basta». Suscita interesse in Rete anche la prospettiva di apertura ai «talenti giovani e multimediali» – sì, lo so, dire “multimediali” è molto anni ’90 e paga lo scotto della scarsa cultura digitale del direttore – fino «all&#8217;assunzione di dieci giovani all&#8217;anno, attraverso la Rete e la selezione dagli stage universitari», che  presenta sicuramente una prospettiva nuova a chi, giovane e in formazione, abita la rete per informazione e intrattenimento e gioca su questo suo abitare anche un progetto possibile di vita lavorativa.</p>
<h5>Strategie</h5>
<p>Illusioni pseudo-illuministe? Una semplice strategia comunicativa vocata a creare consenso nella società civile? La pensa così, ad esempio, un giornalista del Corriere che vuole restare anonimo e che <a href="http://internetepolitica.blogosfere.it/2010/10/corriere-della-sera-in-sciopero-parla-un-giornalista-il-piano-di-de-bortoli-aka-marchionne-e-la-fogl.html">spiega</a> le ragioni “occulte” che starebbero dietro i fatti e conclude:</p>
<blockquote><p>Per mestiere, siamo abituati a leggere tra le righe. Ed è quello che abbiamo cercato di fare anche questa volta. Quello che abbiamo creduto di intravvedere, per quanto nebuloso, non è un buon segnale per la stampa italiana e per il Paese in generale. Il fatto che all&#8217;esterno sia spesso passato solo il concetto della &#8220;difesa corporativistica di categoria&#8221; mi conferma, purtroppo, in questa lettura.</p></blockquote>
<p>Sarà anche così ma molti di quelli che prima di leggere “tra” le righe hanno pensato di leggere i contenuti espressi “nelle” righe hanno visto un segnale di senso contrario. Che il dibattito incominci.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Vincino: «Il giornale di satira, luogo di libertà»</title>
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		<pubDate>Wed, 05 May 2010 08:00:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Boscarol</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria digitale]]></category>
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		<description><![CDATA[Concludiamo la nostra rassegna sulla satira tra carta e online con un grande maestro italiano. Che guarda alla rete con simpatia, benché - dice - non abbia ancora saputo fare il salto di qualità]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Vincino è uno di quegli autori satirici di lungo corso che non ha bisogno di presentazioni. Nel 1978, assieme a un manipolo di autori all’epoca più o meno conosciuti, fondò e per alcuni anni diresse una delle riviste storiche della satira italiana, <em>Il Male</em>. Palermitano, classe 1946, Vincino è oggi una delle firme più lunari della satira disegnata. Collabora con il <em>Corriere della Sera</em> ed è il vignettista del Foglio, il quotidiano d’opinione diretto da Giuliano Ferrara. I suoi disegni sono sberleffi surreali che raccontano una situazione ben al di là delle battute, dei botta e risposta di più facile presa. È stato anche fra i primi a sdoganare, a imporre un disegno rapido, fluido, perfetto per deformare i personaggi, lontano dai canoni estetici “ripuliti” o precisi. Uno stile acido.<span id="more-2785"></span></p>
<p>Proprio per il Foglio, la scorsa estate diede vita a <a href="http://www.ilfoglio.it/singole/1">La Caverna</a>, un concorso online per autori satirici. Già è sorprendente – secondo il luogo comune che vuole la satira schierata a sinistra &#8211; che un quotidiano di area centrodestra ospiti satira. Ancora più curioso è, che fra tutte le iniziative online che si sono susseguite nell’ultimo anno, ci sia anche il concorso per giovani autori. Con Vincino concludiamo questo nostro ciclo di riflessioni sulla satira tra carta e online, chiedendogli innanzitutto perché, in Italia, ci sono molte iniziative online ma manca la “rivista” di satira. E se questa sia una mancanza “seria” oppure no, nel panorama editoriale italiano.</p>
<p><strong>Vincino, perché non c’è più la rivista di satira, in italia, e invece prosperano online iniziative coordinate? Autori aggregati, come Mamma, Scaricabile e altri, e come la vostra, che mirava a selezionare nuovi autori. Con una vitalità di proposte e di intenzioni che su carta non si trova, o fatica a trovare spazio. Come mai? L’analisi è corretta?</strong></p>
<p>Sì, è chiaro: non esiste il giornale di satira. E il giornale di satira è il punto di riferimento per noi autori. Un luogo dove fare le proprie cose e crescere. Questa cosa manca da parecchio tempo. Con Vauro ci stiamo muovendo per rifare un giornale di satira. Io infatti sono stato condizionato fortemente dall’esperienza del Male. L’incontro con Pino Zac mi ha segnato. Pino Zac, per chi non lo conoscesse, era un autore che aveva 15 anni più di me e che alla fine degli anni ’50 fu costretto ad andare in Francia: allora era molto più difficile di oggi fare satira. Lavorò a Le Canard Enchaine per tantissimi anni e poi tornò portandoci questa esperienza qua: il modo in cui tanti autori lavorano assieme. Fondò il Male, assieme a me, a Vauro e a parecchi altri, e poi dal terzo numero se ne andò via e iniziò un’altra storia del Male che adesso qui non è il caso di riprendere (<em>è raccontata in dettaglio nel <a href="http://www.lafeltrinelli.it/products/9788817014137/Il_male/.html">libro</a> che Vincino ha scritto proprio sul Male un paio d’anni fa e che consigliamo caldamente, ndr</em>). E dopo il Male abbiamo Tango, abbiamo Zut, abbiamo Cuore, abbiamo Boxer… e poi dopo non abbiamo nulla. In realtà sottotraccia ci sono stati tanti tentativi. Da parte mia e di Vauro sicuramente. Non ci siamo arresi: forse ci riusciremo nel settembre di quest’anno, con un’idea molto strana. Vedremo.</p>
<p><strong>Cosa cambia con la rete?</strong></p>
<p>Io sono convinto che prima uno disegnava comunque, faceva le sue cose, ma prima o poi si scocciava a farlo solo per sé.  Ora grazie alla rete ha 30, 50 100 persone che le guardano ed è una specie di pubblicazione, ha un confronto… E questa è una cosa ottima. Poi però, per affinarsi, un conto è tenere un disegno in mano, rigirarselo, un conto è cliccare e vederlo su uno schermo. La guardi e la richiudi. Non te la godi.</p>
<p><strong>La rete è una buona palestra, ma poi…</strong></p>
<p>Poi abbiamo bisogno o della carta. O, anche sulla rete, di tantissimi soldi. Sulla rete c’è bisogno, per fare satira, di fare tanta animazione… per dire, le cose più forti sulla rete sono le pubblicità invasive. Entrano, si aprono… ecco, farei satira tutta così, usando questi meccanismi della pubblicità animata e invasiva. Però per farla così costa, l’animazione, la produzione. Anche di più che sulla carta. Ci vogliono tantissimi soldi. Quando ho fatto la Caverna, poi ho fatto, al termine, quelle quattro pagine nelle quali ho messo 300 vignette… perché volevo dare a tutti, anche se in piccolo, il piacere di essere sulla carta. Il poco che abbiamo potuto fare.</p>
<p><strong>Perché è nata la Caverna?</strong></p>
<p>Credo che sia nata così: un giorno mi hanno detto: sai, ora dobbiamo fare le cose online, allora ho detto: facciamo così, lanciamo un concorso. Dobbiamo dare poco, ma serio. Abbiamo deciso di dare cioè un compenso reale, quello che un giornale serio dovrebbe pagare una vignetta (300 euro), per dare alle persone il piacere di essere pubblicato e pagato come un giornale serio dovrebbe pagare. Spero sia venuto bene.</p>
<p><strong>Pagamento istantaneo: non succede mai!</strong></p>
<p>Eh, infatti, anche sul Male, io volevo pagare gli autori subito. Anche Filippo (<em>Scòzzari, ndr</em> &#8211; <em>corretto</em>), arrivava, disegnava, e lo pagavamo subito, tanto che diceva “per me il Male è il mio Bancomat”… E io ero felice, di pagarlo, che mi desse i suoi disegni. Una volta c’era Osqui , un grande disegnatore argentino, che all’epoca stava a Roma. Faceva cose sul calcio, cose storiche… contemporaneo di Quino, ma più bravo, secondo me. Allora ci fece delle cose, lo pagammo subito. Disse “ma non m’è mai successo nella vita”. È uno dei ricordi belli che ho.</p>
<p><strong>Se guardiamo alla vitalità degli autori, quella, online, c’è senz’altro. Mentre i giornali, non solo di satira, sono in crisi. Bisogna pensare all’autore solo come a un dopolavorista che si diverte e basta? Niente di male, ma non toglie libertà? Il fatto di non avere alcun tipo di protezione editoriale, banalmente, non è limitante? Non nega il ruolo della satira?</strong></p>
<p>Mah, io dico una cosa: il giornale di satira è l’unico luogo dove l’autore è libero.</p>
<p><strong>Appunto.</strong></p>
<p>E’ l’unico posto dove un gruppo di autori è libero. Noi al Male non abbiamo mai censurato nulla. Un bel giornale di satira deve avere due cose: un forte gruppo, un bel collettivo di autori, e poi deve essere apertissimo ai contributi da fuori. Uno dei numeri più belli del Male l’abbiamo fatto su una cosa che ci ha portato uno da fuori. Devi respirare quello che succede. Ora, se un giornale di satira funziona, paga anche bene. C’è stato un momento che il Male dava un sacco di soldi ai suoi autori. E ora questo non c’è. Chiaramente, lavorando per altri giornali, dipende dai direttori. E devo dirti una cosa: il direttore che mi ha censurato di meno, anzi, non mi ha censurato mai, è stato Giuliano Ferrara. E anche sulle vignette della Caverna, non c’ha mai messo becco, eravamo io e altre due persone che mi aiutavano a selezionare i materiali.</p>
<p>Ma chiaramente, ogni giornale c’ha le sue cose, le sue linee. Per esempio sulla Stampa è difficile che passi qualcosa contro le auto Fiat. E ogni giornale c’ha le sue cose, tu devi un po’ saperle. In assoluto è solo il giornale di satira che ti garantisce  la libertà di fare le tue cose. E la libertà devi un po’ conquistartela. Per dire, negli anni 90, fine anni 80, mi pare, Forattini sulla Stampa metteva Spadolini con la minchia di fuori, no? Ma io non riesco a mettere una minchia di fuori sul Corriere ma nemmeno a pagina 48! Quella è una forza che si era conquistato lui sulla base di un rapporto di forza, perché a lui il contratto glielo fece direttamente Agnelli, ebbe un contratto stupendo. Io so bene questo rapporto di forza dentro la stampa. Per dire Vauro ha avuto un rapporto di forza ottimo dentro il Manifesto. Tanto che a volte i lettori del Manifesto hanno scritto perché non erano d’accordo, ma lui è riuscito a ritagliarsi questa posizione. Ma è un rapporto di forza che ognuno si deve conquistare.</p>
<p><strong>Quindi è un rapporto che deve crescere con la redazione, con il direttore</strong></p>
<p>Esattamente.</p>
<p><strong>Ovviamente dal proprio blog, dal proprio sito non ci può essere. Il potere è sempre in rapporto a una redazione, di un giornale, un editore, che in Italia, lo sappiamo, raramente è un editore puro…</strong></p>
<p>La grande disgrazia è questa qua, che i giornali italiani sono di banche, finanzieri, di grandi fabbriche… perché se fosse un editore vero, be’, il compito di un editore vero è vendere più copie. E più la vignetta è forte, meglio è. Quando la vignetta è fiacca, non crea attenzione. Sul Male siamo proprio cresciuti su questo. Perché ogni sequestro (<em>il giornale veniva spesso sequestrato per i suoi contenuti, ndr</em>) era 5.000, 10.000 copie in più che vendevamo. Anche questo tentativo di censurare Santoro, dà a Santoro una visibilità… È andato su tutte le prime pagine di tutti i giornali, ha una visibilità che mai nessuno ha avuto.</p>
<p><strong>Lo si è visto poi anche dal successo della serata di Bologna. Qui la censura quindi crea maggior attenzione sul censurato…</strong></p>
<p>Certo, se uno è bravo e la sa sfruttare. Perché Santoro è stato bravissimo. Lo stesso non ha fatto Ballarò. Ballarò non è una trasmissione che fa casini. Santoro ha cavalcato, l’ha governata, è andato di qua, è andato di là. Si può non essere d’accordo con lui su tante cose, ma tecnicamente è stato bravissimo. Così come, tecnicamente, Vauro ha creato un modo nuovo di raccontare le vignette in televisione.</p>
<p><strong>Che prima era tristissimo, diciamolo.</strong></p>
<p>Sì, morivano. Prima di Vauro quando c’erano le vignette in televisione era una tristezza infinita.</p>
<p><strong>Anche autori bravissimi, ma…</strong></p>
<p>Sì ma tutti, ma anche io, tutti, morivamo sempre. Vauro ha trovato un modo invece, bello. Un modo che useremo anche altri, poi. Ne beneficieremo tutti.</p>
<p><strong>C’è differenza fra la libertà di stampa online e offline. E ci dovrebbe essere?</strong></p>
<p>Se dovrebbe esserci non so. Che ci sia differenza, senz’altro. Online, secondo me c’è poca. Cioè, mettiamola così: online su 100 vignette, ce ne sono 95 su Berlusconi. Quindi alla fine fanno un monumento a Berlusconi. In rete c’è poca satira su aspetti secondari. Per esempio, una delle operazioni più intelligenti in rete di satira ultimamente, qual è? E’ “la Ministronza” di Alessio Spataro. Lui prende un personaggio che non è molto conosciuto. Con intelligenza lo seziona, lo studia. Prima sulla rete e poi sulla carta. Ecco, questa è un’operazione corretta, bella, precisa, che aggiunge, racconta. Mentre le tante vignette su Berlusconi diventano esercizio di stile. Non mi aggiungono molto su un personaggio che ormai conosciamo da tutti i lati.</p>
<p><strong>Ecco, il fatto che lui sia così bravo ad attirare i riflettori, dovrebbe spingere la satira lontano da lui? E, in generale, la satira dovrebbe – inevitabilmente – riprendere l’agenda dei media, rischiando in realtà di amplificare il punto di vista di altri, o proporne una alternativa, cambiare l’ordine degli argomenti?</strong></p>
<p>Ogni bravo autore di satira dovrebbe averne una sua, di agenda. Tutti i grandi autori, da <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Scalarini">Scalarini</a>, a <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/George_Grosz">Grosz</a>… le cose che raccontava Scalarini, il modo con cui raccontava i grandi padroni della guerra, i grandi pescecani. Era un racconto bellissimo. Cioè, non raccontava solo di quanto era cattivo il re. No, lui raccontava quello che c’era dietro. A me piace questo, ecco. O come Grosz raccontava un certo ceto sociale in un periodo difficile della Germania. Ora, c’è un&#8217;Italia che non è raccontata completamente. Cioè, i Frisullo, dovrei raccontarli prima io, che il giornalista. I Frisullo che sono nel PD, ma nel PDL peggio ancora, che sono in tutti i partiti. Forse esclusi i radicali. In ogni cosa c’è un occhio della satira che racconta cose che altri non distinguono. Non deve andare dietro alle cose. Io e Vauro, perché siamo così dannati per il giornale di satira? Perché la voglia di costruire un posto dove anche altri possano lavorare, esprimersi, è legato ad uno dei momenti più belli della nostra vita. E tentare di ricostruirlo è un nostro dovere, in un certo senso.</p>
<p><strong>Al di là della satira, dagli anni ’70 fino a tutti gli ’80, c’era anche una proposta di fumetti, in generale, che oggi non pubblicherebbe nessuno. Penso anche a certe cose di Magnus, o di Pazienza, solo per fare i primi nomi che mi vengono in mente. Perché?</strong></p>
<p>In Francia è diverso, ma in Italia è così. Anche perché oggi abbiamo un sacco di autori, bravi. Eppure non so spiegarmela, questa cosa qui. Io sono un grande lettore di fumetti. Tutte le cose americane.</p>
<p><strong>Perfino lì, c’è maggior sperimentazione.</strong></p>
<p>Anche con case editrici più piccole, eh. Alcune fanno il botto, altre no, ma ci sono dei tentativi. In Francia io ne conosco tre, di settimanali di satira di grande diffusione, <em>Le Canard Enchainé</em>, <em>Charlie Hebdo</em>, e <em>Siné Hebdo</em>. La storia di Siné Hebdo è interessante. Siné è un vecchio autore, che ha fatto una cosa su Charlie che non è piaciuta (<em>è stata accusata di antisemitismo, ndr</em>), è uscito, si è messo su un suo giornale e vende 30.000 copie. Noi magari vendessimo 30.000 copie. In Italia, a fine dell’800, inizio ‘900, c’erano 30/40 giornali di satira. Sì, ce n’erano non so, tre a Bologna, 4 a Roma, a Palermo, a Torino. Anche perché erano giornali politici, molti di questi. Oggi invece…</p>
<p><strong>Ecco: qual è il rapporto fra satira e politica. Intanto, nei giornali generalisti, nei quotidiani, c’è un certo orientamento politico e la satira dunque è orientata, chiesta in una certa direzione. O si evitano comunque altre direzioni. Ma la satira dovrebbe essere uno strumento di lotta politica o uno strumento artistico?</strong></p>
<p>Assolutamente uno strumento artistico. Io credo che ogni autore di satira abbia le sue idee politiche. Ma più mette le sue idee al vaglio della satira, più fa un’operazione giusta. Più evita errori ai suoi. L’autore di satira che lavora solo come un combattente contro il nemico, fa un disastro, secondo me. È un peccato. Deve riuscire ad avere un suo controllo. Ci sono molti errori in cui può cadere un autore di satira. Uno è questo qua: quello di non mettere al vaglio della satira le sue, idee. Di non fare satira sulle sue idee, di fare solo satira contro il nemico. Un altro, è quella di diventare moralista. E ce ne sono molti altri…</p>
<p><strong>Quando sapremo se il progetto con Vauro partirà?</strong></p>
<p>Verso luglio. Vedremo e speriamo.</p>
<p><strong>La Caverna avrà un’appendice o è sospesa?</strong></p>
<p>Ne riparlo con l’editore. Forse ora che son passate le elezioni&#8230;</p>
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		<title>Pagare i giornali, ma non uno per uno</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2010/03/12/pagare-i-giornali-ma-non-uno-per-uno</link>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 08:27:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Venturini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria digitale]]></category>
		<category><![CDATA[Corriere della Sera]]></category>
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		<description><![CDATA[Le testate italiane sono sempre più orientati al pay per content. Ma se gli editori pensano di tornare a modelli pre internet e fare i soldi, rischiano di avere qualche sorpresa. C'è da imparare da Sky?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Me lo aspettavo, sapevo sarebbe arrivato ma è stata comunque una sorpresina sgradevole. Accedo dall&#8217;iPhone al Corriere della Sera versione mobile. Mi compare il temuto annuncio dalla grafica stile necrologio: «stai per entrare in un&#8217;area riservata». Se vuoi vedere il cammello, caccia la lira. <a href="http://www.businessonline.it/news/9927/News-a-pagamento-su-cellulari-Corriere-della-Sera-e-Repubblica-a-9-centesimi-di-euro-a-pagina.html" target="_blank">9 centesimi a pagina</a> che, con la fruizione che faccio io abitualmente del Corriere, significa mi conviene di gran lunga prendermi il mal di pancia di comprare la carta, che spendo la metà.<span id="more-2377"></span> Potrei passare a Repubblica sul mobile, non fosse che il contenuto di notizie &#8220;free&#8221; è stato seriamente depauperato. Quattro notizie in croce, poca roba. L&#8217;alternativa è l&#8217;applicazione &#8211; anch&#8217;essa paywallata, poco poco siamo sui 4 euro al mese, così come per il Corriere. Il mio amato New York Times tra un po&#8217; si farà pagare anch&#8217;esso e non sarà l&#8217;ultimo. Lo dicevo io, che <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/01/29/pay-per-content-e-se-si-mettessero-daccordo" target="_blank">stava arrivando</a>.</p>
<h5>Una questione di soldi, tanti soldi</h5>
<p>Certo, non mi fa piacere. L&#8217;animale economico che è in me rimpiange la perdita di contenuto gratuito. Ma quello che più di tutto mi disturba non è il dover pagare. Al di là delle inevitabili reazioni emotive ed ideologiche, sta di fatto che se la pubblicità non regge più il modello dei quotidiani online, i soldi con cui pagarsi il servizio è lecito che li facciano saltare fuori da qualche altra parte &#8211; e il modello del pay per content è sempre lì in agguato. Quello che però mi disturba è che questo sistema riporta molto indietro il mio orologio del confronto delle fonti. Mi inibisce la possibilità di sentire diverse campane, di accedere a più testate, di consumare abbondanti quantità di informazione. Questo modello, sorry, mi sa che non funzionerà.</p>
<p>Se l&#8217;abbonamento di Repubblica potrebbe essere anche conveniente, il Corriere mi sta dicendo che se voglio leggere anche loro devo raddoppiare la posta. Riportando l&#8217;orologio ai tempi pre Internet. Dunque se vorrò leggere più di una testata con un minimo di approfondimento dal mio iPhone, dovrei cacciare dei soldi francamente importanti. In alternativa legarmi a un solo carro e con tutta onestà oggi non so a quale giornale potrei mai dare l&#8217;esclusiva della mia informazione.</p>
<p>Capisco di più far pagare un abbonamento a <a href="http://robertoventurini.blogspot.com/2009/09/il-mondo-9000-euroanno-per-il-content.html" target="_blank">9000 euro l&#8217;anno</a> per una rivista che uno a 44 e rotti per un solo quotidiano. Da persona di business dico che il modello &#8220;ognuno per sé e Dio per tutti&#8221;, è corretto dal punto di vista della concorrenza. Dal punto di vista dell&#8217;uomo di marketing (e consumatore &#8220;heavy&#8221;) dico che rischia di dare una botta al mercato. E forse, lo sappiamo, è meglio avere una fetta un po&#8217; più piccola di un mercato grosso che una bella fettona di un mercato ridicolmente piccolo. Insomma, se nel mondo del content e di internet le idee non sono generalmente chiare, qui proprio le idee sono confuse. E senza una via di uscita, applicare piani tariffari che mirino alla &#8220;ne resterà uno solo&#8221; rischiano di rompere il giocattolo.</p>
<h5>Una bella tassa o Sky?</h5>
<p>Una possibile soluzione etico/ideologica potrebbe essere una bella legge di intervento pubblico a sostegno dell&#8217;editoria digitale. Diamo a tutte le testate un contributo annuale dallo stato e loro in cambio liberalizzano l&#8217;accesso al contenuto su Internet e mobile. Chiamiamola &#8220;diritto all&#8217;informazione digitale&#8221;. A parte il fatto che, di questi tempi e col deficit pubblico che abbiamo, sarebbe divertente capire da quale parte del bilancio statale potremmo far saltare fuori quei soldi. E comunque l&#8217;approccio assistenzialistico, l&#8217;ombra del carrozzone, il potenziale di ricatto (diamo i soldi sì, ma solo a quelle testate che&#8230;) non sarebbe per niente 2.0</p>
<p>Io mi sto veramente domandando se il modello giusto non ce l&#8217;abbia Sky. Onestamente: non avrei mai fatto un abbonamento a Nat Geo, uno a Fox, uno a MTV, uno a Discovery, pezzo per pezzo, euro per euro, costi che si sommano, complicazioni che crescono. Una bella flat fee mensile che combina più fornitori di content, invece, l&#8217;ho sottoscritta con piacere. E poi sono cavoli loro come si suddividono le revenue, io intanto navigo (pardon, guardo la tv) libero e sereno, galoppo per le verdi praterie del contenuto televisivo (in media per 20 minuti al giorno). Forse quella è la strada che si potrebbe prendere per il Pay per content. O si può chiedere di fare una scelta monodirezionale, monotestata a pagamento. In quel caso, mi dispiace, sarò ancora tanto 1.0 ma in modalità mobile c&#8217;è sempre il sano quotidiano sul tavolino del bar.</p>
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		<title>Viareggio, i cittadini e l&#8217;urgenza di comunicare</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Jul 2009 09:43:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Sofi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Quinta di copertina]]></category>
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		<description><![CDATA[Venti minuti in podcast tra ritagli di carta e bit, in compagnia di un ospite. Oggi con Alberto Macaluso, progettista web che la notte della tragedia ferroviaria di Viareggio ha curato un aggiornamento costante dei fatti sui social network. Con lui parliamo dei pregi e difetti del cosiddetto citizen journalism]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.apogeonline.com/wp-content/uploads/2009/07/038_newqdc_01072009.mp3">Download audio file (038_newqdc_01072009.mp3)</a></p>
<p>I nuovi media sono spesso come il medico presente in sala prima che arrivi l’ambulanza, che si trovano ad affrontare situazioni di emergenza senza volerlo e senza che sia previsto o atteso. In alcuni casi tragici e terribili – come l’esplosione che ha squassato vite umane e palazzi a Viareggio – i semplici cittadini, testimoni oculari dei fatti, sono anche quelli che possono raccontare prima di tutti gli altri quello che accade grazie a cellulari sempre connessi, fotocamere e videocamere digitali. Un racconto che si espande nel web sociale e che sempre più trova plurimi contatti e cortocircuiti con i media tradizionali – che da una parte temono quella che alcuni ancora considerano concorrenza illegittima dall&#8217;altra si nutrono di queste produzioni &#8220;dal basso&#8221;, contenuti informativi amatoriali nella fattura ma vividi e emozionanti per punto di vista e forza testimoniale. Nelle scorse settimane abbiamo parlato anche di questo, prima con <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/06/18/liran-e-il-web-che-cambia-il-mondo">Giuseppe Tempestini</a> e <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/06/25/liran-twitter-e-i-mille-occhi-dei-nuovi-media">Luca Alagna</a>: entrambi intorno alla protesta in parte analogica e in parte digitale in Iran. Oggi parliamo della tragedia di Livorno e del racconto che ne è stato fatto sul web con <a href="http://rabenblog.eraben.com/">Alberto Macaluso</a>, giovane progettista web che abita a 300 metri dalla stazione e che quella notte e i giorni successivi ha raccontato e aggiornato su quello che vedeva e succedeva. <span id="more-677"></span>«<em>Io stavo in giardino a circa 300 metri dall&#8217;esplosione, stavo facendo una cena con gli amici, e guardavo il cielo: il cielo ha nettamente cambiato colore e subito dopo sono comparse in alto una serie di lingue di fuoco. In quel momento le ho pensate tutte: una caldaia, una bombola di gas del palazzo di fronte. Tutti correvano verso il mare, io sono andato dall&#8217;altra parte, cercando di capire se qualcuno aveva bisogno di aiuto: sono arrivato vicino alla ferrovia con macchina fotografica (sono un appassionato e la porto sempre con me) e cellulare e ho iniziato a scattare foto, non so nemmeno bene perché – ormai ero lì e mi è sembrato naturale aggiornare i miei contatti su quello che vedevo. E via via che mi chiamavano nella notte, io li rimandavo a twitter o friendfeed o facebook, era anche un modo per comunicare con loro, che erano molto preoccupati, in una volta sola</em>».</p>
<h5>Cellulare e citizen journalism</h5>
<p>I primi aggiornamenti (testo, foto e video) sono stati fatti via cellulare: «<em>Tranne le foto in alta risoluzione, tutto è stato fatto via cellulare (e non era nemmeno un cellulare di ultimissima generazione, peraltro con problemi alla batteria: ho passato parte del tempo a cercare un modo per caricare la batteria). Ho usato <a href="http://www.shozu.com/portal/index.do">Shozu</a> per aggiornare simultaneamente i vari social network. La qualità era scarsa, ma ho pensato che la qualità l&#8217;avrebbero avuta dai media tradizionali poche ore dopo, lì per lì ho pensato che fosse più utile aggiornare sulle notizie il più velocemente possibile, senza stare a pensare troppo alla qualità del prodotto</em>». Sul citizen journalism, Alberto dice: «<em>Chi fa il mestiere del giornalista è giusto che lo continui a fare. Noi non dobbiamo fare i giornalisti, noi siamo dei citizen appunto, dei cittadini qualunque, che se si trovano in un&#8217;occasione in cui possono fare informazione è giusto che la facciano. Poi ci sono sempre più punti di contatto tra i due mondi, anche se non sempre ci si comporta in maniera corretta: quella sera mi ha chiamato la Reuters dalla Germania, mi hanno chiesto le foto e mi hanno offerto le foto, io ho risposto loro che le foto erano in copy left e che non volevo dei soldi, volevo che quella informazione girasse e che quelle foto venissero viste. Al contrario ho notato che sia Repubblica.it che Corriere.it hanno pubblicato alcuni miei video senza mettere nemmeno un riferimento. Questo mi è molto dispiaciuto. Se vi è una filosofia dietro il citizen journalism, così come anche il copy left, è giusto che anche loro ne seguano le regole: usino questa risorsa, senza abusarne</em>».</p>
<p>Articoli segnalati e risorse:</p>
<ul>
<li>il <a href="http://rabenblog.eraben.com/">blog &#8220;ufficiale&#8221;</a> di Alberto Macaluso</a></li>
<li>Canali social: l&#8217;aggregazione su <a href="http://friendfeed.com/raben">Friendfeed</a>,<br />
 il suo canale twitter <a href="http://twitter.com/rabendeviaregia">@raben</a> e su <a href="http://rabendeviaregia.tumblr.com/">tumblr</a></li>
<li>Multimedia: il profilo di raben <a href="http://www.flickr.com/photos/39486454%40N00/">su flickr</a>, video su <a href="http://www.youtube.com/profile?user=rabendeviaregia">You Tube</a></li>
<p></Ul></p>
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