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	<title>Apogeonline &#187; Andrea Monti</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>Peer to peer e provider, la resa dei conti</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/02/16/peer-to-peer-e-provider-la-resa-dei-conti</link>
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		<pubDate>Mon, 16 Feb 2009 07:21:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Alcei]]></category>
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		<category><![CDATA[Child Online Protection Act]]></category>
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		<description><![CDATA[Il ruolo dei mediatori di connessioni e di contenuti viene considerato sempre meno neutrale dalle leggi, alterando la struttura di internet così come l'abbiamo conosciuta finora. Una scelta che rischia di produrre effetti più pesanti di quelli che il legislatore auspica]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>«La strada è segnata: i provider vengono inquadrati come sceriffi della rete e i detentori di diritto d’autore faranno passare da loro il controllo sul peer to peer. Quanto a Pirate Bay, che vuoi che accada: presto o tardi, condanneranno i gestori». Parole di pessimismo, ma è difficile non ascoltarle visto che vengono da Andrea Monti. Monti è un avvocato tra i massimi esperti in Italia di diritto in internet ed è fondatore di <a href="http://www.alcei.it">Alcei</a>. La sua analisi è condivisibile a partire da una manciata di notizie che si sta affollando in questo burrascoso inizio 2009.<span id="more-424"></span></p>
<p>Provider danesi hanno oscurato <a href="http://thepiratebay.org/">The Pirate Bay</a> con filtri a livello di Dns: Tele2 è stato costretto da un tribunale a farlo, mentre altri vi si sono adeguati in via preventiva (leggi: per evitare guai). Il 16 febbraio comincia in Svezia il mega processo a The Pirate Bay. In Italia imperversa la polemica <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/02/11/fact-check-il-50-bis-secondo-dalia">sul pacchetto sicurezza</a>, dove pure i provider vengono investiti di un ruolo di filtro di contenuti scomodi, colpevoli di apologia di reato (e chissà se anche The Pirate Bay non possa essere ficcato a forza in questa categoria). Un concetto simile è contenuto in una proposta di legge <a href="http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/tecnologia/p2p/bozza-governo/bozza-governo.html?ref=hpspr1">subito ritirata</a>.</p>
<p>Che cosa hanno in comune The Pirate Bay e i provider? Sono mediatori tra gli utenti e i contenuti. Ebbene, sembra destino che il ruolo dei mediatori venga considerato sempre meno neutrale dalle leggi. Il concetto di mediatore neutro è alla base della realtà di internet come lo conosciamo ed è proprio per questo motivo che The Pirate Bay finora è riuscita a farla franca, anche se è un mediatore meno neutro rispetto un motore di ricerca generalista come Google. Il vento sta per cambiare, però. Aggiungiamo pure, su questa stessa linea (la responsabilità dei mediatori), un altro fatto: il processo cominciato a Milano, contro YouTube, per violazione del diritto d’autore di Mediaset.</p>
<p>The Pirate Bay sembra insomma la prima linea destinata a cadere, del fronte di coloro che difendono la neutralità dei mediatori. Ma molte altre figure potrebbero subire la stessa sorte: già adesso si sta imponendo, in Italia e non solo, il principio secondo cui i provider sono obbligati a oscurare un sito, su ordine di un giudice delle indagini preliminari (prima ancora del processo, quindi). <em>Obbligati</em> significa appunto che se non lo fanno rischiano sanzioni, un po’ come se fossero complici dei gestori dei siti che violano questa o quell’altra legge: i ruoli degli uni e degli altri vengono schiacciati sullo stesso piano.</p>
<p>The Pirate Bay è stato oscurato in Italia proprio in questo modo. È vero, è stato dissequestrato, «ma quello che molti non hanno capito è che non è finita qui. Il processo va avanti, in Italia. E comunque Pirate Bay è ancora a rischio di oscuramento immediato», dice Monti. «Lo dimostra il fatto che la giurisprudenza, subito dopo, ha preso di nuovo la direzione di caricare di responsabilità i provider». Il Tribunale di Milano ha respinto &#8211; ancora una volta alcuni giorni fa &#8211; il ricorso dei provider, che non volevano essere obbligati <a href="http://punto-informatico.it/2452334/PI/News/oscuramento-siti-web-provider-alzano-scudi.aspx">a filtrare siti esteri di sigarette</a>. Il giudice ha detto a chiare lettere che sono obbligati a oscurare i siti». È noto che il ruolo di neutralità dei provider è tutelato dalla normativa comunitaria, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/01/27/cresce-lallarme-per-il-decreto-antipirateria">come ricordato di recente</a> per la vicenda Siae. Ma a quanto pare l’obbligo a filtrare, su preciso ordine di un giudice, non è stata vista in contraddizione con questa tutela.</p>
<p>Si noti che, ad oggi, la normativa difende ancora i provider in un senso: non sono responsabili a priori di quanto circola; non sono obbligati cioè a filtrare contenuti prima di un preciso ordine e, prima di questo, non ne pagano le conseguenze. È per questo motivo che The Pirate Bay, oscurato in Italia, era ancora raggiungibile su indirizzi Ip alternativi, sorti in un secondo momento proprio per aggirare il provvedimento. I provider non erano obbligati a bloccare indirizzi Ip oltre a quelli indicati nell’ordine del giudice. E a questo diritto si sono aggrappati con le unghie e con i denti: non hanno nessun interesse a dare il via a filtri a tappeto. Primo, perché sarebbe costoso per loro. Secondo, perché passerebbe il principio secondo cui sono responsabili anche di cose di cui non hanno ricevuto notizia ufficiale (cioè da un giudice) e quindi rischierebbero sanzioni a ogni pie’ sospinto.</p>
<p>Risultato: per evitare sanzioni, bloccherebbero tutto ciò che anche lontanamente può portare guai e internet diverrebbe un posto molto diverso. È il motivo per cui il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Child_Online_Protection_Act">Child Online Protection Act</a> è stato dichiarato incostituzionale negli Stati Uniti. Le polemiche medianiche e la battaglia di provider e utenti finora hanno rallentato questo processo, ma fino a quando potranno riuscirci ancora? Se non si diffonde subito la coscienza del problema presso il grande pubblico, meglio non farsi illusioni.</p>
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		<title>La grande corsa al filtro di stato</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Dec 2008 10:14:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Alcei]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Monti]]></category>
		<category><![CDATA[censura]]></category>
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		<description><![CDATA[Dall'Inghilterra all'Australia, all'Italia. Ogni motivo è buono per provare a limitare la libertà della Rete, spesso pretendendo che i fornitori di connessione si trasformino in sceriffi delle comunicazioni elettroniche]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Vari segnali ci dicono che nel 2009 si confermerà e si potenzierà un trend verso una internet regolata più strettamente e guardata con occhi più guardinghi dalla politica e della magistratura. «Finora la brutta fama di censuratrice del web l’ha avuta la Cina, ma i Paesi democratici si stanno dimostrando altrettanto capaci di mettere i bavagli alla libertà d’espressione», dice Andrea Monti, avvocato esperto di diritto e internet e fondatore di <a href="http://www.alcei.it">Alcei</a>, associazione per la libertà nella comunicazione elettronica interattiva.<span id="more-290"></span></p>
<p>C’è un crescendo di notizie: fa scalpore una <a href="http://www.guardian.co.uk/technology/2008/dec/27/website-rating-plan-government-obama">proposta di legge</a> dal Regno Unito, di cui l’idea di fare un rating dei siti è solo la punta dell’iceberg. Ci sono tante misure proposte, il cui spirito è ben rivelato dalla dichiarazione di Andy Burnham, il segretario alla cultura che sta spingendo in questa direzione: «Le persone che hanno creato internet dicevano apertamente di creare uno spazio che i governi non potevano raggiungere. Penso che ora dobbiamo rivisitare quel concetto». Il problema è che è sottile il confine tra ricondurre internet a tutte le regole in vigore offline (e in altri media) e la censura della libertà d’espressione. Il Paese democratico che ora è più vicino a varcare quel confine sembra l’<a href="http://blogs.wsj.com/digits/2008/12/24/australia-cracks-down-on-internet-porn/?mod=rss_WSJBlog?mod=">Australia</a>: il governo ha annunciato piani (che ormai sembrano vicini alla meta) per filtrare i “contenuti inappropriati”, violenza, pornografia e il peer to peer. Insomma, il lato oscuro della rete. <a href="http://www.eff.org">Electronic Frontier Foundation</a> nota che i filtri sono molto costosi (il grande firewall cinese richiede il lavoro costante di centinaia di persone) e hanno conseguenze impreviste, come il blocco di contenuti anche connessi all’arte e alla cultura (recente il <a href="http://punto-informatico.it/2500001/PI/News/wikipedia-quel-nudo-non-si-tocca.aspx">caso</a> su Wikipedia nel Regno Unito).</p>
<p>Eppure l’idea di mettere le briglie a internet fa strada, accarezza anche i politici italiani (l’hanno espressa di recente le massime cariche dello Stato in questa legislatura) e ora trova proseliti anche nella magistratura. È stato un tribunale a imporre il blocco di Pirate Bay in Italia (poi annullato), come ora agli utenti di Tele2 Danimarca. Ed è stato un tribunale di Milano, questo mese, a sbattere la porta in faccia ai provider. L&#8217;Aiip, associazione che riunisce i principali provider, si era <a href="http://punto-informatico.it/2452334/PI/News/oscuramento-siti-web-provider-alzano-scudi.aspx">rivolta al tribunale</a> per opporsi all’obbligo di filtrare i siti di sigarette. Non che fossero fan del tabacco, ma avevano visto un crescendo pericoloso per internet e per i loro interessi: non vogliono diventare i poliziotti della rete, costretti a bloccare domini e indirizzi Ip a un solo ordine di un giudice. Il tribunale di Milano ha però stabilito che devono ubbidire, confermando che basta un ordine di sequestro preventivo (prima quindi di un processo) per impedire l’accesso a un sito denunciato.</p>
<p>I filtri, anche quelli a livello Ip, sono aggirabili, si è detto. Lo sono grazie a proxy oppure semplicemente trovando un indirizzo alternativo per quel sito, com’è accaduto con Pirate Bay. Bloccato un Ip, se ne fa un altro, e sta al giudice fare una nuova ordinanza con l’elenco aggiornato degli Ip da bloccare. Per fortuna, il codice delle comunicazioni elettroniche ancora esonera i provider ad andare a caccia di Ip. Servirebbero risorse dedicate dallo Stato per il gioco gatto-topo degli indirizzi da bloccare. Insomma, un apparato come quello cinese, appunto. Anzi, forse uno ancora più costoso, perché in Cina il problema è semplificato, non ci sono questi passaggi da fare, da un giudice ai provider: si blocca e basta. E non può metterci lo zampino il Tar del Lazio o il tribunale del riesame, annullando il blocco.<br />
È proprio la natura aperta della rete a far sì che i filtri funzionino solo se sono sistematici, per evitare i tentativi di aggirarli. Ma per essere sistematici devono contare su un monitoraggio costante della rete dall’alto: sugli strumenti usati dagli utenti (software di anominizzazione, crittografia), sui nuovi Ip registrati. Preoccupa che in Occidente l’estrema difesa da filtri sistematici sia riposta solo nelle risorse limitate degli Stati. Garanzia più solida, per evitare le derive di quest’arma potente del filtro a livello provider, sarebbe una presa di coscienza collettiva dell’importanza di internet. Un po’ come adesso è per la libertà di stampa. Man mano che internet fa strada nella nostra società, i governi potrebbero decidere che valga la pena stanziare risorse per filtrarla. Se quella coscienza collettiva non cresce di pari passo, il rischio di ritrovarsi una internet stravolta nello spirito e nei contenuti diventa molto concreto.</p>
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