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	<title>Apogeonline &#187; Charles Darwin</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>Citizen science, ecco i volontari della ricerca</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Jun 2011 06:30:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Boscolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Charles Darwin]]></category>
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		<description><![CDATA[La scienza, come già il giornalismo e l'editoria, apre al contributo di appassionati e amatori su vasta scala]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tra Sette e Ottocento, prima della professionalizzazione della scienza, i filosofi naturali come Charles Darwin, il padre della teoria dell&#8217;evoluzione, erano essenzialmente amatori. Quando non avevano un patrimonio che permettesse loro di vivere di rendita, si guadagnavano il pane con un lavoro, spesso in un percorso ecclesiastico, e si dedicavano alla ricerca scientifica nel loro tempo libero. Lo stesso sta tornando ad accadere oggi, quando web e tecnologie mobile permettono a migliaia di appassionati di natura e ambiente sparsi ai quattro angoli del pianeta di mettere a disposizione dell&#8217;impresa scientifica le proprie capacità, le proprie conoscenze e una parte del proprio tempo. Un po&#8217; come è avvenuto nell&#8217;ambito del giornalismo, che si è aperto al contributo di tanti volontari, anche la ricerca in biologia sta cominciando da qualche tempo a vivere una nuova pagina di partecipazione. Accanto al <em>citizen journalism</em>, quindi, la <em>citizen science</em>. O, meglio ancora, la <em>citizen biology</em>.<span id="more-5736"></span></p>
<h5>Aiuta il biologo</h5>
<p>Non è certo la prima volta che la scienza si avvale del contributo di volontari e appassionati, basti pensare all&#8217;importante attività degli astrofili, disposti a setacciare terabyte di dati astronomici solo per il gusto di farlo, oppure a quanti mettono a disposizione una parte del potere di calcolo del proprio computer collegato alla rete per il programma di ricerca di intelligenze extraterrestri SETI (attraverso <a href="mailto:SETI@home">SETI@home</a>). Ma è in ambito ambientale e naturalistico, con il contributo di birdwatcher, appassionati di animali in genere o semplici amanti della natura, che si sono sviluppati alcune esperienze tra le più affascinanti e coinvolgenti.</p>
<p>Un esempio è la vicenda di <a href="http://www.evolutionmegalab.org/">Evolution Megalab</a>, un sito e una ricerca scientifica nati dall&#8217;intuizione di Jonathan Silvertown, biologo della Open University britannica. «Tutto è cominciato perché ho organizzato una serie di eventi per il bicentenario della nascita di Darwin, nel 2009: volevo trovare un modo in cui il grande pubblico potesse toccare con mano gli aspetti fondamentali dell&#8217;evoluzione e contemporaneamente partecipare attivamente a una ricerca scientifica in ambito biologico». L&#8217;idea era semplice. Si trattava di scegliere un aspetto di un organismo che potesse essere di facile accesso e poi chiedere a volontari, reclutati attraverso il sito del progetto, di aiutare i biologi a studiarlo. «Inizialmente il mio collega Steve Johns mi voleva convincere a utilizzare il pero», prosegue Silvertown, «e la cosa aveva un senso, dato che io sono fondamentalmente un botanico, ma ci siamo accorti che è una pianta che non è diffusa in tutti i paesi europei, mentre noi volevamo dare la possibilità a chiunque di dare il proprio contributo». Così la scelta è caduta su una specie di lumaca, Cepaea nemoralis, diffusa praticamente ovunque nel nostro continente e facile da avvicinare anche per persone non esperte.</p>
<h5>Specie modello</h5>
<p>Lo scopo della ricerca era vedere come sta cambiando la colorazione del guscio di questa specie di lumaca nel tentativo di adattarsi alle modificazioni che i cambiamenti climatici stanno apportando al suo habitat naturale. «Avevamo già molte informazioni a riguardo», spiega Silvertown, «e quindi era un buon banco di prova per un progetto nuovo per me. In più, prima della possibilità di studiare i microrganismi, Cepaea nemoralis era una di quelle specie modello proprio per la sua diffusione». I dati raccolti dall&#8217;Evolution Megalab non solo hanno dimostrato di essere consistenti con quello che già sapevano i ricercatori, ma hanno mostrato che la tendenza a manifestare una linea centrale di un colore diverso è ancora più consistente di quanto si pensasse. «Evidentemente deve trattarsi di un adattamento migliorativo al mutamento della flora nell&#8217;habitat di Cepaea nemoralis».</p>
<p>Alla ricerca hanno partecipato complessivamente oltre settecento volontari sparsi in tutto il vecchio continente. Quello che veniva loro chiesto era di compilare un form online nel quale riportavano le proprie osservazioni. «Ma il sistema prevedeva anche una valutazione preliminare della capacità di effettuare osservazioni corrette», precisa Silvertown. «Dovevamo essere sicuri che chi partecipava era effettivamente in grado di distinguere Cepaea nemoralis da altre specie di lumache e interpretare correttamente la colorazione del suo guscio. Altrimenti i dati non si sarebbero potuti utilizzare per la ricerca». Silvertown e i suoi colleghi hanno quindi sfruttato la struttura di somministrazione di test che la Open University, che si occupa di formazione a distanza, già utilizza per i propri corsi. «Abbiamo così ottenuto che i dati relativi alle osservazioni fossero in qualche modo legati a un indice che ci dicesse quanto bravo era chi le aveva effettuate».</p>
<h5>Animali rari</h5>
<p>Evolution Megalab è stato un successo scientifico, dal momento che i dati elaborati da Silvertown e i suoi colleghi hanno fruttato una pubblicazione su <a href="http://www.plosone.org/article/info:doi/10.1371/journal.pone.0018927">PLOS One</a>, una rivista (rigorosamente open access) tra le più prestigiose del settore. Ma è stato soprattutto un trionfo di partecipazione. Successo che sta riscuotendo anche un nuovo progetto di Jonathan Silvertown. Un&#8217;idea ancora più moderna e, stavolta, davvero web 2.0: il social network <a href="http://www.ispot.org.uk/">iSpot</a>. La community, alla quale possono accedere per il momento solo i sudditi di sua maestà, è composta da oltre diecimila iscritti che si scambiano notizie di avvistamenti di animali più o meno rari.</p>
<p>iSpot è partito da poco più di due anni e ha già raccolto un database notevole di avvistamenti. Silvertown, che assicura che l&#8217;app (sia per Android che iPhone) sarà disponibile entro l&#8217;anno, così da permettere di aggiornare le proprie osservazioni direttamente sul campo, non voleva però fermarsi a mettere in piedi una scopiazzatura di Facebook. Da buon docente l&#8217;ha ritagliata attorno all&#8217;idea di apprendimento. «La community di iSpot non è omogenea, ma abbiamo voluto fortemente che fosse composta di amatori e professionisti. Lo scopo di questo mix è favorire che gli scambi e i contatti tra gli utenti permettano ai meno esperti di apprendere da chi ha più esperienza e competenza, con l&#8217;obiettivo di favorire la conoscenza della natura e degli esseri viventi».</p>
<h5>Osservazioni ornitologiche</h5>
<p>Se nell&#8217;ambito di Facebook e degli altri social network “normali” ci sono più voci critiche che sottolineano l&#8217;opacità con cui vengono trattati i dati inseriti dagli utenti, nel caso di esperienze come iSpot, questi dati possono rivelarsi utili materiali per una vera e propria ricerca scientifica. É così per le segnalazione degli avvistamenti di uccelli sul territorio statunitense raccolti con <a href="http://www.thewildlab.org/">WildLab</a>, un&#8217;app sviluppata con la collaborazione di alcune scuole, e testata sia all&#8217;interno di programmi scolastici che in attività parascolastiche. «Per molte diverse ragioni la gente raccoglie informazioni su una grande varietà di temi scientifici, dai cambiamenti climatici alla distribuzione delle specie in un territorio», racconta il direttore del programma Jared Lamenzo, «quello che abbiamo voluto fare con la nostra app è fornire agli appassionati e agli studenti uno strumento divertente e cool per raccogliere dati che avessero una struttura più adeguata al lavoro degli scienziati».</p>
<p>WildLab è semplicissima da usare e assomiglia a molte altre app che permettono di raccogliere set di informazioni. Ogni avvistamento può essere corredato da una fotografia dell&#8217;uccello (magari presa direttamente con la videocamera degli smartphone) e, inoltre, è georeferenziato. Con queste informazioni è possibile tracciare in modo praticamente automatico delle mappe che tengano conto degli avvistamenti degli utenti, di una particolare specie o di fpuna combinazione di questi elementi. Le foto, inoltre, non hanno solamente un valore documentale, ma come sottolinea Jonathan Silvertown “portano con sé molte informazioni importanti per un occhio esperto. Possiamo sapere com&#8217;è fatto l&#8217;ambiente in cui si può incontrare un determinato animale. Dalla luce posso capire in che orari ciò può avvenire e così via». In questo senso, quindi, le segnalazioni come quelle di WildLab hanno un valore qualitativo (e molti birdwatcher, per esempio, sono ottimi fotografi), oltre a garantire la raccolta di informazioni su un territorio molto più vasto di quello che possono coprire le squadre di ricercatori professionisti.</p>
<h5>Gli esperti sono il filtro</h5>
<p>Informazioni che solo in ambito naturalistico oltre 200.000 volontari raccolgono ogni anno per i progetti di citizen science del <a href="http://www.birds.cornell.edu/Page.aspx?pid=1478">Cornell Lab of Ornithology</a>. «I protocolli variano di progetto in progetto», spiega la direttrice dei programmi citizen science Janis Lou Dickinson, «ma siamo sempre stati all&#8217;avanguardia nel settore della biologia computazionale e non ci spaventa lavorare con grandi set di dati». Nel settore ornitologico, dove confluiscono anche i dati di WildLab, sono stati approntati una serie di procedure che permettono di segnalare i record sospetti, come errori, form incompleti e altri possibili errori. «Per garantire la qualità, lavoriamo con oltre 250 responsabili regionali che si occupano di creare e gestire i filtri. Ogni volta che se ne aggiunge uno di nuovo, per una qualsiasi evenienza, ripassiamo i dati per raffinarli ulteriormente».</p>
<p>Lo sforzo che al Cornell Lab of Ornithology stanno facendo ora è quello di mettere a punto delle sorta di fattori di conversione che permettano di omogeneizzare le differenze delle abilità degli osservatori. «Per esempio», racconta la Dickinson, «c&#8217;è un trend oramai consolidato che mostra come le abilità dei volontari migliorino moltissimo già dopo il primo anno di raccolta sul campo. Quindi, già solamente eliminando il primo anno di record di ogni osservatore non professionista si ottengono dati di buona qualità». Come iSpot, anche alla Cornell si stanno attrezzando per entrare direttamente nel mondo delle applicazioni mobile. «Si tratta di un piccolo progetto che coinvolge il pubblico del nordamerica e si concentra solamente su sedici specie di uccelli molto diffusi». Chissà che anche questi dati non siano la base per un articolo scientifico che si andrà ad aggiungere agli oltre sessanta che sono stati finora pubblicati dai ricercatori della Cornell sulla base della citizen science.</p>
<h5>Crowdsourcing</h5>
<p>«Il crowdsourcing per la raccolta di dati nel nostro settore è ciò di cui avevamo bisogno per comprendere gli spostamenti geografici e gli impatti dei cambiamenti climatici sugli uccelli», conclude la Dickinson, «ed è importante per raccogliere dati sul lungo periodo. Ora lo sforzo è di favorire la diffusione di questi sistemi al di fuori dei paesi occidentali che finora li hanno utilizzati, perché alcune specie importanti attraversano continenti diversi, coprendo enormi distanze durante la stagione migratoria».</p>
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		<title>Il web non muore, ma noi stiamo cambiando</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Aug 2010 06:30:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boccia Artieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Charles Darwin]]></category>
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		<description><![CDATA[Il web sta morendo perché sta cambiando il modo di usufruire della rete, dice Chris Anderson sull'ultimo numero di Wired. E se la previsione sembra quanto meno esagerata, riflettere sullo scenario ci racconta qualcosa sull'evoluzione della nostra presenza in rete]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi si sta ponendo fine «al delirante caos del web aperto» che «era una fase adolescenziale sovvenzionata da giganti industriali». Così <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Chris_Anderson_%28writer%29">Chris “coda lunga” Anderson</a> ci racconta su Wired <a href="http://www.wired.com/magazine/2010/08/ff_webrip/all/1">la sua versione</a> della morte del web o meglio uno slittamento di paradigma: dal <em>browser paradigm</em> all’<em>app paradigm</em> o, se volete, dal <em>google frame </em> all’<em>iPod frame</em>. Due modalità “schermiche” diverse di incorniciare bio-cognitivamente le nostre vite. E due modi diversi di pensare il business legato alla Rete, passando dalla gratuità indifferenziata del Web aperto a modalità più definite e remunerative legate alle applicazioni per piattaforme mobili con i loro <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Walled_garden_%28technology%29">walled garden</a>.<span id="more-3445"></span></p>
<h5>Evoluzione ciclica</h5>
<p>Forse, come scrive <a title="Posts by Erick Schonfeld" href="http://techcrunch.com/author/tcerick/">Erick Schonfeld</a> su <a href="http://techcrunch.com/2010/08/17/wired-web-dead/">TechCrunch</a>, si tratta solo di una prima ondata di una fase evolutiva di tipo ciclico, perché, quando sul mobile la gente verrà sommersa dalle applicazioni, si tornerà all’uso del browser. Quello che è certo è che affinché vi sia evoluzione (perdonate la semplificazione che tenta una sintesi tra <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Thomas_Kuhn">Thomas Kuhn</a> e <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Charles_Darwin">Charles Darwin</a>) serve una variazione rispetto al paradigma dominante che poi venga selezionata e si stabilizzi nel tempo diventando, a sua volta, paradigma dominante. Secondo Anderson il cambiamento ambientale post-Html che sta emergendo sembra essere, di fatto, più adeguato allo sviluppo del turbo capitalismo della Rete, ed è quindi probabile una sua stabilizzazione in tempi brevi. Come scrive Anderson spiegandoci – credo non ironicamente – il “lato positivo” del Capitale:</p>
<blockquote><p>Now it’s the Web’s turn to face the pressure for profits and the walled gardens that bring them. Openness is a wonderful thing in the nonmonetary economy of peer production. But eventually our tolerance for the delirious chaos of infinite competition finds its limits. Much as we love freedom and choice, we also love things that just work, reliably and seamlessly.</p></blockquote>
<p>Discorso, questo, perfettamente coerente con la proposta <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Freemium">freemium</a> che viene ripresa dal suo <a href="http://www.amazon.com/Free-Future-Radical-Chris-Anderson/dp/1401322905">ultimo libro</a>, immaginando l’espandersi di un mercato con alcuni “assaggi” gratuiti e un complemento essenziale di servizi a pagamento, con l’esaltazione qui, in realtà, della parte “premium”. La profezia di morte si basa, essenzialmente, su un grafico con <a href="http://www.cisco.com/en/US/netsol/ns827/networking_solutions_sub_solution.html">dati Cisco</a> che mostra come l’uso web di internet sia in diminuzione rispetto ad altri utilizzi, diagnosi messa subito in discussione da <a href="http://www.boingboing.net/2010/08/17/is-the-web-really-de.html">Rob Beschizza su Boing Boing</a> (che critica l’uso nel grafico dei numeri relativi e mostra come, con i numeri assoluti, il web sia in realtà in crescita).</p>
<p>È evidente come a partire da questi presupposti si apra un contesto polemico che si propone di sondare <a href="http://blog.debiase.com/2010/08/lo-stato-di-salute-del-web.html?utm_source=feedburner&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=Feed%3A+debiase%2FQEEp+%28Luca+De+Biase%29&amp;utm_content=Google+Reader">lo stato di salute del Web</a>. Proviamo però per un momento a dimenticare le polemiche relative ai numeri o <a href="http://www.vincos.it/2010/08/18/wired-il-web-e-morto-un-annuncio-prematuro/?utm_source=feedburner&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=Feed%3A+vincos+%28Vincos%29&amp;utm_content=Google+Reader">a come devono essere conteggiati</a> i video di YouTube, se come parte del web – come sarebbe corretto – oppure no, come fa Cisco. Sospendiamo il sospetto che si tratti di una semplice <a href="http://www.ilpost.it/massimomantellini/2010/08/19/tutte-le-giravolte-di-chris-anderson/?utm_source=feedburner&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=Feed%3A+ilpost-massimomantellini+%28Blog+di+Massimo+Mantellini%29&amp;utm_content=Google+Reader">operazione di marketing editoriale</a> – dell’articolo si è cominciato parlare già da tempo, non conoscendone i contenuti specifici, e sarà l’oggetto del suo prossimo libro– e proviamo a dimenticare anche le ombre lanciate su questa operazione intellettuale dagli interessi di mercato che legano Anderson, come direttore di Wired, al suo editore, Condé Nast, che sembra intenzionato a voler abbandonare la versione gratuita online del magazine a favore di una applicazione a pagamento – posizioni che Anderson <a href="http://www.corriere.it/cultura/10_agosto_06/tramonta-era-del-libero-gaggi_7e526c84-a125-11df-9bff-00144f02aabe.shtml">pare avere sposato</a>.</p>
<h5>Conseguenze</h5>
<p>Al di là di tutto questo e se abbandoniamo il gioco oppositivo tra modello di mobile computing stile iPhone <em>vs.</em> browser fondato sull’Html stile Google e se ci concentriamo sul mutamento comportamentale dei consumatori/utenti, che leggiamo in contro luce nella fruizione della rete attraverso applicazioni in mobilità, forse Anderson ci racconta qualcosa di più interessante circa la cultura della rete e le <a href="http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1370">conseguenze dell’internet di massa</a>:</p>
<blockquote><p>It’s the world that consumers are increasingly choosing, not because they’re rejecting the idea of the Web but because these dedicated platforms often just work better or fit better into their lives (the screen comes to them, they don’t have to go to the screen).</p></blockquote>
<p><em>I consumatori non devono andare allo schermo, è lo schermo che viene a loro</em>. Come dire: si tratta di una modalità di fruizione che è capace di sincronizzarsi meglio con le vite degli utenti, è capace di rispondere con istantaneità alle necessità di vivere contemporaneamente la localizzazione e la delocalizzazione, l’immediatezza e la mediazione. Non ci sarebbe quindi un rifiuto del web, ma semplicemente una modalità di “abitare” la Rete che è più consona alla crescita esponenziale di partecipanti alla comunicazione mediata online che ha ampliato la tipologia di utente passando dalle élite alle masse. Qui si tratta di pensare alla capacità che molti applicazioni hanno di supportare con facilità e istantaneità le nostre vite in mobilità, consentendo di renderle immediatamente rispecchiate con le nostre presenze online. Penso a come la “normalizzazione di massa” di Facebook ha cambiato le cose e come le <a href="http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1370">relazioni sociali georeferenziate</a> si svilupperanno in futuro.</p>
<p>Dal punto di vista bio-cognitivo, poi, “incorniciare” le nostre vite attraverso lo schermo di un pc o quello di un telefonino è differente – andrebbe ripreso in mano il libro di De Kerckhove <a href="http://www.ibs.it/code/9788880000013/de-kerckhove-derrick/brainframes-mente-tecnologia.html">Brainframes</a>. I media, in quanto tecnologie basate sul linguaggio, sono in grado di influenzare l’organizzazione cognitiva sia sul piano neuronale che su quello psicologico agendo a livello del profondo, modificandoci strutturalmente. Non si tratta quindi semplicemente di diverse visioni del mondo suggerite dall’uso dei media, ma di veri e propri cambiamenti evolutivi nel modo di organizzare i nostri pensieri che passano attraverso un modellamento degli emisferi cerebrali da parte delle tecnologie di comunicazione. Osservare quindi la logica evolutiva dei modi di fruizione della rete e delle loro forme ha a che fare con un mutamento antropologico più profondo.</p>
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		<title>L&#8217;evoluzione del giornalismo</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Feb 2009 15:03:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Granieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria digitale]]></category>
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		<description><![CDATA[Cala la domanda di mercato, cambia la tecnologia, cambia il pubblico: l'industria delle produzione e della distribuzione delle notizie attraversa un momento di evoluzione drammatico, da un lato sospinto dalla crisi economica e dall'altro rallentato dall'incertezza riguardo ai nuovi modelli commerciali]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In queste settimane di celebrazioni darwiniane si parla molto di evoluzione. Ma la metafora biologica è spesso utile per descrivere situazioni complesse, perchè rende molto intuitive alcune relazioni tra le parti di un sistema e permette di individuare le mutazioni nei rapporti tra le diverse componenti. Io la trovo molto utile per farmi uno schema di quella che comunemente chiamiamo &#8220;la crisi dei giornali&#8221; e che, in realtà, è un &#8220;momento di evoluzione&#8221; di tutto il giornalismo, da cui non sarà esente nemmeno il giornalismo televisivo nè qualsiasi altra forma di informazione professionale. Negli ultimi decenni non c&#8217;erano stati cambiamenti molto rilevanti, perchè (in termini evoluzionistici) si era raggiunto un buon grado di adattamento e si lavorava e viveva in un ambiente stabile. Ma, per citare Gould (e la sua <a href="http://www.anobii.com/books/Lequilibrio_punteggiato/9788875781026/01893514c8126d3849/">teoria dell&#8217;equilibrio punteggiato</a>), il cambiamento si innesca quando la stabilità di un ambiente o di qualsiasi procedura vitale viene messa a rischio da un fatto nuovo.<span id="more-410"></span></p>
<p>Consentiamoci una semplificazione analitica molto forte (e un po&#8217; autoironica) e proviamo a immaginare la situazione. C&#8217;era una popolazione di giornalisti che viveva grazie a un sistema molto costoso in termini di risorse: la produzione, il confezionamento e la distribuzione di informazione. In questo modello i costi di produzione sono elevati (reporting, inviati, copertura delle notizie nel mondo ecc.), come quelli di distribuzione (stampare e distribuire periodici costa, mantenere una televisione costa ancora di più). Ma il lavoro di confezionamento produceva un bene in cui altri riconoscevano un valore economico diretto (acquisto dei giornali, abbonamenti) o indiretto (raccolta pubblicitaria). Con alcune modifiche, soprattutto nel peso del recupero di risorse (ripartito sempre più verso la raccolta pubblicitaria), il modello ha tenuto senza scossoni negli ultimi 50 anni del secolo scorso.</p>
<p>Nel frattempo succedevano cose, di natura diversa. Il progresso tecnologico ha messo a punto una forma di distribuzione molto più economica e sostanzialmente differente (i network digitali). Il pubblico è cresciuto culturalmente, ha avuto accesso alla rete di distribuzione delle informazioni e a molte delle fonti tradizionali del giornalismo. Una popolazione di nuovi &#8220;operatori del settore&#8221; ha cominciato ad abitare il territorio tradizionalmente occupato dai giornalisti, ma senza essere legata a un sistema produttivo. La disponibilità di informazione gratuita ha cominciato a mettere in crisi il concetto di valore economico (non di valore assoluto) dell&#8217;informazione. Ma, come sempre succede, l&#8217;ecosistema si stava lentamente riequilibrando. Le grandi testate stavano abbracciando la nuova situazione e stavano provando a riorganizzarsi.</p>
<p>Fino a ieri tutto pareva seguire il suo corso, finchè la crisi economica mondiale ha accentuato ed accelerato la crisi. Oggi la transizione non è più morbida e graduale. Il sistema produttivo, molto costoso,<br />
non è più in grado di far vivere la popolazione di giornalisti, il cui numero è molto cresciuto nel tempo. Perchè il giornalismo (inteso come professione) funzioni, è necessario infatti che vi siano e che funzionino i costosi sistemi che lavorano su approvvigionamento, confezionamento e distribuzione delle informazioni. Se questi sistemi cessano di produrre valore, non si potranno avere le risorse per mantenere i giornalisti (confezionamento) e per garantire una buona informazione (approvvigionamento). La popolazione dei giornalisti, allo stato, è prevedibilmente in via di drastica diminuzione. Come sono diminuite le popolazioni di molte specie animali quando il loro ecosistema si è modificato troppo in fretta per dar loro il tempo di reazione.</p>
<h5>Lo scenario</h5>
<p>Uscendo dalla semplificazione, che ci ha chiarito in maniera persino banale quanto una professione per restare tale debba contare su un sistema che produca valore, la situazione può essere descritta con maggior precisione. Quello che sta succedendo è riassumibile in una serie di considerazioni:</p>
<ul>
<li>I costi di distribuzione tradizionale sono troppo elevati rispetto alla domanda di mercato: il numero di copie vendute comincia a non giustificare la stampa e la distribuzione in moltissimi casi (anche includendo i proventi da allegati e optional di acquisto vari: libri, cd eccetera). Questo può anche essere vero, con i dovuti distinguo e in fase meno avanzata, per la televisione generalista che sta riscontrando un forte calo di ascolti e di raccolta pubblicitaria. E una televisione generalista costa tanto: la cenerentola italiana, RaiTre costa oltre 300 milioni di euro l&#8217;anno.</li>
<li>È cambiato il pubblico. Ci sono fin troppi segnali: la lettura del quotidiano non è più adatta ai ritmi vitali della vita di oggi, non sulla scala grande che serve a stamparlo. Il ciclo veloce di disponibilità di informazione, in tempo reale, ha abituato gli individui a consumare le notizie e le opinioni in maniera molto più mirata e rapida rispetto ai tempi di circolazione e senescenza di un quotidiano. E, come dice <a href="http://www.tamark.ca/students/2009/02/08/paying-a-little/">Mark Hamilton</a>, è cambiato il consumo di media: nessuno legge più solo un quotidiano e per l&#8217;individuo non ha più troppo importanza la fonte, poichè ne ha tante a disposizione e le usa. Questo non vuol dire che si sia ridotta l&#8217;autorevolezza delle grandi testate, ma piuttosto che non dovendo più pagare per informarsi, l&#8217;aumento dell&#8217;offerta ci consente di saltare da una fonte all&#8217;altra con evidenete facilità, limitando l&#8217;affezione a una data testata (non più necessaria).</li>
<li>Il processo di informazione e di distribuzione non si esaurisce più nella linearità del processo giornalistico. Gli individui mediano le diverse fonti, le rielaborano, le rimettono in circolazione<br />
nei diversi network e nella blogosfera. È quanto Shirky chiama <a href="http://www.shirky.com/weblog/2009/02/why-small-payments-wont-save-publishers/">superdistribuzione</a>.</li>
</ul>
<h5>Il sistema produttivo</h5>
<p>Molti analisti si concentrano su come debba cambiare la professione e su come debba cambiare il contenuto giornalistico per far fronte alla crisi. Probabilmente questo assomiglia a concentrarsi su uno dei sintomi (il più evidente, è chiaro) ma non sulla causa. Se avessimo il miglior giornalismo possibile, il più affascinante che riusciamo a immaginare, dovremmo dare per scontato che averlo basti a ritornare allo <em>status quo</em>. Ovvero: la gente ricomincia a comprare i giornali, gli inserzionisti ricominciano a investire pesantemente e tutto torna all&#8217;età dell&#8217;oro grazie a una o più innovazioni nel confezionamento dell&#8217;informazione. Ma io non sarei così sicuro: in genere una buona soluzione parte da una buona descrizione del problema. E il problema alla fine è semplice: se non si fa fatturato, non c&#8217;è professione. Se si dimezza il fatturato, si dimezza la popolazione che riesce a viverci facendo quel lavoro.</p>
<p>E per fare fatturato, per mantenere i costi (alti) di approvvigionamento e di confezionamento (se non paghiamo il confezionamento il giornalismo cessa di essere una professione), serve un modello che tenga conto della realtà e non che viva sulle speranze di un ritorno al passato. È abbastanza fatale che gli acquirenti di giornali (già in piena senescenza) non smettano di diminuire e che il pubblico televisivo (negli anni) tenda a non consumare la televisione come la conosciamo oggi. E ne consegue che se diminuisce il pubblico e diminuisce la capacità dei mass media di fare cornice sociale, si ridimensioni l&#8217;appeal della (costosa) pubblicità su questi strumenti. E se dimuiscono i soldi in ingresso, diminuiscono i soldi per coprire quanto accade nel mondo e per pagare i giornalisti a livello professionale. E diminuisce l&#8217;informazione organizzata, che non può essere (per evidenti ragioni di approvvigionamento) sostituita in maniera autorganizzata dall&#8217;informazione dal basso (che ne è un complemento importante, ma non un sostituto).</p>
<p>Secondo il Pew Research Center, già nel 2008 negli Stati Uniti i lettori dei giornali online hanno superato per la prima volta quelli delle edizioni cartacee. E l&#8217;informazione si consuma in maniera sempre più prevelente attraverso i network. Ma persino la pubblicazione dei <em>legal ads</em> ormai <a href="http://www.buzzmachine.com/2009/02/04/one-more-kick-in-the-kidneys-for-papers-the-end-of-legal-ads/">viene fatta online</a> perchè i giornali non garantiscono più la sufficiente distibuzione per rendere le informazioni <em>informazioni di tutti</em>.</p>
<h5>La transizione</h5>
<p>Prima dell&#8217;accelerazione dovuta alla crisi, si contava molto sulla raccolta pubblicitaria perchè non si riesce a vendere il contenuto online. Ma diverse ragioni, oggi, rendono questa strada molto difficoltosa. Prima di tutto per via della concorrenza, perchè i canali non sono più solo quelli dell&#8217;informazione canonica e, anzi, <a href="http://www.niemanlab.org/2009/01/why-its-so-hard-to-move-revenue-from-print-to-online/comment-page-1/">spesso sono meno competitivi</a>. Poi perchè la pubblicità online risulta meno efficace: gli utenti la percepiscono meno, ha meno capacità di emozionare e colpire, perde il senso di &#8220;massa&#8221; che aveva sui media (appunto) di massa. Certo, è più facile da costruire in modo mirato e intelligente, ma costa infintamente meno. Nonostante i lettori online aumentino, le pubblicità sulla carta vengono (ancora) pagate infinitamente di più. Non durerà a lungo. Ma i prezzi bassi e forzatamente concorrenziali dell&#8217;online non potranno certo supplire allo stesso modo. E tenderanno a scendere.</p>
<p>Anche se la raccolta pubblicitaria online migliorasse, potrebbe non bastare. Il tradizionale sistema di finanziamento dei news media posava su tre fattori, <a href="http://www.time.com/time/business/article/0,8599,1877191,00.html">nota Walter Isaacson</a>: vendita in edicola, abbonamenti e pubblicità. E aggiunge: basato solo sulla pubblicità è come se una sedia a tre gambe dovesse stare in piedi solo su una.</p>
<p>Le soluzioni su cui si sta discutendo hanno dell&#8217;avventuroso, ma fanno parte di un ragionamento che deve per forza avvenire a 360 gradi. Lo stesso Isaacson ha recentemente rilanciato l&#8217;<a href="http://www.nytimes.com/glogin?URI=http://www.nytimes.com/2009/01/12/business/media/12carr.html&amp;OQ=_rQ3D3Q26scpQ3D1Q26sqQ3DitunesQ2520newsQ26stQ3Dcse&amp;OP=306f9a34Q2FQ26td0Q26GlNQ7Esll.vQ26vQ5EQ5EEQ26Q5EIQ26IvQ260-Q7E!7dQ7EQ7EQ26xdG!Q5BQ26IvNQ5BsspQ3F.xk">idea</a> di David Carr dei <a href="http://www.aspeninstitute.org/site/c.huLWJeMRKpH/b.4959311/k.49F5/A_Bold_Old_Idea_for_Saving_Journalism_2009_HaysPress_Enterprise_Lecture_by_Walter_Isaacson.htm">micropagamenti</a>: il modello è semplice, si paga qualche centesimo per articolo. E, citando un vecchio pezzo di Shirky che ricordava come in realtà il costo mentale della transazione rende i <a href="http://www.shirky.com/writings/fame_vs_fortune.html">micropagamenti quasi fallimentari</a>, ha proposto di raccogliere l&#8217;insegnamento di iTunes. In rete se ne sta dicutendo molto, ma prevalgono le obiezioni. Shirky stesso <a href="http://www.shirky.com/weblog/2009/02/why-small-payments-wont-save-publishers/">ha replicato</a>, sostenendo che il paragone con iTunes non regge perchè iTunes rappresenta l&#8217;unica alternativa legale a un prodotto, a differenza dell&#8217;informazione. Quindi, i micropagamenti funzionano solo in assenza di un mercato con altre opzioni legali. Inoltre, <a href="http://www.thebigmoney.com/articles/impressions/2009/02/09/micro-economics?page=0,0">aggiunge</a> Gabriel Sherman su Slate, la musica è un contenuto con un ciclo di vita molto più lungo delle news.</p>
<p><a href="http://recoveringjournalist.typepad.com/recovering_journalist/2009/02/asking-people-to-pay-for-news-what-he-said.html">Secondo Mark Potts</a> la cosa può funzionare solo per alcune nicchie mirate. Ma, come <a href="http://www.tamark.ca/students/2009/02/08/paying-a-little/">sostiene Mark Hamilton</a>, si deve anche tenere conto del fatto che se si può scegliere tra gratis e a pagamento è più probabile che si escluda quanto bisogna pagare dalle proprie letture, anche considerando le attuali abitudini di consumo dell&#8217;informazione tra moltissime fonti.</p>
<h5>Non si può non stampare</h5>
<p>Le alternative paiono poche. Sul <a href="http://www.nytimes.com/glogin?URI=http://www.nytimes.com/2009/01/28/opinion/28swensen.html&amp;OQ=_rQ3D1Q26pagewantedQ3Dprint&amp;OP=5c3e4797Q2FQ3CcKpQ3C@PGjQ5EPPwQ2AQ3CQ2AQ3DQ3D3Q3CQ3DfQ3CQ2AIQ3CPyQ60Q5BQ60PQ5BQ3CQ2AIjcKQ5BjKQ5BQ25-w1Q7C">New York Times</a> si è lanciata l&#8217;ipotesi di fare dei <em>news media</em> fondazioni o enti no profit. Ma, al di là dell&#8217;effettiva praticabilità (quante testate potrebbero resistere?) è stato subito notato il rischio, sul fronte democratico e della qualità, del <a href="http://www.slate.com/id/2210333/pagenum/all/">distacco tra le testate e la pressione del mercato</a>. Altrove si è suggerita l&#8217;<a href="http://www.latimes.com/news/opinion/sunday/la-oe-rutten4-2009feb04,1,4979706.column">esenzione dalle norme antitrust e la formazione di un cartello</a>. La tesi è facile. Se tutti i giornali tranne qualcuno regalano i contenuti (puntando sulla raccolta pubblicitaria) nessun giornale da solo potrà mettere a pagamento i contenuti e avere qualche speranza. Invece devono sedersi, formare un cartello e negoziare una strategia comune di pagamento per i contenuti. Ma anche questa strada appare poco praticabile.</p>
<p>Jarvis, tempo fa, <a href="http://www.buzzmachine.com/2008/12/20/can-the-la-times-turn-off-its-presses/">sostenne</a> che il Los Angeles Times poteva pagare gli stipendi di tutti i giornalisti solo con le entrate dell&#8217;online. Ma gli stipendi non sono gli unici costi, anzi. Il punto vero, per la sopravvivenza del sistema come lo conosciamo, è che non <a href="http://newsosaur.blogspot.com/2009/02/why-newspapers-cant-stop-presses.html">si possono fermare le macchine di stampa</a>, perchè dalla carta viene una percentuale considerevole degli introiti. Quindi, se diamo per scontata l&#8217;insostenibilità economica della stampa (almeno nei numeri cui siamo abituati oggi) il sistema non può restare come lo conosciamo. Cambierà inesorabilmente e non sappiamo come. La &#8220;specie&#8221; dei giornalisti cambierà con il sistema che non è più apparantemente in grado di sostenerla. E non è detto che siano tutte rose e fiori.</p>
<p>In attesa di vederlo e di capirlo, il cambiamento, non mancano gli esercizi: Steve Outing (segnalato anche da <a href="http://mariotedeschini.blog.kataweb.it/giornalismodaltri/2009/02/06/oltre-la-carta-come-dovrebbe-essere-una-redazione-digital-only/">Tedeschini</a> qui da noi) <a href="http://www.editorandpublisher.com/eandp/columns/stopthepresses_display.jsp?vnu_content_id=1003936131">immagina una redazione all digital</a> e dà <a href="http://www.editorandpublisher.com/eandp/columns/stopthepresses_display.jsp?vnu_content_id=1003918050">anche qualche consiglio</a>. E Ken Paulson ci racconta come sarebbero stati i giornali se fossero stati <a href="http://www.poynter.org/column.asp?id=45&amp;aid=158153">inventati dopo il modem</a>. Due letture utili<br />
per capire cosa (forse) succederà.</p>
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