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	<title>Apogeonline &#187; antitrust</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>Dai resi alla resa</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Apr 2012 05:38:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Rachieli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria digitale]]></category>
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		<description><![CDATA[Amazon ha affrontato con successo il (nuovo) lato tecnologico dell'editoria. I grandi editori americani lo hanno trascurato e adesso rischiano di pagarne il prezzo persino giudiziario.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La storia della <a href="http://linkli.st/iscarlets/2IPPW">causa intentata dal Dipartimento di giustizia americano</a> contro Apple e cinque dei sei principali editori statunitensi somiglia molto alla storia di una resa. È la storia dell’inadeguatezza della tattica di fronte alla strategia, un racconto che procede per piccole, costanti rinunce.<span id="more-10527"></span></p>
<p>Può darsi che effettivamente la cospirazione ai danni di Amazon ci sia stata, o che si sia trattato di una inconsapevole comunione d’intenti. Poco importa ora. Il punto, credo, è che non ci si sarebbe dovuti mai spingere fino a qui.</p>
<p>Negli Stati Uniti l’<i>agency pricing</i> è stato introdotto come tattica difensiva: uno strumento necessario a prendere tempo, quando – e sono trascorsi meno di due anni – era già tardi. A lungo l’atteggiamento nei confronti dell’editoria digitale è oscillato tra accondiscendenza, derisione e disprezzo. A cose fatte, come accade quasi sempre, si sono commessi gli stessi errori compiuti da altri in passato.</p>
<p>La cosa peggiore – vista da ora, da qui – è dover riconoscere l’incapacità di cogliere la portata del cambiamento in atto, che – ed è noiosissimo ripeterlo ancora – coinvolge ogni aspetto di ogni attività umana. Per quale ragione i libri avrebbero dovuto essere risparmiati è qualcosa su cui ci si interroga ormai con tenerezza.</p>
<p>I <a href="http://linkli.st/iscarlets/2yMbM">commenti di questi giorni</a> si concentrano intorno alle cose da fare per reagire, limitare i danni, contrastare Amazon. Sono – siamo – tutti d’accordo nel sostenere insieme argomenti ripetuti da tempo: puntare sugli standard aperti, eliminare i DRM, dotarsi di infrastrutture tecnologiche appropriate, sviluppare i propri sistemi di ecommerce. Tutto giusto, tutto vero. <a href="http://www.publishersweekly.com/pw/by-topic/digital/content-and-e-books/article/50484-the-toc-perspective-a-call-for-a-unified-e-book-market.html">Auspica</a> Joe Wilkert che l&#8217;editoria libraria vada nella direzione di quella musicale:</p>
<blockquote><p>At some point in the not-too-distant future, however, I&#8217;m optimistic the book publishing industry will get to the same stage as the music industry and offer a universal, DRM-free format for all e-books. Then customers will be free to use whatever e-reader they prefer without fear of lock-in and incompatibilities. The music industry made the transition; why can&#8217;t we?</p></blockquote>
<p>Mi permetto di aggiungere una considerazione. Quello che serve – in generale – è delineare una strategia e perseguirla con rigore. Il primo passo in questo senso – il più difficile e necessario – è riappropriarsi delle tecnologie che rendono possibile la pubblicazione, la distribuzione e la commercializzazione di contenuti digitali. Bisogna farle proprie. Bisogna far sì che chiunque lavori nell’editoria ne comprenda almeno una parte, sappia usarla, metterla a frutto.</p>
<p>Amazon (e i soliti altri) usano queste tecnologie con successo. Questo è uno dei motivi per cui sono forti, uno dei motivi per cui gli editori hanno progressivamente iniziato a dipendere da loro: per la produzione, la distribuzione, la vendita. Parte del lavoro editoriale è stato progressivamente delegato. Alcuni sapevano fare, e hanno aperto la strada, scritto le regole.</p>
<p>Non si tratta di trascurabili <i>technicality</i>. Si tratta delle stesse tecnologie che rendono possibile l’esistenza del mondo in cui viviamo da almeno quindici anni. Non sono tecnologie nuove, né segrete, né inavvicinabili. HTML, XML, CSS, JavaScript. Nessuno ne è il custode. Ognuno ne ha attinto: perché non noi? Per quale motivo siamo rimasti a guardare?</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Internet mobile, in Italia le tariffe più care</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Feb 2010 07:45:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mobile]]></category>
		<category><![CDATA[3 Italia]]></category>
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		<category><![CDATA[Wind]]></category>
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		<description><![CDATA[Mentre gli operatori alzano la soglia (teorica) di velocità per le connessioni da rete mobile, una ricerca di SosTariffe mette a confronto i costi in Europa. E l'Italia, naturalmente, non ne esce bene]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’internet mobile italiana è tra le più care in Europa. In particolare, le nostre sono le offerte più care per una categoria di utenti: coloro che fanno (o vorrebbero fare) molto traffico dati. Questa che è da tempo una sensazione diffusa adesso viene confermata per la prima volta <a href="http://www.sostariffe.it/news/2010/01/29/studio-sostariffe-tariffe-dati-mobili-troppo-care/">da uno studio di SosTariffe</a>, su tutte le tariffe internet mobile dei 17 principali Paesi europei. Leggerlo fa venire la voglia di varcar la frontiera e attivare in fretta e furia una sim: perché all’estero ci sono sì le vere flat internet mobile, a partire da 10 euro al mese tutto compreso.<span id="more-2020"></span></p>
<p>Questa constatazione arriva proprio nei giorni del tam tam per il grande upgrade annunciato della banda larga Hspa. Tim ha portato a 14.4 Mbps tutta la propria rete Umts/Hspa. Vodafone l’ha fatto su gran parte della rete, pari al 65% della popolazione. Wind lo farà da quest’estate, mentre 3 Italia andrà direttamente ai 21 Mbps entro fine anno (già li offre in alcune zone; in teoria, visto che le chiavette compatibili con quelle velocità <a href="http://www.telefonino.net/Accessori/Notizie/n21018/Huawei-E182E-chiavetta-modem-3G.html ">sono ancora rare</a> e solo ora entrano nei nostri negozi quelle a 14.4 Mbps). I problemi? Due, essenzialmente: le reali velocità raggiungibili e i prezzi.</p>
<h5>I prezzi</h5>
<p>Quanto ai prezzi, lo studio di SosTariffe ci dice che «all’apparenza in Italia ci sono canoni allineati con la media europea, ma il costo reale è superiore. Per vari motivi», spiega Alessandro Bruzzi, autore dello studio. «Primo, da noi non ci sono vere flat. Secondo, l’ammontare di traffico incluso nelle tariffe presenti sul mercato, a parità di prezzo, è molto inferiore alla media europea. Terzo, vengono imposte ulteriori condizioni restrittive <a href="http://www.google.it/search?q=vodafone+voip&amp;ie=utf-8&amp;oe=utf-8&amp;aq=t&amp;rls=org">per limitare il traffico peer to peer e VoIP</a>. Quarto: da noi c’è una clausola sconosciuta agli altri Paesi europei, lo scatto ogni 15 minuti», continua. Questo scatto non ha un motivo d’essere, né tecnico né dal punto di vista dei costi degli operatori: è un’invenzione che serve solo ad aumentare quelli in capo all’utente, che così spende più di quanto in effetti consuma. Non hanno lo scatto solo le tariffe a volume (poco apprezzate però dall’utente medio non aziendale) e alcune tariffe orarie di 3 Italia, che anche per questo motivo viene indicato da SosTariffe come l’operatore mobile più economico in Italia, per internet mobile.</p>
<p>Lo scatto probabilmente sarà eliminato nei prossimi mesi, su pressioni dell&#8217;Autorità garante delle comunicazioni e del Garante per la sorveglianza dei prezzi. Entrambe le parti, infatti &#8211; dicono ad Apogeonline &#8211; hanno già puntato il dito contro questo scatto. Nel frattempo, un’occhiata all’estero: in Finlandia e Austria le flat illimitate costano 10 euro al mese; 17 euro al mese in Germania e Spagna. Più care, ce ne sono anche in Danimarca (con 3), Francia, Norvegia, Svizzera, Portogallo. Nel Regno Unito e Irlanda non ci sono flat, ma si arriva a 15 GB (a 15,8 e 19,99 euro rispettivamente, contro i 19 euro per 5 GB in Italia).</p>
<p>«Gli operatori italiani sono riusciti a imporre tariffe orarie a loro molto comode: non danneggiano il business principale, telefonate e sms, perché non sono indicate per servizi VoIP o instant messaging», commenta <a href="http://quinta.typepad.com/">Stefano Quintarelli</a>, noto esperto di reti e telecomunicazioni. Uno dei motivi potrebbe essere che in Italia la concorrenza non è così sviluppata, nella telefonia mobile. L’ha dichiarato Soru (Tiscali) <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2010/gennaio/17/Soru_cosi_ricomincio_Tiscali_puntiamo_co_8_100117042.shtml">in una recente intervista</a>. L’aveva rilevato tempo fa <a href="http://punto-informatico.it/2053644/Telefonia/News/antitrust-multa-tim-wind-sul-fisso-mobile.aspx">l’Antitrust</a>. Non è un caso e non è senza conseguenze che in Italia gli operatori mobili virtuali siano arrivati più tardi che nel resto d’Europa, quando ormai i giochi erano fatti. Ma a parte questo, c’è comunque un problema tecnico, che potrebbe spiegare entrambi i problemi, prezzi e velocità: la banda nell’etere delle frequenze non è sufficiente, in Italia. Il che obbliga gli operatori a lesinare la banda, con tariffe ben poco flat. E ha ripercussioni sulla velocità in effetti raggiungibile dagli utenti.</p>
<h5>Le velocità</h5>
<p>«Un’altra caratteristica che c’è all’estero e non in Italia sono le tariffe che vanno a scaglioni di velocità a seconda del traffico fatto dall’utente», nota Bruzzi. Più l’utente scarica, più lento va. «In Italia non sarebbero plausibili, perché gli operatori non possono garantire affatto la velocità», continua. <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/10/19/banda-larga-problema-politico-e-culturale">I test</a> dicono che in media la velocità reale è un quinto dei 7 Mbps promessi. Sono due i colli di bottiglia della rete mobile. Il <em>backhauling </em>(collegamento dalle torri cellulari al resto della rete) e lo spettro nella cella. Al momento solo una minoranza di torri è collegata in fibra (circa mille su 13 mila, per i principali operatori). Nel caso delle centrali telefoniche il rapporto è inverso, invece: solo una minoranza non ha la fibra (e vi sarà portata <a href="http://www.corrierecomunicazioni.it/index.php?section=news&amp;idNotizia=75842">con fondi pubblici</a>).</p>
<p>Già questo la dice lunga su ogni possibile confronto tra la banda larga mobile e quella fissa. Fare il backhauling è costoso, ma dipende solo dalle forze degli operatori, che quindi si stanno affrettando a potenziarlo. Telecom potenzierà i collegamenti in rame laddove non c’è la fibra e nel 2010 utilizzerà, per la prima volta, anche Adsl/Vdsl affasciate per il backhauling. Vodafone porterà più fibra o userà ponti radio a 150 Mbps. Certo è molto più facile passare da 7 a 14 Mbps nell’accesso: è in realtà un’operazione molto semplice, quasi di facciata. «Eseguiamo l’upgrade del firmware di tutte le stazioni radio base a livello Rnc (Radio network controller) e nelle centrali a livello di rete d’accesso», dicono da Telecom Italia.</p>
<h5>Numero di celle</h5>
<p>All’opposto, è difficile aumentare la banda nelle celle, perché non dipende (o dipende solo in parte) dagli operatori. La banda è direttamente proporzionale alla quantità di frequenze disponibili, assegnate dallo Stato. E queste, per internet mobile, tendono già alla saturazione, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/05/20/la-foto-di-caio-sui-ritardi-delle-tlc">come notava il rapporto Caio</a>, a fronte della crescita degli utenti e delle velocità di picco. La soluzione in teoria sarebbe fare celle più piccole e numerose, così la stessa banda verrebbe suddivisa per un minor numero di utenti. Altro problema: in Italia <a href="http://www.fub.it/it/pubblicazioni/quadernitelema/telefoniamobileeemissionielettromagnetiche">abbiamo i limiti alle emissioni più rigidi d’Europa</a>, il che ostacola la creazione di ulteriori stazioni radio base e la possibilità di attivare altre portanti su quelle esistenti.</p>
<p>In ogni caso, pesano scelte politiche sul futuro della banda larga mobile italiana. Una miniera di frequenze sarebbe in arrivo <a href="http://europa.eu/legislation_summaries/information_society/l24114_it.htm">dal dividendo digitale</a>, e tutto il mondo infatti si sta preparando ad assegnarle (anche e soprattutto) alle tlc. Tutto il mondo eccetto l’Italia: dove andranno alle tivù, <a href="http://www.primaonline.it/2009/12/16/77026/dividendo-digitale-alle-tivu-o-a-internet/">salvo sorprese</a>. Già adesso ci sono circa 10 milioni di utenti banda larga mobile in Italia (stima School of Management-Politecnico di Milano); nel 2008 erano 4 milioni (dice Agcom). Il boom continuerà, prevedono tutti. Sempre che prima non inciampi nella saturazione dello spettro.</p>
<table border="0">
<tbody>
<tr>
<td><strong>Paese</strong></td>
<td><strong>Costo/mese (€)<br />
</strong></td>
<td><strong>Costo a GB incluso</strong></td>
</tr>
<tr>
<td>Finlandia</td>
<td>19,84</td>
<td>Piano Flat</td>
</tr>
<tr>
<td>Germania</td>
<td>30,18</td>
<td>Piano Flat</td>
</tr>
<tr>
<td>Olanda</td>
<td>32,89</td>
<td>Piano Flat</td>
</tr>
<tr>
<td>Norvegia</td>
<td>33,75</td>
<td>Piano Flat</td>
</tr>
<tr>
<td>Svizzera</td>
<td>33,90</td>
<td>Piano Flat</td>
</tr>
<tr>
<td>Portogallo</td>
<td>35,07</td>
<td>Piano Flat</td>
</tr>
<tr>
<td>Francia</td>
<td>36,27</td>
<td>Piano Flat</td>
</tr>
<tr>
<td>Spagna</td>
<td>50,65</td>
<td>Piano Flat</td>
</tr>
<tr>
<td>Austria</td>
<td>12,12</td>
<td>1,27</td>
</tr>
<tr>
<td>Irlanda</td>
<td>19,99</td>
<td>1,61</td>
</tr>
<tr>
<td>Lussemburgo</td>
<td>20,16</td>
<td>2,16</td>
</tr>
<tr>
<td>Regno Unito</td>
<td>25,19</td>
<td>2,45</td>
</tr>
<tr>
<td>Svezia</td>
<td>9,25</td>
<td>2,75</td>
</tr>
<tr>
<td>Danimarca</td>
<td>23,74</td>
<td>3,52</td>
</tr>
<tr>
<td>Grecia</td>
<td>28,29</td>
<td>4,32</td>
</tr>
<tr>
<td>Italia</td>
<td>30,95</td>
<td>5,77</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>Classifica dei Paesi per tariffe internet mobile con ampio traffico (oltre 4 GB/300 ore) o flat. Fonte: SosTariffe.</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Gli inganni delle offerte telefoniche</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/05/28/gli-inganni-delle-offerte-telefoniche</link>
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		<pubDate>Thu, 28 May 2009 10:36:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mobile]]></category>
		<category><![CDATA[antitrust]]></category>
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		<category><![CDATA[pubblicità]]></category>
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		<category><![CDATA[VoIP]]></category>
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		<description><![CDATA[L'ennesima multa comminata a Telecom Italia e Vodafone riapre il dibattito sulle pubblicità scorrette e sulla necessità di una migliore tutela del consumatore]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non è tutto oro quello che luccica. Se c’è un contesto in cui questo proverbio non potrebbe essere più vero, è la pubblicità degli operatori telefonici. Soprattutto quella di servizi mobili e Adsl. Ultimo caso, la duplice multa Antitrust <a href="http://www.agcm.it/agcm_ita/DSAP/DSAP_PI.NSF/6334640d6447abfec1256e6e002499b7/bc1ac3e37fb3dda5c12575bb00393e2f?OpenDocument">a Telecom Italia</a> e <a href="http://www.agcm.it/agcm_ita/DSAP/DSAP_PI.NSF/88a1d51baadd2769c1256a680035ec80/e94f5fd7d294fc9fc12575c2002f01df?OpenDocument">a Vodafone</a>, rispettivamente per Alice Casa e Vodafone Station Casa Internet e Telefono. Un totale che non fa paura a nessuno: 460.000 euro di multa. I motivi? Alice Casa lasciava intendere di essere senza canone tout court («è la prima offerta Telecom senza canone», diceva la pubblicità); ma si riferiva solo a quello della linea base. Il che è un messaggio «idoneo ad indurre in errore i consumatori in ordine alle condizioni economiche del servizio pubblicizzato, potendo indurli a credere, contrariamente al vero, che l’offerta non implichi il pagamento di alcun costo fisso mensile», scrive l’Antitrust.<span id="more-629"></span></p>
<p>Vodafone è stata multata perché sorvolava sul fatto che solo in un secondo momento avrebbe collegato l’Adsl; all’inizio fa navigare in Umts (dettaglio che compare solo molto velocemente in basso, durante lo spot). Vodafone ometteva inoltre di indicare che non è una vera flat voce, perché ha un tetto di 3.000 minuti al mese. Già: il consumatore medio può essere tratto in inganno, perché l’offerta Vodafone si distingue dalla concorrenza. Tutte le analoghe offerte degli altri operatori includono una flat voce con minuti illimitati (possono far pagare però lo scatto alla risposta).</p>
<p>Queste due multe sono casi interessanti, perché entrambe riguardano offerte per eliminare il canone Telecom. C’è un aspetto positivo nelle pubblicità ingannevoli, dopo tutto, a ben cercare: è che sono un buon termometro delle strategie commerciali degli operatori. Se certe offerte sono pubblicizzate in modo così aggressivo, al punto da essere giudicate ingannevoli, significa che sono cruciali. Del resto, le Adsl senza canone sono adesso la punta di diamante di un mercato, quello della banda larga fissa, non più così tanto smagliante (si avvicina alla saturazione, nel rapporto numero di Adsl attive/numero di famiglie italiane con pc). Vodafone, a colpi di Adsl senza Telecom, <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2009/05/Vodafone-Italia-Bertoluzzo.shtml?uuid=29012d64-4466-11de-a051-af559783c70e&amp;DocRulesView=Libero">è riuscita a ritagliarsi 921.000 utenti</a>, pur essendo arrivata dopo tutti gli altri big, su questo mercato.</p>
<p>Telecom, <a href="http://www.telecomitalia.it/TIPortale/docs/investor/FB_1Q09_Results.pdf">negli ultimi dati di bilancio</a>, mette Alice Casa tra i fattori che le hanno permesso di ridurre le perdite di ricavi da rete fissa (meno 2% nel primo trimestre 2009, rispetto al primo trimestre 2008). Alice Casa ha toccato i 233.000 utenti, contro i 118.000 di dicembre 2008. Scommettere su questa offerta, significa per Telecom accettare come inevitabile il trend dell’emorragia di utenti su rete fissa, ora 16,972 milioni, contro i 18,890 milioni di marzo 2008. È così anche che prevede, a giugno, di lanciare una nuova offerta Casa, chiamata Casa Internet, di cui per ora si sa solo che permetterà di fare «web browsing senza canone mensile, senza limiti». Telecom batte su questo chiodo, andando alla guerra con Vodafone, Fastweb e Wind a colpi di spot che fanno a gara nel battere sul chiodo del “senza canone”. La competizione così accanita scivola in messaggi gonfiati, poco corretti, ingannevoli.</p>
<p>«Gli operatori hanno fatto tanti passi avanti, negli anni, nel rispetto del cliente. Eccetto che su un punto: le pubblicità. Erano e sono spesso e volentieri ingannevoli», dice Domenico Murrone, segretario dell’Aduc, una delle associazioni consumatori più attente a denunciare i casi di pubblicità ingannevole. «Le multe, così basse, non sono un deterrente. Ormai gli operatori fanno così: prima di avviare una campagna pubblicitaria, mettono in conto un milione di euro per pagare un testimonial e poi 200-300.000 euro per la multa&#8230;».  Un giro sul sito dell’<a href="http://www.agcm.it/">Antitrust</a>, alla sezione Pratiche commerciali e pubblicità, è molto istruttivo. Nel 2009 ci sono stati 86 multe per pubblicità ingannevole, di cui 20 per il settore telefonico (tre per loghi o suonerie e il resto per offerte di operatori). Tra le multe recenti, anche quella a Tele2, la pubblicità dell’Adsl 7 Mega, dove venivano omessi molti limiti. È in corso un’istruttoria su Fastweb, per una pubblicità dove il canone promozionale poteva essere scambiato con quello definitivo.</p>
<p>«Lo fanno tutti gli operatori: strillano il canone promozionale e alcuni utenti possono credere che sia quello per sempre; invece dopo la scadenza può persino quadruplicare», dice Murone. «C’è anche il caso di Tiscali, che dice di regalare due mesi di canone; poi nei dettagli dell’offerta scopri che sono il primo e il 13°, di abbonamento&#8230;», continua. La soluzione sarebbe a portata di mano ed è tutta politica: una legge che consenta all’Antitrust di fare multe più pesanti. Ora il limite è di 500.000 euro, nonostante le numerose richieste dell’Antitrust e delle associazioni consumatori di elevarlo rendendolo proporzionale ai fatturati degli operatori. Antitrust, per graduare la pena inflitta a seconda della gravità della colpa, non può nemmeno affibbiare sempre 500.000 euro; ecco quindi che la maggior parte delle multe è tra i 200.000 e i 300.000 euro. Sarebbe una legge facile da fare, tutta pensata per gli interessi dei consumatori e che danneggerebbe “solo” quelli a breve termine degli operatori maggiori. Nel lungo periodo, infatti, un mercato maturo non ha bisogno di questi mezzucci per crescere; anzi, ingannare il consumatore si rivela un boomerang, perché questi perde la fiducia nell’operatore o addirittura nella tecnologia tutta (può essere il caso dell’Adsl). Nel breve l’operatore incamera clienti, che però, una volta scoperto che l’offerta non è così conveniente come appare, abbandona il campo.</p>
<p>Visto che la politica su questo fronte è poco reattiva, non resta che all’utente attrezzarsi contro le pubblicità ingannevoli. E quindi: mai sottoscrivere un’offerta senza prima averla analizzata sul sito web. Mai limitarsi alla pubblicità o a quanto ci viene promesso da un addetto in una telefonata di telemarketing. Purtroppo, gli operatori possono contare, in Italia, su un ampio parco di utenti che sono a proprio agio più con la tv che con il web.</p>
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		<item>
		<title>Il boom selvaggio della banda mobile</title>
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		<pubDate>Wed, 13 May 2009 09:33:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Agcom e Antitrust pubblicano i numeri di un settore in crescita forsennata (ed è la buona notizia), ma senza le regole intorno alle quali l'Adsl ha trovato un equilibrio da tempo (la cattiva notizia)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’indagine scritta a quattro mani da Agcom e Antitrust (<a href="http://www.agcm.it/agcm_ita/news/news.nsf/4bdc4d49ebe1599dc12568da004b793b/ec3a75f77f30f8cbc12575b3003cc812/$FILE/IC39.pdf">vedi il Pdf</a>) apre uno squarcio sulle anomalie del mercato italiano dei dati in mobilità. È interessante e merita una lettura attenta, perché ci dice molto dei meccanismi che stanno dietro a un mercato che, nel bene o nel male, si conferma molto diverso da quello dell’Adsl. Nel bene, perché è ora soggetto a forte crescita. Nel male, perché perdurano &#8211; a quanto scoperto dalle due autorità &#8211; situazioni anomale e una certa incertezza nei costi. Tutte cose (almeno queste!) che il mercato Adsl si è lasciato da tempo alle spalle.<span id="more-607"></span></p>
<p>Primo aspetto notevole: il nostro Paese batte la media europea per quanto riguarda l’uso della banda larga mobile (lo fa il 13,6% della popolazione, contro il 13%). Tutto l’opposto di quanto avviene per la banda larga fissa. Sta aumentando la percentuale di clienti che si connettono a Internet via rete mobile: è passata dal 2-4%, del 2007 (a seconda degli operatori), al 7-12%, per il 2008 e il 2009. L’indagine rileva che «già nel 2008 oltre 3 milioni di utenti abbiano utilizzato broadband mobile e applicativi e-mail in mobilità, con l’invio di oltre 19.700 terabyte nel 2008 (circa + 220% rispetto ai quasi 6.000 del 2007)».  E «per il 2009, è prevista una crescita se possibile ancora più rilevante».</p>
<p>Di pari passo crescono i ricavi, arrivati a 1,022 miliardi di euro per l’internet in mobilità. Più interessante vedere lo spaccato: domina l’accesso a internet mobile dal computer, con 748 milioni di euro nel 2008 (477 milioni di euro nel 2007). È il boom delle chiavette Usb, fenomeno che è esploso nel 2008. C’è poi il capitolo dell’internet via cellulare, che forse conoscerà analogo boom nel 2009: gli operatori ci credono molto e ora, secondo i dati del primo trimestre 2009 <a href="http://www.nielsen-online.com/pr/pr_090504_IT.pdf">riportati da Nielsen</a>, sono saliti al 13% gli italiani che si connettono con il cellulare almeno una volta al mese. Merito di tariffe più economiche e di cellulari più adatti. I dati Agcom sono relativi al 2008, ma già riflettono questa tendenza: fanno capitolo a parte, infatti, gli accessi da «apn dedicati», come sono definiti nell’indagine. Cioè le connessioni da cellulari iPhone, Blackberry e Google Phone a cui gli operatori dedicano punti di accesso (Apn) e tariffe specifiche. Sono ricavi passati a 42,5 milioni di euro nel 2008, contro i 18 del 2007. Facile prevedere un aumento a tre cifre percentuali nel 2009.<br />
Il classico wap (browsing su siti web) cresce poco, 225 milioni di euro contro 207 milioni del 2007, segno che questo è il passato dell’internet su cellulare. Il presente e il futuro vanno verso una piena convergenza con la stessa internet nota e apprezzata negli accessi via pc.</p>
<p>Qui finiscono le note positive e si entra nel campo dell’anomalia. Già, perché questo è un mercato che cresce come un fiume in piena, calpestando argini che siamo abituati ad avere, a protezione, nel mercato banda larga fissa. I problemi, secondo l’indagine? In primo luogo, scarsa trasparenza delle offerte, irregolarità nella fatturazione, che portano a addebiti imprevisti all’utente. In secondo luogo, «l’eccessiva durata degli abbonamenti ai servizi dati in mobilità e le onerose clausole/penali a carico degli utenti per quanto riguarda il recesso. A questo proposito, la rilevata persistenza di tali pratiche indica la necessità di un elevato livello di vigilanza», si legge. Alcuni esempi, tratti dall’indagine: «Un abbonamento dati di un operatore prevede un impegno contrattuale di 24 mesi con tacito rinnovo di anno in anno, mentre il recesso implica un costo di 100 euro (Iva esclusa), più altri 100 euro (Iva esclusa) di penale per la risoluzione del contratto di fornitura del modem. Analogamente, per un altro operatore è prevista una durata contrattuale di 24<br />
mesi, con un costo per il recesso anticipato che va da 50 a 150 euro (a seconda del piano sottoscritto) più il pagamento delle rate residue del modem (chiavetta)».</p>
<p>Questo secondo punto si somma a un altro ed entrambi concorrono a rendere il mercato banda larga mobile più chiuso alla concorrenza di quanto ci si aspetterebbe: i principali attori sono gli operatori mobili normali; i virtuali sono messi all’angolo, sul fronte banda larga mobile. «Appare ancora in via di sviluppo, salvo alcune eccezioni, una vera e propria offerta di soluzioni competitive da parte degli Mvno (operatori mobili virtuali)». Solo Fastweb, tra i virtuali ha tante offerte di banda larga mobile; Auchan ne ha una. Poi, il deserto: nemmeno Tiscali ne ha lanciata una (anche se promette che lo farà in seguito). Anche Noverca, virtuale appena arrivato, proporrà flat per navigare in internet e per i suoi specifici servizi sul cellulare. Segno che i contratti tra operatori mobili normali e virtuali non sono tali da consentire a questi ultimi margini di manovra per concorrere efficacemente sui servizi a valore aggiunto, come la banda larga.</p>
<p>Per adesso le due autorità si limitano a invitare gli operatori a impegnarsi ad aprire la concorrenza e a migliorare la trasparenza delle tariffe; propongono di adottare un blocco automatico della spesa, oltre una certa soglia, e così impedire che arrivi un super bolletta. Da Agcom fanno sapere che quest’ultimo è un fenomeno nascente e che porta circa 2-3 casi al mese all’attenzione dell’Autorità: utenti con bollette da migliaia di euro a causa di un errato uso (o errata fatturazione) di internet mobile. Gli operatori spesso accettano di annullare la super bolletta: il che lascerebbe pensare che non si tratti tanto di malizia quanto di immaturità delle pratiche di fatturazione. Del resto, questa è solo la punta dell’iceberg, quella che fa più rumore. Ben più dannose per i consumatori sono le strategie per restringere la concorrenza e bloccare il cliente per due anni &#8211; che, a ben vedere, in questo mercato è un’era geologica. Tra due anni saremo probabilmente nella quarta generazione delle reti mobili. Si ricorda che i contratti Adsl un tempo duravano al massimo un anno e ora possono essere disdetti di mese in mese, dopo il decreto Bersani sulle liberalizzazioni. Il quale in realtà si applicherebbe anche sugli operatori mobili, che però hanno trovato il modo per aggirarne i limiti e impegnare l’utente per più tempo: dandogli l’hardware a noleggio e associando a quest’ultimo una penale di recesso. Sfruttano così il fatto che il mercato delle chiavette è meno maturo di quello dei modem. Se ora è possibile prendere un modem con poche decine di euro (e quindi non vale proprio la pena noleggiarlo da un operatore Adsl a 3 euro al mese), le chiavette Umts/Hspa costano invece 200 euro.</p>
<p>Un luogo comune diffuso è che la telefonia mobile è più concorrenziale di quella fissa, perché ci sono quattro operatori con una rete nazionale (invece che solo Telecom Italia). È sulla base di questa considerazione che le regole imposte da Agcom sono più elastiche, nel settore della rete mobile; nessun operatore ha vincoli come quelli in capo, sul fisso, a Telecom Italia. Alla prova dei fatti, a quanto traspare da quest’indagine, la situazione è però più complessa e ricca di chiaroscuri. E quindi forse quest’indagine è solo un primo passo per inaugurare una nuova stagione di regole, anche sulla telefonia mobile, per accompagnare e guidare senza scompensi il boom della banda larga, ormai indubbio.</p>
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		<title>L&#8217;evoluzione del giornalismo</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Feb 2009 15:03:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Granieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria digitale]]></category>
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		<description><![CDATA[Cala la domanda di mercato, cambia la tecnologia, cambia il pubblico: l'industria delle produzione e della distribuzione delle notizie attraversa un momento di evoluzione drammatico, da un lato sospinto dalla crisi economica e dall'altro rallentato dall'incertezza riguardo ai nuovi modelli commerciali]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In queste settimane di celebrazioni darwiniane si parla molto di evoluzione. Ma la metafora biologica è spesso utile per descrivere situazioni complesse, perchè rende molto intuitive alcune relazioni tra le parti di un sistema e permette di individuare le mutazioni nei rapporti tra le diverse componenti. Io la trovo molto utile per farmi uno schema di quella che comunemente chiamiamo &#8220;la crisi dei giornali&#8221; e che, in realtà, è un &#8220;momento di evoluzione&#8221; di tutto il giornalismo, da cui non sarà esente nemmeno il giornalismo televisivo nè qualsiasi altra forma di informazione professionale. Negli ultimi decenni non c&#8217;erano stati cambiamenti molto rilevanti, perchè (in termini evoluzionistici) si era raggiunto un buon grado di adattamento e si lavorava e viveva in un ambiente stabile. Ma, per citare Gould (e la sua <a href="http://www.anobii.com/books/Lequilibrio_punteggiato/9788875781026/01893514c8126d3849/">teoria dell&#8217;equilibrio punteggiato</a>), il cambiamento si innesca quando la stabilità di un ambiente o di qualsiasi procedura vitale viene messa a rischio da un fatto nuovo.<span id="more-410"></span></p>
<p>Consentiamoci una semplificazione analitica molto forte (e un po&#8217; autoironica) e proviamo a immaginare la situazione. C&#8217;era una popolazione di giornalisti che viveva grazie a un sistema molto costoso in termini di risorse: la produzione, il confezionamento e la distribuzione di informazione. In questo modello i costi di produzione sono elevati (reporting, inviati, copertura delle notizie nel mondo ecc.), come quelli di distribuzione (stampare e distribuire periodici costa, mantenere una televisione costa ancora di più). Ma il lavoro di confezionamento produceva un bene in cui altri riconoscevano un valore economico diretto (acquisto dei giornali, abbonamenti) o indiretto (raccolta pubblicitaria). Con alcune modifiche, soprattutto nel peso del recupero di risorse (ripartito sempre più verso la raccolta pubblicitaria), il modello ha tenuto senza scossoni negli ultimi 50 anni del secolo scorso.</p>
<p>Nel frattempo succedevano cose, di natura diversa. Il progresso tecnologico ha messo a punto una forma di distribuzione molto più economica e sostanzialmente differente (i network digitali). Il pubblico è cresciuto culturalmente, ha avuto accesso alla rete di distribuzione delle informazioni e a molte delle fonti tradizionali del giornalismo. Una popolazione di nuovi &#8220;operatori del settore&#8221; ha cominciato ad abitare il territorio tradizionalmente occupato dai giornalisti, ma senza essere legata a un sistema produttivo. La disponibilità di informazione gratuita ha cominciato a mettere in crisi il concetto di valore economico (non di valore assoluto) dell&#8217;informazione. Ma, come sempre succede, l&#8217;ecosistema si stava lentamente riequilibrando. Le grandi testate stavano abbracciando la nuova situazione e stavano provando a riorganizzarsi.</p>
<p>Fino a ieri tutto pareva seguire il suo corso, finchè la crisi economica mondiale ha accentuato ed accelerato la crisi. Oggi la transizione non è più morbida e graduale. Il sistema produttivo, molto costoso,<br />
non è più in grado di far vivere la popolazione di giornalisti, il cui numero è molto cresciuto nel tempo. Perchè il giornalismo (inteso come professione) funzioni, è necessario infatti che vi siano e che funzionino i costosi sistemi che lavorano su approvvigionamento, confezionamento e distribuzione delle informazioni. Se questi sistemi cessano di produrre valore, non si potranno avere le risorse per mantenere i giornalisti (confezionamento) e per garantire una buona informazione (approvvigionamento). La popolazione dei giornalisti, allo stato, è prevedibilmente in via di drastica diminuzione. Come sono diminuite le popolazioni di molte specie animali quando il loro ecosistema si è modificato troppo in fretta per dar loro il tempo di reazione.</p>
<h5>Lo scenario</h5>
<p>Uscendo dalla semplificazione, che ci ha chiarito in maniera persino banale quanto una professione per restare tale debba contare su un sistema che produca valore, la situazione può essere descritta con maggior precisione. Quello che sta succedendo è riassumibile in una serie di considerazioni:</p>
<ul>
<li>I costi di distribuzione tradizionale sono troppo elevati rispetto alla domanda di mercato: il numero di copie vendute comincia a non giustificare la stampa e la distribuzione in moltissimi casi (anche includendo i proventi da allegati e optional di acquisto vari: libri, cd eccetera). Questo può anche essere vero, con i dovuti distinguo e in fase meno avanzata, per la televisione generalista che sta riscontrando un forte calo di ascolti e di raccolta pubblicitaria. E una televisione generalista costa tanto: la cenerentola italiana, RaiTre costa oltre 300 milioni di euro l&#8217;anno.</li>
<li>È cambiato il pubblico. Ci sono fin troppi segnali: la lettura del quotidiano non è più adatta ai ritmi vitali della vita di oggi, non sulla scala grande che serve a stamparlo. Il ciclo veloce di disponibilità di informazione, in tempo reale, ha abituato gli individui a consumare le notizie e le opinioni in maniera molto più mirata e rapida rispetto ai tempi di circolazione e senescenza di un quotidiano. E, come dice <a href="http://www.tamark.ca/students/2009/02/08/paying-a-little/">Mark Hamilton</a>, è cambiato il consumo di media: nessuno legge più solo un quotidiano e per l&#8217;individuo non ha più troppo importanza la fonte, poichè ne ha tante a disposizione e le usa. Questo non vuol dire che si sia ridotta l&#8217;autorevolezza delle grandi testate, ma piuttosto che non dovendo più pagare per informarsi, l&#8217;aumento dell&#8217;offerta ci consente di saltare da una fonte all&#8217;altra con evidenete facilità, limitando l&#8217;affezione a una data testata (non più necessaria).</li>
<li>Il processo di informazione e di distribuzione non si esaurisce più nella linearità del processo giornalistico. Gli individui mediano le diverse fonti, le rielaborano, le rimettono in circolazione<br />
nei diversi network e nella blogosfera. È quanto Shirky chiama <a href="http://www.shirky.com/weblog/2009/02/why-small-payments-wont-save-publishers/">superdistribuzione</a>.</li>
</ul>
<h5>Il sistema produttivo</h5>
<p>Molti analisti si concentrano su come debba cambiare la professione e su come debba cambiare il contenuto giornalistico per far fronte alla crisi. Probabilmente questo assomiglia a concentrarsi su uno dei sintomi (il più evidente, è chiaro) ma non sulla causa. Se avessimo il miglior giornalismo possibile, il più affascinante che riusciamo a immaginare, dovremmo dare per scontato che averlo basti a ritornare allo <em>status quo</em>. Ovvero: la gente ricomincia a comprare i giornali, gli inserzionisti ricominciano a investire pesantemente e tutto torna all&#8217;età dell&#8217;oro grazie a una o più innovazioni nel confezionamento dell&#8217;informazione. Ma io non sarei così sicuro: in genere una buona soluzione parte da una buona descrizione del problema. E il problema alla fine è semplice: se non si fa fatturato, non c&#8217;è professione. Se si dimezza il fatturato, si dimezza la popolazione che riesce a viverci facendo quel lavoro.</p>
<p>E per fare fatturato, per mantenere i costi (alti) di approvvigionamento e di confezionamento (se non paghiamo il confezionamento il giornalismo cessa di essere una professione), serve un modello che tenga conto della realtà e non che viva sulle speranze di un ritorno al passato. È abbastanza fatale che gli acquirenti di giornali (già in piena senescenza) non smettano di diminuire e che il pubblico televisivo (negli anni) tenda a non consumare la televisione come la conosciamo oggi. E ne consegue che se diminuisce il pubblico e diminuisce la capacità dei mass media di fare cornice sociale, si ridimensioni l&#8217;appeal della (costosa) pubblicità su questi strumenti. E se dimuiscono i soldi in ingresso, diminuiscono i soldi per coprire quanto accade nel mondo e per pagare i giornalisti a livello professionale. E diminuisce l&#8217;informazione organizzata, che non può essere (per evidenti ragioni di approvvigionamento) sostituita in maniera autorganizzata dall&#8217;informazione dal basso (che ne è un complemento importante, ma non un sostituto).</p>
<p>Secondo il Pew Research Center, già nel 2008 negli Stati Uniti i lettori dei giornali online hanno superato per la prima volta quelli delle edizioni cartacee. E l&#8217;informazione si consuma in maniera sempre più prevelente attraverso i network. Ma persino la pubblicazione dei <em>legal ads</em> ormai <a href="http://www.buzzmachine.com/2009/02/04/one-more-kick-in-the-kidneys-for-papers-the-end-of-legal-ads/">viene fatta online</a> perchè i giornali non garantiscono più la sufficiente distibuzione per rendere le informazioni <em>informazioni di tutti</em>.</p>
<h5>La transizione</h5>
<p>Prima dell&#8217;accelerazione dovuta alla crisi, si contava molto sulla raccolta pubblicitaria perchè non si riesce a vendere il contenuto online. Ma diverse ragioni, oggi, rendono questa strada molto difficoltosa. Prima di tutto per via della concorrenza, perchè i canali non sono più solo quelli dell&#8217;informazione canonica e, anzi, <a href="http://www.niemanlab.org/2009/01/why-its-so-hard-to-move-revenue-from-print-to-online/comment-page-1/">spesso sono meno competitivi</a>. Poi perchè la pubblicità online risulta meno efficace: gli utenti la percepiscono meno, ha meno capacità di emozionare e colpire, perde il senso di &#8220;massa&#8221; che aveva sui media (appunto) di massa. Certo, è più facile da costruire in modo mirato e intelligente, ma costa infintamente meno. Nonostante i lettori online aumentino, le pubblicità sulla carta vengono (ancora) pagate infinitamente di più. Non durerà a lungo. Ma i prezzi bassi e forzatamente concorrenziali dell&#8217;online non potranno certo supplire allo stesso modo. E tenderanno a scendere.</p>
<p>Anche se la raccolta pubblicitaria online migliorasse, potrebbe non bastare. Il tradizionale sistema di finanziamento dei news media posava su tre fattori, <a href="http://www.time.com/time/business/article/0,8599,1877191,00.html">nota Walter Isaacson</a>: vendita in edicola, abbonamenti e pubblicità. E aggiunge: basato solo sulla pubblicità è come se una sedia a tre gambe dovesse stare in piedi solo su una.</p>
<p>Le soluzioni su cui si sta discutendo hanno dell&#8217;avventuroso, ma fanno parte di un ragionamento che deve per forza avvenire a 360 gradi. Lo stesso Isaacson ha recentemente rilanciato l&#8217;<a href="http://www.nytimes.com/glogin?URI=http://www.nytimes.com/2009/01/12/business/media/12carr.html&amp;OQ=_rQ3D3Q26scpQ3D1Q26sqQ3DitunesQ2520newsQ26stQ3Dcse&amp;OP=306f9a34Q2FQ26td0Q26GlNQ7Esll.vQ26vQ5EQ5EEQ26Q5EIQ26IvQ260-Q7E!7dQ7EQ7EQ26xdG!Q5BQ26IvNQ5BsspQ3F.xk">idea</a> di David Carr dei <a href="http://www.aspeninstitute.org/site/c.huLWJeMRKpH/b.4959311/k.49F5/A_Bold_Old_Idea_for_Saving_Journalism_2009_HaysPress_Enterprise_Lecture_by_Walter_Isaacson.htm">micropagamenti</a>: il modello è semplice, si paga qualche centesimo per articolo. E, citando un vecchio pezzo di Shirky che ricordava come in realtà il costo mentale della transazione rende i <a href="http://www.shirky.com/writings/fame_vs_fortune.html">micropagamenti quasi fallimentari</a>, ha proposto di raccogliere l&#8217;insegnamento di iTunes. In rete se ne sta dicutendo molto, ma prevalgono le obiezioni. Shirky stesso <a href="http://www.shirky.com/weblog/2009/02/why-small-payments-wont-save-publishers/">ha replicato</a>, sostenendo che il paragone con iTunes non regge perchè iTunes rappresenta l&#8217;unica alternativa legale a un prodotto, a differenza dell&#8217;informazione. Quindi, i micropagamenti funzionano solo in assenza di un mercato con altre opzioni legali. Inoltre, <a href="http://www.thebigmoney.com/articles/impressions/2009/02/09/micro-economics?page=0,0">aggiunge</a> Gabriel Sherman su Slate, la musica è un contenuto con un ciclo di vita molto più lungo delle news.</p>
<p><a href="http://recoveringjournalist.typepad.com/recovering_journalist/2009/02/asking-people-to-pay-for-news-what-he-said.html">Secondo Mark Potts</a> la cosa può funzionare solo per alcune nicchie mirate. Ma, come <a href="http://www.tamark.ca/students/2009/02/08/paying-a-little/">sostiene Mark Hamilton</a>, si deve anche tenere conto del fatto che se si può scegliere tra gratis e a pagamento è più probabile che si escluda quanto bisogna pagare dalle proprie letture, anche considerando le attuali abitudini di consumo dell&#8217;informazione tra moltissime fonti.</p>
<h5>Non si può non stampare</h5>
<p>Le alternative paiono poche. Sul <a href="http://www.nytimes.com/glogin?URI=http://www.nytimes.com/2009/01/28/opinion/28swensen.html&amp;OQ=_rQ3D1Q26pagewantedQ3Dprint&amp;OP=5c3e4797Q2FQ3CcKpQ3C@PGjQ5EPPwQ2AQ3CQ2AQ3DQ3D3Q3CQ3DfQ3CQ2AIQ3CPyQ60Q5BQ60PQ5BQ3CQ2AIjcKQ5BjKQ5BQ25-w1Q7C">New York Times</a> si è lanciata l&#8217;ipotesi di fare dei <em>news media</em> fondazioni o enti no profit. Ma, al di là dell&#8217;effettiva praticabilità (quante testate potrebbero resistere?) è stato subito notato il rischio, sul fronte democratico e della qualità, del <a href="http://www.slate.com/id/2210333/pagenum/all/">distacco tra le testate e la pressione del mercato</a>. Altrove si è suggerita l&#8217;<a href="http://www.latimes.com/news/opinion/sunday/la-oe-rutten4-2009feb04,1,4979706.column">esenzione dalle norme antitrust e la formazione di un cartello</a>. La tesi è facile. Se tutti i giornali tranne qualcuno regalano i contenuti (puntando sulla raccolta pubblicitaria) nessun giornale da solo potrà mettere a pagamento i contenuti e avere qualche speranza. Invece devono sedersi, formare un cartello e negoziare una strategia comune di pagamento per i contenuti. Ma anche questa strada appare poco praticabile.</p>
<p>Jarvis, tempo fa, <a href="http://www.buzzmachine.com/2008/12/20/can-the-la-times-turn-off-its-presses/">sostenne</a> che il Los Angeles Times poteva pagare gli stipendi di tutti i giornalisti solo con le entrate dell&#8217;online. Ma gli stipendi non sono gli unici costi, anzi. Il punto vero, per la sopravvivenza del sistema come lo conosciamo, è che non <a href="http://newsosaur.blogspot.com/2009/02/why-newspapers-cant-stop-presses.html">si possono fermare le macchine di stampa</a>, perchè dalla carta viene una percentuale considerevole degli introiti. Quindi, se diamo per scontata l&#8217;insostenibilità economica della stampa (almeno nei numeri cui siamo abituati oggi) il sistema non può restare come lo conosciamo. Cambierà inesorabilmente e non sappiamo come. La &#8220;specie&#8221; dei giornalisti cambierà con il sistema che non è più apparantemente in grado di sostenerla. E non è detto che siano tutte rose e fiori.</p>
<p>In attesa di vederlo e di capirlo, il cambiamento, non mancano gli esercizi: Steve Outing (segnalato anche da <a href="http://mariotedeschini.blog.kataweb.it/giornalismodaltri/2009/02/06/oltre-la-carta-come-dovrebbe-essere-una-redazione-digital-only/">Tedeschini</a> qui da noi) <a href="http://www.editorandpublisher.com/eandp/columns/stopthepresses_display.jsp?vnu_content_id=1003936131">immagina una redazione all digital</a> e dà <a href="http://www.editorandpublisher.com/eandp/columns/stopthepresses_display.jsp?vnu_content_id=1003918050">anche qualche consiglio</a>. E Ken Paulson ci racconta come sarebbero stati i giornali se fossero stati <a href="http://www.poynter.org/column.asp?id=45&amp;aid=158153">inventati dopo il modem</a>. Due letture utili<br />
per capire cosa (forse) succederà.</p>
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