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	<title>Apogeonline &#187; cloud computing</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>Cloud, a chi e perché conviene la nuvola</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 07:30:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Beggi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mobile]]></category>
		<category><![CDATA[Ajax]]></category>
		<category><![CDATA[banda larga]]></category>
		<category><![CDATA[cloud computing]]></category>
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		<description><![CDATA[Sempre più attività avvengono "nella nuvola", ovvero affidandosi a un insieme di tecnologie e interazioni di rete sempre meno legate alla prossimità fisica e al controllo diretto. Un rischio o un'opportunità? ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I progettisti di reti disegnano <a href="http://goo.gl/QjXcW">schemi</a> utilizzando una serie di simboli per i nodi, le connessioni, gli apparati attivi e passivi, cercando di rappresentare un network nel modo più accurato possibile, in modo da avere una visione chiara dello schema funzionale, dei punti critici, dei flussi, e delle modalità di gestione. Spesso le reti sono connesse ad altre reti di cui, per forza di cose, si sa poco o nulla: queste ultime rappresentano un’entità esterna in cui “pompare” e da cui estrarre informazioni. Questa indeterminazione viene simboleggiata da una nuvoletta. L’esempio tipico è internet: dopo il perimetro del network locale l’ultima connessione è sempre una specie di saetta che si infila in una nuvola, per simboleggiare una rete di cui si conosce il punto di ingresso, la natura dei dati che vengono scambiati, ma non la loro posizione e i loro percorsi. Con l’andare del tempo alcune funzioni, prima svolte da oggetti che risiedevano nella rete locale, sono state delegate all’esterno perdendo specificità e fisicità. Le loro rappresentazioni sono state spostate in quella nuvoletta nella parte alta dello schema, <em>in the cloud</em>.<span id="more-7614"></span></p>
<h5>Che cos&#8217;è</h5>
<p>Per estensione, tutte le attività e le funzioni delegate a servizi e sistemi che risiedono in questo “altrove” sono stati chiamati <em>cloud computing</em>. Le risorse in cloud non risiedono più all’interno della propria infrastruttura, ma vengono fruite tramite servizi esterni, tipicamente residenti su internet e distribuiti tra diversi datacenter. La distribuzione su siti diversi è opportuna per motivi di sicurezza, bilanciamento di carico, velocità e collocazione geografica. Tutta la gestione di questi aspetti è completamente trasparente per l’utilizzatore, che vede un unico punto virtuale di accesso alle sue risorse. Come spesso succede, il cloud computing è una integrazione di tecnologie semplici e già esistenti da tempo che si combinano per dare origine a qualcosa di nuovo che ha più valore della somma delle sue parti. I fattori abilitanti sono parecchi, e di natura diversa:</p>
<ul>
<li>banda larga: il miglioramento della qualità e della velocità di connessione alla rete sono, ovviamente, il primo dei fattori da cui non si può prescindere e che permettono di utilizzare i servizi in cloud senza soffrire troppo della delocalizzazione;</li>
<li>costi dell’hardware: lo storage e la potenza di calcolo sono sempre più grandi a fronte di prezzi in calo. Le economie di scala di cui beneficia un fornitore di servizi cloud amplificano ancora di più questo fattore;</li>
<li>banda mobile: costi in calo, velocità in aumento, diffusione capillare nelle aree produttive e popolate, fanno sì che la domanda di accesso ai propri dati, servizi e applicazioni sia sempre più alta;</li>
<li>la corrispondente diffusione dei dispositivi mobili che invogliano all’utilizzo del cloud sono un’altra spinta molto forte;</li>
<li>lo sviluppo di nuove tecniche di accesso e rappresentazione dei dati che risentono meno dell’inevitabile sbilanciamento della velocità di banda tra l’utente e l’esterno. A titolo di esempio, mi vengono in mente <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Ajax_(programming)">Ajax</a>, un insieme di tecniche di programmazione usate per creare applicazioni web asincrone, e il recente spostamento del mercato verso le “app”, sia mobili che all’interno del browser: singole entità software discrete nate per accedere e usare un particolare servizio online;</li>
<li>la larghissima diffusione del social networking negli ultimi anni, che ha abituato le persone all’idea che i propri dati non siano fisicamente collocati in un posto preciso, diventando uno dei “cavali di Troia” per l’introduzione del cloud computing nelle aziende.</li>
</ul>
<h5>Bisogni</h5>
<p>A questo proposito, è opportuno notare che i servizi cloud si sono evoluti in parte dal fenomeno che qualche anno fa veniva chiamato Web 2.0. Gli utenti entusiasti, gli early adopter, hanno guidato l’adozione di questi servizi che ora, nella forma adatta, sono utilizzati da molte aziende e sono destinati a crescere sempre di più. Altri fattori che hanno spinto la crescita della cloud sono la soddisfazione di alcuni bisogni particolarmente pressanti per le aziende:</p>
<ul>
<li>aumento dei ritmi e della velocità del lavoro, con la conseguente necessità di</li>
<li>massima tempestività: i mercati cambiano in fretta e per mantenersi competitivi è necessario avere strutture flessibili e scalabili;</li>
<li>necessità di condividere risorse e informazioni interne che devono essere integrate con dati provenienti dall’esterno;</li>
<li>attenzione sempre maggiore al proprio core business.</li>
</ul>
<p>Un acronimo efficace che identifica questi servizi è SaaS (<em>software-as-a-service</em>), proprio per evidenziare il fatto che la fruizione avviene con canoni e modalità diverse dalle tradizionali applicazioni <em>on premises</em>.</p>
<h5>Investimento</h5>
<p>Esistono una quantità di fattori che incidono positivamente sul <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Return_on_investment">ROI</a> (return on investment) di una soluzione cloud, molti sono generali mentre altri dipendono dal tipo di servizio, che ne può beneficiare in maniera maggiore o minore a seconda delle sue caratteristiche. I servizi che tipicamente sono i principali interessati sono email, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Customer_relationship_management">CRM</a>, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Enterprise_Resource_Planning">ERP</a> e applicazioni di produttività aziendale. Quali sono i benefici che un’azienda può ottenere adottando una soluzione cloud? Ce ne sono diversi, vediamo i principali:</p>
<ul>
<li>eliminare o ridurre la gestione dell’infrastruttura IT, che rappresenta un costo elevato in termini di investimenti, mantenimento, risorse umane, licenze, consumi energetici, formazione, e costi correlati;</li>
<li>concentrazione sul proprio core business, non dover gestire l’IT è un aspetto che aiuta l’azienda a concentrarsi sul proprio mercato senza disperdere preziose energie;</li>
<li>facilità di gestione del budget: il costo in modalità <em>pay per use</em>, senza dover ammortizzare hardware e licenze, permette di gestire meglio le previsioni di costo e le commesse;</li>
<li>riduzione del supporto help desk: tutti questi servizi vengono erogati completi di assistenza all’utente finale e non vi è necessità di applicare alcun aggiornamento o patch sui sistemi locali;</li>
<li>rapidità di deployment: partire da zero con un sistema in cloud può comportare tempi inferiori anche di ordini di grandezza, essendo le piattaforme già operative presso il service provider. Spesso per iniziare a lavorare bastano una connessione e le credenziali di accesso;</li>
<li>scalabilità elevata e veloce: per aggiungere utenti e feature basta acquisire nuove subscription, così come ridurre o spostare gli asset aziendali diventa molto più semplice con una rimodulazione dei servizi sottoscritti. Questo rende l’azienda più reattiva ai bisogni del mercato in cui opera e più pronta a acquisire nuovo business;</li>
<li>proprio questa scalabilità, effetto delle economie di scala di cui beneficia il service provider, permette ad aziende di diverse dimensioni di trovare il “taglio” giusto di servizio più adatto alle proprie esigente. Il cloud computing offre benefici a partire dai liberi professionisti fino alle grandi multinazionali;</li>
<li>riduzione della formazione per gli utenti, già abituati a lavorare su strumenti standard;</li>
<li>l’accesso da sedi diverse da quella aziendale spesso non ha nessuna differenza con quello dalla propria postazione di lavoro, con tutti gli ovvi benefici che ne risultano;</li>
<li>semplificazione delle infrastrutture interne: i servizi cloud si utilizzano principalmente tramite browser o client terminal standard, il che rende irrilevante la configurazione della workstation dalla quale lavora l’utente;</li>
<li>aggiornamenti più frequenti e più graduali: non è raro che i servizi cloud si aggiornino più volte nell’arco di un anno, cosa che rende il sistema notevolmente più flessibile rispetto agli aggiornamenti dei sistemi “on premises”, i quali devono sottostare a tempi di implementazione di nuove infrastrutture, installazioni, test e resistenze interne, allungando i tempi tra gli aggiornamenti, che spesso richiedono anni;</li>
<li>esternalizzazione del rischio: la sicurezza e l’integrità del dato viene delegata al service provider che, essendo questo il suo core business, ha una struttura adatta a gestire questi aspetti, critici per diverse aziende.</li>
</ul>
<h5>Criticità</h5>
<p>Sull’altro piatto della bilancia, a diminuire il ROI, ci sono invece altre questioni:</p>
<ul>
<li>Si tratta comunque di affrontare un costo ricorrente invece di acquistare una licenza una volta sola. È opportuno fare una valutazione dell’arco di tempo necessario a ammortizzare l’acquisto rispetto alla locazione.</li>
<li>Eventuali variazioni possono comportare una modifica delle condizioni contrattuali che potrebbe rendere meno vantaggioso il modello cloud: spesso la riduzione del numero di utenti inserisce in fasce di prezzo meno convenienti, mentre l’aumento porta ad un incremento di banda e storage utilizzati, che potrebbero non essere compresi o avere costi maggiori.</li>
<li>Le applicazioni cloud richiedono molta attenzione ai contratti, agli <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Service_level_agreement">SLA</a> e al controllo delle performance.</li>
<li>La gamma di offerte comprende ancora pochi pacchetti completi e spesso l’azienda si deve confrontare con una pletora di fornitori diversi per coprire le proprie esigenze. Questo ambiente multivendor porta costi maggiori per l’integrazione, il provisioning e la definizione dei flussi operativi.</li>
<li>È necessaria una adeguata infrastruttura di ridondanza della connessione: essendo i servizi totalmente dipendenti dall&#8217;accesso a internet, è evidente che vanno prese tutte le precauzioni tecniche necessarie a limitare la caduta della connessione e a mantenerne la qualità il più alta possibile. La maggior parte delle aziende ha più di una connessione, fornite da provider diversi, e meglio se con tecnologie diverse. E’ consigliabile usare uno o più sistemi di bilanciamento di carico, failover e shaping della banda: tutte infrastrutture che vanno gestite e monitorate, sia dal punto di vista tecnico che contrattuale.</li>
<li>È elevato il rischio di lock-in. A fronte di strumenti non completamente standard e di grande volumi di dati, la migrazione verso altri service provider può essere difficile e costosa. Un po’ come cambiare strada dopo che si è scelto una tecnologia o un particolare vendor per le strutture <em>on premises</em>.</li>
</ul>
<h5>Non è semplice</h5>
<p>Ci sono poi altre aspetti di criticità nell’utilizzo dei sistemi cloud:</p>
<ul>
<li>Implicazioni di privacy e riservatezza dei dati. Non tutti i tipi di dati sono adatti a risiedere all’esterno dell’azienda, a cominciare da quelli sensibili o strategici per l’attività, nel caso di rischio di spionaggio industriale. Le aziende che trattano commesse militari, per esempio, hanno spesso limitazioni normative e contrattuali che le obbligano a un trattamento dei dati particolarmente attento.</li>
<li>Nel trasferire altrove i propri dati si fa una specie di “atto di fede” verso il provider che custodisce i nostri dati. Personalmente lo ritengo più un problema culturale che tecnico: c’è sempre qualcuno che ha la possibilità di accedere ai nostri dati e del quale dobbiamo fidarci. Non è detto che una grande multinazionale sia meno degna di fiducia di una micro azienda di personale tecnico.</li>
<li>È molto importante scegliere bene i propri partner: i servizi cloud sono molto vantaggiosi anche per le piccole start-up che, senza investimento, sono in grado di partire con un servizio affidabile e scalabile (La piattaforma di Amazon ha molto successo in tal senso). In questo scenario, l’affidabilità del proprio fornitore è un fattore essenziale nella valutazione di un service provider.</li>
<li>Il cloud computing vive e si alimenta con la banda larga; la riduzione del digital divide e il miglioramento della qualità della connessione sono fattori essenziali per la sua diffusione. La fibra ha un indice di guasti di due ordini di grandezza in meno rispetto al rame con cui è fatta ancora una larga fetta della rete in Italia.</li>
</ul>
<h5>Scelta da considerare</h5>
<p>In questo scenario, dove tutti gli aspetti vanno valutati attentamente, l’utilizzo della cloud rappresenta sicuramente una scelta da tenere in considerazione. Negli ultimi tempi è un argomento “caldo” e di moda tra gli IT manager, ma ritengo sia destinato a svilupparsi ed evolversi a prescindere dall&#8217;entusiasmo che lo spinge in questo momento, molto più di altri modelli che andavano per la maggiore qualche anno fa. È un percorso verso il quale c’è una spinta molto forte proveniente da più fronti: i dati, le applicazioni, i servizi sono sempre meno “materiali” e sempre più ubiquitari, sono risorse che vogliamo avere a disposizione 24 ore su 24 in ogni luogo nel quale ci troviamo; allo stesso tempo stanno diventando una commodity e non credo che le abitudini torneranno mai al passato. In questo scenario, la disponibilità di banda gioca un ruolo fondamentale, e uno dei fattori determinanti sono i carrier, che hanno il compito non sempre facile di fornire un prodotto che sia al tempo stesso di grande valore ma “invisibile” per i loro clienti. Sono necessari grandi sforzi progettuali, industriali e politici, che al momento sembrano un po’ latitare, almeno in Italia. Speriamo ci si renda conto al più presto dell’importanza di questi strumenti per lo sviluppo economico, sociale e culturale.</p>
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		<title>Serve davvero un pc per vivere nelle nuvole?</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/11/27/serve-davvero-un-pc-per-vivere-nelle-nuvole</link>
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		<pubDate>Fri, 27 Nov 2009 07:45:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Venturini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mobile]]></category>
		<category><![CDATA[cloud computing]]></category>
		<category><![CDATA[Gmail]]></category>
		<category><![CDATA[Google Documents]]></category>
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		<category><![CDATA[Sony]]></category>
		<category><![CDATA[Sony Online Service]]></category>
		<category><![CDATA[web tv]]></category>

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		<description><![CDATA[Lo spostamento in rete di applicazioni e contenuti ci permette di immaginare nuove tipologie di dispositivi mobili. L'esperienza di Sony]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questa nuvolaccia nera (se siete fuori dal mondo del &#8220;cloud&#8221;) o questa nuvoletta rosa (se siete Google etc) ci dà da pensare. È un nuovo paradigma (ma alzi la mano chi davvero sa cosa vuol dire paradigma, io lo uso solo perché fa bella impressione): quello di buttare tutto in qualche posto remoto; di svuotare gli hard disk di applicazioni e di dati residenti; di vivere connessi da un invisibile cordone ombelicale ad un tutto &#8220;lassù&#8221;. È un tema su cui le polemiche in termini di sicurezza, di accessibilità, di privacy si sprecano. L&#8217;idea di vivere <a href="http://blogs.zdnet.com/virtualization/?p=686">su questa nuvola</a> ha comunque i suoi meriti, se affrontiamo il tema dal punto di vista consumer e non corporate.<span id="more-1420"></span></p>
<p>Tendenzialmente sono uno di quelli che usano (o provano) qualsiasi prodotto Google appena esce. Adoro la loro applicazione di posta elettronica. Trovo fantastico Google Documents, che uso spesso come text editor per potermi poi ritrovare i documenti consultabili anche dall&#8217;iPhone (lo so, ci sono alternative anche migliori: dite pure la vostra nei commenti). E qui ho detto forse una parola magica: iPhone. Ovvero un device che non è un computer, un pc nel senso stretto del termine.</p>
<h5>Tutta la nuvola, niente PC</h5>
<p>Ecco un&#8217;idea balzana, ma affascinante: se palmari, Pda e smartphone sono la prima naturale evoluzione del concetto del disaccoppiamento tra rete e il solito pc, ben più radicale potrebbe essere l&#8217;ulteriore semplificazione  dell&#8217;idea. In fondo che ci serve? Uno schermo e una connessione. E allora dal cloud computing potrebbe ritornarci fra capo e collo quella web tv che non è mai  decollata e che anzi si è schiantata al suolo come le più miserevoli macchine volanti degli inizi di un paio di secoli fa. Pensateci, forse ora i pezzi ci sarebbero tutti. E c&#8217;è anche chi ci sta provando, anche se si guarda bene dal riesumare questo termine che puzza di fallimento. Sony, per esempio, offre servizi online per i propri televisori: è <a href="http://news.cnet.com/8301-17938_105-9672957-1.html">dal 2007</a> che ne parlano, ma nel frattempo hanno fatto tanta strada, tanto da portare il <a href="http://www.pcmag.com/article2/0,2817,2356110,00.asp">download in streaming</a> di film sulla tv e sul lettore Blue-Ray, ad esempio in collaborazione con Netflix.</p>
<p>Ma questo sarebbe ancora poco, troppo poco. Come poco (ma già interessante) è lo <a href="http://www.tomshw.it/cont/news/firefox-su-playstation-3-mozilla-e-sony-si-parlano/22884/1.html">sbarco</a> probabile di Firefox sulla Playstation. Il disegno di Sony è però più grande: offrire un ecosistema di <a href="http://www.sonyinsider.com/2009/11/21/the-sony-online-service-is-not-an-itunes-competitor-it-aspires-to-be-far-bigger/">contenuti online</a> fruibili non soltanto dalla tv o dalla Playstation, ma da tutti i prodotti digitali. Videocamere, apparecchi fotografici, lettori di ebook, e chissà un giorno anche frullatori e spazzolini. Un mondo in cui da qualunque dispositivo potremo fare upload in questa nuvolona dei nostri contenuti digitali, condividere, frullarceli socialmente. E, ovviamente avere accesso a contenuti premium cacciando la solita lira e bypassando tutti i possibili modelli di &#8220;free content&#8221;.</p>
<p>Il nome dato al progetto (<em>Sony Online Service</em>) è francamente quanto di meno immaginifico si possa immaginare, ma l&#8217;idea di avere con noi la potenza della rete, dei social media e di tutto l&#8217;ambaradan prescindendo da net-, note- o vari <em>book</em> o <em>desktop </em>è intrigante. Per lo meno fintanto che qualcuno non troverà il modo di trasformarci in esseri bionici col WiMax incorporato con un chip sottocutaneo e con Facebook <a href="http://robertoventurini.blogspot.com/2008/11/e-se-facebook-convergesse-con-gli.html">integrato</a> nelle lenti a contatto. Ovviamente non c&#8217;è solo Sony a guardare &#8211; e sopratutto a sperimentare &#8211; il divorzio tra rete e computer.</p>
<h5>Piedi in terra, ma…</h5>
<p>Stiamo allora andando verso un mondo sempre più connesso, sempre più nella nuvola, ma con sempre meno pc? Autorevoli opinionisti l&#8217;hanno detto da tempo. Altrettanto autorevoli istituti prevedono che nel 2020 (dopodomani) la maggior parte delle persone useranno <a href="http://gadgets.softpedia.com/news/Mobile-Multimedia-Devices-Will-Replace-PCs-430-01.html">esclusivamente</a> dispositivi mobili per accedere alla rete. Già si straparla dei Mid (<a href="http://www.techradar.com/news/internet/the-future-of-mobile-internet-devices-472205">Mobile Internet Devices</a>), ebook reader che faranno il botto diventando libri multimediali, multimodali, passando da contenitori di contenuto testuale a contenitori di contenuto e basta. Ce ne aspettano delle belle, e possiamo sognare. In fondo, non è proprio scritto da nessuna parte che per stare con la testa fra le nuvole ci serva un personal computer.</p>
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		<title>Venezia, il futuro e la testa fra le nuvole</title>
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		<pubDate>Thu, 14 May 2009 08:40:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Massarotto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Andy Lippman]]></category>
		<category><![CDATA[Biennale di Venezia]]></category>
		<category><![CDATA[cloud computing]]></category>
		<category><![CDATA[Daniel Birnbaum]]></category>
		<category><![CDATA[David Reed]]></category>
		<category><![CDATA[Future Center]]></category>
		<category><![CDATA[MIT Media Lab]]></category>
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		<category><![CDATA[Telecom Italia]]></category>
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		<category><![CDATA[Venice Sessions]]></category>

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		<description><![CDATA[Il Future Center di Telecom Italia ha ospitato nei giorni scorsi la terza edizione delle conversazioni sull'innovazione. Si è parlato di tecnologia e arte, ospiti Reed, Lippman e Birnbaum]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Servono un po&#8217; per sognare, ma per sognare il futuro, le <a href="http://venicesessions.it/">Venice Sessions</a>. Cinquanta persone chiuse in un convento per un giorno, una decina di speaker, un tema ogni volta diverso. È un progetto un poʼ comunicazione, un poʼ networking, un poʼ ricerca, voluto da <a href="http://nova.ilsole24ore.com/">Nòva24</a> e <a href="http://www.telecomitalia.it/">Telecom Italia</a>, che ogni volta ha un tema diverso. A Venice Sessions 3, il 12 maggio, lʼargomento è stato l&#8217;incontro/incrocio tra tecnologia e arte. Due forze creatrici con due rappresentatnti d&#8217;eccezione: <a href="http://www.labiennale.org/it/">La Biennale di Venezia</a> e il <a href="http://www.media.mit.edu/">Media Lab</a> del MIT di Boston. Il contrasto tra le pareti del refettorio del <a href="http://www.telecomitalia.it/futurecentre/visita/refettorio.shtml">Future Centre</a> e Twitter che vibra proiettato sulla parete (coi post di chi segue le Session dallo stream dei blogger) è una sfida continua per lʼattenzione. Parole parlate, silenzio, parole scritte. Da questa session mi porto a casa tre cose: La <em>Third Cloud</em> di <a href="http:// www.media.mit.edu/people/bio_dpreed.html">David Reed</a>, il <em>We, not me</em> di <a href="http://www.media.mit.edu/people/bio_lip.html">Andy Lippman</a> e la preview della prossima Biennale fatta da <a href="http://www.labiennale.org/it/arte/direttori/it/272.html">Daniel Birnbaum</a>.<span id="more-609"></span></p>
<h5>The cloud is the crowd?</h5>
<p>Si sente parlare sempre più di frequente di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/ Cloud_computing">cloud computing</a> in questi ultimi mesi. È divertente perché sembra di tornare al vecchio mainframe, ma è evidente che il futuro è lì, su una nuvola di server, o su una seconda nuvola di computer collegati tra di loro, con tuti i vantaggi che nascono dalla condivisione di documenti, di database, di informazioni. David Reed va un poʼ oltre e immagina una terza cloud di persone connesse ai computer e non solo. Device mobili, interazione sociale, lavoro nomade, <em>internet of things</em> sono solo alcuni dei temi sfiorati da Reed. Mentre si espande il livello di connessione e il numero di persone che sempre più frequentemente interagiscono in rete, in mobilità si forma una terza <em>cloud</em> che è una vera e propria <em>crowd</em>. E che cosa può nascere da <em>crowdsourcing</em> e <em>cloud computing</em>?</p>
<div id="__ss_1421842" style="width: 425px; text-align: left;"><a style="font:14px Helvetica,Arial,Sans-serif;display:block;margin:12px 0 3px 0;text-decoration:underline;" title="David Reed - Social Mobility and the 3rd Cloud" href="http://www.slideshare.net/venicesessions/david-reed-social-mobility-and-the-3rd-cloud?type=powerpoint">David Reed &#8211; Social Mobility and the 3rd Cloud</a><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="355" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowScriptAccess" value="always" /><param name="src" value="http://static.slidesharecdn.com/swf/ssplayer2.swf?doc=reedsocialmobilityandthe3rdcloud-090512045715-phpapp02&amp;stripped_title=david-reed-social-mobility-and-the-3rd-cloud" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="355" src="http://static.slidesharecdn.com/swf/ssplayer2.swf?doc=reedsocialmobilityandthe3rdcloud-090512045715-phpapp02&amp;stripped_title=david-reed-social-mobility-and-the-3rd-cloud" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<div style="font-size: 11px; font-family: tahoma,arial; height: 26px; padding-top: 2px;">View more <a style="text-decoration:underline;" href="http://www.slideshare.net/">presentations</a> from <a style="text-decoration:underline;" href="http://www.slideshare.net/venicesessions">Venice Sessions</a>.</div>
</div>
<p>Una presentazione affascinante che disegna un mondo effervescente, iperconnesso, interattivo in real time e dalle conseguenze ancora tutte da esplorare.</p>
<h5>Un nuovo mantra</h5>
<p>Interessante anche lʼintervento di Lippman. Dalle reti di computer allʼimpatto dei bit sul mondo reale. Quali effetti sta portando la digitalizzazione nel business? Disintermediazione, coda lunga, economia digitale stanno mettendo in grossa difficoltà alcuni mondi ancora troppo ancorati a un modello analogico. È lucida e spietata lʼanalisi di Lippman verso le istituzioni, o meglio, le strutture di tipo istituzionale: sono al crack. E sono al crack per quattro motivi ben identificabili, secondo lo scienziato del Massachussets Institute of Technology: sovradimensionamento, monocultura, scarsa trasparenza, mission sfocata. Il dibattito sulla digitalizzione dei contenuti, sulla migrazione al digitale del business, <a href="http://www.iftf.org/node/1766">sul futuro della produzione</a> e su quello della distribuzione, sulla coda lunga si arricchisce di un nuovo modulo: il mantra di Lippman.</p>
<div id="__ss_1421606" style="width: 425px; text-align: left;"><a style="font:14px Helvetica,Arial,Sans-serif;display:block;margin:12px 0 3px 0;text-decoration:underline;" title="Venice Sessions 3 - Andrew Lippman - Social Expression" href="http://www.slideshare.net/venicesessions/andrew-lippman-social-expression?type=powerpoint">Venice Sessions 3 &#8211; Andrew Lippman &#8211; Social Expression</a><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="355" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowScriptAccess" value="always" /><param name="src" value="http://static.slidesharecdn.com/swf/ssplayer2.swf?doc=lipti090512modalitcompatibilit-090512035141-phpapp01&amp;stripped_title=andrew-lippman-social-expression" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="355" src="http://static.slidesharecdn.com/swf/ssplayer2.swf?doc=lipti090512modalitcompatibilit-090512035141-phpapp01&amp;stripped_title=andrew-lippman-social-expression" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<div style="font-size: 11px; font-family: tahoma,arial; height: 26px; padding-top: 2px;">View more <a style="text-decoration:underline;" href="http://www.slideshare.net/">presentations</a> from <a style="text-decoration:underline;" href="http://www.slideshare.net/venicesessions">Venice Sessions</a>.</div>
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<p>Dal crack istituzionale si esce con la socializzazione. La socializzazione al posto della personalizzazione: socializzazione delle applicazioni, del commercio, delle istituzioni. <em>We, not me</em>, appunto. Lo sentiremo ripetere spesso, mi sa.</p>
<h5>Fare mondi</h5>
<p>Da contraltare a tanta tecnologia il direttore de La Biennale, Daniel Birnbaum, ha portato alcune slide che anticipano la prossima Biennale dʼArte. Una Biennale non più fatta di mondi, ma che “farà mondi”. Guardate le sue slide, un flash visivo della ormai prossima Biennale.</p>
<div id="__ss_1421881" style="width: 425px; text-align: left;"><a style="font:14px Helvetica,Arial,Sans-serif;display:block;margin:12px 0 3px 0;text-decoration:underline;" title="Venice Sessions 3 -Daniel Birnbaum - Fare Mondi Making Worlds" href="http://www.slideshare.net/venicesessions/daniel-birnbaum-fare-mondi-making-world?type=presentation">Venice Sessions 3 -Daniel Birnbaum &#8211; Fare Mondi Making Worlds</a><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="355" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowScriptAccess" value="always" /><param name="src" value="http://static.slidesharecdn.com/swf/ssplayer2.swf?doc=birnbaum-090512050858-phpapp01&amp;stripped_title=daniel-birnbaum-fare-mondi-making-world" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="355" src="http://static.slidesharecdn.com/swf/ssplayer2.swf?doc=birnbaum-090512050858-phpapp01&amp;stripped_title=daniel-birnbaum-fare-mondi-making-world" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
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<p>Venice Sessions 3 è stata una nuvola di parole, idee, pensieri. Una giornata lunga e faticosa, ma quando lasci Venezia e torni coi piedi sulla terraferma, la guardi con occhi un poʼ più nuovi.</p>
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