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	<title>Apogeonline &#187; complessità</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
	<lastBuildDate>Tue, 14 Feb 2012 09:09:58 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Internet? Dovremmo farla più intelligente</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/11/06/internet-dovremmo-farla-piu-intelligente</link>
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		<pubDate>Fri, 06 Nov 2009 07:45:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Venturini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[complessità]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza collettiva]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
		<category><![CDATA[social network]]></category>

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		<description><![CDATA[Di morale, di società e di cambiamenti culturali. La provocazione della settimana scorsa ha sviluppato un dibattito ricco, ripartiamo da "noi" e da "loro"]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie (citando <a href="http://www.lafeltrinelli.it/products/9788807840463/Grazie/Daniel_Pennac.html?prkw=feltrinelli&amp;aut=246704&amp;cat1=1&amp;srch=0&amp;layout=2&amp;page=1">Pennac</a>). Grazie a tutti quelli che sono entrati in una conversazione centrata <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/10/30/internet-dovrebbe-essere-piu-stupida">sul mio precedente articolo</a>, quello che sostiene che Internet, se vogliamo allargarne la portata, dobbiamo farla <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/10/30/internet-dovrebbe-essere-piu-stupida">più stupida</a> (in realtà più <em>semplice</em>). E comunicarla meglio. Quello che parlava della differenza tra &#8220;noi&#8221; che facciamo i siti e/o ci godiamo appieno il mondo del digitale e &#8220;loro&#8221; che al mondo della rete sono alieni. Perché questa, in fondo, è un&#8217;altra forma di digital divide: chi vive la Rete e chi ne è fuori, e non la capisce, trovandola inutile o pericolosa.<span id="more-1218"></span></p>
<p>Questione di educazione, dicono molti che hanno commentato il pezzo. Vero, anche se preferirei parlare di cultura. E la cultura non è una cosa che si formi a scuola, dove al massimo si può tracciare una strada da seguire poi personalmente. Perché il problema vero non è la tecnologia, né l&#8217;usabilità. Il problema è che la Rete ha portato con sé un cambiamento culturale stridente, una serie di modelli di comportamento che urtano violentemente coi paradigmi passati.</p>
<h5>Preconcetti</h5>
<p>Oggi ancora ne ho avuto un esempio: una persona che non capiva, guardando Twitter, perché la gente lo usasse, perché voleva far sapere agli altri i fatti propri, e catalogava questa pratica come forma estrema di alienazione, di sostituzione dei contatti reali con altri virtuali, di morte delle amicizie sostituite da fantasmi digitali. Noi sappiamo che spesso invece i social network ci aiutano ad amplificare le relazioni, non  a svuotarle (benché per qualcuno sia comunque vero proprio il contrario). Come è possibile farlo capire a gente che ha un&#8217;impostazione mentale totalmente, radicalmente ancorata su modelli di comportamento &#8220;tradizionali&#8221; (non dico meno validi, sia ben chiaro)? Che quando osserva e prova vede una realtà ovviamente filtrata dal proprio  pre-concetto, interpreta cose sconosciute sulla base di schemi e parametri conosciuti da tutta una vita?</p>
<p>La rivoluzione della rete potrei compararla al <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Flower_power">Flower Power</a> del movimento <em>hippie</em>, un modo diverso di intendere le relazioni sociali che sconfinava nel libero amore e in un distacco dal consumismo e che sconvolse gli americani (e non solo) allevati in una morale calvinistico/bacchettona e in uno stile di vita fondato sul mantenere i propri livelli di consumo uguali o superiori a quello del vicino di casa.</p>
<p>Si entra in un&#8217;altra dimensione, insomma. Un salto culturale che può sconfinare nel morale, una rottura di abitudini e convinzioni maturate da anni, difficili da scardinare dopo una certa età, difficili da scardinare se uno è imbevuto di culture non digitali e fortemente tradizionalistiche (qui l&#8217;età c&#8217;entra meno), difficili da superare se non c&#8217;è l&#8217;elasticità mentale di accettare che le cose, nel tempo, possono cambiare e quindi anche i propri stili di vita, il proprio modo di vedere il mondo. Tutto ciò non succede in genere attraverso folgorazioni sulla via di Damasco: ci vuole tempo. Per tutti loro o quasi, se vogliamo comunque fare business con la Rete, dobbiamo pensare a quell&#8217;internet meno rivoluzionaria che ho definito a effetto &#8220;più stupida&#8221;.</p>
<h5>Per noi, invece</h5>
<p>E per &#8220;noi&#8221;, invece, che cosa dovremmo fare? Questa è una bella domanda. Forse è <em>la</em> domanda. A quanto pare la crisi economica che stava per rimandarci tutti al paleolitico con una zappa in mano non ha insegnato molto. Internet è ovviamente sostenuto dalle iniziative di business, volte a far preferire il nostro prodotto, a far fruttare la nostra marca: e nel nostro sistema economico è giusto che sia così ed è il modo in cui io riesco a sbarcare il lunario. Ma penso che non di solo consumo viva l&#8217;uomo (e anche la donna, ovviamente). Internet deve diventare più intelligente &#8211; in termini pratici e in termini, passatemi la parolaccia, &#8220;politici&#8221;.</p>
<p>Internet deve diventare più intelligente in termini di tecnologie, a partire ad esempio da motori di ricerca che ci diano quello che ci serve, non &#8220;parole chiave&#8221; decontestualizzate. Più intelligente in termini di un entertainment più intelligente, in contrapposizione a quello &#8220;stupido&#8221; che noi tutti conosciamo. Un entertainment più interessante per i nativi e gli immigrati digitali, forse un buon motivo per immigrare per chi ancora non c&#8217;è. E qui per fortuna i buoni esempi non mancano. Più intelligente in termini di &#8220;far fare&#8221; rispetto  un &#8220;lasciarsi intrattenere&#8221;. Più intelligente nel senso di rendere più intelligenti le persone.</p>
<h5>Teste flessibili</h5>
<p>Qui sì che sposo il tema dell&#8217;educazione. Una educazione non alla rete per sé stessa, ma un&#8217;educazione che usi la Rete per lavorare su generazioni più giovani, su teste più flessibili, per innescare un ragionamento, un pensiero su dove vogliamo andare in termini sociali, ecologici, anche morali. Un internet più intelligente in termini di capacità di proporre stimoli, ragionamenti, pensieri per una società che deve necessariamente evolvere in direzioni meno autodistruttive. Qui non è una questione di interfacce o di tecnologie: ancora una volta è questione di persone. La sfida colossale, in un mondo condizionato dall&#8217;<em>entertainment</em>, dall&#8217;<em>engagement,</em> dallo <em>show biz</em>, dal <em>wow factor</em> sarà proprio la capacità di rendere interessanti e pressanti temi sconfinanti con l&#8217;etica &#8211; che in prima battuta molti possono vivere come mortalmente noiosi, meglio coltivarsi il proprio pezzo di terra virtuale su FaceBook.</p>
<p>Qui ci vorrà tutta la nostra intelligenza. Con lo scenario mediatico che si sta profilando, i media tradizionali che scricchiolano, i conglomerati mediatici che sospettiamo (<em>ehm ehm</em>) perseguano finalità proprie, forse l&#8217;ultima chance che abbiamo per fare collettivamente un salto culturale ce la può dare la Rete. Un salto che forse potranno vedere i nostri nipoti. Roma non è stata fatta in un giorno e ci vorrà tempo ma ogni viaggio inizia dal primo piccolo passo&#8230; per evitare di finire, come diceva Fassbinder, <a href="http://ilpiaceredegliocchi.splinder.com/post/21563767/Anche+i+nani+hanno+cominciato+">come i nani</a> &#8211; che anche loro hanno cominciato da piccoli.</p>
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		<title>Internet? Dovrebbe essere più stupida</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/10/30/internet-dovrebbe-essere-piu-stupida</link>
		<comments>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/10/30/internet-dovrebbe-essere-piu-stupida#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 30 Oct 2009 07:45:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Venturini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[complessità]]></category>
		<category><![CDATA[interfaccia]]></category>
		<category><![CDATA[MAC OS X]]></category>
		<category><![CDATA[semplicità]]></category>
		<category><![CDATA[telecomando]]></category>
		<category><![CDATA[Windows 7]]></category>

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		<description><![CDATA[Se una buona metà degli italiani non usa la Rete un motivo ci sarà. Non è che se li vogliamo a bordo dobbiamo ripensare a un'internet meno intelligente e ricca?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;altro giorno al supermercato, ho notato un signore comprare un telecomando. E ho avuto un&#8217;<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Epifania">epifania</a>. Non nel senso dei Re Magi e tutto quanto, ma nel senso di una improvvisa rivelazione. Più tardi, a casa, ho pensato ai dati di uso di Internet in Italia, e il pensiero si è cristallizzato meglio. Adesso sono pronto a condividerlo con voi, partendo però dal fondo.<span id="more-1181"></span></p>
<p>Come ho già scritto più volte, il fatto che in Italia sia più o meno il 50% della popolazione ad usare Internet va interpretato; per capire se sia un bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. Certo, all&#8217;estero sono di più (non ovunque), ma il nostro è un paese di anziani e anche un po&#8217; vecchio di testa. Se poi andiamo a spaccare questo macrodato che dice tutto e dice niente, si vede chiaramente come il digital divide esista, come in parte sia geografico (le penetrazioni a Milano e a Roccaraso non sono certamente comparabili), ma sia soprattutto di testa. Insomma uno <a href="http://robertoventurini.blogspot.com/2009/05/eurisko-che-sfata-i-miti-di-internet.html">scenario variegato</a>.</p>
<p>Aggiungiamo a questo un altro dato. Secondo l&#8217;<a href="http://www.confindustriasi.it/news-671.html">Osservatorio Italia Digitale 2.0</a> di Confindustria il 73% della popolazione che non possiede un personal computer ritiene inutile dotarsi dei servizi della rete e di un collegamento a banda larga. Internet. Inutile.<br />
Ora è ovvio a chiunque di noi quanto Internet sia invece utilissimo per qualsiasi cosa uno debba o voglia fare.</p>
<h5>Qui casca l&#8217;asino</h5>
<p>È proprio nella frase precedente che si cela l&#8217;inghippo. È ovvio a *chiunque di noi* che siamo differenti dai *loro* che non usano la rete. È naturale, la rete è stata fatta da noi, per noi. Prima <em>nerd</em> e poi <em>geek</em>, tecnofili e smanettoni, in fasce sempre più ampie di utenti innovativi o almeno aperti, flessibili. Insomma chi doveva e poteva usare internet l&#8217;ha ormai fatto. Entreranno d&#8217;ora in poi solo le nuove leve dal punto di vista anagrafico: i digital natives erediteranno il mondo, nelle nuove generazioni il tassi di adozione della Rete sono incomparabili, sia per la loro naturale innovatività, sia perché se non sei in Rete alla loro età sei sempre più un tagliato fuori, punto.</p>
<p>E tutti gli altri? A questo punto abbiamo due strade: aspettare il ricambio generazionale e fregarcene. Lasciare che chi non usa Internet continui così, che non acceda ai vantaggi multiformi che la rete può portare. O se è un&#8217;impresa che rischi di uscire dalla sfera della competitività e dell&#8217;accessibilità e magari chiuda. L&#8217;altra strada è domandarci se, in attesa che questi si estinguano (e perché spariscano completamente, la paleologia insegna, ci vogliono normalmente parecchie generazioni) non sia il caso di fare un&#8217;Internet più su misura per loro. E comunicarla in modo diverso.</p>
<h5>Qui entra in gioco il telecomando</h5>
<p>Il signore in questione (in pieno target non-internet) ha passato alcuni minuti esaminando telecomandi sostitutivi o addizionali, di quelli semplici. Finendo per comprare quello che aveva meno bottoni di tutti. Acceso, spento, canale, volume. So cosa fa la tv, a che mi serve. Le funzionalità addizionali, il televideo, il contrasto&#8230; non mi interessano perché non ho capito a che cosa mi servono (sul tema della massima semplificazione dei telecomandi televisivi, il <em>remote control </em>che ha un solo tasto, il più importante, ho scritto <a href="http://geekadvertising.wordpress.com/2009/04/23/la-morte-nera-della-tv/">altrove</a>).&#8221;Noi&#8221; che abbiamo fatto il web abbiamo normalmente adottato il paradigma del software, dove ogni release, per poter essere venduta, deve incorporare nuove features talvolta al limite dell&#8217;esoterico. Fare sempre di più, dare un senso all&#8217;acquisto attraverso la potenza e l&#8217;accresciuta ricchezza. Solo in pochi casi l&#8217;evoluzione del software è passata dal mantenere più o meno ferme le funzionalità al renderle più semplici da utilizzare, più efficienti (e guarda caso è in questa direzione che sono andati gli aggiornamenti di Mac OS X e in parte anche &#8211; a mio personale modesto parere &#8211; Windows 7).</p>
<p>Fino a quando non decideremo di fare un <em>downshifting </em>del web, portarlo dalla ricchezza alla semplicità francescana, non so quanti <em>non user</em> riusciremo ancora a portare dentro. E non è una questione di usabilità, almeno non come la intendiamo correntemente. I criteri che adottiamo forse sono ancora troppo complicati per le persone (e sono tante) che non mettono i numeri in memoria del cellulare perché è un processo troppo complesso. E per un pubblico che, lo vediamo benissimo, ha pochissimo interesse per il web e al quale dobbiamo spiegarlo semplice semplice. Esagero: serve un web fatto a telecomando, quattro bottoni e basta, pochissime funzioni ma sostanziali. Un web più stupido che non richieda esperienza né &#8220;intelligenza&#8221; da parte dell&#8217;utente.</p>
<p>Non possiamo comunicare a queste persone basandoci sulla fascinazione delle illimitate potenzialità, della potenza, in fondo della complessità. Mi immagino la costruzione e la comunicazione di siti che facciano una cosa sola, fatta bene e detta in modo semplice. Al limite del banale: banale per noi, ma per loro potenzialmente rivoluzionario. Insomma, quelli che potevamo prendere con un approccio di intelligenza e di rivoluzione mi sa che li abbiamo presi. Non è che per prendere gli altri dobbiamo essere un po&#8217; più stupidi?</p>
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		<title>La cross-medialità e il remix delle esperienze</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/06/16/la-cross-medialita-e-il-remix-delle-esperienze</link>
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		<pubDate>Tue, 16 Jun 2009 08:47:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Rosati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Web Design]]></category>
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		<category><![CDATA[architettura dell'informazione]]></category>
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		<category><![CDATA[Luca Tremolada]]></category>
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		<category><![CDATA[spazi informativi]]></category>

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		<description><![CDATA[La convergenza e le nuove forme di narrazione digitale richiedono un ripensamento del design in chiave ecologica. Sette tendenze in atto e un manifesto per i progettisti]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Lo scenario attuale vede una compenetrazione sempre più fitta fra media e ambienti eterogenei. Questo intreccio non riguarda soltanto le narrazioni propriamente dette (fiction, pubblicità ecc.) ma anche moltissime esperienze della nostra vita quotidiana. Oggi molti compiti, per essere compiuti, richiedono un passaggio continuo non solo da un medium all’altro ma anche dal contesto fisico a quello digitale e viceversa.<span id="more-659"></span></p>
<p>Una <a href="http://lucadebiase.nova100.ilsole24ore.com/files/sems_impatto_offlineadv_su_sem_2007.pdf">ricerca recente</a> attesta una forte correlazione fra televisione carta stampata e internet. Il 65% degli italiani che usano un motore di ricerca ha approfondito su internet un prodotto o un servizio visto in uno spot televisivo o in una pubblicità su un quotidiano. «Insomma, quello che appare su un media viene ricercato in un altro. Proprio per questo i progetti di comunicazione stanno cominciando a essere crossmediali», <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/SpecialiDossier/2007/pubblicita-online/messaggi-contagiosi.shtml?uuid=6e48057a-8895-11dc-b37e-00000e251029">dice Luca Tremolada</a>. I fenomeni di <a href="http://www.apogeonline.com/libri/9788850326297/scheda">convergenza</a> e <a href="http://www.apogeonline.com/libri/9788850327331/scheda">cross-medialità</a> rendono necessario un ampliamento d’orizzonte, vale a dire un’analisi delle architetture informative che superi i confini fra contesti e discipline. Occorre cioè ri-pensare il design in chiave ecologica: oggi qualunque artefatto (prodotto, informazione, servizio) è sempre più un ecosistema – e come tale va concepito e realizzato. «La nuova internet riconcilia non solo la frattura tra reale e virtuale ma anche quella tra tecnologico e biologico. La nuova internet diventa estensione del mondo integrandosi nella vita», <a href="http://lucarosati.it/blog/dicotomia-fisico-virtuale">spiega Salvo Mizzi</a>.</p>
<h5>La sfida</h5>
<p>A questa complementarità nella prassi non corrisponde tuttavia un’uguale complementarità nel design: vale a dire che non sempre i vari “pezzi” sono progettati in modo da combaciare fra loro. Poiché ogni medium ha le sue proprie regole, se manca una visione d’insieme, si rischia una frattura nel passaggio dall’uno all’altro. E poiché l’<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Architettura_dell%27informazione">architettura dell’informazione</a> poggia su principi in larga misura indipendenti dal mezzo e dall’ambiente a cui si applicano (ambiente fisico, software, web ecc.), costituisce un ottimo strumento per progettare modelli di interazione trasversali ai diversi canali, capaci quindi di rimanere costanti all’interno di un intero processo o sistema, non solo di una sua parte. La sua genesi ibrida e pluridisciplinare (a cavallo fra architettura, scienze bibliotecarie e dell’informazione, scienze sociali e cognitive) conferisce all’architettura dell’informazione una vocazione spiccatamente cross-mediale. Questo scenario comporta (almeno) due evoluzioni fondamentali (già in atto):</p>
<ul>
<li>l’architettura dell’informazione non riguarda più solo le tassonomie e il web, ma abbraccia l’intera varietà di spazi informativi condivisi (luoghi, servizi, processi);</li>
<li>l’architettura dell’informazione funge da connettore fra contesti e media differenti, assicurando una continuità logico-esperienziale a beni o servizi situati sempre più a cavallo fra mondo fisico e mondo digitale.</li>
</ul>
<p>Alla multicanalità subentra oggi la cross-medialità (e la complessità):</p>
<ul>
<li>nel primo caso (multicanalità) un intero bene o servizio è veicolato contemporaneamente su più dispositivi differenti, alternativi fra loro (ad es. io posso accedere ai servizi bancari tramite lo sportello fisico, tramite il telefono o attraverso il web; il servizio resta tuttavia lo stesso);</li>
<li>nel secondo caso (cross-medialità) porzioni differenti di un medesimo bene o servizio sono sparpagliate fra più dispositivi e ambienti: in tal caso per usufruire di quel bene o servizio sono obbligato ad attraversare più domini complementari ma non alternativi fra loro (ad es. ricevo sul cellulare un sms della banca che mi invita a consultare un documento nell’home banking; consulto quel documento su web; e poi mi reco fisicamente in banca per avere maggiori informazioni).</li>
</ul>
<p>Le architetture cross-mediali sono insomma una sorta di gioco dell’oca a più dimensioni le cui caselle sono disseminate in ambienti eterogenei: per raggiungere un obiettivo dobbiamo obbligatoriamente attraversare un ampio range di questi ambienti.</p>
<h5>Sette tendenze</h5>
<p>Alla luce di queste considerazioni, proponiamo di seguito una sorta di manifesto in sette punti che sintetizza gli effetti della cross-medialità sul design in generale e l’architettura dell’informazione in particolare.</p>
<ol>
<li><strong>Le architetture informative divengono ecosistemi.</strong> In uno scenario di media e contesti fittamente intrecciati non è più possibile concepire alcun item come un’entità a sé stante, ma come parte di un ecosistema in cui ciascun elemento intrattiene molteplici rapporti con tutti gli altri.</li>
<li><strong>Gli utenti divengono intermediari</strong>, sono cioè parte dell’ecosistema e contribuiscono attivamente alla sua costruzione o ri-mediazione. La distinzione fra autore e fruitore, produttore e consumatore si fa sempre più sottile: il pubblico cessa di avere un ruolo passivo, ma partecipa attivamente al processo produttivo stabilendo nuove relazioni fra items/contenuti (mash-up, aggregatori, social network); suggerendo dal basso nuove proposte o stimoli; collaborando al processo produttivo stesso (wiki, blog, community, economia della partecipazione).</li>
<li><strong>Le architetture statiche sono rimpiazzate da architetture dinamiche.</strong> La dinamicità può essere intesa in due modi. Da un lato, vi è la capacità di queste architetture di aggregare (o ri-aggregare) contenuti che fisicamente risiedono altrove e che sono stati concepiti inizialmente in modo indipendente l’uno dall’altro (aggregatori, mash-up ecc.). Dall’altro, il ruolo attivo degli utenti-intermediari rende queste architetture perennemente in divenire, aperte a continue manipolazioni non prevedibili.</li>
<li><strong>Queste architetture dinamiche sono architetture ibride:</strong> abbracciano differenti domini (fisico, digitale, misto), entità (informazioni, oggetti, persone) e media. È la trasposizione su un altro piano del punto precedente. Così come sfumano i confini fra produttore e consumatore, allo stesso modo si assottigliano quelli fra media, generi e contesti (fisico vs digitale) differenti.</li>
<li><strong>In queste architetture, la dimensione orizzontale </strong>(l’associazione o correlazione fra elementi)<strong> prevale su quella verticale</strong> (la subordinazione gerarchica fra gli elementi tipica delle tassonomie tradizionali). Se le strutture si fanno aperte e mobili, diventa sempre più difficile mantenere modelli gerarchici, mentre tende a prevalere la correlazione spontanea (ed estemporanea) da parte degli utenti-intermediari.</li>
<li><strong>Il design di artefatti evolve verso il design di processi.</strong> Se ogni elemento (contenuti, prodotti, servizi) è parte di un ecosistema, allora il fuoco si sposta dal design di singoli artefatti verso il design di esperienze o servizi che abbracciano una rete di elementi. L’esperienza d’acquisto, ad esempio, non inizia e e termina nel punto vendita, ma può cominciare su un medium tradizionale (un annuncio su carta o in tv), proseguire sul web (consultato a casa o in mobilità per approfondire le informazioni iniziali), transitare nel negozio fisico e terminare ancora sul web (assistenza, download di aggiornamenti, collegamento ad altri dispositivi ecc.).</li>
<li><strong>Tali processi definiscono user experience cross-mediali</strong>, ovvero esperienze che attraversano cioè molteplici media e contesti).</li>
</ol>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="400" height="300" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowfullscreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://vimeo.com/moogaloop.swf?clip_id=4116727&amp;server=vimeo.com&amp;show_title=1&amp;show_byline=1&amp;show_portrait=0&amp;color=&amp;fullscreen=1" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="400" height="300" src="http://vimeo.com/moogaloop.swf?clip_id=4116727&amp;server=vimeo.com&amp;show_title=1&amp;show_byline=1&amp;show_portrait=0&amp;color=&amp;fullscreen=1" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p><a href="http://vimeo.com/4116727">Noteboek</a> from <a href="http://vimeo.com/evelienlohbeck">Evelien Lohbeck</a> on <a href="http://vimeo.com">Vimeo</a>.</p>
<p><strong><br />
Approfondire sul web</strong></p>
<ul>
<li><a href="http://trovabile.org/articoli/architettura-informazione-integrata">Architettura dell’informazione integrata: i casi Apple e Ikea</a>, di Davide Potente e Erika Salvini</li>
<li><a href="http://lucarosati.it/blog/incontro-isko-2009">Architettura dell’informazione tra fisico e digitale</a>, di Andrea Resmini e Luca Rosati</li>
</ul>
<p><strong>Approfondire sulla carta<br />
</strong></p>
<ul>
<li><a href="http://www.apogeonline.com/libri/9788850326686/scheda">Architettura dell’informazione: Trovabilità dagli oggetti quotidiani al web</a>, di Luca Rosati</li>
<li> <a href="http://www.apogeonline.com/libri/9788850327331/scheda">Cross-media. Le nuove narrazioni</a>, di Max Giovagnoli</li>
<li> <a href="http://www.apogeonline.com/libri/9788850326297/scheda">Cultura convergente</a>, di Henry Jenkins</li>
</ul>
<p><strong>Approfondire sullo schermo<br />
</strong></p>
<ul>
<li><a href="http://www.trilulilu.ro/pantacruel22/50b4e0044cb334">Artaud Double Bill</a>, di Atom Egoyan (cortometraggio per l’antologia “Chacun son cinéma”, film celebrativo per il 60° anniversario del Festival di Cannes).</li>
<li><a href="http://www.imdb.com/title/tt0120907/">eXistenZ</a>, di David Cronenberg</li>
<li><a href="http://vimeo.com/4116727">Noteboek</a>, di Evelien Lohbeck</li>
</ul>
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