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	<title>Apogeonline &#187; banda larga</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>Italia 2012, banda larga senza futuro?</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Dec 2011 07:30:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Occhi puntati sulla conferenza stampa di fine anno del governo Monti, sperando che venga annunciata una visione strategica per il comparto digitale. Perché fin qui i segnali sono stati a dir poco timidi ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’Italia entra nel 2012 senza ancora un programma per la banda larga del futuro. Sebbene tra esperti e studiosi ci sia consenso che da qui verrebbe la crescita economica. E sebbene altri Paesi europei si stiano mostrando più coraggiosi su questa strada. È sì, certo, anche una questione di coraggio. Perché non si sa se e quando la banda larghissima potrà ripagare gli enormi investimenti necessari (pari a mille euro per casa cablata in fibra). Ma di contro si sa con sufficiente certezza che l’intera economia di un Paese se ne avvantaggerà. A questa mattina, in attesa della conferenza stampa di fine anno del presidente del Consiglio Mario Monti, non è ancora chiaro se il nuovo governo investirà di più del precedente in banda larga (di meno sarebbe del resto impossibile). Ma il problema &#8211; magari non ce ne siamo accorti &#8211; è che anche i privati hanno ridotto a livelli letargici l’entusiasmo per le nuove reti, in Italia. Vediamo il quadro della situazione.<span id="more-7726"></span></p>
<h5>Banda larga</h5>
<p>Dice uno studio Ocse: per ogni euro investito in banda larga, ne vengono 1,3-1,5 euro in più in Pil (Prodotto interno lordo). Per l’Italia il valore ipotizzato è 1,45. Altri studi a conferma del concetto sono riassunti da un <a href="http://www.firstonline.info/a/2011/06/28/calabro-litalia-si-gioca-il-futuro-nelle-reti-di-t/947c12b7-5f8f-4bee-bdbc-04dd35e11f01">recente discorso</a> del presidente dell’Autorità Garante delle Comunicazioni. Che cosa c’è, invece, in Italia ad oggi? Cinquecento milioni. A tanto ammontano i fondi che Infratel ha a disposizione per portare banda larga di prima generazione (almeno 2 Megabit). E ne servirebbero un miliardo &#8211; stima la stessa Infratel &#8211; per eliminare il digital divide entro il 2013, come richiesto dall’Agenda digitale europea. Per l’esattezza, Infratel è una società di scopo che utilizza fondi pubblici (stanziati da vecchie legislature, dalle regioni e soprattutto dall’Unione europea) per portare la fibra ottica vicino a centrali telefoniche e, in futuro, ad antenne radio mobile (poi spetta all’operatore fare l’ultimo pezzetto di collegamento).</p>
<p>Se per la banda larga c’è un’incognita, stagnante e senza futuro sembra invece la situazione per la banda larghissima. Cominciamo da una buona notizia: è partita la società della rete per portare la fibra <a href="http://tariffe.digital.it/trento-ngn-fibra-ottica-per-tutti-in-provincia-di-trento-entro-il-2018-7386.html">nelle case della Provincia di Trento</a>. Poca roba, appena 160 milioni di euro spalmati su sei anni. Da una parte è il primo esempio di accordo possibile tra pubblico e privato per la banda larghissima. Dall’altra, meglio non entusiasmarsi troppo: «Difficilmente sarà replicabile altrove, così com’è. La società pubblico-privata è figlia delle particolari condizioni politiche ed economiche della Provincia di Trento», dice Alessandro Zorer, amministratore delegato di Trentino Network, che porterà la banda larghissima nelle case della provincia non coperte dalla nuova società.</p>
<h5>In Italia e in Europa</h5>
<p>Bisogna quindi vedere oltre Trento. Siamo impantanati <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2011/02/16/prove-tecniche-di-ngn-forse-ora-si-parte">nella situazione di febbraio 2011</a>, con qualche piccolo aggiornamento: la Regione Lombardia ancora tentenna a investire nel progetto fibra ottica poiché manca un accordo con i privati; lo Stato centrale non ha previsto niente a riguardo, ma si è limitato a sbloccare, a dicembre, un miliardo di fondi europei per la banda larghissima al Sud. Poiché sono largamente insufficienti per la fibra ottica nelle case (ci fai solo un milione di appartamenti), forse saranno usati solo a supporto di altri progetti. Che ancora però non si vedono. I privati, da parte loro, vanno avanti con il freno a mano tirato. Gli operatori alternativi a Telecom Italia non hanno fatto più nulla, nonostante gli annunci del passato, complice il fallimento del tavolo aperto con il precedente ministero allo Sviluppo Economico.</p>
<p>Telecom Italia per ora ha lanciato un’offerta 100 Megabit in solo 40.000 appartamenti, per altro a prezzi molto cari (75 euro al mese). Fastweb non intende aumentare la propria copertura storica in fibra (2,2 milioni di unità immobiliari). In Europa invece qualcosa si muove, come dice l’ultimo rapporto Idate, di cui qui forniamo un paio di grafici. Metroweb ha fatto annunci generici di copertura, comunque limitata <a href="http://blog.wired.it/bandastretta/2011/10/10/il-nuovo-piano-banda-larghissima-chiarimenti.html">a poche città del Nord</a>. L’Europa dell’Est, la Russia e la Francia continuano ad ampliare le reti. BT e Virgin nel Regno Unito e le municipalità tedesche hanno piani di sviluppo nel 2012. La sola BT pensa di coprire il 66% del Regno Unito <a href="http://www.itpro.co.uk/634174/the-great-fibre-debate">entro il 2015</a>. Il vecchio piano di Telecom Italia &#8211; per altro in ritardo sulla tabella di marcia, come ammesso dallo stesso operatore &#8211; prevedeva il 50% dell’Italia entro il 2018.<strong> </strong></p>
<h5>Il nuovo governo</h5>
<p>L’Italia rischia insomma di essere il solo Paese del G8 a restare esclusa dal futuro della banda larga. Insomma, le carte sono chiare: serve proprio una spinta del nuovo governo per sbloccare la situazione. Potrebbe essere in termini di nuovi investimenti e/o di incentivo ai progetti. Purché non faccia l’errore del precedente governo, che ha fatto scappare Telecom Italia dal tavolo per eccessivo dirigismo (come <a href="http://punto-informatico.it/3188006/PI/News/ngn-bernabe-contro-tavolo-romani.aspx">dice</a> la stessa Telecom). Fino a qui i segnali sono stati troppo timidi. Alcuni davvero negativi: nel primo via libera Cipe dopo tanto tempo <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Economia%20e%20Lavoro/2009/11/cipe-infrastrutture.shtml?uuid=0d5a8cbe-cade-11de-aaae-8b008265c0a7&amp;DocRulesView=Libero">non ci sono</a> i soldi promessi alla banda larga. Nella formazione del governo non c’è nessuna delega all’Innovazione, alle Comunicazioni e tantomeno all’Agenda digitale (il precedente almeno aveva le prime due).</p>
<p>La migliore buona notizia che arriva da quella parte è quindi l’impegno <a href="http://www.repubblica.it/politica/2011/12/18/news/passera_manovra-26829379/">a fermare</a> il regalo delle frequenze alle tv. Un impegno ancora da verificare nella sostanza e nelle conseguenze (si vocifera che potrebbe dare quelle frequenze alla banda larga, come del resto la Commissione europea spinge a fare entro il 2015). Ma comunque è il primo segnale di discontinuità rispetto al precedente “televisivo” governo. Adesso bisognerà scoprire se la strategia statale dell’innovazione si limita alla possibilità di fare cassa (con l’asta delle frequenze). O porterà anche a investimenti in banda larga, a vantaggio del Paese.</p>
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		<title>Cloud, a chi e perché conviene la nuvola</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2011/12/12/cloud-a-chi-e-perche-conviene-la-nuvola</link>
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		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 07:30:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Beggi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mobile]]></category>
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		<description><![CDATA[Sempre più attività avvengono "nella nuvola", ovvero affidandosi a un insieme di tecnologie e interazioni di rete sempre meno legate alla prossimità fisica e al controllo diretto. Un rischio o un'opportunità? ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I progettisti di reti disegnano <a href="http://goo.gl/QjXcW">schemi</a> utilizzando una serie di simboli per i nodi, le connessioni, gli apparati attivi e passivi, cercando di rappresentare un network nel modo più accurato possibile, in modo da avere una visione chiara dello schema funzionale, dei punti critici, dei flussi, e delle modalità di gestione. Spesso le reti sono connesse ad altre reti di cui, per forza di cose, si sa poco o nulla: queste ultime rappresentano un’entità esterna in cui “pompare” e da cui estrarre informazioni. Questa indeterminazione viene simboleggiata da una nuvoletta. L’esempio tipico è internet: dopo il perimetro del network locale l’ultima connessione è sempre una specie di saetta che si infila in una nuvola, per simboleggiare una rete di cui si conosce il punto di ingresso, la natura dei dati che vengono scambiati, ma non la loro posizione e i loro percorsi. Con l’andare del tempo alcune funzioni, prima svolte da oggetti che risiedevano nella rete locale, sono state delegate all’esterno perdendo specificità e fisicità. Le loro rappresentazioni sono state spostate in quella nuvoletta nella parte alta dello schema, <em>in the cloud</em>.<span id="more-7614"></span></p>
<h5>Che cos&#8217;è</h5>
<p>Per estensione, tutte le attività e le funzioni delegate a servizi e sistemi che risiedono in questo “altrove” sono stati chiamati <em>cloud computing</em>. Le risorse in cloud non risiedono più all’interno della propria infrastruttura, ma vengono fruite tramite servizi esterni, tipicamente residenti su internet e distribuiti tra diversi datacenter. La distribuzione su siti diversi è opportuna per motivi di sicurezza, bilanciamento di carico, velocità e collocazione geografica. Tutta la gestione di questi aspetti è completamente trasparente per l’utilizzatore, che vede un unico punto virtuale di accesso alle sue risorse. Come spesso succede, il cloud computing è una integrazione di tecnologie semplici e già esistenti da tempo che si combinano per dare origine a qualcosa di nuovo che ha più valore della somma delle sue parti. I fattori abilitanti sono parecchi, e di natura diversa:</p>
<ul>
<li>banda larga: il miglioramento della qualità e della velocità di connessione alla rete sono, ovviamente, il primo dei fattori da cui non si può prescindere e che permettono di utilizzare i servizi in cloud senza soffrire troppo della delocalizzazione;</li>
<li>costi dell’hardware: lo storage e la potenza di calcolo sono sempre più grandi a fronte di prezzi in calo. Le economie di scala di cui beneficia un fornitore di servizi cloud amplificano ancora di più questo fattore;</li>
<li>banda mobile: costi in calo, velocità in aumento, diffusione capillare nelle aree produttive e popolate, fanno sì che la domanda di accesso ai propri dati, servizi e applicazioni sia sempre più alta;</li>
<li>la corrispondente diffusione dei dispositivi mobili che invogliano all’utilizzo del cloud sono un’altra spinta molto forte;</li>
<li>lo sviluppo di nuove tecniche di accesso e rappresentazione dei dati che risentono meno dell’inevitabile sbilanciamento della velocità di banda tra l’utente e l’esterno. A titolo di esempio, mi vengono in mente <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Ajax_(programming)">Ajax</a>, un insieme di tecniche di programmazione usate per creare applicazioni web asincrone, e il recente spostamento del mercato verso le “app”, sia mobili che all’interno del browser: singole entità software discrete nate per accedere e usare un particolare servizio online;</li>
<li>la larghissima diffusione del social networking negli ultimi anni, che ha abituato le persone all’idea che i propri dati non siano fisicamente collocati in un posto preciso, diventando uno dei “cavali di Troia” per l’introduzione del cloud computing nelle aziende.</li>
</ul>
<h5>Bisogni</h5>
<p>A questo proposito, è opportuno notare che i servizi cloud si sono evoluti in parte dal fenomeno che qualche anno fa veniva chiamato Web 2.0. Gli utenti entusiasti, gli early adopter, hanno guidato l’adozione di questi servizi che ora, nella forma adatta, sono utilizzati da molte aziende e sono destinati a crescere sempre di più. Altri fattori che hanno spinto la crescita della cloud sono la soddisfazione di alcuni bisogni particolarmente pressanti per le aziende:</p>
<ul>
<li>aumento dei ritmi e della velocità del lavoro, con la conseguente necessità di</li>
<li>massima tempestività: i mercati cambiano in fretta e per mantenersi competitivi è necessario avere strutture flessibili e scalabili;</li>
<li>necessità di condividere risorse e informazioni interne che devono essere integrate con dati provenienti dall’esterno;</li>
<li>attenzione sempre maggiore al proprio core business.</li>
</ul>
<p>Un acronimo efficace che identifica questi servizi è SaaS (<em>software-as-a-service</em>), proprio per evidenziare il fatto che la fruizione avviene con canoni e modalità diverse dalle tradizionali applicazioni <em>on premises</em>.</p>
<h5>Investimento</h5>
<p>Esistono una quantità di fattori che incidono positivamente sul <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Return_on_investment">ROI</a> (return on investment) di una soluzione cloud, molti sono generali mentre altri dipendono dal tipo di servizio, che ne può beneficiare in maniera maggiore o minore a seconda delle sue caratteristiche. I servizi che tipicamente sono i principali interessati sono email, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Customer_relationship_management">CRM</a>, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Enterprise_Resource_Planning">ERP</a> e applicazioni di produttività aziendale. Quali sono i benefici che un’azienda può ottenere adottando una soluzione cloud? Ce ne sono diversi, vediamo i principali:</p>
<ul>
<li>eliminare o ridurre la gestione dell’infrastruttura IT, che rappresenta un costo elevato in termini di investimenti, mantenimento, risorse umane, licenze, consumi energetici, formazione, e costi correlati;</li>
<li>concentrazione sul proprio core business, non dover gestire l’IT è un aspetto che aiuta l’azienda a concentrarsi sul proprio mercato senza disperdere preziose energie;</li>
<li>facilità di gestione del budget: il costo in modalità <em>pay per use</em>, senza dover ammortizzare hardware e licenze, permette di gestire meglio le previsioni di costo e le commesse;</li>
<li>riduzione del supporto help desk: tutti questi servizi vengono erogati completi di assistenza all’utente finale e non vi è necessità di applicare alcun aggiornamento o patch sui sistemi locali;</li>
<li>rapidità di deployment: partire da zero con un sistema in cloud può comportare tempi inferiori anche di ordini di grandezza, essendo le piattaforme già operative presso il service provider. Spesso per iniziare a lavorare bastano una connessione e le credenziali di accesso;</li>
<li>scalabilità elevata e veloce: per aggiungere utenti e feature basta acquisire nuove subscription, così come ridurre o spostare gli asset aziendali diventa molto più semplice con una rimodulazione dei servizi sottoscritti. Questo rende l’azienda più reattiva ai bisogni del mercato in cui opera e più pronta a acquisire nuovo business;</li>
<li>proprio questa scalabilità, effetto delle economie di scala di cui beneficia il service provider, permette ad aziende di diverse dimensioni di trovare il “taglio” giusto di servizio più adatto alle proprie esigente. Il cloud computing offre benefici a partire dai liberi professionisti fino alle grandi multinazionali;</li>
<li>riduzione della formazione per gli utenti, già abituati a lavorare su strumenti standard;</li>
<li>l’accesso da sedi diverse da quella aziendale spesso non ha nessuna differenza con quello dalla propria postazione di lavoro, con tutti gli ovvi benefici che ne risultano;</li>
<li>semplificazione delle infrastrutture interne: i servizi cloud si utilizzano principalmente tramite browser o client terminal standard, il che rende irrilevante la configurazione della workstation dalla quale lavora l’utente;</li>
<li>aggiornamenti più frequenti e più graduali: non è raro che i servizi cloud si aggiornino più volte nell’arco di un anno, cosa che rende il sistema notevolmente più flessibile rispetto agli aggiornamenti dei sistemi “on premises”, i quali devono sottostare a tempi di implementazione di nuove infrastrutture, installazioni, test e resistenze interne, allungando i tempi tra gli aggiornamenti, che spesso richiedono anni;</li>
<li>esternalizzazione del rischio: la sicurezza e l’integrità del dato viene delegata al service provider che, essendo questo il suo core business, ha una struttura adatta a gestire questi aspetti, critici per diverse aziende.</li>
</ul>
<h5>Criticità</h5>
<p>Sull’altro piatto della bilancia, a diminuire il ROI, ci sono invece altre questioni:</p>
<ul>
<li>Si tratta comunque di affrontare un costo ricorrente invece di acquistare una licenza una volta sola. È opportuno fare una valutazione dell’arco di tempo necessario a ammortizzare l’acquisto rispetto alla locazione.</li>
<li>Eventuali variazioni possono comportare una modifica delle condizioni contrattuali che potrebbe rendere meno vantaggioso il modello cloud: spesso la riduzione del numero di utenti inserisce in fasce di prezzo meno convenienti, mentre l’aumento porta ad un incremento di banda e storage utilizzati, che potrebbero non essere compresi o avere costi maggiori.</li>
<li>Le applicazioni cloud richiedono molta attenzione ai contratti, agli <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Service_level_agreement">SLA</a> e al controllo delle performance.</li>
<li>La gamma di offerte comprende ancora pochi pacchetti completi e spesso l’azienda si deve confrontare con una pletora di fornitori diversi per coprire le proprie esigenze. Questo ambiente multivendor porta costi maggiori per l’integrazione, il provisioning e la definizione dei flussi operativi.</li>
<li>È necessaria una adeguata infrastruttura di ridondanza della connessione: essendo i servizi totalmente dipendenti dall&#8217;accesso a internet, è evidente che vanno prese tutte le precauzioni tecniche necessarie a limitare la caduta della connessione e a mantenerne la qualità il più alta possibile. La maggior parte delle aziende ha più di una connessione, fornite da provider diversi, e meglio se con tecnologie diverse. E’ consigliabile usare uno o più sistemi di bilanciamento di carico, failover e shaping della banda: tutte infrastrutture che vanno gestite e monitorate, sia dal punto di vista tecnico che contrattuale.</li>
<li>È elevato il rischio di lock-in. A fronte di strumenti non completamente standard e di grande volumi di dati, la migrazione verso altri service provider può essere difficile e costosa. Un po’ come cambiare strada dopo che si è scelto una tecnologia o un particolare vendor per le strutture <em>on premises</em>.</li>
</ul>
<h5>Non è semplice</h5>
<p>Ci sono poi altre aspetti di criticità nell’utilizzo dei sistemi cloud:</p>
<ul>
<li>Implicazioni di privacy e riservatezza dei dati. Non tutti i tipi di dati sono adatti a risiedere all’esterno dell’azienda, a cominciare da quelli sensibili o strategici per l’attività, nel caso di rischio di spionaggio industriale. Le aziende che trattano commesse militari, per esempio, hanno spesso limitazioni normative e contrattuali che le obbligano a un trattamento dei dati particolarmente attento.</li>
<li>Nel trasferire altrove i propri dati si fa una specie di “atto di fede” verso il provider che custodisce i nostri dati. Personalmente lo ritengo più un problema culturale che tecnico: c’è sempre qualcuno che ha la possibilità di accedere ai nostri dati e del quale dobbiamo fidarci. Non è detto che una grande multinazionale sia meno degna di fiducia di una micro azienda di personale tecnico.</li>
<li>È molto importante scegliere bene i propri partner: i servizi cloud sono molto vantaggiosi anche per le piccole start-up che, senza investimento, sono in grado di partire con un servizio affidabile e scalabile (La piattaforma di Amazon ha molto successo in tal senso). In questo scenario, l’affidabilità del proprio fornitore è un fattore essenziale nella valutazione di un service provider.</li>
<li>Il cloud computing vive e si alimenta con la banda larga; la riduzione del digital divide e il miglioramento della qualità della connessione sono fattori essenziali per la sua diffusione. La fibra ha un indice di guasti di due ordini di grandezza in meno rispetto al rame con cui è fatta ancora una larga fetta della rete in Italia.</li>
</ul>
<h5>Scelta da considerare</h5>
<p>In questo scenario, dove tutti gli aspetti vanno valutati attentamente, l’utilizzo della cloud rappresenta sicuramente una scelta da tenere in considerazione. Negli ultimi tempi è un argomento “caldo” e di moda tra gli IT manager, ma ritengo sia destinato a svilupparsi ed evolversi a prescindere dall&#8217;entusiasmo che lo spinge in questo momento, molto più di altri modelli che andavano per la maggiore qualche anno fa. È un percorso verso il quale c’è una spinta molto forte proveniente da più fronti: i dati, le applicazioni, i servizi sono sempre meno “materiali” e sempre più ubiquitari, sono risorse che vogliamo avere a disposizione 24 ore su 24 in ogni luogo nel quale ci troviamo; allo stesso tempo stanno diventando una commodity e non credo che le abitudini torneranno mai al passato. In questo scenario, la disponibilità di banda gioca un ruolo fondamentale, e uno dei fattori determinanti sono i carrier, che hanno il compito non sempre facile di fornire un prodotto che sia al tempo stesso di grande valore ma “invisibile” per i loro clienti. Sono necessari grandi sforzi progettuali, industriali e politici, che al momento sembrano un po’ latitare, almeno in Italia. Speriamo ci si renda conto al più presto dell’importanza di questi strumenti per lo sviluppo economico, sociale e culturale.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Innovazione, le priorità per il nuovo governo</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Nov 2011 07:30:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il cambio di esecutivo ha congelato i pochi progetti in corso sul fronte dell'innovazione legata alla rete, ma apre spiragli perché un'agenda digitale entri finalmente tra gli obiettivi dei nuovi ministri ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Adesso si torni a parlare di agenda digitale, per far crescere l’Italia. Dalle ceneri del governo Berlusconi e nell’infanzia del governo Monti, è questa l’idea che germoglia: un’urgenza, pressante, di cambiamento. Di spingere le aziende e la pubblica amministrazione nelle braccia del digitale, soprattutto. È un’esigenza chiara agli esperti e ai politici più attenti ai temi dell’innovazione e comincia a prendere forme nelle stanze dei nuovi ministri. Lo scopo è duplice: riprendere in mano le questioni lasciate in sospeso dal precedente governo e affrontare quelle trascurate del tutto. Ma da dove cominciare?<span id="more-7473"></span></p>
<h5>Obiettivi</h5>
<p>Le priorità in fin dei conti sono facili da individuare. Basta leggere gli obiettivi dell’<a href="http://ec.europa.eu/information_society/digital-agenda/scoreboard/index_en.htm">Agenda Digitale 2020</a> e vedere dove l’Italia è maggiormente in ritardo sul percorso. Pare che mettersi in pari con l’Europa sia proprio tra le priorità già individuate da Corrado Passera, neo ministro per lo Sviluppo economico e per le Infrastrutture e Trasporti. E quindi: ce la caviamo per copertura banda larga classica (Adsl), andiamo bene per tutto quello che riguarda la mobilità, abbiamo un ritardo per diffusione di Internet, ma siamo un vero e proprio disastro per gli utilizzi “hardcore” della rete. L’e-government e l’e-commerce, in particolare da parte delle imprese piccole e medie. Insomma, è una lacuna bella grossa: è come dire che il nostro tessuto produttivo ancora non sfrutta davvero i vantaggi del digitale. Per l’e-commerce dei consumatori ci sono stati recenti segni positivi: nel 2011 per la prima volta abbiamo cominciato a recuperare il ritardo con l’Europa, <a href="http://247.libero.it/focus/19966641/21/cresce-l-e-commerce-italiano-secondo-l-osservatorio-del-b-politecnico-b-di-b-milano-b/">stima</a> il Politecnico di Milano.</p>
<p>Occupiamoci dell’e-government, quindi. «È questa la priorità, perché dopo tutto il problema del digital divide della banda larga è in via di risoluzione», dice Cristoforo Morandini, di Between, tra i principali osservatori che hanno tracciato i risultati italiani nei confronti dell’Agenda Digitale europea. «Adesso per prima cosa il rischio è di perdere anche quei passi avanti fatti con la riforma Brunetta. Ci sono tante cose appese a un filo», dice. Tra gli ultimi atti del governo c’è stata la digitalizzazione dei certificati medici e delle ricette (per queste c’è un decreto <a href=" http://www.i-dome.com/articolo/19082-Le-ricette-mediche-diventano-digitali.html">del 2 novembre</a>). Sono pochi Cup online, invece (centro prenotazione degli esami): ce l’hanno solo alcune Asl dell’Emilia-Romagna, Lazio, Lombardia e Piemonte. Pochissime le Asl che riforniscono i referti online: solo il 29% (secondo i dati ministeriali aggiornati a luglio 2011). Non sono arrivati in tempo i decreti attuativi per lanciare i pagamenti in digitale a/da le pubbliche amministrazioni e il problema è che <a href="http://corrierecomunicazioni.it/news/84811/tremonti_a_brunetta_poche_risorse_per_la_pa_digitale">non c’è la necessaria copertura finanziaria</a>.</p>
<h5>Banda larga</h5>
<p>In particolare sono pochissimi ancora i Comuni che accettano transazioni economiche da cittadini e aziende. Va monitorata e accompagnata la diffusione della posta elettronica certificata, adottata ancora da un numero insufficiente di PA e cittadini. Una volta affinati gli strumenti di interazione tra amministrazioni e cittadino bisognerebbe poi, forse, avere il coraggio di fare lo switch off, come suggeriscono alcuni esperti: «Obbligare tutti a usare solo il digitale per gli atti della e verso la pubblica amministrazione», dice l’avvocato Ernesto Belisario. Basta carta e chi è tecno-refrattario dovrà imparare o avrà problemi. «Sono necessarie misure di incentivo alla domanda: per diffondere i servizi e-government e banda larga», dice Paolo Gentiloni (PD). Quanto ai piani di copertura, com’è noto il precedente governo ha sottratto le risorse che dovevano arrivare alla banda larga dai proventi dell’asta frequenze 4G.</p>
<p>È probabile comunque che con altri fondi, anche comunitari, si riesca a eliminare il digital divide entro il 2013, com’è nei piani della società di scopo Infratel, coprendo tutti con almeno i 7 Megabit. Il problema è il futuro: l’Italia non ha un piano nazionale condiviso, al momento, per la banda larghissima (fibra ottica a 100 Megabit). Non ci sono alleanze fattive tra operatori, né piani coordinati dallo Stato. Al momento c’è solo il piano Telecom Italia, che nell’immediato riguarda sette città (quattro già raggiunte dai servizi commerciali) e nel medio periodo 13. Poi ci sarebbe il <a href="http://brescia.corriere.it/brescia/notizie/economia/11_novembre_3/20111103BRE07_14-1902033024149.shtml">progetto Metroweb</a>, che deve però ancora trovare le risorse e comunque rischia di essere limitato a pochissime città del Nord. Si è impantanata l’idea di una norma per foraggiare il progetto <a href="http://blog.wired.it/bandastretta/2011/11/11/banda-larga-via-dai-piani-del-governo.html">con i fondi della Cassa Depositi e Prestiti</a>. «Se ne esce solo se il nuovo governo riuscirà a vedere nella banda larga un potere anticiclico, per la ripresa economica dell’Italia», dice Vita (PD). È d’accordo Roberto Cassinelli (Pdl): «In un momento di crisi, il governo ha l&#8217;opportunità di sfruttare l&#8217;innovazione come trampolino per il rilancio. È ormai evidente a tutti, infatti, l&#8217;importanza di internet anche in ottica macroeconomica (notizie recenti parlano del 2% del Pil nazionale, con ottime prospettive di crescita). Auspico perciò che il nuovo esecutivo sappia attuare efficacemente una strategia di sostegno e diffusione dell&#8217;innovazione tecnologica».</p>
<p><strong>Obiettivi chiari</strong></p>
<p>Come? Rinnovando innanzitutto le nostre infrastrutture telematiche affinché sia disponibile a tutti una connettività adeguata ai moderni strumenti del web. L&#8217;Italia, inoltre, è ancora arretrata rispetto ai maggiori partner europei per quanto riguarda la copertura WiFi del territorio: le odierne esigenze di mobilità impongono di intervenire per consentire l&#8217;accesso a internet praticamente ovunque. Sarebbe infine un buon segnale se le istituzioni si dimostrassero coscienti delle potenzialità offerte dalla tecnologia e utilizzassero il web in maniera sempre più trasparente ed interattiva». «Tali interventi andrebbero inseriti in un più ampio contesto: l&#8217;Italia ha bisogno di darsi una vera e propria politica digitale, con obiettivi chiari e scadenze da rispettare. La creazione di un ministero per Internet, da alcuni proposta nei giorni scorsi, è un&#8217;idea tutt&#8217;altro che balzana», continua Cassinelli.</p>
<p>Per trovare nuovi fondi, c’è sempre l’idea sostenuta dalle opposizioni nel precedente governo: «Chiedere soldi alle emittenti tv per le nuove frequenze del digitale terrestre», dice Vita. Idea che era diventata una proposta, bocciata <a href="http://www.tvdigitaldivide.it/2011/09/05/beauty-contest-bocciato-lemendamento-del-pd-le-frequenze-del-digitale-terreste-saranno-gratuite/">per un soffio</a>. Ma considerando il frangente economico e politico, e i ritardi che sta subendo il beauty contest per le frequenze tv, c’è di nuovo spazio per riprovare a rilanciare la proposta. Secondo alcuni, Passera <a href="http://www.key4biz.it/News/2011/11/21/Policy/mario_monti_Corrado_Passera_beauty_contest_digitale_terrestre_tv_locali_mediaset_rai_206855.html">ci sta effettivamente pensando</a>.</p>
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		<title>Banda larga, in Italia fa rima ancora con impasse</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Aug 2010 06:30:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I tavoli di concertazione al ministero delle Comunicazioni sono in stallo: difficile comporre gli interessi di Telecom Italia da un lato e quelli del blocco Fastweb-Vodafone-Wind-Tiscali dall'altro]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Bisogna arrendersi all’evidenza. Mettere da parte gli ultimi ottimismi. La banda larga italiana è nel pieno di un&#8217;impasse: è tutta ruotata verso un passato che ammuffisce a vista d’occhio. Il sistema Paese ha mancato anche un ultimo appuntamento: nemmeno prima della pausa estiva riuscirà a mettere un punto fermo sulle grande questioni che impediscono alla nostra banda larga di fare un passo verso il futuro. Il digital divide, la rete di nuova generazione, le risorse degli operatori mobili. I tre nodi sono sempre gli stessi, immobili, da almeno un anno. Anche il motivo di fondo dell’impasse è lo stesso: opposti interessi che si annullano a vicenda.<span id="more-3377"></span></p>
<h5>Il tavolo del ministero</h5>
<p>Vediamo l’ultimo caso: il tavolo dove il sottosegretario alle Comunicazioni Paolo Romani sta cercando di mettere d’accordo Telecom Italia, da una parte, e Fastweb-Vodafone-Wind-Tiscali dall’altra. I due gruppi hanno ancora <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/05/17/dalla-palude-al-caos-parte-la-corsa-alle-ngn">altrettanti progetti </a>di Next generation network paralleli; il problema è che quasi ovunque in Italia è sostenibile soltanto una rete di nuova generazione (fibra ottica nelle case). Ebbene, una riunione decisiva del tavolo Romani sarebbe dovuta esserci a fine luglio, ma è stata saltata. Era ipotizzata per i primi d’agosto, ma ormai fonti vicine al ministero danno per probabile il rinvio a settembre.</p>
<p>Telecom non accetta di fare fronte comune con i concorrenti nelle zone redditizie della rete italiana, ma solo in quelle a fallimento di mercato. Una posizione inconciliabile con quella dei concorrenti («opposti interessi che si annullano a vicenda») e che contrasta anche con le norme del settore. Al momento, in Italia valgono le stesse regole ovunque, per la rete fissa e la banda larga: l’Autorità garante delle comunicazioni ha individuato un mercato unico, senza differenziazioni geografiche. Telecom Italia le chiede a gran voce da anni, per ottenere un alleggerimento dei propri obblighi nelle zone più redditizie.</p>
<h5>Arrivano i &#8220;medi&#8221;</h5>
<p>Altro tavolo, stesso impasse: Agcom sta dialogando con i vari soggetti per formulare le prime regole dettagliate alla base dell’Ngn. Gli operatori alternativi a Telecom però stanno partecipando poco. Non riconoscono l’imparzialità del Comitato Ngn, l’organismo che sta lavorando a una prima proposta di regole. Se n’è lamentato <a href="http://www.corrierecomunicazioni.it/news/78781/mannoni_basta_melina_ora_si_collabori_sulle_ngn">di recente</a> Stefano Mannoni, commissario Agcom. Il che la dice lunga sul clima di sospetti che regna. Nell’impresa con cui si vorrebbe assicurare un futuro alla banda larga italiana &#8211; e quindi in generale alle nostre infrastrutture &#8211; è necessaria un&#8217;intesa del sistema Paese: l’hanno detto tutti gli esperti, oltre al presidente di Agcom e allo stesso Romani. Ma alla prova dei fatti l’intesa sembra lontanissima.</p>
<p>La sola novità che è arrivata, su questo fronte, è la scesa in campo <a href="http://blog.quintarelli.it/blog/2010/07/anche-gli-operatori-minori-vogliono-la-one-network.html">degli operatori medi</a>. Un gruppo di provider storici di internet (MC-Link, Kpn-Qwest, Panservice, Enter, Metrolink, Infracom, E4A,Unidata, Clio, Cd Lan, Flynet) a settembre fonderà una società per azioni per partecipare alla nuova rete, al fianco di quelli che ora litigano al tavolo Romani. Altri attori nel mucchio, insomma. E viste le premesse non è detto che trovino un’intesa con almeno i concorrenti maggiori di Telecom.</p>
<h5>Il dividendo</h5>
<p>Un altro esempio di interessi contrapposti, a danno dell’innovazione, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/02/22/long-term-evolution-cosi-vicino-cosi-lontano">è ormai noto</a>: le frequenze del dividendo digitale sono ancora saldamente in mano alle emittenti tv. All’orizzonte non c’è ancora un’asta per assegnarle alla banda larga. Un’asta invece c’è già stata in Germania ed è stata fissata in Francia, Svizzera e Irlanda (nel 2011). Per ora da noi c’è solo l’ultima promessa di Romani: <a href="http://www.corrierecomunicazioni.it/index.php?section=news&amp;idNotizia=79018">asta prima del 2015</a>. Secondo esperti come Maurizio Decina e Antonio Sassano, però, bisognerebbe farla entro il 2012, pena gravissimi ritardi dell’Italia sull’avvento del 4G (quarta generazione di rete mobili). Le conseguenze di questo stato dei fatti già però affiorano evidenti, non bisogna attendere il 2012.</p>
<p>Le offerte dei principali operatori italiani sembrano una foto in bianco e nero: nessun reale progresso negli ultimi anni. E anzi alcune offerte hanno anche subito piccoli rincari (di Wind e Tiscali, di recente). Sono lontani i tempi in cui le velocità massime Adsl raddoppiavano di colpo, per tutti gli utenti, nel giro di pochi mesi. Del resto, si è raggiunto il limite: più di 20 Megabit sull’Adsl non si può dare. Ma anche le velocità reali non migliorano, sono sempre bloccate a 3-4 Mbps per le Adsl 7 Megabit. La conferma è ancora in un <a href="http://www.sostariffe.it/news/2010/08/02/test-velocita-adsl-rilevazioni/">recente test</a> basato su 50.000 rilevazioni. La via d’uscita, per superare l’impasse, è forse solo una: Agcom e il ministero dovranno spingere per imporre una posizione comune. Per far prevalere, tra gli opposti, gli interessi che più sono vicini a quelli del sistema Paese.</p>
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		<title>Banda larga, problema politico e culturale</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/10/19/banda-larga-problema-politico-e-culturale</link>
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		<pubDate>Mon, 19 Oct 2009 07:47:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Al convegno annuale di Between a Capri si fa il punto sulla connettività in Italia. Che non sta bene, e si sapeva, ma nemmeno accenna a migliorare]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il problema dell’innovazione in Italia è soprattutto politico-culturale. Ed è per questo motivo che sarà molto difficile vincerlo. È questo il sapore che resta in bocca dopo le ultime notizie sui nostri ritardi nella banda larga e i due giorni di <a href="http://www.capri.between.it/">convegno di Between</a> a Capri, dove tutto il gotha delle tlc era riunito a discutere dei nostri (e loro) mali.  Per chi pensava che il fondo del barile fosse già raggiunto e bene illuminato <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/07/09/tlc-agcom-fa-luce-sul-fondo-del-barile">dall’ultima relazione Agcom</a>, una sorpresa: si può andare più giù.<span id="more-1095"></span></p>
<p>Tra gli ultimi indizi arrivati in tal senso, il nuovo rapporto Ecta (8 ottobre), secondo cui la diffusione della banda larga in Italia è al 20,3% (rispetto alla media Europea del 23,5%), con un crescita su base annua del 11,7% (rispetto alla media europea del 14,1%). Siamo in ritardo e andiamo più lenti della media. «In sostanza, si conferma un trend di rallentamento nella diffusione», commenta Innocenzo Genna, portavoce Ecta (associazione degli operatori alternativi europei). Che chiosa: «La quota di mercato di Telecom Italia è al 57,3% (la media degli incumbent europei è 45,5%)». Forse anche dietro questa quota record di Telecom, segno di immaturità del mercato italiano, c’è un fattore culturale: l’italiano sceglie Alice perché convinto da un marchio che conosce e da una pubblicità molto presente, invece di esplorare <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/03/09/adsl-senza-telecom-concorrenti-alla-riscossa">alternative più economiche</a>.</p>
<p>Il fattore culturale, curiosamente, al convegno è stato il perno della presentazione di Stefano Pileri (Cto di Telecom Italia e presidente Confindustria per i servizi innovativi e tecnologici) e, in parte, di quella di François de Brabant, presidente di Between. Il succo è che il 55% degli italiani è “analfabeta digitale”, cioè è senza pc, ed è questo il principale ostacolo alla diffusione della banda larga. Così si risolverebbe anche un rebus che si trova in un rapporto appena pubblicato <a href="http://blog.quintarelli.it/files/berkman_center_broadband_study_13oct09.pdf">dall’Harvard University</a>; dove l’autore non riesce a spiegarsi come mai ci sono così pochi utenti banda larga in Italia anche se i prezzi sono più bassi della media.<br />
La quota di utenti con pc ma senza internet è ormai ridotta al 17% (sulla popolazione italiana), quindi adesso lo scopo è convincere le famiglie a comprare il loro primo pc. Più facile a dirsi che a farsi, perché questo problema è solo il sintomo di uno più grosso. Non sono motivi economici a impedire l’acquisto di pc, ma il “credo sia inutile”. È questa la risposta data dal 70% degli analfabeti digitali alla domanda perché non usassero internet (rapporto Between 2009).</p>
<p>«Forse hanno ragione loro, internet è inutile in Italia», ha ribattuto provocatoriamente, al convegno, Stefano Parise, amministratore delegato di Fastweb. Perché la quota di amministrazioni e di servizi pubblici che interagiscono via internet, con il cittadino, è ancora troppo ridotta. Certo, come notato da molti al convegno, ci sono anche problemi strutturali in Italia: popolazione anziana e poco istruita; perdita del potere d’acquisto dei giovani. Sono però fattori che esulano dalle tlc e sono di lungo periodo. Bisogna pensare invece a quello che si può concretamente fare nell’immediato.</p>
<p>Uno dei pochi elementi positivi emersi a Capri è il piano Brunetta <a href="http://www.governo.it/Notizie/Palazzo%20Chigi/dettaglio.asp?d=41680">e-government 2012</a>, che potrebbe dare uno stimolo e un maggiore senso all’acquisto di banda larga. Un’altra cosa che si può fare è migliorare la trasparenza e la qualità dell’offerta. Utenti che si sentono presi in giro dagli operatori non sono, propriamente, buoni testimonial per il passaparola sulle virtù della banda larga.<br />
Su questa piaga ha messo il dito uno studio Between su un campione di 1.300 utenti, a cui ha fatto testare la propria connessione tramite software <a href="http://www.isposure.com/index.htm">Isposure</a>. Risultati infelici: le Adsl 7 megabit hanno una velocità che è la metà di quella dichiarata; quelle 20 Megabit (che costano il doppio) si fermano a 5. Peggio con le connessioni banda larga mobile: promettono 7,2 Mbps, ma arrivano a meno di 2 Mbps (quindi non sarebbero nemmeno considerabili banda larga a tutti gli effetti). «Nel 2010 contiamo di allargare il campione a 3-5 mila utenti e fare un rapporto più completo sulla qualità della banda larga italiana. Daremo così un’arma di scelta agli utenti. E uno sprone agli operatore a migliorare», dice Cristoforo Morandini, di Between.</p>
<p>Risultati peraltro confermati da un altro studio recente, <a href="http://www.sbs.ox.ac.uk/newsandevents/Documents/Broadband%20Quality%20Study%202009%20Press%20Presentation%20%28final%29.pdf">delle università di Oxford e Oviedo</a> e basato su 24 milioni di test su Speedtest.net. Le velocità italiane sono di poco più veloce di quelle ucraine e sono sotto Spagnia, Polonia, Turchia. Fra 3-5 anni, stimano i ricercatori, saranno velocità obsolete in rapporto alle nuove esigenze degli utenti internet.  Ma il fattore politico-culturale continua a pesare: l’Italia ha un crescente bisogno di rinnovare la rete nazionale, ma questa non è nell’agenda del governo. Il piano Romani da 1,47 miliardi, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/07/06/banda-larga-l%E2%80%99italia-sceglie-il-passato">che pure rinunciava alla rete di nuova generazione</a>, è fermo. Il governo non stanzia ancora i fondi promessi, come lamentato a Capri anche da Franco Bernabé, amministratore delegato Telecom.</p>
<p>Gli obiettivi del piano, infatti, non erano solo di estendere un’Adsl base (2 Megabit) a tutta la popolazione; ma anche di migliorare la velocità reale banda larga, grazie a riparazioni e aggiornamenti della rete. Al convegno di Capri, l’unico segno istituzionale d’interesse per il futuro della rete è stata la dichiarazione di Franco Bassanini, presidente della Cassa depositi e prestiti. Si è detto pronto a investire nella nuova rete. Aggiungendo però che era solo un’idea personale e richiedeva il benestare del Tesoro. Il tutto, mentre la Finlandia <a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/tecnologia/grubrica.asp?ID_blog=30&amp;ID_articolo=6770&amp;ID_sezione=38&amp;sezione=News">dichiara internet un diritto universale per legge</a> e il Regno Unito si pone l’obiettivo copertura totale per il 2012, prevedendo di ottenerne <a href="http://www.key4biz.it/News/2009/10/13/Policy/Digital_Britain_Digital_Inclusion_Digital_Britain_Francesco_Caio_Martha_Lane_Fox.html">benefici per 22 miliardi di sterline</a>.</p>
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		<title>Internet mobile verso la quarta generazione</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Jul 2009 08:22:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L'industria procede spedita e mezzo mondo già si prepara al nuovo salto tecnologico. In Italia, tanto per cambiare, si aspetta che le istituzioni si mettano d'accordo sulle frequenze]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fiato sospeso e tutti pronti per il più grande salto mai fatto dalla telefonia mobile dai tempi dell’arrivo dell’Umts: si va a passo spedito verso la quarta generazione. Nel 2010 è previsto l’ultimo passo di avvicinamento, con l’HSPA+, <a href="http://www.telefonino.net/Tim/Notizie/n21959/Telecom-Milano-prima-citta-mondo-ultra-broadband.html">già inaugurata da Tim a Milano</a> in anteprima mondiale (28 Megabit al secondo). Vodafone e 3 Italia seguiranno l’anno prossimo. È un salto che è anche una scommessa: per dare più banda (reale) agli utenti, non basta fare un upgrade dell’antenna verso nuovi standard. Altri tasselli devono andare al proprio posto. In parte è quanto sta avvenendo adesso, ma per rispettare la roadmap degli annunci il tempo stringe e alla fine, se anche l’industria riuscirà a centrare gli obiettivi, ci arriverà con il fiatone. I tasselli necessari non dipendono, in buona parte, dalla volontà degli operatori: sono politici e si muovono su uno scacchiere nazionale ed europeo. Principalmente, si tratta del refarming e del dividendo digitale.<span id="more-716"></span></p>
<h5>Fame di spettro</h5>
<p>Da una parte, quindi, l’industria va avanti. Già nel 2010 dovrebbero partire i primi network Lte (<em>Long term evolution</em>) in Svezia, dove è stata appena annunciata <a href="http://www.engadget.com/2009/05/26/ericsson-and-teliasonera-reveals-worlds-first-commercial-lte-si/">la prima torre cellulare adatta</a> e negli Usa <a href="http://www.engadget.com/2009/02/18/verizon-launching-lte-trials-this-year-commercial-network-in-20/">con Verizon</a>. Nota bene: Lte è una terminologia ideata da Ericsson, che è riuscita a imporla come sinonimo di quarta generazione di reti cellulari ed evoluzione dell’HSPA. La quarta generazione è però un’arena di standard dove c’è almeno un concorrente (teorico) all’Lte: il WiMax mobile, già disponibile; ha qualche mese di vantaggio sull’Lte, ma sul piano pratico è penalizzato perché non ha dalla sua né gli operatori mobili né le frequenze giuste.</p>
<p>Anche l’Lte, però, nonostante i suoi forti supporter, ha bisogno di una spinta per realizzarsi appieno. Oltre alle antenne e agli apparati Lte, serve che gli operatori abbiano abbastanza spettro a disposizione. La banda offerta è infatti direttamente proporzionale alla quantità di spettro presente nella cella. I 28 Megabit di Tim sono appunto la banda nella cella, da suddividere tra tutti gli utenti connessi al momento; non è la banda per utente: una differenza sostanziale, che il marketing degli operatori spesso non ritiene necessario puntualizzare. Se le risorse spettrali sono insufficienti, è possibile moltiplicare il numero di celle, ma è una soluzione costosa, che gli operatori adotteranno solo se necessario e, tendenzialmente, solo in zone a grande affluenza. È noto che gli operatori stanno <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/04/02/la-banda-larga-richiede-matrimoni">facendo numerosi accordi di site sharing</a> appunto per ridurre (di molto) i costi di network.  Ecco perché serve che gli operatori abbiano più spettro occupabile per cella: per sostenere il futuro della banda larga mobile. Una conclusione <a href="http://www.wikileaks.com/wiki/Comparing_broadband_in_Italy_with_other_countries:_Francesco_Caio_report:_Portare_l%27Italia_verso_la_leadership_europea_nella_banda_larga:_Considerazioni_sulle_opzioni_di_politica_industriale%2C_12_Mar_2009">a cui è giunto anche il rapporto Caio</a> ed è condivisa da pressoché tutti gli analisti del settore.</p>
<h5>La mappa delle frequenze</h5>
<p>Ma da dove arriverà nuovo ossigeno per la banda larga mobile? Il primo “tesoretto” a portata di mano è il refarming, che gli analisti di Pyramid Research definiscono <a href="http://news.prnewswire.com/DisplayReleaseContent.aspx?ACCT=104&amp;STORY=/www/story/07-14-2009/0005059773&amp;EDATE=">il più grande evento normativo nella telefonia mobile degli ultimi 20 anni</a>. Questa settimana il consiglio della Ue ha dato il via libera ufficiale <a href="http://www.key4biz.it/News/2009/07/27/Policy/tlc_banda_larga_wireless_900mhz_Umts_direttiva_Gsm_Viviane_Reding.html">al refarming</a>, da cui si prevedono risparmi di 1,6 miliardi per la telefonia mobile. È, in sostanza, la possibilità di usare per la rete banda larga le frequenze che finora sono state destinate al Gsm: i 900 e i 1800 MHz. Frequenze più pregiate di quelle ora in uso (2.100 MHz). Permettono al segnale di coprire più territorio a parità di antenne e di penetrare meglio all’interno dei luoghi chiusi. «Gli operatori risparmieranno il 50-70% sui costi di rete e potranno così coprire con la banda larga mobile anche le zone rurali», dice Catherine Viola, analista di Analysys Mason. Gli operatori dovranno pagare un piccolo costo (da definire) per la ridesignazione d’uso delle frequenze. Il refarming è per loro quindi un bonus che viene a costi ridottissimi. In Italia ci sono sette blocchi di frequenze a 900 MHz, di cui sei già assegnati a Tim, Wind e Vodafone; il terzo, per equilibrare la partita, dovrebbe andare a 3 Italia.</p>
<p>In Italia, altro ossigeno verrà inoltre <a href="http://www.telefonino.net/Vodafone/Notizie/n21413/Telecom-Wind-Vodafone-ammesse-gara-Ipse.html">dalle frequenze ex-Ipse</a>, a 2,1 GHz. Sulla banda degli 1800 MHz si dovrebbero liberare ulteriori frequenze, ora utilizzate dalla Difesa. Basterà? Forse non nel lungo periodo. Forse non per dare a tutti e senza colli di bottiglia la banda larga promessa dalla quarta generazione. Anche gli analisi di Pyramid, che applaudono al refarming, ricordano che alla banda larga mobili occorrono anche le frequenze del dividendo digitale (liberate con lo switch off della tv analogica). L’Italia ad oggi è il solo Paese in Europa dove ancora le istituzioni non si sono pronunciate a favore dell’utilizzo di queste frequenze per la banda larga. Negli Usa, ricordiamo, sono già state assegnate con un’asta agli operatori. Ad oggi, le istituzioni <a href="http://www.telefonino.net/Cellulari/Notizie/n21235/banda-larga-mobile-agcom.html">parlano solo di tv quando trattano di dividendo digitale</a> e bisognerà veder, fino all’ultimo, se ci sarà una svolta, magari su pressione della Commissione Europea (che pure propende perché il dividendo digitale vada anche alla banda larga).</p>
<p>Di certo, serve il dividendo per creare una concorrenza tra tecnologie di quarta generazione. Il refarming (e, da noi, le frequenze ex-Ipse) andranno infatti in pasto solo all’Lte. Il WiMax mobile può sperare solo nell’ossigeno del dividendo digitale. E, nelle meno pregiate frequenze a 2,4-2,6 GHz che in Nord Europa sono già state assegnate e che da noi andranno all’asta, forse, nel 2010. Già: mica è solo una questione di antenne, fibra e router. C’è pure tanta politica nel futuro della banda larga mobile.</p>
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		<title>Tlc, Agcom fa luce sul fondo del barile</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Jul 2009 09:03:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Resiste la telefonia, crescono (meno) gli utenti in banda larga, ma crollano gli investimenti. Se non guardiamo al futuro rischiamo di rimanere indietro, dice Calabrò]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È arrivata la <a href="http://www.agcom.it/default.aspx?message=viewdocument&amp;DocID=3239">relazione annuale 2009</a> dell’Autorità Garante delle Comunicazioni. Sommata al nuovo rapporto dell’<a href="http://www.osservatoriobandalarga.it/pubblico/attach/4937_OBL_ComunicatoIncontroSponsor_25giu09.pdf">Osservatorio banda larga</a>, può suscitare alcune riflessioni su come stia andando il nostro mercato, sul fisso e sul mobile. Il succo è che le buone notizie &#8211; che pure ci sono &#8211; non bastano a cancellare la sovrastante sensazione di incertezza per il futuro. Gli operatori sembrano non avere un disegno di ampio respiro, per arrivare a una nuova fase del mercato tlc. Remi in barca, denti stretti e attesa che la burrasca passi. È un mercato che vive di rendita. Si giova della crescita del numero di utenti, soprattutto sulla banda larga mobile, ma ci stiamo avvicinando al fondo del barile.<span id="more-682"></span></p>
<p>La relazione quest’anno è particolarmente ricca di dati sul mercato &#8211; tanto che Aduc fa ironia e dice che Agcom lavora meglio come osservatorio che come autorità di regolazione del mercato. La buona notizia è che il settore telefonico resiste meglio alla crisi, rispetto al mercato complessivo, ma gli operatori sono comunque prudenti. Se la spesa degli utenti è calata del 2% circa, gli investimenti sono andati ancora di più a picco: -8,9% sul fisso e -6,8% sul mobile. Eccesso di prudenza? Forse, ma è uno degli indizi che il futuro della telefonia italiana ha per ora le gambe corte. E l’invito del presidente Agcom Corrado Calabrò, agli operatori, a investire in nuove infrastrutture in fibra ottica, ha adesso scarse possibilità di essere ascoltato dalle singole aziende.</p>
<p>Gli utenti banda larga, invece, continuano a crescere: a marzo erano 11,7 milioni su rete fissa, mentre l’Osservatorio ci dice che a giugno erano 12 milioni. Da luglio 2008 la crescita degli abbonamenti ha avuto un tracollo (+2% ogni tre mesi, contro il +6% trimestrale nel 2006 e il +4% dei primi mesi del 2008). Il secondo trimestre del 2009 ha portato però 300.000 utenti e secondo l’Osservatorio è segno che la crescita potrebbe essere tornata a buoni livelli, dopo lo shock dei primi mesi della crisi. Gli utenti flat Adsl sono circa l’82% a giugno, mentre erano il 63% nel 2008.</p>
<p>Resta un 18% di utenti a consumo che sono un punto interrogativo: alcuni di questi certo sono “silenti”, cioè non utilizzano la connessione (e forse nemmeno sanno di averla, con tante grazie al telemarketing selvaggio). La quota reale di popolazione con banda larga &#8211; ora al 40% &#8211; potrebbe essere quindi anche di qualche punto inferiore alle stime ufficiali. Sull’altro piatto della bilancia, c’è anche il fatto che la banda larga sempre meno s’identifica con l’Adsl. Secondo l’Osservatorio ci sono 2,5 milioni di utenti banda larga mobile, di cui un milione naviga solo così e il resto ha anche l’Adsl.</p>
<p>Questo milione, probabilmente, ha scelto la banda larga mobile come prima connessione a internet &#8211; per evitare il canone Telecom e perché il marketing degli operatori mobili, con il fascino delle chiavette, è più forte di quello dei provider. Può avere avuto un ruolo, nella crescita della banda larga, anche il successo di Facebook, non a caso citato nel nuovo rapporto dell’Osservatorio. Ne sono utenti il 68% degli abbonati banda larga in Italia.</p>
<p>La banda larga, per crescere, sta insomma pescando da una terra vergine di pubblico, che le offerte tradizionali non erano riuscite ad attrarre. Ma la pacchia durerà poco. L’Osservatorio nota che l’utenza potenziale, sfruttata finora &#8211; famiglie con pc ma senza internet &#8211; si è ridotta a 1,6 milioni. Restano 12 milioni di famiglie senza nemmeno pc, ma sarà dura convincerle, perché significa combattere resistenze di tipo culturale. Anziani senza un giovane nel nucleo familiare. Famiglie con basso livello d’istruzione.</p>
<p>Gli operatori principale cercano di rimediare offrendo, con la banda larga, computer low cost (netbook), che pure stanno avendo successo internazionale. L’efficacia di queste strategia sarà nota nei prossimi mesi, ma l’eventuale successo non potrà che essere parziale. A tenere lontani dall’informatica non è tanto il prezzo dei pc quanto motivi culturali. Calabrò confida che nei prossimi anni la digitalizzazione della pubblica amministrazione e gli sviluppi del sistema scolastico avvicineranno gli italiani all’informatica. Forse un ruolo avranno anche gli smartphone, che stanno riducendo le distanze con i pc, e diventano una migliore porta d’ingresso nel mondo di internet. Ma non bisogna attendere che il processo di istruzione informatica si compia, secondo Calabrò: bisogna investire subito nel futuro delle telecomunicazioni. Altrimenti rischiamo di diventare un Paese (ancora più) arretrato al confronto con il resto d’Europa.</p>
<p>Adesso è il momento delle scommesse sul futuro. Il piano Telecom Italia, che prevede investimenti in fibra <a href="http://www.key4biz.it/News/2009/07/08/Tecnologie/Telecom_Italia_Franco_Bernabe_Gabriele_Galateri_NGN_fibra_ottica.html?utm_source=infomail&amp;utm_medium=email&amp;utm_campaign=Dailyletter+n.1447+del+08+luglio+2009">soprattutto nel lungo periodo</a>, può essere accelerato solo con interventi di sistema. Così afferma lo stesso presidente di Telecom, Gabriele Galateri. E quindi creare una società dove confluiscano investimenti di più soggetti e che si possa avvalere dei finanziamenti della Cassa depositi e prestiti &#8211; così suggerisce Calabrò, e Telecom Italia approva. Adesso nessun soggetto però vuole fare il primo passo. Nemmeno lo Stato, che al momento <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/07/06/banda-larga-l%e2%80%99italia-sceglie-il-passato">ha rinunciato</a> a un piano per la rete di nuova generazione. Possono tanti indugi, messi insieme, trasformarsi in azione? È il grande enigma che ci accompagnerà nei prossimi mesi.</p>
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		<title>Banda larga, l’Italia sceglie il passato</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Jul 2009 08:23:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le linee d'azione del viceministro per le comunicazioni si accontentano di abbattere il digital divide sui 2 Mbps, appiattendosi sui limiti e sulle potenzialità dell'ex monopolista. Un'altra occasione persa per rilanciare la rete italiana e favorire l'apertura del mercato]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sta per partire il piano banda larga del viceministro per le comunicazioni Paolo Romani e, per chi non se ne fosse accorto, è ancora più prudente di quello che ci si aspettava. Il <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/05/20/la-foto-di-caio-sui-ritardi-delle-tlc">rapporto Caio</a> presentava tre alternative per portare la rete di nuova generazione nelle case delle italiani? Ebbene, il governo ha scelto una quarta via: nessuna rete di nuova generazione, per ora. Con un piano presentato comunque con i toni della grande impresa: 1,47 miliardi di euro di fondi promessi per la banda larga in Italia. Quale banda larga? Quella del passato: 2 megabit a (quasi) tutta la popolazione, quando ora è il 13% a non poter raggiungere questa velocità, su rete Telecom. Vediamo nei dettagli.<span id="more-680"></span></p>
<p>Negli anni scorsi, Telecom Italia ha continuato ad aumentare le stime della popolazione coperta da Adsl &#8211; ora al 97% &#8211; sebbene da più parti (associazioni dei consumatori e associazione antidigital divide) si denunciava che il valore vero è più basso. Adesso, per la prima volta, la verità. Da questo 97% dobbiamo togliere un 3% che non può avere l’Adsl a causa di apparati Mux e Ucr presenti sulla linea. Un altro 2% è causato da linee troppo lunghe per supportare la banda larga. Un 4% può inoltre avere l’Adsl solo in versione “lite”, a 640 Kbps o, più di rado, 1 Mbps. L’8% degli italiani non può quindi avere affatto un’Adsl; mentre il 4% può arrivare a una velocità giudicata inadeguata per le attuali applicazioni internet. A dire che servano almeno 2 Mbps non è solo Caio ma anche il rapporto del governo britannico <a href="http://www.culture.gov.uk/reference_library/media_releases/5548.aspx/">Digital Britain</a>. Come risolvere? Il 6% della popolazione è in digital divide di lungo periodo e necessita di nuove infrastrutture in fibra che raggiungano le centrali Telecom. Contro i Mux e gli Ucr ora Telecom installa apparati zainetto, che comunque hanno capacità limitate e quindi la soluzione definitiva sarebbe fare interventi consistenti in centrale. Nel caso di doppini troppo lunghi, non c’è che il wireless: Telecom Italia userà a tal proposito l’<a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Tecnologia%20e%20Business/2009/06/telecom-aria.shtml?uuid=39983526-51e7-11de-b058-2b08ce28b1b8&amp;DocRulesView=Libero">offerta all’ingrosso WiMax di Aria</a>. Peccato che quest’ultima sarà disponibile solo da fine 2010.</p>
<p>Il piano di Romani, a vederlo nel dettaglio, è la falsariga dei limiti dell’attuale rete Telecom. Da qui i timori che questi soldi possano diventare un aiuto al business di Telecom (quello al dettaglio e quello all’ingrosso: è vero che se la rete migliora se ne avvantaggiano tutti gli operatori, che però accedono a quella di Telecom non certo gratis…).   Il nocciolo duro di quegli 1,47 miliardi è anch’esso un fantasma del passato: 800 milioni di fondi Cipe, pre-stanziati nel 2008 contro il digital divide <a href="http://mytech.it/flash/2009/04/16/banda-larga-vimercati-pd-a-rischio-gli-800-mln-nel/">e poi persi per strada</a>. A giorni dovrebbe esserci lo stanziamento definitivo. Vi si sommano 264 milioni di fondi ministeriali, che serviranno a completare la rete in fibra nelle centrali (<em>backhauling</em>). Altri 188 milioni sono fondi pubblici per lo sviluppo di aree rurali. I restanti 219 milioni &#8211; scommette il governo &#8211; verranno da privati con il progetto di project financing, spronati da gare pubbliche a livello territoriale. Il 95,6% avrà così i 2 Mbps tramite dsl, dice Romani. Il 3,9% con il wireless. Già: anche se Romani ha annunciato banda larga a tutti, tecnicamente non sarà così, perché resterà fuori comunque lo 0,5% della popolazione italiana.</p>
<p>Un primo appunto: il piano sembra ritagliato apposta per coprire i buchi della rete Telecom senza porsi il problema delle aree già raggiunte da banda larga alternativa. Quel 13% di popolazione dichiarata in digital divide è infatti solo la quota di persone che si trovano in zone dove la rete Telecom non può dare i 2 Megabit. Migliaia di utenti sono però <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/04/29/il-wimax-arriva-destate-nuove-offerte">già abbonati a servizi Hiperlan e WiMax</a> nelle zone del cosiddetto digital divide; e bisogna tener conto anche di progetti Umts/Hspa come quello di Vodafone, che <a href="http://www.key4biz.it/News/2009/07/02/Tecnologie/Vodafone_Italia_Calabria_Hsdpa_broadband_mobile.html">continua a espandersi</a>. Il piano Romani non si pone il problema di fare un censimento delle reti alternative. Il rischio è di sprechi di denaro pubblico e sovrapposizioni, a danno di quei provider, spesso piccoli, che hanno investito con il wireless in aree di territorio dimenticate da Telecom.</p>
<p>Il piano, peraltro, rimanda a giorni migliori l’investimento sulla vera innovazione: la fibra nelle case, per avere banda larga da 100 Mbps. Per questa non ci sono programmi: Romani si limita a dire che per ora fanno un primo passo combattendo il digital divide. Anche il Regno Unito (dove a non avere i 2 Mbps è solo il 7% della popolazione) si è trovato costretto, nella congiuntura economica, a ridimensionare il piano per la rete di nuova generazione: nel rapporto Digital Britain si parla così di una nuova tassa per diffondere i 50 Mbps entro il 2017. «Povertà di ambizione», si lamentano <a href="http://www.ovum.com/news/euronews.asp?id=7960">gli analisti di Ovum</a>.</p>
<p>Eppure, sul tappeto verde del futuro resterebbe ancora qualche carta da giocare. A giugno uno studio Anfov (associazione di aziende del settore, tra cui i principali operatori)  ha evidenziato che tecniche di posa, scavo e cablaggio alternative a quelle tradizionali permetterebbero di ridurre del 50% i costi per fare nuove infrastrutture in fibra ottica. Non sono ancora diffuse a causa di limiti normativi che solo di recente (e solo in parte) sono stati alleviati. Per esempio, un decreto di fine maggio ha dato il via libera a fare scavi, per la fibra ottica, a una profondità inferiore a un metro. Abilita così l’uso delle minitrincee, finora utilizzate solo in via sperimentale. «Per ridurre ancora i costi, l’ideale sarebbe posare la fibra in infrastrutture esistenti e il soggetto che può meglio farlo è la pubblica amministrazione», dice Franco Morganti, presidente di IT Media consulting. «Propongo quindi di istituire società del cavo locali, in partenza pubbliche, che creino la rete sfruttando quanto più possibile le infrastrutture che già hanno. E poi affittino la rete a provider privati», continua. Un’idea simile a quella che Caio indicava come la terza soluzione per la Ngn.</p>
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		<title>Il boom selvaggio della banda mobile</title>
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		<pubDate>Wed, 13 May 2009 09:33:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Agcom e Antitrust pubblicano i numeri di un settore in crescita forsennata (ed è la buona notizia), ma senza le regole intorno alle quali l'Adsl ha trovato un equilibrio da tempo (la cattiva notizia)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’indagine scritta a quattro mani da Agcom e Antitrust (<a href="http://www.agcm.it/agcm_ita/news/news.nsf/4bdc4d49ebe1599dc12568da004b793b/ec3a75f77f30f8cbc12575b3003cc812/$FILE/IC39.pdf">vedi il Pdf</a>) apre uno squarcio sulle anomalie del mercato italiano dei dati in mobilità. È interessante e merita una lettura attenta, perché ci dice molto dei meccanismi che stanno dietro a un mercato che, nel bene o nel male, si conferma molto diverso da quello dell’Adsl. Nel bene, perché è ora soggetto a forte crescita. Nel male, perché perdurano &#8211; a quanto scoperto dalle due autorità &#8211; situazioni anomale e una certa incertezza nei costi. Tutte cose (almeno queste!) che il mercato Adsl si è lasciato da tempo alle spalle.<span id="more-607"></span></p>
<p>Primo aspetto notevole: il nostro Paese batte la media europea per quanto riguarda l’uso della banda larga mobile (lo fa il 13,6% della popolazione, contro il 13%). Tutto l’opposto di quanto avviene per la banda larga fissa. Sta aumentando la percentuale di clienti che si connettono a Internet via rete mobile: è passata dal 2-4%, del 2007 (a seconda degli operatori), al 7-12%, per il 2008 e il 2009. L’indagine rileva che «già nel 2008 oltre 3 milioni di utenti abbiano utilizzato broadband mobile e applicativi e-mail in mobilità, con l’invio di oltre 19.700 terabyte nel 2008 (circa + 220% rispetto ai quasi 6.000 del 2007)».  E «per il 2009, è prevista una crescita se possibile ancora più rilevante».</p>
<p>Di pari passo crescono i ricavi, arrivati a 1,022 miliardi di euro per l’internet in mobilità. Più interessante vedere lo spaccato: domina l’accesso a internet mobile dal computer, con 748 milioni di euro nel 2008 (477 milioni di euro nel 2007). È il boom delle chiavette Usb, fenomeno che è esploso nel 2008. C’è poi il capitolo dell’internet via cellulare, che forse conoscerà analogo boom nel 2009: gli operatori ci credono molto e ora, secondo i dati del primo trimestre 2009 <a href="http://www.nielsen-online.com/pr/pr_090504_IT.pdf">riportati da Nielsen</a>, sono saliti al 13% gli italiani che si connettono con il cellulare almeno una volta al mese. Merito di tariffe più economiche e di cellulari più adatti. I dati Agcom sono relativi al 2008, ma già riflettono questa tendenza: fanno capitolo a parte, infatti, gli accessi da «apn dedicati», come sono definiti nell’indagine. Cioè le connessioni da cellulari iPhone, Blackberry e Google Phone a cui gli operatori dedicano punti di accesso (Apn) e tariffe specifiche. Sono ricavi passati a 42,5 milioni di euro nel 2008, contro i 18 del 2007. Facile prevedere un aumento a tre cifre percentuali nel 2009.<br />
Il classico wap (browsing su siti web) cresce poco, 225 milioni di euro contro 207 milioni del 2007, segno che questo è il passato dell’internet su cellulare. Il presente e il futuro vanno verso una piena convergenza con la stessa internet nota e apprezzata negli accessi via pc.</p>
<p>Qui finiscono le note positive e si entra nel campo dell’anomalia. Già, perché questo è un mercato che cresce come un fiume in piena, calpestando argini che siamo abituati ad avere, a protezione, nel mercato banda larga fissa. I problemi, secondo l’indagine? In primo luogo, scarsa trasparenza delle offerte, irregolarità nella fatturazione, che portano a addebiti imprevisti all’utente. In secondo luogo, «l’eccessiva durata degli abbonamenti ai servizi dati in mobilità e le onerose clausole/penali a carico degli utenti per quanto riguarda il recesso. A questo proposito, la rilevata persistenza di tali pratiche indica la necessità di un elevato livello di vigilanza», si legge. Alcuni esempi, tratti dall’indagine: «Un abbonamento dati di un operatore prevede un impegno contrattuale di 24 mesi con tacito rinnovo di anno in anno, mentre il recesso implica un costo di 100 euro (Iva esclusa), più altri 100 euro (Iva esclusa) di penale per la risoluzione del contratto di fornitura del modem. Analogamente, per un altro operatore è prevista una durata contrattuale di 24<br />
mesi, con un costo per il recesso anticipato che va da 50 a 150 euro (a seconda del piano sottoscritto) più il pagamento delle rate residue del modem (chiavetta)».</p>
<p>Questo secondo punto si somma a un altro ed entrambi concorrono a rendere il mercato banda larga mobile più chiuso alla concorrenza di quanto ci si aspetterebbe: i principali attori sono gli operatori mobili normali; i virtuali sono messi all’angolo, sul fronte banda larga mobile. «Appare ancora in via di sviluppo, salvo alcune eccezioni, una vera e propria offerta di soluzioni competitive da parte degli Mvno (operatori mobili virtuali)». Solo Fastweb, tra i virtuali ha tante offerte di banda larga mobile; Auchan ne ha una. Poi, il deserto: nemmeno Tiscali ne ha lanciata una (anche se promette che lo farà in seguito). Anche Noverca, virtuale appena arrivato, proporrà flat per navigare in internet e per i suoi specifici servizi sul cellulare. Segno che i contratti tra operatori mobili normali e virtuali non sono tali da consentire a questi ultimi margini di manovra per concorrere efficacemente sui servizi a valore aggiunto, come la banda larga.</p>
<p>Per adesso le due autorità si limitano a invitare gli operatori a impegnarsi ad aprire la concorrenza e a migliorare la trasparenza delle tariffe; propongono di adottare un blocco automatico della spesa, oltre una certa soglia, e così impedire che arrivi un super bolletta. Da Agcom fanno sapere che quest’ultimo è un fenomeno nascente e che porta circa 2-3 casi al mese all’attenzione dell’Autorità: utenti con bollette da migliaia di euro a causa di un errato uso (o errata fatturazione) di internet mobile. Gli operatori spesso accettano di annullare la super bolletta: il che lascerebbe pensare che non si tratti tanto di malizia quanto di immaturità delle pratiche di fatturazione. Del resto, questa è solo la punta dell’iceberg, quella che fa più rumore. Ben più dannose per i consumatori sono le strategie per restringere la concorrenza e bloccare il cliente per due anni &#8211; che, a ben vedere, in questo mercato è un’era geologica. Tra due anni saremo probabilmente nella quarta generazione delle reti mobili. Si ricorda che i contratti Adsl un tempo duravano al massimo un anno e ora possono essere disdetti di mese in mese, dopo il decreto Bersani sulle liberalizzazioni. Il quale in realtà si applicherebbe anche sugli operatori mobili, che però hanno trovato il modo per aggirarne i limiti e impegnare l’utente per più tempo: dandogli l’hardware a noleggio e associando a quest’ultimo una penale di recesso. Sfruttano così il fatto che il mercato delle chiavette è meno maturo di quello dei modem. Se ora è possibile prendere un modem con poche decine di euro (e quindi non vale proprio la pena noleggiarlo da un operatore Adsl a 3 euro al mese), le chiavette Umts/Hspa costano invece 200 euro.</p>
<p>Un luogo comune diffuso è che la telefonia mobile è più concorrenziale di quella fissa, perché ci sono quattro operatori con una rete nazionale (invece che solo Telecom Italia). È sulla base di questa considerazione che le regole imposte da Agcom sono più elastiche, nel settore della rete mobile; nessun operatore ha vincoli come quelli in capo, sul fisso, a Telecom Italia. Alla prova dei fatti, a quanto traspare da quest’indagine, la situazione è però più complessa e ricca di chiaroscuri. E quindi forse quest’indagine è solo un primo passo per inaugurare una nuova stagione di regole, anche sulla telefonia mobile, per accompagnare e guidare senza scompensi il boom della banda larga, ormai indubbio.</p>
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		<title>Il declino della banda larga</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Jan 2009 09:55:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Adsl]]></category>
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		<description><![CDATA[La crisi economica, ma non solo. La rete fissa cede sempre più il passo alla rete mobile, ora anche sul fronte della connettività a internet]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il vento è cambiato, il mercato della banda larga su rete fissa va verso la saturazione e il declino dei ricavi. Si spegne così quella che era la stella più lucente, nelle entrate degli operatori europei, che già fronteggiano il calo storico dei ricavi sulle telefonate. Finora recuperavano, in parte almeno, grazie alla vendita di Adsl e servizi associati. Adesso dovranno ripensare la propria strategia.<span id="more-335"></span></p>
<p>A lanciare l’allarme è <a href="http://www.analysysmason.com/">Analysys Mason</a>, in un rapporto uscito questa settimana e gentilmente fornito ad Apogeo. Il pronostico che più colpisce, tra i tanti inclusi nel rapporto, è che il mercato della rete fissa calerà del 5,8% annuo tra il 2008 e il 2014, contro il 3,3% del 2008 contro il 2007. I ricavi per i servizi voce tradizionali diminuiranno del 50%. I ricavi banda larga smetteranno di crescere dal 2010, diventando piatti, idem per quelli da servizi correlati per le aziende. Il mercato totale servizi dati calerà (da 130 milioni a 85 milioni, tra il 2004 e il 2014, perché i ricavi derivanti da servizi a banda stretta andranno a picco. Sorprende vedere come questi ultimi sono ancora una quota consistente dei ricavi degli operatori, in Europa Unita.</p>
<div id="attachment_339" class="wp-caption aligncenter" style="width: 344px"><a href="http://www.apogeonline.com/wp-content/uploads/2009/01/analysys1.jpg"><img class="size-full wp-image-339" title="analysys1" src="http://www.apogeonline.com/wp-content/uploads/2009/01/analysys1.jpg" alt="Spesa per servizi dati su rete fissa in Europa Unita (Fonte: Analysys Mason)" width="334" height="184" /></a><p class="wp-caption-text">Spesa per servizi dati su rete fissa in Europa Unita (Fonte: Analysys Mason)</p></div>
<p>I motivi, dietro questa previsione, sono molteplici. Gli utenti banda larga su rete fissa aumenteranno a ritmi più lenti e la spesa individuale resterà la stessa, nonostante servizi aggiuntivi come l’IPTv. Le cause più profonde sono essenzialmente due. La crisi globale, da una parte, e la crescita della banda larga su rete mobile, dall’altra. Da quest’anno diminuiscono gli utenti che hanno solo la rete fissa. Aumentano invece quelli che hanno anche la banda larga mobile o solo quest’ultima.</p>
<div id="attachment_340" class="wp-caption aligncenter" style="width: 337px"><a href="http://www.apogeonline.com/wp-content/uploads/2009/01/analysys2.jpg"><img class="size-full wp-image-340" title="analysys2" src="http://www.apogeonline.com/wp-content/uploads/2009/01/analysys2.jpg" alt="Utenti banda larga in Europa Unita (Fonte: Analysys Mason)" width="327" height="183" /></a><p class="wp-caption-text">Utenti banda larga in Europa Unita (Fonte: Analysys Mason)</p></div>
<p>Diminuiscono di conseguenza le linee telefoniche fisse tradizionali; in parte gli operatori compensano vendendo più VoIP (soprattutto in Francia). Finora un deterrente a lasciare la linea telefonica fissa è stato l’alto costo delle chiamate fatte a/dai cellulari. È il cosiddetto <em>mobile premium</em>, che in Europa Unita è un prezzo di circa il 50% superiore a quello delle chiamate su rete fissa (contro il 100% del 2004); in Italia è sul 40% (qui da noi è soprattutto l’offerta Vodafone Casa a ribassare di molto il mobile premium, comunque ancora presente: non è una flat illimitata). Anche questo elemento andrà via, però, rendendo la rete mobile ancora più potente sostituito di quella fissa. Già ora, in Austria, Irlanda, Finlandia, il mobile premium è sceso a zero o è addirittura negativo, per via della popolarità dei pacchetti che includono tanti minuti e sms in un canone.</p>
<div id="attachment_341" class="wp-caption aligncenter" style="width: 350px"><a href="http://www.apogeonline.com/wp-content/uploads/2009/01/analysys3.jpg"><img class="size-full wp-image-341" title="analysys3" src="http://www.apogeonline.com/wp-content/uploads/2009/01/analysys3.jpg" alt="Numero di line voce, per tipologia (Fonte: Analysys Mason)" width="340" height="353" /></a><p class="wp-caption-text">Numero di line voce, per tipologia (Fonte: Analysys Mason)</p></div>
<p>Una delle conseguenze è che alcuni operatori minori, soprattutto quelli con minore respiro internazionale, soccomberanno o saranno venduti. Da noi è già evidente: Tiscali è da mesi alla ricerca di un acquirente, Eutelia <a href="http://news.google.it/news?hl=it&amp;ned=it&amp;q=eutelia">ha avviato tagli e dismissioni</a>.</p>
<p>Le soluzioni? Secondo Analysys gli operatori fissi dovrebbero concentrarsi sulla qualità, visto che sul prezzo la gara con i mobili non è più sostenibile. La banda larga su rete fissa è ancora di maggiore qualità rispetto a quella mobile, visto che le risorse sul local loop non sono condivise, mentre quelle nella cella sì (tra tutti gli utenti connessi). Di contro, i servizi di rete fissa hanno una struttura di costi a monte che sono un ordine di grandezza superiori a quelli del mobili, di qui di nuovo la necessità di concentrarsi sulla qualità. La <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2008/12/19/quale-neutralita-nell%e2%80%99internet-del-futuro">quality of service</a>, del resto, dovrebbe essere uno dei temi forti del prossimo biennio.</p>
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