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	<title>Apogeonline &#187; censura</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>Herdict, la mappa mondiale della censura</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Mar 2009 09:31:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bernardo Parrella</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dalla OpenNet Initiative, network accademico internazionale di centri studi sulla rete, arriva uno strumento collaborativo per raccogliere e condividere segnalazioni di malfunzionamenti e blocchi volontari alla libera circolazione delle informazioni in rete. Intervista alla coordinatrice]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Censure, sorveglianza, regolamentazioni. Queste pratiche hanno accompagnato la storia di internet, ma diventano ancora più cruciali ora che gli utenti adulti della Rete <a href="http://www.comscore.com/press/release.asp?press=2698">hanno superato il miliardo</a> (a fine 2008, senza contare gli accessi da postazioni pubbliche o mobili). Sebbene nel mondo occidentale tali pratiche vengano spesso sottovalutate, il quadro generale appare più frammentato che mai, con una gamma di normative o pratiche ad hoc.<span id="more-448"></span> Tipico il caso cinese: rappresenta il maggior bacino di utenza, quasi 180 milioni, ed è sottoposto a una varietà di procedure censorie e di filtraggio, incluse quelle aziendali &#8211; come illustra <a title="China's censorship 2.0" href="http://www.uic.edu/htbin/cgiwrap/bin/ojs/index.php/fm/article/view/2378/2089">China&#8217;s Censorship 2.0</a>, una ricerca curata da Rebecca McKinnon, co-fondatrice di <a title="Global Voices Online" href="http://globalvoicesonline.org">Global Voices Online</a> e animatrice della <a href="http://www.globalnetworkinitiative.org/index.php">Global Network Initiative</a>. Nello studio emerge, fra l&#8217;altro, come la censura interna cinese sia molto decentralizzata e registri differenze significative da un&#8217;azienda all&#8217;altra, passando dalla semplice cancellazione dei testi al blocco tecnico preventivo. Il delicato equilibrio tra libertà e controllo del cyberspazio dipenderà sempre più dalle azioni dei singoli <em>netizen</em>, in primis i blogger,  e dalle scelte delle strutture che operano online.</p>
<p>Temi questi, comunque scottanti, di cui continua a occuparsi in particolare la <a href="http://opennet.net/">OpenNet Initiative</a>, partneship di quattro prestigiosi centri accademici anglofoni, mirata a identificare e documentare le procedure di filtraggio e sorveglianza onde promuovere il più ampio dialogo pubblico. In questo contesto rientrano due iniziative diffuse nei giorni scorsi: la raccolta dei <a href="http://opennet.net/about-filtering/2008yearinreview/#">maggiori eventi censori</a> registrati nel mondo durante il 2008, divisi mese per mese e con tutti i dettagli del caso; e il lancio pubblico di <a href="http://www.herdict.org/web/">Herdict Web</a>, progetto basato sul diretto coinvolgimento del popolo della Rete per monitorare in continuazione l&#8217;accessibilità del Web, o la sua mancanza, nei vari Paesi del mondo.</p>
<p>Ricorrendo all&#8217;apposito <em>Herdometro</em>, una mappa di Google aggiornata in tempo reale dalle ininterrotte segnalazioni degli utenti, Herdict Web aggrega e compara le segnalazioni sui siti oscurati, condividendone pubblicamente e in tempo reale risultati, diagrammi e variabili. Uno strumento pratico e collaborativo, nato in seno al <a href="http://cyber.law.harvard.edu/">Berkman Center for Internet &amp; Society</a> dell&#8217;Harvard University e coordinato da Jonathan Zittrain. Zittrain, autore di <a href="http://futureoftheinternet.org/">The Future of the Internet: And How to Stop It</a>, segnalava proprio in questo libro come l&#8217;Internet generativa avesse ormai imboccato la strada verso il precipizio a causa dei blocchi imposti ai suoi cicli innovativi, dando così il via al ricorso a tecnologie di controllo o sorveglianza, spesso localizzate e invisibili alla maggioranza degli utenti.</p>
<p>Grazie a Herdict &#8211; il <em>verdict</em> (verdetto) del <em>herd</em> (gregge di pecore), dunque la voce degli utenti globali &#8211; chiunque può verificare se un certo sito sia accessibile o meno dalla proprio provider o scaricare un add-on per il browser per semplificare segnalazione e consultazione delle informazioni. Tra i Paesi più seguiti al momento sono in testa gli Stati Uniti, i cui utenti sono ovviamente i più attivi, con 271 segnalazioni di siti inaccessibili (69 url unici), pur se appaiono solo temporanee come per today.az, getmearound.net, myspace.com, e 1.301 di siti accessibili (351 url unici). Nonostante un lavoro ingegneristico e di design piuttosto sofisticato, il servizio appare gradevole e ben fatto, offrendo un buon colpo d&#8217;occhio su specifiche tendenze censorie o malfunzionamenti della Rete mondiale e favorendo la condivisione in tempo reale di tutti i dati prodotti, peraltro ridistribuibili negli usi non commerciali. E a conferma del duffuso interesse collettivo con cui è stato accolto il lancio del progetto, il breve video di presentazione è attualmente in fase di traduzione nelle varie lingue (a breve anche in italiano) <a href="http://dotsub.com/view/fae94499-8a80-4cc8-b083-48b0d4d6298b">tramite DotSub</a>, sito-tool che consente a chiunque di fornire la sottotitolazione di qualsisi filmato in maniera semplice ed efficace. Di tutto questo abbiamo parlato con Jillian York, coordinatrice della <a href="http://opennet.net">OpenNet Initiative</a> e parte del team operativo di Herdict.</p>
<p><strong><br />
Perché Herdict? Puoi darci qualche dettaglio sul progetto?</strong></p>
<p>L&#8217;idea di un &#8220;herdict&#8221; si deve a Jonathan Zittrain durante la stesura del suo libro. In una email del 2006 iniziò a descrivere la necessità di creare strumenti, aperti a tutti e trasparenti, per attivare questo <em>verdetto di gruppo</em> sulle censure e sull&#8217;inacessibilità del web. Senso e terminologia dell&#8217;iniziativa sono poi rimasti tali, per sottolinearne in particolare le potenzialità partecipative a livello globale. La gestazione del progetto ha richiesto circa un anno di lavoro, con tre persone a tempo pieno dello staff del Berkman Center (Vandana Aneja, Rob Faris, e la sottoscritta), oltre a tre sviluppatori per il design e gli aspetti tecnici, sotto il coordinamento dei docenti Jonathan Zittrain e John Palfrey. L&#8217;ultima fase, il lancio di Herdict Web, è partita la scorsa estate, mentre è in lavorazione anche la versione Herdict Pc.</p>
<p><strong>In che modo il progetto espande la portata della OpenNet Initiative?<br />
</strong><br />
Mentre la OpenNet Initiative si propone come contenitore multidisciplinare per le questioni connesse alla censura, per quanto concerne l&#8217;aspetto pratico le ricerche sui filtraggio di Internet risultano difficili, costose e lunghe. In genere i ricercatori seguono ambiti specifici o si ingaggiano esperti in loco per testare siti web tramite un programma messo a punto dalla OpenNet Initiative, o verificandoli manualmente in base a liste predisposte. Un metodo che ha chiare limitazioni. Per ovviare a questo ecco allora Herdict, il cui obiettivo di fondo rimane quello di coinvolgere &#8220;il gregge&#8221;, il popolo della Rete, anzichè seguire le tradizionali indagini professionali o accademiche, per informare in tempo reale su come procedono le cose sul fronte dell&#8217;accesso web nel mondo. Ricordando comunque come Herdict non punti a fornire, appositamente, alcuna indicazione su motivazioni o congetture dietro l&#8217;inaccessibilità di un sito.</p>
<p><strong>Quali sono i Paesi più attivi nelle censure online?</strong></p>
<p>I filtraggi più consistenti avvengono in Cina, Siria, Tunisia, Iran, Birmania, Arabia Saudita. Pur se ciascuno di essi ha target diversi, questi Paesi sono ben noti per la censura di siti spiccatamente politici e anche di spazi dediti a ambiti sociali. Qualche tipo di filtraggio esiste però anche nel mondo occidentale, come Danimarca e Finlandia,  con la tendenza a bloccare contenuti &#8220;illegali&#8221;, mentre Australia e Nuova Zelanda stanno attualmente vagliando norme per implementare filtri di più ampia portata. Va aggiunto che le stringenti norme sulla privacy dell&#8217;Unione Europea vanno spingendo diversi Paesi verso un qualche tipo di regolamentazione della Rete. E ciò potrebbe portare a un pericoloso effetto a catena rispetto alle nazioni confinanti.</p>
<p><strong>Quali sono le tecniche maggiormente usate per limitare la libertà di parola in rete?<br />
</strong><br />
Pur se non tutti i Paesi sunnominati ricorrono a queste strategie, in genere si tratta soprattutto di filtrare url e indirizzi Ip e anche i risultati dei motori di ricerca, oltre a bloccare singoli siti in base alle necessità. Altri applicano il monitoraggio più o meno diffuso del traffico, mentre altri ancora richiedono diverse forme di indentificazione personale per l&#8217;accesso pubblico (in particolare negli internet café). Si ricorre anche alla propaganda in loco, per convincere gli utenti dei benefici di tali strategie per la collettività. Analogamente alla pressione sociale per incitare blogger e utenti a mettere in pratica forme di auto-censura.</p>
<p><strong>Che cosa possono fare i media e gli utenti, soprattutto occidentali, per smascherare e bloccare simili pratiche?</strong></p>
<p>Ci sono alcune organizzazioni e progetti a cui i media possono far riferimento per contribuire a creare maggior coscienza sul problema, inclusi ovviamente la OpenNet Initiative e ora Herdict.  In particolare, i dati di quest&#8217;ultimo sono trasparenti e disponibili a tutti e i media possono trarre le proprie conclusioni analizzandone cifre e segnalazioni. D&#8217;altra parte è vero che il modo migliore per bloccare queste pratiche rimane il percorso politico all&#8217;interno dei singoli Paesi, piuttosto che con pressioni esterne. Né vanno dimenticati alcuni strumenti tecnici, quali <a href="http://www.torproject.org/">Tor</a> o <a href="http://psiphon.ca/">psiphon</a>, a cui possono ricorrere gli utenti in loco per aggirare filtri specifici.</p>
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		<title>Il problema non è internet, il problema siamo noi</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Feb 2009 06:55:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Venturini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[censura]]></category>
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		<category><![CDATA[leggi]]></category>

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		<description><![CDATA[Dalla preistoria a oggi, per ragionare sull'impatto di internet e razionalizzare come sia complicato censurare la rete senza contemporaneamente cambiare le persone]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A più riprese, negli ultimi tempi, si è riparlato di censurare internet, alla ricerca di una rapida e popolare (si fa per dire) soluzione a problemi che sono in realtà ben più di fondo. Internet, non c&#8217;è dubbio, è un bel grattacapo per chiunque debba governare. E non voglio fare  del facile populismo, parlando di regimi antilibertari: l&#8217;affermazione vale anche per il più illuminato dei governanti, quello più in buona fede.<span id="more-426"></span></p>
<h5>Tecnologia con l&#8217;anima</h5>
<p>Se ci pensiamo un attimo, la reale potenza di Internet è di essere una tecnologia con un&#8217;anima. Tutte o quasi le tecnologie del XX secolo e buona parte dei secoli precedenti si sono concentrate sul fronte dell&#8217;<em>avere</em>: hanno reso più facile ed economico produrre beni e servizi, aumentare il nostro tenore di vita materiale. Internet invece è forse la seconda tecnologia nella storia dell&#8217;uomo che ha cambiato a livello di massa il modo di <em>essere</em>. Se mi permettete un&#8217;analisi superficiale e di parte (e più in là diventerò anche impopolare, ve lo dico subito), è dai tempi preistorici che non si vedeva una rivoluzione così. La prima &#8220;tecnologia&#8221;, quella del racconto orale attorno al fuoco, per la prima volta diede all&#8217;umanità la possibilità di comunicare many-to-many, di esprimersi, di fare &#8220;content generation&#8221; autogestita.</p>
<p>Fino a quando la popolazione umana restò confinata a poche migliaia di persone sul pianeta, la tecnologia si rivelò perfettamente adeguata. Al crescere della numerosità dell&#8217;umanità, rivelò però un suo forte limite: l&#8217;incapacità di raggiungere efficacemente percentuali rilevanti del mercato in tempi rapidi. Tutte le tecnologie che seguirono &#8211; dalla scrittura alla stampa, alla radio, alla televisione&#8230; &#8211; si sono rivelate progressivamente più efficienti allo scopo di allargare il pubblico e di raggiungerlo in tempi via via più brevi. Questo richiese però un pesante compromesso: l&#8217;innalzamento delle barriere all&#8217;entrata del mezzo.</p>
<p>Scrivere non era da tutti e non lo è stato per eoni. Le macchine da stampa, le stazioni radio e ancora peggio quelle televisive non erano di certo alla portata del signor Rossi qualunque, che avesse qualcosa da dire al mondo. Se un libro, un pamphlet poteva essere stampato con un ragionevole sacrificio economico, se i <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Samizdat">samizdat</a> fotocopiati potevano raggiungere popolazioni più o meno numerose, l&#8217;emittenza tecnologica ha per anni imposto un modello chiaro, da uno a molti (senza fare battute politiche, of course). La rivoluzione di Internet, delle sue tecnologie, dei suoi modelli e modi di esprimersi è che si tratta di un mondo a basse o nulle barriere di ingresso. Oggi fare un blog richiede skill tecnologici poco superiori al saper usare la tastiera di una macchina da scrivere. I costi di una propria operazione di comunicazione tecnologica possono essere bassissimi, specialmente se qualcuno ci mette a disposizione un computer.</p>
<p>Senza sforzo, senza complicazioni, possiamo mettere nel mare magnum della Rete il nostro messaggio &#8211; e una vasta parte dell&#8217;umanità può facilmente leggerlo (Google permettendo). Chiunque può quindi dire facilmente qualsiasi cosa a (e di) chiunque &#8211; in tempi immediati e su scale cosmiche, di milioni e milioni di persone. Un evento di comunicazione che una volta era riservato esclusivamente a governi, chiese o grandi aziende.</p>
<h5>Il vaso di Pandora</h5>
<p>A questo punto c&#8217;è poco da stupirsi se escono robe strane o cose brutte: in questo strumento gli esseri umani portano quello che hanno dentro di sé. Il problema dunque non è il mezzo o lo strumento: il vero problema è l&#8217;essere umano e la funzione dei governi e delle leggi. È consenso quasi universale che alla persona non debba essere consentito di esprimere in pubblico tutto, ma proprio tutto, quello che gli passa per la testa &#8211; e di qui la presenza di leggi (in alcuni posti più blande, vedi il Primo Emendamento, in altre più rigide &#8211; come certi paesi arabi o la grande Cina). Si tratta, in fondo, di un principio che tende a proteggere la comunità dalla circolazione di idee sgradevoli o pericolose. Il problema irrisolto è dove si debba mettere il limite. E chi lo possa mettere. Dato che poi si tratta spesso di convenzioni sociali che variano nel tempo.</p>
<p>Una volta in Italia si adottava come parametro il &#8220;comune senso del pudore&#8221;  come limite alla &#8220;libertà di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Libert%C3%A0_di_manifestazione_del_pensiero">manifestazione</a> del pensiero&#8221; costituzionalmente sancita. Ma le cose cambiano. Quello che oggi è un apprezzato contributo educativo sulla sessualità giovanile, cinquant&#8217;anni fa sarebbe stato visto come istigazione a delinquere; e molti di noi &#8211; oggi libertari &#8211; fossero nati qualche decennio prima l&#8217;avrebbero stigmatizzato come eccessivo e immorale. Per i tempi, lo standard di oggi sarebbe stato sbagliato, mentre ora è giusto. Così come una volta le guerre erano tutte giuste e glorificate e oggi sono tutte sbagliate e godono di cattiva stampa.</p>
<p>Dov&#8217;è il limite? Assumendo che non possa e non debba essere un&#8217;autorità religiosa a stabilire il limite per tutti, chi può farlo in maniera laica?  Si può stabilire una regola universale che freni gli eccessi user generated? O dovremo andare sempre e comunque caso per caso, con giudizi inevitabilmente soggettivi?</p>
<h5>Il terribile paradosso</h5>
<p>Il paradosso, insomma, è che non si può fare un liberi tutti e permettere che circoli per la società qualsiasi idea e qualsiasi comunicazione, che sia su Internet o su altri mezzi; a me, ad esempio, darebbe un certo fastidio trovare in libera distribuzione moduli di iscrizione ai corsi di addestramento per terroristi islamici, magari pubblicizzati con artistici banner su Repubblica. Non si può ammettere tutto, ma chi decide che cosa è ammesso e che cosa no? Chi stabilisce se Scientology è una setta pericolosa o un rispettabilissimo gruppo di persone socialmente utili? E chi trova una regola per cui si vietino i siti pro-anoressia basandosi su un principio generale che non sia un semplice &#8220;lo so, lo sento che è sbagliato&#8221;?</p>
<p>Credo che anche il più attivo tra noi anticensori consideri inaccettabile la propaganda dell&#8217;antisemitismo, della violenza sessuale, dell&#8217;uso di droghe. E su questo fronte Facebook ci ha <a href="http://it-it.facebook.com/topic.php?uid=47298096891&amp;topic=6381">deluso</a>, non stroncando immediatamente i gruppi promafia, ma risultando rapido ed efficiente nel sopprimere le immagini di mamme che allattavano. Penso siamo quasi tutti d&#8217;accordo che calunnia e diffamazione debbano essere castigati, per evitare che lo spargere falsità diventi un comune strumento di politica e di business. Ma il confine tra diffamazione, satira e libertà di espressione non c&#8217;è supercomputer che lo sappia tracciare in modo oggettivo.</p>
<h5>La rete cambia con le persone</h5>
<p>Un gran problema &#8211; forse uno dei più grossi, dal punto di vista sociologico-etico-filosofico, quello che ci troviamo ad affrontare. E mi sa che lo stiamo globalmente affrontando nel modo sbagliato. Se pur può essere opportuno limitare il diritto di parola, si tratta di un&#8217;operazione contingente: lavoriamo su un sintomo o uno strumento, ma non andiamo alle cause. Se censuriamo Internet e basta, l&#8217;essere umano che sfoga in rete le sue tremende zozzerie non cambierà: forse farà meno proseliti il suo gruppo di nazisti apocalittici, ma resterà con il suo inferno dentro e lo cercherà di propagare in altri modi.</p>
<p>Ma, si sa, lavorare sugli esseri umani, sulla cultura, sull&#8217;educazione non è di moda, è complesso, costoso e non sembra portare voti in una società dove quello che porta consenso è proporre la castrazione chimica e promettere che quest&#8217;anno potremo tranquillamente cambiare auto e comprarci una Tv nuova. In un sistema dove promettere di lavorare politicamente per renderci esseri umani migliori è un suicidio politico, credo proprio che lavoreremo sempre sui sintomi, lasciando irrisolte le cause e irrisolti i problemi di una società in cui sempre di più tutto è lecito pur di aumentare la propria capacità di acquisire nuovi beni, con quella roba che una volta si chiamava &#8220;etica&#8221; sempre più percepita come un hobby stravagante e tutto sommato inutile.</p>
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		<title>La grande corsa al filtro di stato</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Dec 2008 10:14:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dall'Inghilterra all'Australia, all'Italia. Ogni motivo è buono per provare a limitare la libertà della Rete, spesso pretendendo che i fornitori di connessione si trasformino in sceriffi delle comunicazioni elettroniche]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Vari segnali ci dicono che nel 2009 si confermerà e si potenzierà un trend verso una internet regolata più strettamente e guardata con occhi più guardinghi dalla politica e della magistratura. «Finora la brutta fama di censuratrice del web l’ha avuta la Cina, ma i Paesi democratici si stanno dimostrando altrettanto capaci di mettere i bavagli alla libertà d’espressione», dice Andrea Monti, avvocato esperto di diritto e internet e fondatore di <a href="http://www.alcei.it">Alcei</a>, associazione per la libertà nella comunicazione elettronica interattiva.<span id="more-290"></span></p>
<p>C’è un crescendo di notizie: fa scalpore una <a href="http://www.guardian.co.uk/technology/2008/dec/27/website-rating-plan-government-obama">proposta di legge</a> dal Regno Unito, di cui l’idea di fare un rating dei siti è solo la punta dell’iceberg. Ci sono tante misure proposte, il cui spirito è ben rivelato dalla dichiarazione di Andy Burnham, il segretario alla cultura che sta spingendo in questa direzione: «Le persone che hanno creato internet dicevano apertamente di creare uno spazio che i governi non potevano raggiungere. Penso che ora dobbiamo rivisitare quel concetto». Il problema è che è sottile il confine tra ricondurre internet a tutte le regole in vigore offline (e in altri media) e la censura della libertà d’espressione. Il Paese democratico che ora è più vicino a varcare quel confine sembra l’<a href="http://blogs.wsj.com/digits/2008/12/24/australia-cracks-down-on-internet-porn/?mod=rss_WSJBlog?mod=">Australia</a>: il governo ha annunciato piani (che ormai sembrano vicini alla meta) per filtrare i “contenuti inappropriati”, violenza, pornografia e il peer to peer. Insomma, il lato oscuro della rete. <a href="http://www.eff.org">Electronic Frontier Foundation</a> nota che i filtri sono molto costosi (il grande firewall cinese richiede il lavoro costante di centinaia di persone) e hanno conseguenze impreviste, come il blocco di contenuti anche connessi all’arte e alla cultura (recente il <a href="http://punto-informatico.it/2500001/PI/News/wikipedia-quel-nudo-non-si-tocca.aspx">caso</a> su Wikipedia nel Regno Unito).</p>
<p>Eppure l’idea di mettere le briglie a internet fa strada, accarezza anche i politici italiani (l’hanno espressa di recente le massime cariche dello Stato in questa legislatura) e ora trova proseliti anche nella magistratura. È stato un tribunale a imporre il blocco di Pirate Bay in Italia (poi annullato), come ora agli utenti di Tele2 Danimarca. Ed è stato un tribunale di Milano, questo mese, a sbattere la porta in faccia ai provider. L&#8217;Aiip, associazione che riunisce i principali provider, si era <a href="http://punto-informatico.it/2452334/PI/News/oscuramento-siti-web-provider-alzano-scudi.aspx">rivolta al tribunale</a> per opporsi all’obbligo di filtrare i siti di sigarette. Non che fossero fan del tabacco, ma avevano visto un crescendo pericoloso per internet e per i loro interessi: non vogliono diventare i poliziotti della rete, costretti a bloccare domini e indirizzi Ip a un solo ordine di un giudice. Il tribunale di Milano ha però stabilito che devono ubbidire, confermando che basta un ordine di sequestro preventivo (prima quindi di un processo) per impedire l’accesso a un sito denunciato.</p>
<p>I filtri, anche quelli a livello Ip, sono aggirabili, si è detto. Lo sono grazie a proxy oppure semplicemente trovando un indirizzo alternativo per quel sito, com’è accaduto con Pirate Bay. Bloccato un Ip, se ne fa un altro, e sta al giudice fare una nuova ordinanza con l’elenco aggiornato degli Ip da bloccare. Per fortuna, il codice delle comunicazioni elettroniche ancora esonera i provider ad andare a caccia di Ip. Servirebbero risorse dedicate dallo Stato per il gioco gatto-topo degli indirizzi da bloccare. Insomma, un apparato come quello cinese, appunto. Anzi, forse uno ancora più costoso, perché in Cina il problema è semplificato, non ci sono questi passaggi da fare, da un giudice ai provider: si blocca e basta. E non può metterci lo zampino il Tar del Lazio o il tribunale del riesame, annullando il blocco.<br />
È proprio la natura aperta della rete a far sì che i filtri funzionino solo se sono sistematici, per evitare i tentativi di aggirarli. Ma per essere sistematici devono contare su un monitoraggio costante della rete dall’alto: sugli strumenti usati dagli utenti (software di anominizzazione, crittografia), sui nuovi Ip registrati. Preoccupa che in Occidente l’estrema difesa da filtri sistematici sia riposta solo nelle risorse limitate degli Stati. Garanzia più solida, per evitare le derive di quest’arma potente del filtro a livello provider, sarebbe una presa di coscienza collettiva dell’importanza di internet. Un po’ come adesso è per la libertà di stampa. Man mano che internet fa strada nella nostra società, i governi potrebbero decidere che valga la pena stanziare risorse per filtrarla. Se quella coscienza collettiva non cresce di pari passo, il rischio di ritrovarsi una internet stravolta nello spirito e nei contenuti diventa molto concreto.</p>
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