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	<title>Apogeonline &#187; Clay Shirky</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>Le persone comuni, i motori del cambiamento</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Jun 2011 06:30:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonella Napolitano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Alaa ad bel Fattah]]></category>
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		<description><![CDATA[La politica, argomento principe della conferenza che a New York ogni anno fa il punto sulle implicazioni di internet, fa un passo indietro. Questa volta, più che mai, è apparso chiaro che il cambiamento sta nascendo altrove]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Agents of change”, le persone come motore del cambiamento: mai come quest’anno il <a href="http://personaldemocracy.com/">Personal Democracy Forum</a> ha costruito il suo annuale appuntamento (l’ottavo, presso la sede della New York University) sulle storie eccezionali di persone comuni che cambiano il mondo. L’attenzione al Medio Oriente (Egitto, Tunisia, Libia) è massima e molti sono gli speaker che raccontano la loro esperienza di rivolta, di creazione di comunità, di movimenti che vivono da anni e solo in questo momento storico sono esplosi e diventati noti.<span id="more-5850"></span></p>
<h5>Narrativa della rivoluzione</h5>
<p>E la tecnologia? Lo <a href="http://techpresident.com/blog-entry/pdf-11-recap-facebook-narratives-cell-phones-catapults-and-other-tools-change-egypt">spiega</a> uno degli speaker più applauditi, l’egiziano <a href="http://twitter.com/alaa">Alaa ad bel Fattah</a>, blogger, geek e attivista e autore del blog <a href="http://www.manalaa.net">Manalaa</a>: «La tecnologia ci ha fornito un mezzo perfetto per costruire una narrativa della rivoluzione». In molti casi, infatti, gli strumenti non sono affatto sofisticati, tra  webcam rudimentali e vecchi modelli di cellulare: gli sms restano sempre il modo di comunicare più efficace e pervasivo. E forse è per questo che il governo egiziano ha imposto alle compagnie telefoniche occidentali di interrompere i propri normali servizi per diffondere messaggi che invitavano alla calma e a restare dentro casa. Un ribaltamento di ruoli in cui le aziende (come Vodafone UK, criticatissima dagli attivisti egiziani) finiscono per diventare mezzi di informazione “di Stato”: ma quali sono le loro responsabilità quando si parla di diritti umani? Il tema emerge già nella prima mattinata e, inaspettatamente, il problema viene affrontato da uno dei pochi speaker europei, l’europarlamentare olandese Marietje Schaake, da tempo impegnata sui temi della libertà di espressione e il diritto universale all’accesso. Ed è quasi sorprendente sentire arrivare l’appello alla necessità di leggi globali e non nazionali da un politico: Schaake lo sottolinea e conclude poi il suo intervento <a href="http://www.livestream.com/pdf2011/video?clipId=pla_8df861fc-3ea1-40eb-a7ff-ea87df93a7f9">con una richiesta</a> al pubblico, a chi popola e usa la rete quotidianamente: «Costruiamo insieme una base di conoscenza condivisa, troviamo un modo di informare correttamente su questi temi».</p>
<h5>Condivisione emotiva</h5>
<p>La condivisione anche emotiva è l’altro tema che attraversa i discorsi sul cambiamento e le rivoluzioni dell’ultimo anno: la resistenza si costruisce anche guardando il volto di un ragazzo ucciso durante la protesta su una pagina Facebook, <a href="http://www.monaeltahawy.com/">racconta</a> la giornalista americano-egiziana Mona Elthawy citando la  pagina <a href="http://www.facebook.com/elshaheeed.co.uk">We are all Khaled Said</a>. «Era il volto di un ragazzo simile a tanti altri: la gente si è riconosciuta, ha condiviso la sofferenza, ha creduto maggiormente nella necessità di unirsi e scendere in piazza», conclude. Ma l’empatia davanti al dolore può avere molte forme e trovare spazio anche in luoghi non afflitti dalla guerra, non quella tradizionalmente intesa. La battaglia di Jim Gilliam, un attivista trentenne che sale sul palco con un intervento dal titolo <em>Internet is my religion</em>, è infatti tra le più comuni e a noi vicine: quella contro il cancro. Gilliam, magro e altissimo, quasi non tradisce emozioni quando inizia a raccontare una <a href="http://techpresident.com/blog-entry/jim-gilliams-viral-video-radical-sincerity">terribile storia</a> di malattia e dolore, di ricadute e trapianti, una battaglia lunga anni in cui ha perso la fede in Dio e nel mondo, ritrovandola grazie a un blog e al sostegno di moltissime persone che gli sono state vicino senza conoscerlo. «Ognuno di noi può creare qualcosa, ma tutti insieme noi siamo “Il Creatore”. Oggi ho fiducia nelle persone, credo in Dio e internet è la mia religione»: un <a href="http://techpresident.com/short-post/where-church-internet-goes-here">messaggio provocatorio</a>, che per alcuni potrebbe suonare quasi blasfemo, ma che per il pubblico di Personal Democracy Forum è una testimonianza forte e che spiega la quotidiana motivazione di moltissime persone all&#8217;uso della rete per creare ponti e connessioni, per cercare di migliorare il mondo un passo alla volta, un clic alla volta. «Sintetizza perfettamente tutto quello in cui credo, tutto il senso di questa comunità di persone»  dirà in seguito il fondatore di PdF Andrew Rasiej. E il video di Gilliam diventa subito virale, con più di 62.000 visualizzazioni nelle 24 ore successive.</p>
<h5>Politica sullo sfondo</h5>
<p>Ma la principale conferenza sui cambiamenti che la tecnologia porta nella politica ha uno spettro ampio di argomenti affrontati dalle più brillanti menti del settore: Danah Boyd presenta i suoi studi <a href="http://techpresident.com/blog-entry/pdf-11-recap-what-people-internet-can-demand">sulla privacy e i social network</a>, invitando a ragionare in termini di rete e non solo di individuo; Jay Rosen <a href="http://pressthink.org/2011/06/from-write-us-a-post-to-fill-out-this-form-progress-in-pro-am-journalism/">dà severissimi voti</a> sul giornalismo partecipativo, con la consapevolezza di chi ha conoscenza ed esperienza (e nessuna paura di risultare “antipatico”, anzi); Clay Shirky – incredibile, ma vero – dà il suo contributo da spettatore e presenta i suoi studenti e i loro lavori più interessanti (come Rosen, anche Shirky insegna alla New York University). E la politica? Quest’anno c’è pochissimo spazio per le campagne elettorali e, invece, diversi interventi di politici all’avanguardia (l’europea Schaake, la senatrice americana Gillibrand, entrambe impegnate per la trasparenza dell’attività parlamentare) e di funzionari pubblici che provano a innovare pratiche e processi. Ma siamo ancora ben lontani dal ritrovare fiducia verso la classe politica: ancora una volta Lawrence Lessig si assume il compito di portare l’attenzione sui concetti che diamo per scontati, in una riflessione sul blocco sociale in cui ci troviamo. L’oggetto della sua presentazione sono le infrastrutture, la competitività, la neutralità della rete: gli interessi privati delle grandi organizzazioni vengono trattati come fossero requisiti di politiche pubbliche. Un tema su cui non si può «essere neutrali».</p>
<h5>I motori siamo noi</h5>
<p>E forse è proprio qui che l’edizione 2011 trova una sintesi: nel tracciare una netta distinzione tra quello che è oggi la politica e quello che le persone sono in grado di fare, nel ricordare come la tecnologia non sia affatto neutra per definizione o necessariamente una forza positiva, nel raccontare come la rete possa annientare le distanze e unire empaticamente o fisicamente. E di come, magari, internet possa essere la nostra religione, semplicemente perché ci ricorda che siamo noi i motori del cambiamento.</p>
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		<title>La testa che non regge il passo della tecnologia</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Oct 2010 06:30:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriella Longo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
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		<description><![CDATA[Allarmisti ed entusiasti concordano ormai sul fatto che gli strumenti digitali stanno cambiando il funzionamento del nostro cervello e il nostro rapporto con l'informazione. Quello che ancora non sappiamo è come e quanto]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Capita a tutti, ogni tanto, di pensarlo. Forse non siamo più «all’altezza degli impegni mentali della nostra epoca». Frank Schirrmacher, nel libro <a href="http://www.ibs.it/code/9788875781644/schirrmacher-frank/liberta-ritrovata-come.html">La liberta ritrovata. Come (continuare a) pensare nell’era digitale</a>, riflette su come la continua inondazione di informazioni cui siamo esposti stia inevitabilmente modificando il nostro cervello inducendoci alla distrazione. Il giornalista tedesco, tra sms, email, feed, siti di notizie e telefonate cerca di dirigere il traffico dei dati come fa un controllore di volo con il traffico aereo, ma con la continua preoccupazione di aver dimenticato qualcosa di importante e di perderne il controllo. D’altra parte sostiene: «se domani non avessi più accesso a internet o a un computer non mi sentirei semplicemente sconnesso dal provider, ma avvertirei la fine sconvolgente di una relazione sociale».<span id="more-4003"></span></p>
<p>Nonostante l’indiscutibile utilità delle nuove tecnologie e dei – chiamiamoli nuovi &#8211; mezzi di comunicazione, racconta Schirrmacher, la sua testa non sta più al passo. «Con il flusso di informazioni da cui siamo bombardati il cervello ha un continuo rapporto di decadimento parziale. Sento che il terminale biologico nella mia testa dispone solo di funzioni limitate, e nella sua confusione comincia a imparare moltissime cose sbagliate». Insomma, si sente divorato dalle informazioni che, a loro volta, divorano e si nutrono della sua attenzione: «Non stiamo perdendo l’intelligenza ma stiamo disimparando a volare, ad avere una visione d’insieme», scrive l’autore. E, intanto, andando sempre a caccia di informazioni digitali, stiamo diventando <em>Informavores Rex</em> (re degli Informivori).</p>
<h5>Intelligenza sintetica</h5>
<p>Il ragionamento è argomentato. Mentre a partire dalla fine degli anni Novanta gli informatici prevedevano un futuro in cui i computer avrebbero superato l’intelligenza umana, ora, con internet  la questione è se l’intelligenza umana diventerà più sintetica. Stiamo vivendo l’epoca del taylorismo digitale in cui ci sottoponiamo volontariamente alle macchine, adattando e avvicinando sempre più il nostro cervello ai microprocessori. Il multitasking  è solo un modo, o meglio, un «tentativo dell’essere umano di diventare un computer» che porta solo alla distrazione. Se da una parte le persone traggono vantaggio dal fatto di poter accedere facilmente alle informazioni, dall’altra diventa sempre più difficile distinguere le informazioni importanti. Significa, in altre parole, che quando «la nostra attenzione è stata divorata» siamo portati a comportarci secondo un programma: non riusciamo più a selezionare le informazioni rilevanti, ma agiamo secondo degli script. «Non sono né internet né le tecnologie a limitare o instupidire la gente, bensì l’ansia di perdere il controllo e di conseguenza l’agire secondo un copione».</p>
<p>E questo processo, secondo l’autore tedesco, viene accentuato da Google e dal meccanismo del <em>Page Rank</em> che permette di valutare la popolarità di una pagina in base al numero dei link che la collegano ad essa. In questo modo, le informazioni acquisiscono una sorta di prestigio sociale, per dirla con Schirrmacher, ma «agli algoritmi non interessa che cosa dica» E, ora, il discorso dell’autore si potrebbe estendere anche a <a href="../webzine/2010/09/13/quanto-incide-google-instant-sul-seo">Google Instant</a>. I continui stimoli informativi cui siamo sottoposti ci esauriscono dopo poco tempo e attiviamo il pilota automatico: «Siamo costretti a esercitare un continuo autocontrollo, perché siamo circondati da continui stimoli e siamo portati ad assumere un comportamento paragonabile alla sindrome da shopping compulsivo». Questo fenomeno ci rende passivi e danneggia il quoziente di intelligenza. E tutto diventa una fatica. La via d’uscita è rinforzare quelle capacità che ci distinguono dalle macchine: la creatività, la flessibilità e la spontaneità. E tanta forza di volontà. Inoltre, poiché diventa sempre più difficile trovare l’informazione che ci serve, i computer potrebbero guidarci nella ricerca, calcolando e prevedendo le nostre associazioni, per esempio analizzando i nostri movimenti e i dati lasciati in rete.</p>
<h5>Allarmisti</h5>
<p>Ma quello affrontato da Schirrmacher non è un tema nuovo. In questi ultimi anni si stanno moltiplicando gli allarmi sul modo in cui i nuovi strumenti digitali ci stanno cambiando, modificando il funzionamento del nostro cervello e il modo in cui ci rapportiamo all’informazione. Solo qualche mese fa ha fatto notizia la dialettica su «Internet ci rende stupidi», con le <a href="http://online.wsj.com/article/SB10001424052748704025304575284981644790098.html">posizioni opposte</a> di Nicholas Carr e Clay Shirky. Carr, nell’articolo <em>Is Google Making Us Stupid</em>? (di cui <a href="http://online.wsj.com/article/SB10001424052748704025304575284981644790098.html">abbiamo già discusso</a>), sostiene di avere l’impressione che internet – e non solo Google, contrariamente al titolo &#8211; stia diminuendo la nostra capacità di concentrazione e di riflessione: «Da qualche anno ho la spiacevole sensazione che qualcosa o qualcuno stia giocando con il mio cervello,  riconfigurando i circuiti neurali, riprogrammando la memoria. Non penso più come pensavo una volta». In più, secondo Carr, i link contribuiscono – in differente misura &#8211; alla distrazione.</p>
<p>Shirky, <a href="http://online.wsj.com/article/SB10001424052748704025304575284973472694334.html">sulla sponda opposta</a>, riflette (in particolare nel suo ultimo libro) su un concetto interessante: quello del surplus cognitivo. Il tempo libero che prima gli americani passavano guardando la televisione, ora è stato rimpiazzato da internet. E le sue conclusioni sono di segno <a href="http://www.vincos.it/2010/09/28/clay-shirky-cognitive-surplus/">totalmente contrario</a>. Anche Kevin Kelly, giornalista e cofondatore di Wired, <a href="http://www.edge.org/images/Internazionale.pdf">supporta</a> la linea non allarmista: secondo il grande teorico visionario, infatti, quando «ci tuffiamo» nella rete pensiamo in modo diverso: «Il mio pensiero è più attivo, meno contemplativo. Invece di cercare una risposta o di seguire un’intuizione riflettendo a vuoto, comincio a fare qualcosa sulla base della mia ignoranza». E poi aggiunge che internet ha cambiato la sua capacità di attenzione soprattutto perché è diventato un’unica cosa: «Ormai la rete è una cosa sola, un mezzo di comunicazione che unisce tutti i mass media, un intermedia con due miliardi di schermi. L’intera matassa delle sue connessioni è come un enorme libro che stiamo appena imparando a leggere. Sapere che questa cosa esiste e che la uso continuamente ha cambiato il mio modo di pensare».</p>
<h5>Nuova complessità</h5>
<p>Ma è un tema su cui discuteremo a lungo e su cui si discute tanto. Solo nei giorni scorsi Nick Bilton, uno degli interpreti della tecnologia per il New York Times, <a href="http://www.time.com/time/business/article/0,8599,2023997,00.html">in un’intervista</a> sul libro <em>I Live in the Future &amp; Here&#8217;s How It Work</em>s, rifletteva sul perché Internet non ci stia rendendo stupidi. In particolare, alla domanda «Perché lasceresti giocare i tuoi bambini con i videogame?», altro tema caldo e correlato, risponde che i videogiochi hanno effetti positivi sul cervello (dalla coordinazione mano-occhio, all’aumento della memoria operativa) e privarli di queste tecnologie sarebbe come aver impedito loro di leggere un libro ai tempi della macchina tipografica. Una scelta che «comprometterebbe il futuro dei bambini». È presto per farci un’opinione generale. Di certo, a una nuova complessità corrispondono nuovi strumenti. Seguendo magari <a href="http://antoniodini.blogspot.com/2010/10/how-to-social.html">l’esempio di Howard Rheingold</a>.</p>
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		<title>La rete e la tivù, ecco il nuovo campo di battaglia</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Jun 2010 07:55:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Movimenti di strategia e di mercato, tra nuovi arrivati (Vodafone), attori che rilanciano (Telecom Italia, Apple) e giganti della rete che tentano strade parallele (Google, Yahoo!). La chiave sta nelle alleanze]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ma se anche un operatore come Vodafone <a href="http://www.tvconnect.vodafone.it/">si è lanciato</a> nel business, fino a ieri di nicchia, dei decoder internet, significa che siamo alle porte di una nuova era per le tivù. Vodafone non ha certo la fama di essere un pioniere di internet, del resto. Tende a cavalcare un fenomeno quando è pronto a dare profitti, come dimostra il suo tardivo ma aggressivo lancio dell’Adsl. Adesso il fenomeno, approdato anche in Italia, è il mutato rapporto tra gli utenti internet e le loro tivù. L’arrivo del digitale terrestre (con l’obbligo, per alcuni, di comprare un decoder) è solo un pretesto in più per la svolta. A fare la differenza è che un buon numero di utenti internet è ormai interessato a un modo più interattivo e personalizzato di usare il televisore. O, <a href="http://www.shirky.com/herecomeseverybody/2008/04/looking-for-the-mouse.html">per dirla con Clay Shirky</a>, sono sempre più quelli convinti che una tivù che non possono manipolare come un pc è una tivù rotta.<span id="more-2995"></span></p>
<h5>Il nuovo Cubo</h5>
<p>E non c’è mica solo Vodafone. Si attende ormai a giorni la nuova versione del <a href="http://www.cubovision.it/">Cubo Vision</a> di Telecom Italia (per la prima volta nei negozi). Già, ecco i due principali operatori che si fanno battaglia non solo sulle tariffe sms ma anche sull’innovazione in tivù: evento raro. Allargando la visuale: nel mondo i due principali duellanti sono <a href="http://www.google.com/tv/">Google</a> e <a href="http://connectedtv.yahoo.com/services/tv-widgets">Yahoo!</a>. Non con prodotti completi, però, ma con piattaforme che possono portare interattività in vari dispositivi di elettronica di consumo: direttamente nella tivù, in decoder o su lettori blu ray. Per ora, si sa che la Google Tv prenderà vita in una tivù di Sony, mentre la piattaforma di Yahoo! è su quelle di Sony, Samsung, Lg, Vizio (in Italia, solo nei primi due marchi).  In tutti questi casi, internet non è mai la stessa che vedremmo dal pc, ma è in forma di widget. Ci sono i principali servizi e siti web, più altri ad hoc, e contenuti on demand (libreria di film e i programmi tv del giorno prima). La piattaforma di Yahoo! c’è da qualche anno, ma l’idea di Google, sposata anche da Vodafone e da Telecom, è un po’ diversa: permettere agli utenti di accedere a un marketplace di applicazioni-widget, da aggiungere a piacere. Il televisore che diventa insomma come l’iPhone. O come un cellulare Android: questo del resto è il sistema operativo alla base anche della Google tv.</p>
<p>La novità dirompente non è tanto tecnologica quando strategica e di mercato. «La Google Tv ha gli elementi giusti per avere successo. Quelli che mancavano nei precedenti tentativi di fondere tv e interattività online», dice Tom Morrod, analista di Screen Digest. I primi esperimenti di internet sulla tv, 15 anni fa, erano troppo prematuri, poiché mancava la banda larga. Che però è diffusa da anni, in molti Paesi del mondo. Quello che è mancato dopo è stata una rete strategica di alleanze. È proprio qui che Google darà il maggiore contributo: catalizza risorse di player diversi, in puro spirito internet. Vanta già alleati, per la propria piattaforma, tra i produttori di apparati (Sony), di chip (Intel) a broadcaster (Dish, operatore satellitare Usa). Il colosso del web è sceso in campo adesso perché dopo aver semi monopolizzato il mercato online su pc, ormai maturo nei Paesi anglosassoni, per crescere ancora deve trovare nuovi sbocchi. Sui cellulari come sulle tv. Per questo motivo probabilmente, nelle nuove forme di tv, avranno futuro le piattaforme più aperte e forti di alleanze migliori.</p>
<h5>Nicchie</h5>
<p>Altri prodotti simili, partiti già da tempo, non hanno avuto la stessa fortuna e quindi resteranno di nicchia: è il caso di <a href="http://www.tv-surf.com">Tv Surf</a> e di <a href="http://shop.tvblobbox.com/">BlobBox</a>, tanto per citarne due distribuiti anche in Italia. Idee analoghe a quelle di Google e Yahoo! hanno alle spalle grossi nomi, ma peccano comunque di deboli alleanze: così è per le Tv e i decoder Panasonic e per le tv Philips. Hanno soluzioni proprietarie, non aperte a sviluppatori di terze parti e prive di big del web che facciano da catalizzatori. Un altro strumento che potrebbe portare piattaforme internet sulla tivù sono le console. Quelle Sony e Microsoft lo fanno, ma ancora in modo limitato quanto a numero di servizi e a possibilità di aggiungerne.   La chiusura è stato il peccato anche dell’Apple Tv. Non è un caso quindi che subito ci si è peritati <a href="http://www.boxee.tv/">ad aprirla</a>. E che in questi giorni circolino voci di una <a href="http://punto-informatico.it/2900839/PI/News/apple-riaccende-tv.aspx">versione aperta</a>, con lo stesso sistema operativo dell’iPhone.</p>
<p>Il successo dei decoder Telecom e Vodafone si vedrà in base al numero di energie esterne che riusciranno a catalizzare.  In questa fase, le emittenti affrontano una sfida. Per riuscire ad abitare il futuro della tv dovranno probabilmente rinunciare a un antico privilegio: poter controllare tutti i contenuti che circolano. Dovranno fare alleanze, creare o adottare piattaforme, market place. Mediaset, <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2009/10/Mediaset-web-tv-canali-gratis-pay%20.shtml?uuid=9665d618-bc87-11de-b479-586ecd7874a9&amp;DocRulesView=Libero">a quanto pare</a>, ci pensa già. Se riusciranno a entrare nello spirito giusto, saranno inarrestabili, perché potranno sfruttare la propria presenza già affermata nelle case degli utenti. Altrimenti, si vedranno sorpassare da destra da altri soggetti, che affiancheranno i propri contenuti (e relativa pubblicità) ai canali tradizionali. La furia degli outsider ha già debuttato nel mercato dei cellulari, con Apple, Google. Adesso potrebbe toccare alle tivù.</p>
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		<title>Il futuro dei giornali? Va cercato altrove</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Sep 2009 07:00:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Boscarol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il giornalismo è un bene pubblico terribilmente costoso, per il quale stanno venendo meno tutte le storiche fonti di finanziamento. Una crisi inevitabile, dice Clay Shirky, la cui alternativa potrebbe non arrivare in tempo utile]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sul futuro dei giornali e soprattutto del loro modello di business, così evidentemente in crisi anche grazie alla gratuità delle notizie online, si stanno interrogando in molti. Fra i più acuti da sempre c’è Clay Shirky, docente e consulente americano che già a marzo scorso ci aveva segnalato che <a href="http://www.shirky.com/weblog/2009/03/newspapers-and-thinking-the-unthinkable/">il modello di business dei giornali non regge</a>, e che non si sa che cosa può venir dopo. In un <a href="http://www.niemanlab.org/2009/09/clay-shirky-let-a-thousand-flowers-bloom-to-replace-newspapers-dont-build-a-paywall-around-a-public-good/">recente intervento</a> Shirky riprende e amplia il discorso con considerazioni interessanti, che da noi si sentono fare poco spesso. Il succo del suo intervento è che non tutto il giornalismo è uguale, non tutte le notizie hanno lo stesso valore e che i modelli di business per notizie di tipo diverso possono essere diversi.<span id="more-962"></span></p>
<p>Il giornalismo di maggior valore per la società è il cosiddetto “accountability journalism”, ovvero il giornalismo d’inchiesta che offre alla comunità informazioni che consentono loro di giudicare le figure pubbliche (in parole povere). E cita ad esempio l’<a href="http://www.boston.com/globe/spotlight/abuse/stories/010602_geoghan.htm">inchiesta del Boston Globe</a> sulle accuse di pedofilia  a padre John Geoghan, che hanno costretto la Chiesa cattolica a occuparsi pesantemente del caso fino a scusarsi con le vittime, rendendo impossibile un insabbiamento o un accomodamento delle notizie. Non è difficile immaginare altri casi in cui i giornali compiano inchieste e pubblichino notizie di elevato valore pubblico, proprio perché danno ai cittadini modo di valutare l’operato di amministratori, controllori, figure con responsabilità pubbliche.</p>
<p>Forse in Italia non abbiamo una tradizione di “accountability journalism” così forte e indipendente: anche per una questione di limitato pluralismo delle proprietà, spesso le inchieste assumono colori politici a senso unico, nel senso che pochi si aspettano che giornali di centrodestra pubblichino inchieste su figure pubbliche di centrodestra, e giornali di centrosinistra su quelle di centrosinistra. In un paese dove il giornalismo sia di utilità sociale, queste distinzioni non ci dovrebbero essere: un giornale non dovrebbe porsi il problema di chi è colui di cui sta pubblicando le notizie.</p>
<h5>Un bene pubblico</h5>
<p>Se questo tipo di giornalismo è quello che produce il massimo beneficio per la società, esso è a tutti gli effetti un bene pubblico. Il guaio è che costa: a volte uno o due autori devono essere impiegati per mesi per condurre le inchieste, per produrre forse un’inchiesta o forse nulla. Solo imprese economicamente fiorenti possono permettersi un tale investimento. Da qui tutti i pianti sulla crisi dei giornali, che, vedendo erodere i propri profitti, non sarebbero in grado di mantenere la qualità delle proprie inchieste. Qualità che molti osservano in realtà smentita dai fatti: come detto sopra, le inchieste in Italia sono a senso unico, contro l’avversario politico, e spesso addirittura montate ad arte. Il che rende l’argomento dei giornali retorico per molti utenti e blogger.</p>
<p>Il cattivo stato del nostro giornalismo (a pochi giorni dalla manifestazione per la libertà di stampa) è dovuto però più al limitato mercato italiano e al conseguente scarso pluralismo, che spinge il giornalismo a cercare protezioni. Non elimina il valore di quelle inchieste che, talvolta, vengono comunque fatte e dunque non inficia il ragionamento di Shirky, che parte dalla situazione americana. Quel che Shirky dice con chiarezza è: attenzione, che questo modo di intendere i giornali è un’anomalia della storia. I giornali hanno potuto fare giornalismo d’inchiesta per un paio di secoli, ma solo perché godevano di una posizione di rendita indebita, acquisita per ragioni contingenti, soprattutto negli Stati Uniti, e che ora le rivoluzioni sociali e tecnologiche stanno spazzando via.</p>
<h5>Tre condizioni</h5>
<p>In particolare, dice Shirky, tre condizioni sono storicamente determinanti per la capacità del giornalismo di far inchiesta:</p>
<ol>
<li> Un relativo monopolio pubblicitario. Dalla nascita della “pennypress” fino ai grandi network commerciali, gli inserzionisti non avevano molta altra scelta che comprare pubblicità sui prodotti giornalistici per reclamizzare i propri prodotti e arrivare ad una diffusione ampia. Il ventesimo secolo, con la nascita di strategie di comunicazione complesse e la moltiplicazione di canali e piattaforme, ha reso via via questa esclusività meno importante. Ora esistono molti modi in cui un inserzionista può comunicare con il suo mercato. Internet, addirittura, ha reso evidente che non è detto che debba fare pubblicità. Può direttamente aprire un sito, finanziare un’iniziativa focalizzata sul prodotto. Era vero anche prima di internet, come coloro che si occupano di strategia e pubbliche relazioni sanno. Ma, per capirci, ora la rivoluzione è giuta al culmine: i giornali non sono più in posizione di monopolio. E dunque non c’è motivo per cui la pubblicità continui a pagare il giornalismo. Ragioni etiche? Ma il business, dice Shirky, non finanzia qualcosa per ragioni etiche. Lo fa solo se gli conviene. E ora non conviene più come prima. Certo, la pubblicità non sparirà dai giornali. Ma non si tornerà più alla redditività di un tempo.</li>
<li>Oltre a pagare troppo, gli inserzionisti finora sono stati anche poco e mal serviti. Qui Shirky affronta due argomenti distinti: il primo, è che se un giornale è forte, è indipendente dall’inserzionista. Cioè può scrivere male di lui anche se l’inserzionista compra un sacco di pubblicità. Il che è un primo tipo di “servizio insoddisfacente” per l’inserzionista. L’obiezione è assai poco rilevante in Italia, dove l’inserzionista ha un potere enorme rispetto alla proprietà dei giornali, di solito, e può incidere direttamente sui contenuti giornalistici.  Il secondo argomento è che può non aver senso comprare spazi specialistici su giornali generalisti: se voglio vendere una bici perché devo mettere inserzioni su un quotidiano che mi parla del tempo e del governo, anziché andare dove si vendono le bici? Anche questo argomento vale più negli Stati Uniti. In particolare perché vi era un forte mercato di inserzioni a pagamento di compravendita diretta fra privati (come i nostri la Bancarella, Portaportese, ecc.), che erano una forte fonte di sostentamento soprattutto per i giornali locali. Fonte che si è via via assotigliata con la nascita di servizi online come <a href="http://www.google.it/url?sa=t&amp;source=web&amp;ct=res&amp;cd=1&amp;url=http%3A%2F%2Fwww.craigslist.org%2F&amp;ei=-VrCSpLzKsyN4gb1ksCLCA&amp;usg=AFQjCNEp2aTKc9xoSTeJxQjMIe-ZG_M-HA&amp;sig2=wN0237fYWWVJ1H0pJwqMxA">Craiglist</a>. In generale però è vero anche in Italia che si può sempre più far pubblicità altrove, rispetto ai giornali. La pubblicità stessa può diventare medium. Da sola.</li>
<li>Il terzo cambiamento storico riguarda una debolezza intrinseca del prodotto giornalistico: la sua incoerenza. Perché mai uno dovrebbe essere interessato a leggere notizie diversissime su un giornale? Magari è interessato solo ad alcuni argomenti e non ad altri. Il giornale per sua natura è una piattaforma incoerente. Mette le parole crociate vicino alle notizie sul tempo e alla politica estera. La gente ha ora la possibilità di andare alla fonte o di riaggregare le notizie sulla base dei propri interessi. Dunque un prodotto così ha fatto il suo tempo.</li>
</ol>
<p>Queste tre caratteristiche dei giornali &#8211; troppo cari per gli inserzionisti, poco efficaci e incoerenti &#8211; sono debolezze che potevano resistere solo perché non c’era niente di meglio. Ora i media digitali modificano tutto questo, e dunque anche se i giornali tagliano i costi, non si rallenterà la caduta: è il tipo di prodotto a essere inadeguato. I giornali non hanno però solo difetti. Hanno anche pregi: ad esempio, quelli di propagare le notizie. Una notizia pubblicata su un giornale distribuito capillarmente in una certa comunità ha un impatto maggiore, gira, viene ripreso e rimediato, diventa patrimonio comune. La propagabilità della notizia crea valore per la notizia. Ma solo per quelle di interesse comune, dice Shirky. Ad esempio, la notizia degli scandali sessuali era già comparsa su giornali di minor peso, eppure solo quando è stata pubblicata sul Boston Globe, è riuscita a propagarsi e a mettere pressione sulla Chiesa. Ecco perché l’idea di rendere a pagamento le notizie online, rilanciata anche recentemente da Rupert Murdoch, è controproducente: certe notizie acquistano valore proprio perché circolano, soprattutto quelle di utilità pubblica come le inchieste. Mettere un pedaggio sulla loro circolazione significa distruggerne il valore pubblico.</p>
<p>Diverso è il caso delle notizie settoriali, come quelle economiche (non a caso le uniche per cui finora la gente è disposta a pagare, anche online: i casi del Financial Times e del Wall Street Journal su tutti; ma valgano anche i casi di banche dati specialistiche in vari ambiti, da quello legale a quello scientifico). In particolare dati di quotazioni, banche dati storiche ecc. Il valore, per queste notizie, risiede proprio nella loro esclusività. Nel fatto che bisogna pagare per accedervi. Questo porta a dei vantaggi a una piccola comunità che su questo fonda il proprio lavoro. Non è un modello applicabile alle notizie comuni, non a quelle di pubblica utilità.</p>
<h5>Alternative</h5>
<p>Shirky nota che la rapida diffusione delle notizie, ieri garantita solo dai giornali, oggi è possibile anche direttamente con i media elettronici (campagne di mail di segnalazione, video virali ecc.). Certo, quello che i giornali, soprattutto quelli grandi, possono mettere in campo è la loro autorevolezza. Il marchio, che spinge a considerare con una luce diversa quello che pubblicano. Non è infatti detto che spariscano. Ma il modello di business che consente di produrre giornalismo d’inchiesta o di pubblica utilità viene comunque messo in crisi. Quali alternative, per il giornalismo di pubblica utilità? Questo tipo di informazione può essere prodotta sostanzialmente in tre modi:</p>
<ol>
<li>sul mercato</li>
<li> con il sostegno di finanziamenti pubblici</li>
<li> per produzione sociale.</li>
</ol>
<p>Internet facilita enormemente la produzione in gran numero di campi, ma in particolare quelli non afferenti al mercato. Internet in effetti limita un gran numero di modelli di business, e crea le condizioni per potenziare la produzione basata sul servizio pubblico e sulla collaborazione sociale.</p>
<p>Dunque, ci troviamo di fronte a una rivoluzione. Non dobbiamo rimpiazzare i giornali. La natura del capitalismo, secondo Shirky, è di premiare i prodotti che hanno successo e di far sparire quelli che non ce l’hanno. Dobbiamo però trovare altri modi per produrre le medesime informazioni di beneficio pubblico che finora erano state prodotte dai giornali. È chiaro che questo non accadrà rapidamente. Anzi: Shirky si iscrive chiaramente nel partito dei realisti/pessimisti. O comunque si distacca con forza dagli utopisti e dai tecno-ottimisti: la distruzione del modello di business dei giornali sarà più rapida dell’emersione delle alternative. Perciò potremmo trovarci in una fase di involuzione in cui i benefici pubblici di un certo tipo di giornalismo – quello che serve alla convivenza civile e alla democrazia – non ci saranno. Quindi potremmo trovarci di fronte ad un’involuzione democratica.</p>
<p>Invece di spendere tempo a salvare i giornali, dovremmo investire energie nella sperimentazione di nuovi modi di produzione (che coinvolgano il sostegno pubblico o la produzione sociale) di informazioni socialmente utili. Solo da queste sperimentazioni, nasceranno i nuovi modi per la produzione dell’equivalente del “giornalismo d’inchiesta”. Ma nessuno sa quanto potrebbe volerci.</p>
<h5>Se la piattaforma paga il contenuto</h5>
<p>Tutto questo discorso, di rara chiarezza, arriva in Italia – dove la situazione è diversa, e dunque tempi e modi del declino potrebbero essere diversi &#8211; proprio mentre si inizia a discutere <a href="http://www.camilloblog.it/archivio/2009/09/25/le-ragioni-di-de-benedetti-sul-web/">su un input di Carlo De Benedetti</a>, editore del gruppo Repubblica-L’espresso. L’idea è di finanziare la fruizione gratuita delle notizie online con una parte dei ricavi della connettività alla rete da parte dei gestori telefonici.</p>
<p>Quest’idea non è nuova. È solo sempre stata accantonata, perché non suonava realistico chiedere ai fornitori di connettività di stornare parte dei propri ricavi per destinarli ai produttori di contenuti online. Se ora si torna a parlare di questa ipotesi senza scandalizzarsi è forse segno che ci si è resi conto che le alternative (micropagamenti, modello iTunes ecc.) sono del tutto irrealistiche. La proposta si fonda su un assunto: dalla nascita della rete a oggi, non sono i produttori di contenuti ad aver guadagnato, come si immaginava fin dal 1996, anno dell’articolo di Bill Gates “Content is King”, ma i fornitori di connettività. E con guadagni consistenti. Sarebbe del tutto legittimo stimare quanta parte di questi guadagni dipenda dai contenuti messi liberamente online. E riconoscere agli autori una parte. Il modello non è diverso da quello delle piattaforme satellitari: si paga l’accesso a un mondo di contenuti al gestore tecnico, il quale storna ad alcuni canali parte dei ricavi, per i contenuti.</p>
<p>I problemi rimangono molti. Bisognerebbe evitare che i ricavi andassero solo ai grandi gruppi, anzitutto, escludendo i contenuti generati dagli utenti, dai non professionisti o dai non appartenenti a gruppi mediatici. Bisognerebbe poi bilanciare la prevedibile prevalenza dei contenuti d’intrattenimento su quelli socialmente più utili. Inoltre, come molti hanno notato, è facilmente intuibile come una simile proposta finirebbe per spingere i fornitori di connettività a ricaricare sul costo dell’abbonamento il ricavo da stornare. Dunque alla fine pagheremmo sempre noi.</p>
<p>Ma non è forse proprio un modo per “socializzare la produzione” di contenuti utili? Certo, le contraddizioni sono dietro l’angolo. Ma il giornalismo di pubblica utilità sembra messo talmente male che forse vale la pena di pensarci.</p>
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		<title>Paure e speranze nel futuro delle news</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Mar 2009 09:13:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bernardo Parrella</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fallimenti, perdite millionarie, licenziamenti e chiusure: la stampa americana vive un momento drammatico, possibile preludio a un profondo rinnovamento sul web. Spunti dal rapporto annuale sullo stato dei news media e dalle proposte di Clay Shirky e Steven Johnson]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sull&#8217;onda di una super-crisi economica stavolta originata dall&#8217;interno, sembra procedere inarrestabile anche la caduta della stampa statunitense. Dal 1 gennaio 2008 si sono avuti circa 15.000 licenziamenti nelle redazioni, con ampia flessione di vendite, pubblicità e valori borsistici. Oltre alla <a href="http://news.google.com/news?hl=en&amp;ned=us&amp;q=tribune+co.&amp;btnG=Search+News">dichiarazione di bancarotta per Tribune Co.</a>, che vanta testate quali Chicago Tribune, Los Angeles Times, Baltimore Sun, c&#8217;è il New York Times che ipoteca la propria sede, il palazzo realizzato da Renzo Piano a due passi da Times Square acquistato appena lo scorso anno, per rastrellare 225 milioni e far fronte a una parte dei propri debiti. Né se la passano meglio i quotidiani minori, con <a href="http://www.google.com/hostednews/afp/article/ALeqM5iEpRuIdvKFqStgE9OPbUYDedBdFA">il Miami Herald tuttora in cerca di acquirenti</a> e il San Francisco Chronicle <a href="http://www.cnn.com/2009/US/02/27/rocky.mountain/index.html?iref=mpstoryview">in rosso per 50 milioni di dollari</a> nel 2008, con rischio concreto di una prossima messa all’asta. Un paio di settimane fa, infine, hanno chiuso definitivamente battenti due testate locali in Pennsylvania e soprattutto <a href="http://www.lsdi.it/2009/03/06/il-canto-del-cigno-della-stampa-usa/">l&#8217;indipendente Rocky Mountain News</a>, quotidiano di Denver con quasi 150 anni e quattro premi Pulitzer alle spalle.<span id="more-500"></span></p>
<p>Tendenza confermata dal fresco <a href="http://www.stateofthemedia.org/2009/narrative_overview_intro.php?media=1">The State of the News Media 2009</a>, sesto rapporto annuale sullo stato dell&#8217;informazione americana, il cui sommario si apre con «alcune cifre da brivido: le entrate dalle inserzioni dei quotidiani sono calate del 23% negli ultimi due anni, uno su cinque giornalisti nelle redazioni oggi è stato licenziato, e il 2009 potrebbe rivelarsi un&#8217;annata ancora peggiore. Perfino nelle Tv locali lo staff giornalistico viene drasticamente ridotto e nel 2008, anno elettorale, si è avuto un meno 7% nelle entrate pubblicitarie, cosa mai sentita prima, mentre i rating sono in caduta o statici per l&#8217;intero pailinsesto».</p>
<h5>Fame di informazione</h5>
<p>Si tratta forse del canto del cigno? Non proprio, intanto perché in realtà la <a href="http://www.upi.com/Business_News/2009/03/16/Newspaper_woes_continue_in_US/UPI-89811237238938/">gente continua ad aver fame d&#8217;informazione confezionata professionalmente</a> e, come conferma lo stesso rapporto di cui sopra, il pubblico <a href="http://www.stateofthemedia.org/2009/narrative_online_audience.php?media=5&amp;cat=2#88">consuma notizie in modi nuovi</a>, soprattutto online, dunque l&#8217;industria tradizionale ha tuttora molte frecce al proprio arco. Il punto è semmai che il settore non ha fatto granché per (imparare al meglio come) convertire quest&#8217;interesse più attivo e dinamico in soldoni, letteralmente. Conversione che non potrà avvenire se non sperimentando variamente con le potenzialità del digitale, dei social media, del giornalismo partecipativo. Fatto di cui, al di là dei piagnistei sulla presunta morte dei giornali, oggi sembrano finalmente convinti sia i piccoli che i grandi nomi &#8211; a partire dallo stesso New York Times.</p>
<p>Prima con l&#8217;avvio sperimentale della versione <a href="http://www.nytimes.com/">&#8220;Extra&#8221; della propria homepage</a>, che propone numerosi link ad articoli di diretti concorrenti quali Wall Street Journal, Boston Globe, BBC News, oltre che a una varietà di blog e testate (Huffington Post, Politico, Drudge Report ecc.). Chi volesse poi ulteriori approfondimenti, può saltare al volo su  <a href="http://www.blogrunner.com">Blogrunner</a>, news aggregator che fornisce la tecnologia per l&#8217;iniziativa e che dal 2005 fa parte della scuderia dello stesso New York Times. E poi con il fresco <a href="http://nytimes.com/marketing/thelocal/?hp">The Local</a>, una partnership tra cittadini-reporter e i redattori della cronaca che ha lo scopo di investire sull&#8217;ambito iper-locale (due aree del quartiere di Brooklyn e tre zone residenziali del New Jersey, per cominciare), in collaborazione con la <a href="http://www.buzzmachine.com/2009/02/28/the-times-cuny-and-others-go-hyperlocal/">scuola di giornalismo di Jeff Jarvis</a>.</p>
<h5>Verso l&#8217;iperlocale</h5>
<p>In quest&#8217;ambito va segnalata la battaglia per <a href="http://www.niemanlab.org/2009/03/google-exec-nyt-go-hyper-local/">occupare lo spazio dell&#8217;iperlocale nelle metropoli della East Coast</a>, in primis proprio nell&#8217;affollato New Jersey, poi a Boston, con il concomitante lancio di <a href="http://www.patch.com/">Patch</a>, progetto in cui è coinvolto addirittura Google. Oltre agli scetticismi e ai primi fallimenti, sono partire anche delle denunce, poi appianate, a riprova delle alte speranze risposte nei network di giornalismo locale &#8211; dove si spera di recuperare quegli introiti legati ai piccoli annunci &#8220;rubati&#8221; alle grandi testate dalla valanga delle <a href="http://www.craigslist.org">Craigslist localizzate</a>. Perché è chiaro che, comunque vada, inserzionisti e imprenditori dispositi a investire in aree o progetti così ristretti non sono certo molti.</p>
<p>C&#8217;è poi chi si affida definitivamente al web, percorso compiuto nei giorni scorsi da un&#8217;altra testata storica, il <a href="http://www.seattlepi.com/">Seattle Post-Intelligencer</a> della Hearst Corp., in vita da 146 anni e maggior quotidiano dell&#8217;intero Paese ad aver abbandonato la carta stampata. Il giornale tirava 117.000 copie quotidiane, rispetto alle 198.000 del suo rivale cittadino, The Seattle Times: com&#8217;è capitato al Rocky Mountain News di Denver, se lo spazio si restringe per due testate cartacee, l&#8217;online offre qualche soluzione. Tant&#8217;è che anche quest&#8217;ultimo s&#8217;appresta al rilancio solo in digitale, con 30 ex-redattori che stanno per dar vita a <a href="http://www.indenvertimes.com/">InDenver Times</a> &#8211; purché entro il 23 aprile arrivino 50.000 abbonamenti a 4,99 dollari al mese, per un totale di 250.000 dollari a garanzia di stipendi e costi gestioniali, a cui si aggiugeranno gli investimenti di alcuni imprenditori locali.</p>
<p>Il fatto che la proposta decolli dipende prima di tutto dai cittadini: non solo per l’<a href="http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2009/03/16/facciamo-pagare-linformazione-digitale-a-chi-gia-ne-ricava-utili/">obolo obbligatorio</a>, ma anche in virtù del loro diretto coinvolgimento nella produzione e condivisione di un’informazione variegata, diversificata, al passo con i tempi. Quei contenuti prodotti dagli utenti di cui le grandi testate non dovrebbero solo appropriarsi in modo gratuito, ma rispetto ai quali al contrario hanno l&#8217;opportunità di avviare un circolo virtuoso della compartecipazione e della disintermediazione a più levelli. Proprio come ribadiva un <a href="http://socialblog.yurait.com/index/?p=302">recente intervento di Jay Rosen</a>: «Sistemi editoriali chiusi e aperti, la stampa e la sfera connessa, non sono entità separate ma altamente interattive l’una con l’altra nel mercato dell’informazione».</p>
<h5>Shirky e Johnson</h5>
<p>Un quadro complessivo ripreso dai concomitanti interventi di due critici culturali americani, Steven Johnson e Clay Shirky. Il primo, <a href="http://www.stevenberlinjohnson.com/2009/03/the-following-is-a-speech-i-gave-yesterday-at-the-south-by-southwest-interactive-festival-in-austiniif-you-happened-to-being.html"> durante il South By Southwest Interactive Festival in corso in Texas</a>, si concentra sul futuro dei media partendo da un passato neppure troppo lontano, quando per avere notizie e indiscrezioni ci si affidava ai colossi dell’editoria tradizionale (perfino nel campo high-tech, da MacWorld fino a Wired). Alla metà degli anni ’90 il boom di Internet ha stravolto tutto: «Il mondo dei media odierno è ben più vario e interconnesso, un sistema di flussi e rilanci completamente diverso da una catena di montaggio. Assai più vicino all’ecosistema del mondo reale nella cirolazione delle informazioni, al contrario dei vecchi modelli industriali dei mass media top-down».</p>
<p>Questo è vero anche in campi come l’informazione politica in rete: originale, autosufficiente e spesso in netto anticipo sui media tradizionali. Anziché versare lacrime di coccodrillo per l’attuale sorte dei quotidiani, suggerice Johnson, dobbiamo aprire gli occhi sul fatto che «il vecchio e il nuovo si integreranno in modi che per prima cosa taglieranno fuori quel potere che credevamo di avere nelle nostre mani, applicando quel darwinismo sociale che pensavamo potesse accadere solo agli altri e mai a noi stessi». E mentre il web non potrà mai sostituire il Village Voice (storico settimanale gratuito di New York City), un&#8217;iniziativa come <a href="http://newassignment.net/">New Assignment</a> non ha più molto di simile a un tradizionale quotidiano. Ben più che del <a href="http://www.wittgenstein.it/2009/03/16/dategli-tempo/">parassitismo di un settore sull’altro</a>, dovremo aspettarci «più contenuti, non meno: più informazione, analisi, precisione, un’ampia gamma di nicchie emergenti».</p>
<p>Clay Shirky spiega che <a href="http://www.shirky.com/weblog/2009/03/newspapers-and-thinking-the-unthinkable/">la crisi economica dei giornali</a> deriva soprattutto dalle enormi spese per le rotative e per la gestione del cartaceo, e ancor più che il «business dei media è stato stravolto dai nostri nuovi ruoli e libertà. Non siamo più lettori, né ascoltatori o telespettatori. Non siamo clienti e sicuramente neppure consumatori. Siamo utenti». Di conseguenza, quel che conta è pensare a modalità innovative per fare informazione, non alla sopravvivenza o meno di giornali e riviste cartacee. «Dovremmo occuparci di nuovi modelli per rivitalizzare i reporter  piuttosto che risuscitare vecchi modelli per foraggiare gli editori; più tempo perdiamo a fantasticare su soluzioni magiche per quest’ultimo problema, meno tempo abbiamo per trovare soluzioni concrete al primo». Ha senso, allora, preoccuparsi per il futuro dei quotidiani e, soprattutto, per come andremo a sostituirli? Meglio non mentire, <a href="http://www.boingboing.net/2009/03/14/shirky-what-will-rep.html">insiste ancora Shirky</a>, facendo finta di non trovarci nel mezzo di una rivoluzione oppure affermando che «il vecchio sistema non possa frantumarsi prima che ne nascano di nuovi e che gli antichi contratti sociali non siano in pericolo».</p>
<p>Non resta dunque che salvare il salvabile, come stanno facendo diversi attori mainstream statunitensi. Oppure buttarsi nella sperimentazione, come provano a fare altri. In un caso e nell&#8217;altro, nulla di buono potrà uscirne fuori senza la partecipazione diretta, fattiva, costruttiva di ciascuno di noi. Questo è poco, ma sicuro.</p>
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		<title>L&#8217;evoluzione del giornalismo</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Feb 2009 15:03:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Granieri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cala la domanda di mercato, cambia la tecnologia, cambia il pubblico: l'industria delle produzione e della distribuzione delle notizie attraversa un momento di evoluzione drammatico, da un lato sospinto dalla crisi economica e dall'altro rallentato dall'incertezza riguardo ai nuovi modelli commerciali]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In queste settimane di celebrazioni darwiniane si parla molto di evoluzione. Ma la metafora biologica è spesso utile per descrivere situazioni complesse, perchè rende molto intuitive alcune relazioni tra le parti di un sistema e permette di individuare le mutazioni nei rapporti tra le diverse componenti. Io la trovo molto utile per farmi uno schema di quella che comunemente chiamiamo &#8220;la crisi dei giornali&#8221; e che, in realtà, è un &#8220;momento di evoluzione&#8221; di tutto il giornalismo, da cui non sarà esente nemmeno il giornalismo televisivo nè qualsiasi altra forma di informazione professionale. Negli ultimi decenni non c&#8217;erano stati cambiamenti molto rilevanti, perchè (in termini evoluzionistici) si era raggiunto un buon grado di adattamento e si lavorava e viveva in un ambiente stabile. Ma, per citare Gould (e la sua <a href="http://www.anobii.com/books/Lequilibrio_punteggiato/9788875781026/01893514c8126d3849/">teoria dell&#8217;equilibrio punteggiato</a>), il cambiamento si innesca quando la stabilità di un ambiente o di qualsiasi procedura vitale viene messa a rischio da un fatto nuovo.<span id="more-410"></span></p>
<p>Consentiamoci una semplificazione analitica molto forte (e un po&#8217; autoironica) e proviamo a immaginare la situazione. C&#8217;era una popolazione di giornalisti che viveva grazie a un sistema molto costoso in termini di risorse: la produzione, il confezionamento e la distribuzione di informazione. In questo modello i costi di produzione sono elevati (reporting, inviati, copertura delle notizie nel mondo ecc.), come quelli di distribuzione (stampare e distribuire periodici costa, mantenere una televisione costa ancora di più). Ma il lavoro di confezionamento produceva un bene in cui altri riconoscevano un valore economico diretto (acquisto dei giornali, abbonamenti) o indiretto (raccolta pubblicitaria). Con alcune modifiche, soprattutto nel peso del recupero di risorse (ripartito sempre più verso la raccolta pubblicitaria), il modello ha tenuto senza scossoni negli ultimi 50 anni del secolo scorso.</p>
<p>Nel frattempo succedevano cose, di natura diversa. Il progresso tecnologico ha messo a punto una forma di distribuzione molto più economica e sostanzialmente differente (i network digitali). Il pubblico è cresciuto culturalmente, ha avuto accesso alla rete di distribuzione delle informazioni e a molte delle fonti tradizionali del giornalismo. Una popolazione di nuovi &#8220;operatori del settore&#8221; ha cominciato ad abitare il territorio tradizionalmente occupato dai giornalisti, ma senza essere legata a un sistema produttivo. La disponibilità di informazione gratuita ha cominciato a mettere in crisi il concetto di valore economico (non di valore assoluto) dell&#8217;informazione. Ma, come sempre succede, l&#8217;ecosistema si stava lentamente riequilibrando. Le grandi testate stavano abbracciando la nuova situazione e stavano provando a riorganizzarsi.</p>
<p>Fino a ieri tutto pareva seguire il suo corso, finchè la crisi economica mondiale ha accentuato ed accelerato la crisi. Oggi la transizione non è più morbida e graduale. Il sistema produttivo, molto costoso,<br />
non è più in grado di far vivere la popolazione di giornalisti, il cui numero è molto cresciuto nel tempo. Perchè il giornalismo (inteso come professione) funzioni, è necessario infatti che vi siano e che funzionino i costosi sistemi che lavorano su approvvigionamento, confezionamento e distribuzione delle informazioni. Se questi sistemi cessano di produrre valore, non si potranno avere le risorse per mantenere i giornalisti (confezionamento) e per garantire una buona informazione (approvvigionamento). La popolazione dei giornalisti, allo stato, è prevedibilmente in via di drastica diminuzione. Come sono diminuite le popolazioni di molte specie animali quando il loro ecosistema si è modificato troppo in fretta per dar loro il tempo di reazione.</p>
<h5>Lo scenario</h5>
<p>Uscendo dalla semplificazione, che ci ha chiarito in maniera persino banale quanto una professione per restare tale debba contare su un sistema che produca valore, la situazione può essere descritta con maggior precisione. Quello che sta succedendo è riassumibile in una serie di considerazioni:</p>
<ul>
<li>I costi di distribuzione tradizionale sono troppo elevati rispetto alla domanda di mercato: il numero di copie vendute comincia a non giustificare la stampa e la distribuzione in moltissimi casi (anche includendo i proventi da allegati e optional di acquisto vari: libri, cd eccetera). Questo può anche essere vero, con i dovuti distinguo e in fase meno avanzata, per la televisione generalista che sta riscontrando un forte calo di ascolti e di raccolta pubblicitaria. E una televisione generalista costa tanto: la cenerentola italiana, RaiTre costa oltre 300 milioni di euro l&#8217;anno.</li>
<li>È cambiato il pubblico. Ci sono fin troppi segnali: la lettura del quotidiano non è più adatta ai ritmi vitali della vita di oggi, non sulla scala grande che serve a stamparlo. Il ciclo veloce di disponibilità di informazione, in tempo reale, ha abituato gli individui a consumare le notizie e le opinioni in maniera molto più mirata e rapida rispetto ai tempi di circolazione e senescenza di un quotidiano. E, come dice <a href="http://www.tamark.ca/students/2009/02/08/paying-a-little/">Mark Hamilton</a>, è cambiato il consumo di media: nessuno legge più solo un quotidiano e per l&#8217;individuo non ha più troppo importanza la fonte, poichè ne ha tante a disposizione e le usa. Questo non vuol dire che si sia ridotta l&#8217;autorevolezza delle grandi testate, ma piuttosto che non dovendo più pagare per informarsi, l&#8217;aumento dell&#8217;offerta ci consente di saltare da una fonte all&#8217;altra con evidenete facilità, limitando l&#8217;affezione a una data testata (non più necessaria).</li>
<li>Il processo di informazione e di distribuzione non si esaurisce più nella linearità del processo giornalistico. Gli individui mediano le diverse fonti, le rielaborano, le rimettono in circolazione<br />
nei diversi network e nella blogosfera. È quanto Shirky chiama <a href="http://www.shirky.com/weblog/2009/02/why-small-payments-wont-save-publishers/">superdistribuzione</a>.</li>
</ul>
<h5>Il sistema produttivo</h5>
<p>Molti analisti si concentrano su come debba cambiare la professione e su come debba cambiare il contenuto giornalistico per far fronte alla crisi. Probabilmente questo assomiglia a concentrarsi su uno dei sintomi (il più evidente, è chiaro) ma non sulla causa. Se avessimo il miglior giornalismo possibile, il più affascinante che riusciamo a immaginare, dovremmo dare per scontato che averlo basti a ritornare allo <em>status quo</em>. Ovvero: la gente ricomincia a comprare i giornali, gli inserzionisti ricominciano a investire pesantemente e tutto torna all&#8217;età dell&#8217;oro grazie a una o più innovazioni nel confezionamento dell&#8217;informazione. Ma io non sarei così sicuro: in genere una buona soluzione parte da una buona descrizione del problema. E il problema alla fine è semplice: se non si fa fatturato, non c&#8217;è professione. Se si dimezza il fatturato, si dimezza la popolazione che riesce a viverci facendo quel lavoro.</p>
<p>E per fare fatturato, per mantenere i costi (alti) di approvvigionamento e di confezionamento (se non paghiamo il confezionamento il giornalismo cessa di essere una professione), serve un modello che tenga conto della realtà e non che viva sulle speranze di un ritorno al passato. È abbastanza fatale che gli acquirenti di giornali (già in piena senescenza) non smettano di diminuire e che il pubblico televisivo (negli anni) tenda a non consumare la televisione come la conosciamo oggi. E ne consegue che se diminuisce il pubblico e diminuisce la capacità dei mass media di fare cornice sociale, si ridimensioni l&#8217;appeal della (costosa) pubblicità su questi strumenti. E se dimuiscono i soldi in ingresso, diminuiscono i soldi per coprire quanto accade nel mondo e per pagare i giornalisti a livello professionale. E diminuisce l&#8217;informazione organizzata, che non può essere (per evidenti ragioni di approvvigionamento) sostituita in maniera autorganizzata dall&#8217;informazione dal basso (che ne è un complemento importante, ma non un sostituto).</p>
<p>Secondo il Pew Research Center, già nel 2008 negli Stati Uniti i lettori dei giornali online hanno superato per la prima volta quelli delle edizioni cartacee. E l&#8217;informazione si consuma in maniera sempre più prevelente attraverso i network. Ma persino la pubblicazione dei <em>legal ads</em> ormai <a href="http://www.buzzmachine.com/2009/02/04/one-more-kick-in-the-kidneys-for-papers-the-end-of-legal-ads/">viene fatta online</a> perchè i giornali non garantiscono più la sufficiente distibuzione per rendere le informazioni <em>informazioni di tutti</em>.</p>
<h5>La transizione</h5>
<p>Prima dell&#8217;accelerazione dovuta alla crisi, si contava molto sulla raccolta pubblicitaria perchè non si riesce a vendere il contenuto online. Ma diverse ragioni, oggi, rendono questa strada molto difficoltosa. Prima di tutto per via della concorrenza, perchè i canali non sono più solo quelli dell&#8217;informazione canonica e, anzi, <a href="http://www.niemanlab.org/2009/01/why-its-so-hard-to-move-revenue-from-print-to-online/comment-page-1/">spesso sono meno competitivi</a>. Poi perchè la pubblicità online risulta meno efficace: gli utenti la percepiscono meno, ha meno capacità di emozionare e colpire, perde il senso di &#8220;massa&#8221; che aveva sui media (appunto) di massa. Certo, è più facile da costruire in modo mirato e intelligente, ma costa infintamente meno. Nonostante i lettori online aumentino, le pubblicità sulla carta vengono (ancora) pagate infinitamente di più. Non durerà a lungo. Ma i prezzi bassi e forzatamente concorrenziali dell&#8217;online non potranno certo supplire allo stesso modo. E tenderanno a scendere.</p>
<p>Anche se la raccolta pubblicitaria online migliorasse, potrebbe non bastare. Il tradizionale sistema di finanziamento dei news media posava su tre fattori, <a href="http://www.time.com/time/business/article/0,8599,1877191,00.html">nota Walter Isaacson</a>: vendita in edicola, abbonamenti e pubblicità. E aggiunge: basato solo sulla pubblicità è come se una sedia a tre gambe dovesse stare in piedi solo su una.</p>
<p>Le soluzioni su cui si sta discutendo hanno dell&#8217;avventuroso, ma fanno parte di un ragionamento che deve per forza avvenire a 360 gradi. Lo stesso Isaacson ha recentemente rilanciato l&#8217;<a href="http://www.nytimes.com/glogin?URI=http://www.nytimes.com/2009/01/12/business/media/12carr.html&amp;OQ=_rQ3D3Q26scpQ3D1Q26sqQ3DitunesQ2520newsQ26stQ3Dcse&amp;OP=306f9a34Q2FQ26td0Q26GlNQ7Esll.vQ26vQ5EQ5EEQ26Q5EIQ26IvQ260-Q7E!7dQ7EQ7EQ26xdG!Q5BQ26IvNQ5BsspQ3F.xk">idea</a> di David Carr dei <a href="http://www.aspeninstitute.org/site/c.huLWJeMRKpH/b.4959311/k.49F5/A_Bold_Old_Idea_for_Saving_Journalism_2009_HaysPress_Enterprise_Lecture_by_Walter_Isaacson.htm">micropagamenti</a>: il modello è semplice, si paga qualche centesimo per articolo. E, citando un vecchio pezzo di Shirky che ricordava come in realtà il costo mentale della transazione rende i <a href="http://www.shirky.com/writings/fame_vs_fortune.html">micropagamenti quasi fallimentari</a>, ha proposto di raccogliere l&#8217;insegnamento di iTunes. In rete se ne sta dicutendo molto, ma prevalgono le obiezioni. Shirky stesso <a href="http://www.shirky.com/weblog/2009/02/why-small-payments-wont-save-publishers/">ha replicato</a>, sostenendo che il paragone con iTunes non regge perchè iTunes rappresenta l&#8217;unica alternativa legale a un prodotto, a differenza dell&#8217;informazione. Quindi, i micropagamenti funzionano solo in assenza di un mercato con altre opzioni legali. Inoltre, <a href="http://www.thebigmoney.com/articles/impressions/2009/02/09/micro-economics?page=0,0">aggiunge</a> Gabriel Sherman su Slate, la musica è un contenuto con un ciclo di vita molto più lungo delle news.</p>
<p><a href="http://recoveringjournalist.typepad.com/recovering_journalist/2009/02/asking-people-to-pay-for-news-what-he-said.html">Secondo Mark Potts</a> la cosa può funzionare solo per alcune nicchie mirate. Ma, come <a href="http://www.tamark.ca/students/2009/02/08/paying-a-little/">sostiene Mark Hamilton</a>, si deve anche tenere conto del fatto che se si può scegliere tra gratis e a pagamento è più probabile che si escluda quanto bisogna pagare dalle proprie letture, anche considerando le attuali abitudini di consumo dell&#8217;informazione tra moltissime fonti.</p>
<h5>Non si può non stampare</h5>
<p>Le alternative paiono poche. Sul <a href="http://www.nytimes.com/glogin?URI=http://www.nytimes.com/2009/01/28/opinion/28swensen.html&amp;OQ=_rQ3D1Q26pagewantedQ3Dprint&amp;OP=5c3e4797Q2FQ3CcKpQ3C@PGjQ5EPPwQ2AQ3CQ2AQ3DQ3D3Q3CQ3DfQ3CQ2AIQ3CPyQ60Q5BQ60PQ5BQ3CQ2AIjcKQ5BjKQ5BQ25-w1Q7C">New York Times</a> si è lanciata l&#8217;ipotesi di fare dei <em>news media</em> fondazioni o enti no profit. Ma, al di là dell&#8217;effettiva praticabilità (quante testate potrebbero resistere?) è stato subito notato il rischio, sul fronte democratico e della qualità, del <a href="http://www.slate.com/id/2210333/pagenum/all/">distacco tra le testate e la pressione del mercato</a>. Altrove si è suggerita l&#8217;<a href="http://www.latimes.com/news/opinion/sunday/la-oe-rutten4-2009feb04,1,4979706.column">esenzione dalle norme antitrust e la formazione di un cartello</a>. La tesi è facile. Se tutti i giornali tranne qualcuno regalano i contenuti (puntando sulla raccolta pubblicitaria) nessun giornale da solo potrà mettere a pagamento i contenuti e avere qualche speranza. Invece devono sedersi, formare un cartello e negoziare una strategia comune di pagamento per i contenuti. Ma anche questa strada appare poco praticabile.</p>
<p>Jarvis, tempo fa, <a href="http://www.buzzmachine.com/2008/12/20/can-the-la-times-turn-off-its-presses/">sostenne</a> che il Los Angeles Times poteva pagare gli stipendi di tutti i giornalisti solo con le entrate dell&#8217;online. Ma gli stipendi non sono gli unici costi, anzi. Il punto vero, per la sopravvivenza del sistema come lo conosciamo, è che non <a href="http://newsosaur.blogspot.com/2009/02/why-newspapers-cant-stop-presses.html">si possono fermare le macchine di stampa</a>, perchè dalla carta viene una percentuale considerevole degli introiti. Quindi, se diamo per scontata l&#8217;insostenibilità economica della stampa (almeno nei numeri cui siamo abituati oggi) il sistema non può restare come lo conosciamo. Cambierà inesorabilmente e non sappiamo come. La &#8220;specie&#8221; dei giornalisti cambierà con il sistema che non è più apparantemente in grado di sostenerla. E non è detto che siano tutte rose e fiori.</p>
<p>In attesa di vederlo e di capirlo, il cambiamento, non mancano gli esercizi: Steve Outing (segnalato anche da <a href="http://mariotedeschini.blog.kataweb.it/giornalismodaltri/2009/02/06/oltre-la-carta-come-dovrebbe-essere-una-redazione-digital-only/">Tedeschini</a> qui da noi) <a href="http://www.editorandpublisher.com/eandp/columns/stopthepresses_display.jsp?vnu_content_id=1003936131">immagina una redazione all digital</a> e dà <a href="http://www.editorandpublisher.com/eandp/columns/stopthepresses_display.jsp?vnu_content_id=1003918050">anche qualche consiglio</a>. E Ken Paulson ci racconta come sarebbero stati i giornali se fossero stati <a href="http://www.poynter.org/column.asp?id=45&amp;aid=158153">inventati dopo il modem</a>. Due letture utili<br />
per capire cosa (forse) succederà.</p>
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