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	<title>Apogeonline &#187; Beppe Grillo</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>Confessione di un terrorista (virtuale)</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Dec 2009 07:45:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Livio Milanesio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Beppe Grillo]]></category>
		<category><![CDATA[Bertold Brecht]]></category>
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		<description><![CDATA[Quando i tempi si fanno cupi anche i giochi più innocenti che si fanno tra gli amici dei social network diventano pesanti. E tutto comincia a odorare di piombo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Confesso. Ho lanciato addosso al collega di Apogeonline <a title="venturini" href="http://robertoventurini.blogspot.com/">Roberto Venturini</a> un modellino del Duomo. E in un impeto incontrollabile di violenza ne ho lanciato uno anche al nostro coordinatore editoriale <a title="maistrello" href="http://www.sergiomaistrello.it/">Sergio Maistrello</a> e a un certo altro numero di persone. Nella mia somma vigliaccheria non ho atteso di vedere se il proiettile avesse centrato l&#8217;obiettivo e neppure se qualcuno sanguinasse. Del resto la scorta di modellini del Duomo che ho lanciato non erano che proiettili virtuali. Ho aderito a una malefica applicazione su Facebook come si aderisce a un gruppo di fiancheggiatori del terrorismo e ho cominciato a mietere vittime. Ma sono un pessimo terrorista e dopo qualche lancio mi sono spaventato e ho abbandonato la lotta. Ora confesso. Ma non mi dissocio.<span id="more-1667"></span></p>
<h5>Dalla parte del torto</h5>
<p>Non mi sono mai iscritto a gruppi inneggianti a una qualsiasi forma di violenza. Mi sento schierato, a volte più per un fattore genetico che per una reale convinzione. Ma, credo, da qualche parte bisogna pur stare. A volte mi riconosco in quella bellissima frase di Brecht che dice: «Ci sedemmo dalla parte del torto perché tutti gli altri posti erano occupati». Adoro quel profumo di autoironia che sprigiona. Credo nel dialogo e in un certo modo di fare politica.  Anche se dall&#8217;altra parte non sempre ho sempre ricevuto la stessa cortesia. Il presidente del consiglio mi ha chiamato «coglione»; il ministro Brunetta, augurandosi che andassi a «morire ammazzato», mi ha definito «pezzo di merda». Cioè non proprio a me personalmente. Non li ho incontrati per strada, non gli ho fregato il parcheggio e neanche la fidanzata. Si riferivano piuttosto ad un&#8217;area di simpatie, a una appartenenza, a un gruppo. Una sorta di nome collettivo. E allora confesso che mi fa ridere quando chiamano Brunetta «diversamente alto» anche se è un&#8217;offesa a tutti coloro che sono lontani dall&#8217;altezza media. Ma chi l&#8217;ha detto che l&#8217;altezza fisica sia un tratto di eccellenza? Del resto molti grandi uomini non erano alti. Hitler, Stalin, Charles Manson&#8230; Ok, confesso, ho fatto l&#8217;esempio sbagliato. Era ironia.</p>
<p>Ho insegnato a mia figlia che non si dicono le <a title="parolacce" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Parolacce">parolacce</a>. Anche se qualcuna mi scappa. E lei mi rimprovera. Le ho insegnato che le parolacce non sono “cattive” in sé. Anzi che alcune, ad esempio “minchione” sono persino un retaggio culturale, una tradizione anche letteraria (parola usata da Verga). Le parolacce non vanno bene perché sono una inutile semplificazione. Se qualcuno ti fa un torto e gli dici “stronzo” non risolvi un bel niente. Magari è meglio confezionare una frase un po&#8217; più lunga, affrontare la fatica di una conversazione e magari alla fine una soluzione più soddisfacente si trova. E poi, se una ogni tanto scappa, pazienza non sarà questo che chiuderà le porte al paradiso. È solo una parola.</p>
<h5>Conflitti e sfumature</h5>
<p>Eppure quando ho scagliato quel piccolo Duomo virtuale in quel campo di giochi che è Facebook mi sono sentito improvvisamente in colpa. Non era più uno di quegli scherzetti che si fanno con coloro che si considerano amici. Quelle cose di cui poi si ride insieme. Ho cominciato a pensare. Mi  avrà visto qualcuno? Qualcuno mi starà imitando? I poveri Roberto e Sergio sono brava gente, gente con famiglia, e ora rischieranno la lapidazione con un minuscolo capolavoro gotico (genere che notoriamente amava le punte). Non è più uno scherzo.</p>
<p>Sta diventando tutto maledettamente importante. Tutto è vitale o mortale. Buonissimo o cattivissimo. Eppure da quando ho scoperto tutta quella gente sulla rete, nei forum, nei blog e anche su Facebook e Twitter mi aveva preso una sensazione di condivisione, di umanità che prima mi era stato difficile di provare. Prima c&#8217;erano i giornali e i libri che ti raccontavano le cose da un certo punto di vista. Era un po&#8217; come succede ancora adesso nelle manifestazioni. Un milione secondo gli organizzatori, cinquantamila secondo la questura. Insomma informazione sempre e solo di parte. Sempre in contrasto. A volte in conflitto. Ma con internet le cose sono cambiate. Le posizioni sono (o avrebbero potuto esser) così tante che alla fine la verità risulta, finalmente, come una sana sfumatura.</p>
<p>E poi arriva <a title="gilioli" href="http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/12/15/%C2%ABvicino-ad-ambienti-del-social-network%C2%BB/">Bruno Vespa</a> riesce a dire che l&#8217;attentatore del premier è «vicino agli ambienti del social network» come se le cose fossero rimaste a prima del Muro di Berlino. Lo stesso linguaggio, la stessa maniera di impacchettare, di disegnare confini. Come se il social network fosse un partito da prendere assolutamente sul serio. Come quando Adinolfi, Grillo, il No-B day  fecero intendere di esserne dei legali rappresentanti. E io che credevo che tutti insieme, finalmente, si potesse provare a discutere senza alzare la voce e allegramente, con la massima serietà affrontare i problemi più profondi. E magari, dopo aver parlato di tutto, prenderci una pausa, una sana risata che disarma qualunque incubo. E invece. Nessuna risata potrà più seppellire niente. Eccomi qui a confessare.</p>
<h5>Il privilegio delle stupidaggini</h5>
<p>Confesso una piccola stupidaggine. Rivendico il privilegio di fare stupidaggini, ogni tanto. Ma non quelle inconsapevoli, innocenti, date dalla sbadataggine, dalla stanchezza, delle quali poi ci si vergogna e si cerca di porre rimedio chiedendo scusa. Parlo di quelle stupidaggini fatte nel pieno delle proprie facoltà mentali, quegli afflati di gioia infantile nel combinare un piccolo guaio. E ora sono qui non tanto per chiedere scusa a Roberto o a Sergio, ma per esortare tutti i malintenzionati a desistere dall&#8217;imitare il mio gesto violento nei loro confronti. Ragazzi, si scherzava.</p>
<p>Già perché è necessario ribadirlo. I dibattiti di questi giorni sulla pericolosità di certe attività sulla rete, di certe apologie dei più svariati reati ha cominciato a preoccuparmi. Ho cominciato a chiedermi se vi siano certi giochi siano davvero pericolosi. Robetta che un po&#8217; alla volta contribuisce a scaldare l&#8217;ambiente fino a provocare un vero incendio, a partire dalla combustione delle teste più calde. Oppure ci stiamo scaldando per nulla, come quelle discussioni insulse per il parcheggio o per uno sgarbo al semaforo che poco alla volta dimenticano l&#8217;origine e diventano una escalation di insulti, gesti virili e cretinate.</p>
<p>Mi è avanzato ancora qualche piccolo Duomo di pixel. Se qualcuno mi da il permesso di lanciarglielo addosso, prometto che faccio piano. Ma non sarà la stessa cosa.</p>
<p>PS. Immagino che per la quantità di male parole contenute, questo articolo avrà, nella storia di Apogeonline, lo stesso posto che l&#8217;<a title="avvelenata" href="http://www.testimania.com/testi/testi_francesco_guccini_1655/testi_via_paolo_fabbri_43_3599/testo_lavvelenata_42617.html">Avvelenata</a> di Francesco Guccini ebbe nella storia della canzone italiana.</p>
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		<title>Le storie salveranno il mondo?</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Dec 2008 08:31:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Livio Milanesio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Beppe Grillo]]></category>
		<category><![CDATA[Christian Salmon]]></category>
		<category><![CDATA[Enron]]></category>
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		<description><![CDATA[La rete è piena di storie. Autorevoli o bizzarre, inutili o fondamentali, vivono nei blog e qualche volta entrano in conflitto con l'informazione "ufficiale" che non sempre è trasparente. Riusciranno i blogger a salvarci?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>«Voi siete quelli che chiamiamo la <em>reality-based community</em>, coloro che credono che le soluzioni emergano dalle ricerche, ma il mondo non funziona più così. Noi siamo un impero e creiamo la nostra realtà. E mentre voi la analizzate con i vostri metodi, noi creiamo nuove realtà». Così un anonimo staff member di Bush Junior raccontava la sua visione del mondo a un reporter della vecchia scuola. La storia riportata da Ron Suskind in un articolo del New York Times è rimbalzata nel recente saggio del sociologo francese <a href="http://mondediplo.com/2008/01/04scheherazade">Christian Salmon</a>, <a href="http://www.anobii.com/books/Storytelling/9788881129614/01a4119a357f4ff5aa/">Storytelling</a>, pubblicato in Italia per i tipi di Fazi Editore. La tesi è che una delle più antiche e diffuse forme di creatività umana, l&#8217;arte di raccontare storie, sia usata in modo massiccio come potente arma politica e di marketing.<span id="more-245"></span></p>
<p>Lo <em>storytelling</em> di cui parla Christian Salmon riguarda l&#8217;utilizzo delle tecniche narrative a fini pratici: si trasforma la realtà in un&#8217;epica e i cittadini diventano protagonisti di una avventura le cui fila, però, sono nelle mani di qualcun&#8217;altro. E così <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Enron">Enron</a>, George Bush, la guerra in Iraq e <a href="http://www.elysee.fr/lepresident/">Nicholas Sarkozy</a> si trasformano nei grandi temi narrativi del ventunesimo secolo, costruendo attorno a sé un&#8217;aura mitica nella quale ogni ragione sembra doversi sottomettere. Storie perfette dal fascino irresistibile se solo qualcuno non avesse il vizio di immaginare finali differenti. La felice e inconsistente favola di Enron, azienda proiettata verso un futuro perennemente radioso comincia a vacillare a causa di un punto interrogativo. È il 5 marzo del 2001 quando Fortune pubblica un articolo intitolato <a href="http://money.cnn.com/2006/01/13/news/companies/enronoriginal_fortune/index.htm">Is Enron Overpriced?</a>.</p>
<p>Enron è &#8220;raccontata&#8221; come una superstar hollywoodiana con qualche lato oscuro di troppo. L&#8217;articolo è una vera a propria contronarrazione, che conduce a immaginare un finale diverso. Il dubbio si insinua. Ci si accorge che, affascinati dalle meravigliose avventure dell&#8217;azienda di Houston, neppure i più prestigiosi analisti avevano considerato problematico il fatto che intere divisioni di Enron fossero un totale mistero finanziario. Il sipario si strappa, l&#8217;azienda vacilla. Nel dicembre dello stesso anno Enron fallisce. Certo non è il singolo articolo di Fortune a fare crollare il castello di carte (o di carta) ma è l&#8217;inizio delle numerose domande e rivelazioni che da quel momento sfuggono dal controllo della leggenda Enron.</p>
<p>La rete è piena di domande e rivelazioni. Sono spesso coloro che stanno ai margini i più attivi: non inquadrati, non autorizzati, assenti dagli albi professionali, spesso maniacalmente specializzati, dribblano le narrazioni ufficiali per proporre storie diverse, rivelando con candore che il re è effettivamente è nudo. Sono contronarratori, non protestano in piazza ma scuciono e ricuciono nuove leggende utilizzando il blog come arma  d&#8217;assalto. Essi sfuggono quasi sempre alla formula &#8220;lei non sa chi sono io&#8221; perché non hanno bisogno di un editore che certifichi la loro competenza per rendere pubbliche le proprie idee. Una particolarità che fin dagli albori del www è stata percepita come un problema: come faccio a essere certo che ciò che sto leggendo proviene da una fonte credibile ed autorevole? Come faccio a fidarmi di qualcuno il cui &#8220;esame di abilitazione&#8221; è stato quello di essersi iscritto a un servizio gratuito come Blogger o WordPress?</p>
<p>Nume tutelare e superstar dei contronarratori italiani è <a href="http://www.beppegrillo.it/">Beppe Grillo</a>. Marginalizzato dal ruolo istituzionale di comico televisivo si reinventa in teatro e sulla rete svelando e nello stesso tempo creando nuove leggende fatte di auto a idrogeno, camicie di canapa e di parole magiche (vaffa) che fanno tremare i potenti. Una storia che sostituisce un&#8217;altra storia. C&#8217;è da chiedersi a questo punto se dietro a tutta questa narrativa esista effettivamente una realtà.</p>
<p>In un ambiente partecipato quale è la rete non si possono considerare attivi soltanto gli autori ma anche (forse soprattutto) i lettori. La rete offre molto materiale ma è necessario sviluppare un senso critico per poterla utilizzare. Cercare, confrontare, criticare, partecipare sono i nuovi verbi che si aggiungono all&#8217;attività del lettore. Il bello è che non è per nulla una novità: come dimostra la tesi di Salmon l&#8217;informazione verticistica è spesso vittima di ingerenze e di obiettivi che poco hanno a che fare con l&#8217;informazione, quanto con la necessità di avallare certe decisioni (su dài, adesso basta, chi ha fregato le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein è ora che le tiri fuori se no Bush questa volta si arrabbia davvero). E quando non ci si mette di mezzo la malafede può capitare che la consistente massa di informazioni che dobbiamo gestire renda difficile la verifica, come accadde all&#8217;autorevolissimo <a href="http://www.springerlink.com/content/v2518788l07586hj/">Journal of Statistical Physics</a> che pubblicò alcuni studi del professor Stronzo Bestiale dell&#8217;Institute for Advanced Studies di Palermo.</p>
<p>Il motto è sempre e comunque quello di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Fox_Mulder">Fox Mulder</a>: <em>Trust No One</em>, non fidarti di nessuno, salvo poi dare la facoltà a chiunque di esprimersi e a noi di credergli.</p>
<p>Intanto Enron è fallita per davvero e i morti dell&#8217;Iraq non si rialzano quando si spengono le telecamere e neppure l&#8217;inventore dell&#8217;auto a idrogeno è stato rapito dalla Spectre, e, i cosiddetti potenti, incassato il vaffa hanno continuato tranquillamente per la loro strada, intessendo una nuova storia da raccontarci. E se i blogger continueranno a raccontare le loro personali realtà alternative, allora avremo ancora la possibilità di catturare un po&#8217; di quella complessità che governa il nostro universo. Con un pizzico di autorevole distacco.</p>
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