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	<title>Apogeonline &#187; Amazon</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>Amazon apre le sue librerie (forse) / 2</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Feb 2012 08:10:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Rachieli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria digitale]]></category>
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		<description><![CDATA[Altri indizi e considerazioni che spingono a ritenere prossima l'apertura di librerie tradizionali da parte del primo venditore globale di ebook.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2012/02/10/amazon-apre-le-sue-librerie-forse">Come scrivevo</a> alla vigilia dello scorso fine settimana, l’ipotesi che Amazon voglia aprire proprie librerie fisiche è niente più che indiziaria, con indizi però che appaiono importanti, dalle strategie di Amazon stessa alle azioni (e reazioni) della concorrenza.</p>
<p>Barnes &#038; Noble (B&#038;N) ha per esempio <a href="http://www.businessweek.com/ap/financialnews/D9SKN3BO0.htm">accusato Amazon</a> di agire unicamente nel proprio interesse e non in quello generale del mercato editoriale.<span id="more-9315"></span> Questa la dichiarazione a BusinessWeek di Jaime Carey, Chief Merchandising Officer di B&#038;N:</p>
<blockquote><p>
Their actions have undermined the industry as a whole and have prevented millions of customers from having access to content. It&#8217;s clear to us that Amazon has proven they would not be a good publishing partner to Barnes &#038; Noble as they continue to pull content off the market for their own self-interest.
</p></blockquote>
<p>Le catene di librerie canadesi Indigo e Books-a-Million <a href="http://www.thebookseller.com/news/indigo-and-books-million-join-boycott-of-Amazon-print-titles.html">hanno deciso di sostenere B&#038;N</a> e boicottare le edizioni cartacee di Amazon.</p>
<p>Negli Usa il mercato dei libri cartacei costituisce almeno l’80% del totale (dalle nostre parti siamo al 99%, giusto per non perdere la prospettiva), dunque deve essere considerato da Amazon un settore strategico, per almeno due ragioni.</p>
<p>Prima: Amazon continuerà a cercare di portare dalla propria gli autori di bestseller (e in generale tutti quelli considerati economicamente interessanti), ma per farlo ha attualmente bisogno di garantire ai suoi prodotti (cartacei) una distribuzione capillare oltre che elargire anticipi milionari e royalty altissime.</p>
<p>Seconda: Amazon non lascerà alcunché di intentato. La strategia è chiara: essere presenti ovunque, erodere terreno, alterare gli equilibri. Dopo aver contribuito alla chiusura di Borders e alla radicale trasformazione di B&#038;N, Amazon potrebbe aver deciso di chiudere il cerchio e aprire le sue librerie. Grande è la confusione sotto il cielo: la situazione è eccellente.</p>
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		<title>Amazon apre le sue librerie (forse)</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Feb 2012 13:33:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Rachieli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria digitale]]></category>
		<category><![CDATA[Amazon]]></category>
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		<description><![CDATA[La strategia editoriale di Amazon sembra diretta a fare da sé anche con i libri di carta, mossa per niente gradita alla concorrenza.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le indiscrezioni secondo cui Amazon <a href="http://goodereader.com/blog/electronic-readers/amazon-in-the-process-of-launching-a-retail-store/">starebbe per aprire il suo primo<br />
flagship store</a> (fisico, <i>brick &#038; mortar</i>) a Seattle potrebbero essere niente più che indiscrezioni. D’altro canto si inseriscono perfettamente in uno scenario che sembra comporsi con sempre maggiore precisione. Dunque prendiamo la notizia con le dovute precauzioni e vediamo che cosa sappiamo.<span id="more-9301"></span></p>
<p>Secondo <a href="http://goodereader.com/blog/electronic-readers/amazon-in-the-process-of-launching-a-retail-store/">goodereader.com</a>,</p>
<blockquote><p>
[…] the company is planning on rolling out a retail store in Seattle within the next few months. This project is a test to gauge the market and see if a chain of stores would be profitable. They intend on going with the small boutique route with the main emphasis on books from their growing line of Amazon Exclusives and selling their e-readers and tablets.
</p></blockquote>
<p>In estrema sintesi: Amazon ha bisogno di assicurarsi un canale distributivo sicuro per le copie <i>cartacee</i> dei libri che pubblica attraverso i suoi sei <a href="http://www.amazon.com/gp/feature.html?docId=1000664761">imprint</a> e fanno molta fatica a trovare spazio nelle librerie tradizionali.</p>
<p>Nonostante i timori (fondatissimi) degli editori tradizionali (so che non significa niente, ma ci siamo capiti) <a href="http://paidcontent.org/article/419-the-truth-about-amazon-publishing/P1/">Amazon Publishing non sta dando grandi risultati</a> e anche sul versante distribuzione <a href="http://paidcontent.org/article/419-the-truth-about-amazon-publishing-part-ii/">le cose non vanno particolarmente bene</a>: Barnes &#038; Noble ha già dichiarato di non voler vendere alcun libro cartaceo che non possa vendere anche in forma di ebook.</p>
<p>Le indiscrezioni, su queste premesse, restano tali ma suonano realistiche. Anche perché al capitolo delle reazioni della concorrenza c’è ancora qualcosa da dire. Lo faccio presto.</p>
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		<title>Un socio di nome Amazon</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Feb 2012 08:56:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea C. Granata</dc:creator>
				<category><![CDATA[Programmazione]]></category>
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		<description><![CDATA[Se domani Amazon svanisse, si troverebbero in difficoltà evidenti molte startup insospettabili. E non per la distribuzione degli ebook.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Avere amici che lavorano nel mondo dell’editoria garantisce due cose: il privilegio di un piccolo sconto sull’acquisto dei libri e interminabili discussioni sui pregi e i difetti di Amazon.</p>
<p>Perlopiù la discussione verte su questioni che riguardano gli aspetti tecnologici. Solitamente l’accusa è <i>Mobi e <a href="http://www.amazon.com/gp/feature.html?docId=1000729511">KF8</a> oltre ad non essere formati standard come <a href="http://idpf.org/epub/30">ePub</a> e <a href="http://www.theinquirer.net/inquirer/news/1030411/pdf-approved-iso-32000">PDF</a>, sono tecnicamente inferiori.</i></p>
<p><span id="more-9291"></span></p>
<p>A corredo della circostanziata accusa seguono colorite considerazioni su ebook che in ePub erano scintillanti e dopo la conversione in Mobi sono diventati tristi come un piatto di pastina col dado.</p>
<p>Sebbene condivida le <a href="http://www.pigsgourdsandwikis.com/2012/01/kf8-is-nothing-more-than-epub-with-mobi.html">critiche a KF8</a>, per me Amazon rimane un&#8217;azienda fantastica e una delle più innovative degli ultimi anni, quantomeno per la fruibilità del suo sito di commercio elettronico, per il customer care e soprattutto per come ha saputo costruire la sua infrastruttura tecnologica.</p>
<p>Nei miei tentativi di argomentare a favore di Amazon, il baluardo davanti al quale quasi tutti si arrestano è <i>Senza Amazon Web Services non avresti <a href="http://aws.amazon.com/customerapps/1955?_encoding=UTF8&amp;queryArg=searchQuery&amp;x=0&amp;fromSearch=1&amp;y=0&amp;searchPath=customerapps&amp;searchQuery=dropbox">Dropbox</a> né <a href="http://www.foursquare.com/">Foursquare</a> né <a href="http://instagr.am/">Instagram</a> né <a href="http://www.hootsuite.com/">Hootsuite</a> né <a href="http://www.quora.com/">Quora</a> né <a href="http://www.reddit.com/">Reddit</a>.</i></p>
<p>Come Amazon interagisca con queste aziende è perfettamente sintetizzato da Colin Percival nel suo post <a href="http://www.daemonology.net/blog/2010-10-10-zero-equity-co-founders.html"><i>My zero-equity co-founders</i></a>:</p>
<blockquote><p>
The <a href="http://www.tarsnap.com/">Tarsnap</a> server code, on the other hand, relies on Amazon S3 for durable back-end storage; my estimate is that this would take me 25–50 thousand lines of code and at least two years to replicate, and – seeing as testing distributed systems is very difficult without distributed hardware – a non-trivial capital expenditure, too.
</p></blockquote>
<p>Amazon permette a molte aziende innovative di focalizzarsi sulla valorizzazione della loro idea minimizzando la complessità dell’infrastruttura, un valore importante fino a qualche anno fa impensabile a costi “popolari”.</p>
<p>Il design dei servizi <i>cloud</i> di Amazon come EC2 o S3 si è rivelato un tale successo che i più importanti progetti di software open source nati per costruire infrastrutture cloud pubbliche e private implementano esattamente le Api di Amazon Web Services, rendendole di fatto uno standard. Parleremo prossimamente di progetti open source  inerenti al Cloud, ma già da ora sappiate che ad esempio il progetto <a href="http://openstack.org/">OpenStack</a> iniziato da Nasa e Rackspace implementa le funzionalità dei principali servizi cloud di Amazon utilizzando la stessa identica API.</p>
<p>Per alcuni Amazon fa parte delle <i>evil company</i> mentre per altri sarebbe impossibile rinunciarvi. Certamente senza l&#8217;apporto di Amazon il cloud computing sarebbe molto più arretrato e forse avremmo molte meno startup tecnologiche con le quali giocare.</p>
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		<title>C&#8217;è vita oltre Google</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 08:28:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucio Bragagnolo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Più strumenti vengono messi a disposizione della privacy individuale, più quella privacy sta correndo rischi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’email di Google sulle <a href="http://www.google.it/policies/">modifiche alla propria gestione della privacy</a>, in vigore dal primo marzo, si è depositata nelle caselle di centinaia di milioni di persone non necessariamente interessate a riceverla.</p>
<p><span id="more-8995"></span></p>
<p>È l’ennesima conferma della regola aurea non scritta della privacy su Internet. Più strumenti di controllo individuale compaiono, più si fa complicata una gestione serena dei propri dati sensibili.</p>
<p>Andrà peggio. Per aziende come Facebook, Google, Amazon, la stessa Microsoft che accetta da anni di <a href="http://money.cnn.com/2011/09/20/technology/microsoft_bing/index.htm?source=cnn_bin">perdere miliardi su Bing</a> pur di guadagnare posizioni, conoscere abitudini e inclinazioni dei clienti è parte integrante del business.</p>
<p>In compenso sta prendendo piede tra gli addetti ai lavori un motore di ricerca alternativo, <a href="http://duckduckgo.com">DuckDuckGo</a>. Una goccia nell’oceano del mercato della ricerca (<a href="http://www.thedaily.com/page/2012/01/30/013012-tech-features-duckduckgo-1-2/">si avvicina lentamente al milione di richieste giornaliere</a> su quasi 600 milioni nei soli Stati Uniti), con l’accento su una ricerca rispettosa della privacy di chi lo visita, come afferma il fondatore Gabriel Weinberg:</p>
<blockquote><p>
Over time, we got questions about our privacy policy. That wasn’t something I had thought about as much, but as I started researching it, it dawned on me that the privacy mentality we’ve taken is the right approach for users. Fundamentally, it just seems very creepy to know so much about users based on their search queries, which are very personal.
</p></blockquote>
<p>Potremmo ritrovarcelo da qui a qualche anno come motore di ricerca (più) fidato. O almeno disporre di un’alternativa in più.</p>
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		<title>L’editoria tra complessità e oscurità</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2012/02/03/editoria-tra-complessita-e-oscurita</link>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 08:07:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Brivio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ieri si è tenuta a Milano If Book Then, conferenza di respiro internazionale sul futuro dell’editoria. Come è andata? Tanti gli spunti e le suggestioni. Ecco una sintesi e alcune riflessioni.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per il secondo anno <a href="http://www.ifbookthen.com/">If Book Then</a> ha concentrato su Milano il dibattito sul futuro dell’editoria. Tentare una sintesi non è semplice. Ci proviamo partendo da una citazione su cui anche Giuseppe Granieri (<a href="https://twitter.com/#!/gg">@gg</a>), direttore dell’editore nativo digitale <a href="http://www.40kbooks.com/">40Kbooks</a>, è ritornato nel suo intervento di chiusura dell’evento:</p>
<blockquote><p>Complexity and obscurity are the true publishers enemies.</p></blockquote>
<p>Che nomi ha quindi questa <em>complessità</em>? E cosa significa <em>oscurità</em>?<span id="more-9004"></span></p>
<p>La complessità è quella dei formati per ebook: aperti come EPUB; proprietari come KF8 (di Amazon), IBA e IBOOKS (di Apple); consolidati come PDF; poveri ma fondamentali (per Amazon) come MOBI. Ma anche quella dei metadati – per farla semplice le strutture che veicolano le informazioni bibliografiche – quasi sempre diversi tra negozio e negozio. Oppure quella del DRM, la protezione anticopia, diversa tra Amazon, Apple e Adobe, nata per combattere una pirateria su cui si discute da tempo (ma veramente le copie pirata sono vendite perse?). E ancora quella dei prezzi, la cui logica di applicazione potrebbe essere diversa in digitale dove conta per prima cosa emergere, e allora il prezzo delle novità potrebbe essere basso, e poi crescere via via che un titolo diventa popolare, uscendo dall’oscurità.</p>
<p>Già perché in un mondo sovraccarico di contenuti, fatto di pagine web e senza vetrine e scaffali delle librerie, un mondo dove la pubblicazione è potenzialmente per tutti, forse non bisogna temere la pirateria, ma il non essere visti, conosciuti, considerati, “sfogliati”.</p>
<p>Ma l’oscurità non è solo questo. Oscurità è anche non esserci, aver deciso di non pubblicare in digitale, non “aver fatto l’ebook”. Allora cosa potrebbe succedere? Per esempio i lettori in cerca di pane per i loro ereader potrebbero scegliere un altro titolo, o peggio cercare una copia illegale, “piratata” da chi il libro lo ha comprato su carta ma possiede sufficiente know-how per produrne una versione digitale da condividere in Rete.</p>
<p>La parola d’ordine diventa allora esserci, e quindi farsi notare: per il prezzo e per l’assenza di DRM, prima che per il contenuto e la copertina.</p>
<p>Ma prima di esserci è necessario pensare in che forma e ritornare alla complessità. Se l’editoria digitale diventa (o diventerà) mainstream, non è possibile aspettarsi dai lettori tolleranza verso errori e imprecisioni tipografiche. La complessità qui riguarda la difficoltà di controllare il rendering dei contenuti in più formati, su vari device, su schermi diversi. <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2012/02/01/io-editore-tu-html5">Un lavoro non da poco</a> perché la tipografia degli ebook ha un’esperienza paragonabile ai primi anni della stampa a caratteri mobili, e le buone pratiche che si stanno definendo si scontrano con problemi strutturali interni ed esterni all’editore di non semplice controllo e individuazione.</p>
<p>E in uno scenario così fluido sempre in termini di complessità è necessario ripensare il ruolo dell’editore. Un mercato nuovo tutto da comprendere e padroneggiare, dove “gli euro del fisico potrebbero diventare centesimi del digitale”, e dove nuovi attori si affacciano con aggressività, impone di allargare il campo, ridefinire e ottimizzare i workflow, ampliando i servizi intorno al contenuto ma anche le possibilità commerciali che, in un’economia di scala come quella possibile in Rete, diventano globali.</p>
<p>Oggi più che mai gli editori devono essere i primi a mostrare il valore aggiunto che portano, creando ecosistemi intorno a lettori e autori e ridefinendo di conseguenza il ROI, il ritorno dell&#8217;investimento.</p>
<p>Le parole di Granieri chiudono e rilanciano la sfida:</p>
<blockquote><p>L&#8217;editoria oggi &#8211; come non mai &#8211; è un settore ad alta innovazione.</p></blockquote>
]]></content:encoded>
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		<title>Io editore, tu HTML 5</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 08:35:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Brivio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria digitale]]></category>
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		<category><![CDATA[Jeremy Greenfield]]></category>
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		<description><![CDATA[I rilasci di formati proprietari per ebook basati su HTML 5, impongono di considerare il peso di questa tecnologia nell'editoria e l'applicazione di EPUB 3.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Jeremy Greenfield (<a href="https://twitter.com/#!/JDGsaid">@JDGsaid</a>), direttore editoriale di Digital Book World – polo di aggregazione e divulgazione di conoscenze importante nel panorama internazionale dell’editoria digitale – ha pubblicato un interessante articolo dal titolo evocativo: <a href="http://www.digitalbookworld.com/2012/how-publishers-should-prepare-for-epub-3/">How Publishers Should Prepare for EPUB 3</a>.<span id="more-8442"></span></p>
<p>Dopo aver ricordato come al centro delle potenzialità espressive di EPUB 3 ci sia HTML 5, la conclusione raggiunge il centro del bersaglio senza incertezze:</p>
<blockquote><p>Publishers [...] need to build their own HTML 5 development teams or at least hire a knowledgeable liaison for any vendors they work with.</p></blockquote>
<p>Insomma, per far fronte alle esigenze del mercato e di EPUB 3, gli editori dovranno allagare i team di sviluppo, introducendo tutto il know-how possibile su HTML 5. Il ragionamento, come si dice, non fa una grinza ma forse pecca di eccessiva fiducia verso la reale diffusione di EPUB 3. Del resto è lo stesso Greenfield a ricordare che:</p>
<blockquote><p>Many of the features of EPUB 3, as it’s called, can’t currently be rendered by most e-reading software. Meaning, if a book publisher created a new e-book using EPUB 3 to embed a Google map or a Twitter feed, the book wouldn’t work properly on most e-readers.</p></blockquote>
<p>Il supporto al nuovo standard EPUB e alle sue possibilità <em>enhanced</em> è oggi pressoché nullo. La multimedialità che alcuni motori di rendering presentano o promettono è semmai legata a implementazioni di HTML 5, non certo della specifica EPUB 3, e confinata su determinati device. E lontani da EPUB 3 si muovono due dei principali player del mercato, Amazon (il cui formato <a href="http://www.amazon.com/gp/feature.html?docId=1000729511">KF8</a> è compatibile solo con Kindle Fire) e Apple (il cui iBooks Author permette di salvare nei formati <a href="http://www.glazman.org/weblog/dotclear/index.php?post/2012/01/20/iBooks-Author-a-nice-tool-but">IBA e IBOOKS</a> entrambi compatibili solo con iBooks sui dispositivi mobili di Cupertino).</p>
<p>Gli editori faranno quindi bene a prepararsi a HTML 5, ma che questo servirà a creare ebook in formato EPUB 3 è ancora tutto da vedere, mentre la necessità di confrontarsi con formati proprietari è più concreta, con tutto quello che potrebbe significare sia in termini di costi, sia di esperienza per l&#8217;utente finale, il lettore spinto a scegliere tra ecosistemi chiusi.</p>
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		<title>L&#8217;insostenibile relatività della privacy</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 13:12:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucio Bragagnolo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le definizioni di privacy e di dato sensibile, nonché di minaccia alla riservatezza individuale, hanno superato i confini della ragionevole soggettività.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il giornalista Paolo Attivissimo <a href="http://attivissimo.blogspot.com/2012/01/screenshot-automatici-con-safari.html">scopre</a> nel suo computer l’esistenza di una cartella di istantanee delle pagine web da lui visitate, usate dal sistema operativo per le anteprime visive della cronologia e dei siti più visitati, e ne fa anche una questione di privacy.<span id="more-7977"></span></p>
<p>Nel frattempo la Electronic Frontier Foundation (EFF) <a href="https://www.eff.org/2011/october/amazon-fire’s-new-browser-puts-spotlight-privacy-trade-offs">ha analizzato</a> il comportamento di <a href="http://amazonsilk.wordpress.com/">Silk</a>, il browser di serie di Kindle Fire, la cui modalità di funzionamento standard fa passare il traffico dell’utente sui server cloud di Amazon allo scopo di aumentare le prestazioni:</p>
<blockquote><p>Cloud acceleration mode is the default setting, but Amazon has assured us it will be easy to turn off on the first page of the browser settings menu. When turned off, Silk operates as a normal web browser, sending the requests directly to the web sites you are visiting.</p></blockquote>
<p>Vien fuori che Silk è rispettoso della <em>privacy</em> in quanto può essere fatto funzionare come Safari, che per Attivissimo è a rischio confidenzialità.<br />
Il concetto di privacy trattato a colpi di relativismo consente di filtrare evangelicamente il moscerino e ingoiare il cammello. Chiunque può lanciare un allarme indipendentemente dalla sua fondatezza. Il <em>dato sensibile</em> è un bersaglio mobile ostaggio di sensibilità arbitrarie.</p>
<p>Urgono definizioni stringenti, una codificazione ragionevole che compensi la tendenza della soglia di allarme verso il livello zero. Da dove cominciamo?</p>
<p><object width="460" height="300"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/_u7F_56WhHk?version=3&amp;hl=it_IT"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/_u7F_56WhHk?version=3&amp;hl=it_IT" type="application/x-shockwave-flash" width="460" height="300" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p class="wp-caption-text">La videopresentazione di Silk da parte di Amazon.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>«Cari editori, bisogna provare, provare&#8230;»</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Nov 2011 07:30:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federica Dardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria digitale]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Gallo]]></category>
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		<category><![CDATA[Marco Giacomello]]></category>
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		<category><![CDATA[Nicola Cavalli]]></category>
		<category><![CDATA[Salvatore Nascarella]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Soranna]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 25 novembre prossimo lo IED di Milano ospita la terza edizione di LibrInnovando, convegno dedicato al futuro digitale dell'editoria ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://librinnovando.it/">Librinnovando</a> giunge alla terza edizione in un momento di grande euforia per l&#8217;editoria digitale italiana, tra attese per l&#8217;infornata natalizia di dispositivi mobili e aumento esponenziale dell&#8217;offerta di titoli nei formati elettronici. Il 25 novembre allo IED si parlerà, tra l&#8217;altro, di contrattualistica per il digitale, di marketing e valore del contenuto, di contenitori e di digital lending. editoriali innovativi, di didattica ed e-learning. Anche Apogeo <a href="http://librinnovando.it/sponsorship/apogeo.html">sarà presente all&#8217;appuntamento</a> con una novità: la nuovissima collana di ebook dedicati all&#8217;<a href="http://www.apogeonline.com/editoriadigitale">editoria digitale </a>in uscita proprio in questi giorni. Abbiamo chiesto a Nicola Cavalli, fondatore e organizzatore dell&#8217;appuntamento, di presentarci le peculiarità di Librinnovando in un anno che ha visto alternarsi diversi appuntamenti specializzati. «Sotto molti aspetti LibrInnovando è unico», dice.<span id="more-7442"></span></p>
<p><strong>In che senso è unico, Cavalli?</strong></p>
<p>In primis ci teniamo a evidenziare l’ottimo rapporto qualità/prezzo: gli eventi del 2011 sul tema, ormai diventato veramente “caldo” sono stati tutti a pagamento, spesso anche abbastanza oneroso. LibrInnovando, alla terza edizione, è sempre rimasto gratuito. Quest’anno abbiamo abbinato un workshop operativo sulla creazione dei libri digitali, focalizzato sull’epub, a pagamento (comunque abbastanza contenuto). LibrInnovando è poi particolare perché nasce da una mia idea ed è organizzato da Ledizioni e Libreria Ledi, le società di cui sono socio, ma dal secondo anno e soprattutto in quest’anno, siamo passati ad una organizzazione collegiale. C’è un comitato scientifico e organizzativo fatto di persone che lavorano in editoria, ma che, a titolo personale, hanno scelto di dedicare tempo, risorse e molta passione per organizzare questa giornata. Credo sia un fatto anche questo unico. Vengo intervistato io, ma devo quindi ringraziare Alessandro Gallo, Salvatore Nascarella, Marco Giacomello, Marilù Manzolillo e Stefano Soranna. Marco in particolare ha portato una carica innovativa incredibile.</p>
<p><strong>Perché avete scelto Milano?</strong></p>
<p>Ledi è sempre stata a Milano e abbiamo sempre avuto sostegno dallo IED di Milano, che è partner dell’evento, e quindi ci sembra naturale organizzarlo a Milano.</p>
<p><strong>Chi, tra gli speaker in scaletta, sei ansioso di ascoltare e perché?<br />
</strong><br />
Un po’ tutti ovviamente. Le sessioni sono molto diverse fra di loro e toccano diversi aspetti del variegato mondo editoriale, con il minimo comune denominatore del tentativo di capire quale è la portata innovativa del digitale per i diversi ambiti. Mi preme sottolineare che chi viene come relatore non ha nessun rimborso: lo fa perché sposa lo spirito di LibrInnovando, di condivisione, scambio e opportunità di conoscenze e stimoli. O più semplicemente di passione per il nostro lavoro, i libri e l’editoria in genere.</p>
<p><strong>Quali ritieni essere le caratteristiche peculiari del mercato editoriale italiano dell&#8217;era digitale, sia in termini di opportunità che di debolezze?<br />
</strong><br />
Il digitale, purtroppo, riesce a massimizzare le economie di scala. In generale la debolezza del mercato italiano, in rapporto  a quello angloamericano, di lingua inglese, è la sua scala. Tante innovazioni che si vedono oltreoceano, per l’inglese e progressivamente anche per le altre lingue più diffuse, qui non hanno la scala per essere economicamente sostenibili e per realizzarsi a pieno. D’altronde fare innovazione a livello italiano è più semplice&#8230; spesso basta guardarsi un po’ in giro e si trovano soluzioni già sperimentate all’estero che in Italia non ci sono.</p>
<p><strong>Il settore editoriale è in grande cambiamento. Quali conseguenze avranno le trasformazioni in atto sulla filiera produttiva?</strong></p>
<p>Il digitale permette una certa disintermediazione logistica e fisica e quindi il valore aggiunto deve essere creato in altri ambiti. Il selfpublishing, inteso come macrofenomeno, non solo alla “Lulu” per intenderci, deve essere visto come una necessità per tutti gli attori della filiera di cercare di offrire valore aggiunto in un modo che sia percepito dagli utenti attuali e dallo stato tecnologico in costante evoluzione. I diversi attori della filiera produttiva che vorranno continuare a prosperare nel nuovo ambiente digitale dovranno “rimediarsi”.</p>
<p><strong>In che modo i Drm possono impattare sulla distribuzione dei contenuti? Quale politica consiglieresti a un editore in tal senso?</strong></p>
<p>Se io lettore o più in generale io utente trovo una cosa scomoda tendo a evitarla o a scegliere altri modi di fruirla (leggi pirateria), quindi il consiglio agli editori e di cercare di evitare questi sistemi. Le relazioni di fiducia con i propri lettori saranno sempre più importanti, il consiglio è di porre molta attenzione a svilupparle.</p>
<p><strong>Quali caratteristiche, rispetto al tradizionale libro di carta, deve avere un ebook per essere considerato un buon prodotto?</strong></p>
<p>Intanto deve essere comodo come il libro di carta e il testo deve essere curato come nei libri di carta, aspetti su cui ancora si può migliorare e sui quali si vedono talvolta delle mancanze. Poi la possibilità, se letto su dispositivo idoneo, di avere un ricco apparato ipertestuale e multimediale diviene secondo me molto interessante. Purtroppo di ebook, non di app, che siano veramente prodotti digitali e multimediali, non solo repliche del cartaceo se ne vedono ancora pochi.</p>
<p><strong>Il prezzo è uno dei fattori su cui il dibattito ha assunto i toni più accesi. Quali fattori devono essere tenuti presenti nel valutare il prezzo di un ebook?</strong></p>
<p>Il primo sicuramente è quello del margine dell’editore. È ciò che dice la vulgata: “non si hanno costi di stampa” è vero; che non si abbiano costi di distribuzione è falso, sono solo minori; che non si abbiano rese è anche vero. Ma ciò che non si evidenzia mai è che il mercato, in Italia, è talmente piccolo, che le copie vendute per titolo sono così poche che i costi di produzione incidono molto di più. Se si riescono a raggiungere le migliaia di copie allora i prezzi del digitali possono essere anche molto più bassi.</p>
<p><strong>Attualmente la maggior parte degli ebook somiglia alla propria controparte cartacea, ma le possibilità offerte dall&#8217;interattività e dalla multimedialità potrebbero ben presto trasformare il prodotto-libro. Cosa pensi degli <em>enhanced book</em> e in che modo pensi potranno cambiare le abitudini dei lettori? </strong></p>
<p>Spero di vederne sempre più esempi, mi incuriosiscono molto. Penso che le abitudini dei lettori, soprattutto dei famosi <em>digital native</em>, che stanno diventando adesso dei lettori, siano già cambiate, dato che vivono in una società “multi schermo/multitouch”. L’enhanced ebook è uno dei modi che hanno gli editori per continuare ad essere rilevanti per questi nuovi lettori.</p>
<p><strong>Ebook ma anche applicazioni (per iOS o Android). Cosa ne pensi?</strong></p>
<p>Penso che a mio figlio piacciono un sacco, ma anche a me. Sono io il colpevole! Penso che però il testo, la linearità, l’approfondimento, la riflessione, siano quasi del tutto assenti dal mondo delle app (escludiamo qui ovviamente <em>The Waste Land</em> di TouchPress) e sono comunque aspetti importanti per la formazione di una personalità completa.</p>
<p><strong>Gli ereader si stanno moltiplicando e la compatibilità tra dispositivi, formati e sistemi di protezione non rende ai lettori la vita facile. Quali consigli daresti a chi vuole acquistare un lettore digitale?</strong></p>
<p>Di comprarlo e di non aspettare, tanto fra sei mesi ce ne sarà sempre uno migliore. Ormai la scelta è se Amazon o non Amazon. Amazon certo offre un ottimo reader, a prezzi molto concorrenziali, e una selezione di libri di sicuro interesse (anche in Italia), ma anche altre scelte possono ancora essere soddisfacenti. Il Cybook Odyssey in uscita in questi giorni sembra ad esempio un ottimo reader.</p>
<p><strong>Come impattano le caratteristiche dei diversi dispositivi e motori di rendering nella realizzazione del prodotto editoriale?</strong></p>
<p>Si è sempre nel dilemma fra compatibilità e performance. Speravo che fosse un dilemma solo per gli informatici e gli sviluppatori di tecnologia, invece è un problema anche per gli editori. Bisogna provare, provare, provare…</p>
<p><strong>Personalmente, su quale device preferisci leggere ebook?</strong></p>
<p>Sono stato uno dei primi entusiasti dell’inchiostro elettronico, ho avuto e sono stato rivenditore dell’Iliad della iRex, rivendiamo tuttora molti modelli ad inchiostro elettronico e ne provo diversi, trovo la tecnologia molto utile per determinati scopi. Ma devo ammettere che leggo pochi ebook. A “causa” della mia collaborazione con NumediaBios dell’Università di Milano Bicocca “devo” divorare costantemente articoli e letteratura scientifica a cui accedo e talvolta scarico, via internet. Quindi trovo più comodo iPhone e iPad.</p>
<p><strong>Un ultima domanda: qual è il primo ebook che hai acquistato?</strong></p>
<p>Sinceramente non ricordo, sarà però stato sicuramente un qualche articolo scientifico pagato carissimo!</p>
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		<title>La bolla che deforma il tuo sguardo sul mondo</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Oct 2011 06:30:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federico Guerrini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Amazon]]></category>
		<category><![CDATA[Eli Pariser]]></category>
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		<category><![CDATA[Tim Berners Lee]]></category>
		<category><![CDATA[Yahoo!]]></category>

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		<description><![CDATA[Che cosa succede se i risultati dei motori di ricerca e i contenuti dei social network seguono criteri e selezioni di fonti completamente basate su chi li consulta? Secondo Eli Pariser poco di buono]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In molti, quando un paio di settimane fa il guru del free software Richard Stallman ha espresso la sua soddisfazione per «la fine dell&#8217;influenza negativa di Steve Jobs sul mondo del software», hanno pensato che il vecchio Richard avesse perso una buona occasione per stare zitto. Però un po&#8217; bisogna capirlo: dopo una vita spesa a lottare per le libertà digitali, il panorama che oggi si trova davanti è un mondo di software proprietari, e la stessa internet è ben lontana dall&#8217;essere quella promettente prateria di anarchia creativa che sognava. È, piuttosto, una rete fatta in maniera crescente su misura per le imprese, in cui le logiche del mercato sono riuscite a imbrigliare e addomesticare ciò pareva per sua natura infinito e sfuggente perché in continuo mutamento. E stanno imponendo le loro leggi, nel cui computo non entrano considerazioni di tipo etico o politico.<span id="more-7001"></span></p>
<h5>Patto sociale</h5>
<p>I legislatori statali sono impossibilitati a regolare fenomeni per loro natura sovranazionali, e sono troppo lenti: una volta che avessero raggiunto il consenso su una proposta per regolamentare internet, la rete sarebbe già andata oltre. Perciò, come ha detto <a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/tecnologia/grubrica.asp?ID_blog=30&amp;ID_articolo=9077">qualche mese fa</a> Luca Ascani, Ceo di Populis e uno dei soli tre italiani invitati all&#8217;e-G8 voluto da Sarkozy a Parigi, «su Internet le regole le fanno le aziende». Che sono sempre più potenti e sempre meno: Amazon da sola ospita sui suoi server migliaia di siti che dipendono dalla sua infrastruttura per la loro stessa esistenza. Microsoft, Facebook, Google, Yahoo!. Più qualche altra di minori dimensioni. Stallman non è solo nella sua disillusione e nel timore per la piega che sta prendendo la rete: uno dei papà di quest&#8217;ultima, Sir Tim Berners-Lee aveva cercato di risvegliare le coscienze lo scorso anno con un pamphlet su Scientific American intitolato <a href="http://www.scientificamerican.com/article.cfm?id=long-live-the-web">Long live the Web &#8211; A Call for Continued Open Standards and Neutrality</a>.</p>
<p>Nell&#8217;articolo, Berners-Lee se la prendeva soprattutto con chi aveva tradito i principi fondanti il patto sociale del cyberspazio: l&#8217;accesso garantito a tutti i contenuti per chiunque disponesse di una connessione, indipendentemente dalla lingua parlata, dal conto in banca, dall&#8217;etnia di appartenenza e da eventuali disabilità. Il sorgere di giardini recintati come Facebook, in cui i contenuti postati sono riservati soltanto agli iscritti e non scandagliabili dai motori di ricerca e il comportamento di alcuni provider, che hanno deciso d&#8217;arbitrio di limitare la banda destinata a particolari utilizzi – leggi <em>file sharing</em> – erano alcune delle cose che davano particolarmente fastidio al grande scienziato britannico. Ma l&#8217;appello di Berners-Lee, dopo le debite attestazioni di stima da parte dei giovani miliardari divenuti tali facendo proprio quello che lui aveva stigmatizzato, fu lasciato cadere nel nulla. Arrivava tardi: i mercanti avevano già invaso il Tempio. Il che non significa naturalmente che non esista più la libertà su internet; il web è talmente vasto che nessuna corporation, o nessuno Stato, può dominarlo del tutto.</p>
<h5>Frammenti</h5>
<p>Quello che i grandi gruppi commerciali sono riusciti a fare è cambiare <em>l&#8217;esperienza</em> che del web ha ciascun utente: il viaggio di ciascuno verso gli orizzonti cibernetici non è più quel balzo verso l&#8217;ignoto, certo scomodo e con alcuni potenziali pericoli, che permetteva di scoprire a ogni passo gemme insospettate. Assomiglia a una gita organizzata in cui ciascuna tappa, perfino ciascuna deviazione, è pre-confezionata attorno all&#8217;utente per offrirgli un&#8217;esperienza personalizzata: contenuti tarati su quello che si è cercato e navigato sul web in precedenza, sui consigli degli amici, sui cinguettii di Twitter e sui “like”. Annunci pubblicitari che ti inseguono e che, per scoprire chi sei e quali sono i punti deboli su cui far leva per una vendita, utilizzano le enormi banche di dati accumulati da società che nessuno ha mai sentito nominare ma detengono un potere economico e politico, in senso lato, con pochi precedenti.</p>
<p>Società come Acxiom, che nei suoi sterminati data center situati in Arkansas conserva circa 1.500 frammenti di informazione per ogni appartenente a quel 96% di americani (e mezzo miliardo di persone nel resto del mondo) da lei catalogati: dal numero della carta di credito, all&#8217;indirizzo, ai debito accumulati, ai gusti sportivi alle opinioni politiche, alla patente di guida e molto altro ancora.  Lo racconta con grande dovizia di particolari il giornalista e attivista <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Eli_Pariser">Eli Pariser</a>, che sull&#8217;argomento della personalizzazione della rete ha scritto un intero libro, <a href="http://www.thefilterbubble.com/">The Filter Bubble</a>. Nel primo capitolo cita il caso di una ricerca effettuata con Google da due persone di estrazione e visione del mondo simili, entrambe residenti nel Nord Est degli Stati Uniti. L&#8217;oggetto della query era lo stesso: la macchia d&#8217;olio versata dalla British Petroleum nel Golfo del Messico, ma mentre la prima navigatrice fra i primi risultati otteneva link a notizie sul disastro ambientale, alla seconda venivano proposte soltanto notizie sugli investimenti finanziari dell&#8217;azienda. Anche il numero totale di risultati era differente.</p>
<h5>Bolle individuali</h5>
<p>Google era impazzito? Niente di tutto ciò: nonostante quello che credono molti non addetti ai lavori, da tempo l&#8217;algoritmo di Mountain View ha cessato di essere un arbitro freddo e imparziale. E precisamente dal 4 dicembre 2009, quando un post sul blog societario annunciò l&#8217;avvio della <em>personalized search</em>. A partire da quel giorno, Google avrebbe usato 57 “segnali” (oggi sono molti di più), dal luogo di connessione al tipo di browser, alle ricerche precedenti, per scodellare risultati su misura. La motivazione di fondo è la medesima di quella offerta da Facebook per spiegare come mai, se si hanno migliaia di amici, nella bacheca degli utenti vengono evidenziati soltanto i post provenienti dalle persone con cui si interagisce di più o che paiono avere i nostri stessi gusti: dare alla gente quello che vuole. Evitare i contrasti. Tutto molto bello, in apparenza, e finché si tratta di scoprire gruppi musicali che probabilmente ci vanno a genio, visto che piacciono anche al nostro contatto.</p>
<p>Il punto, spiega Pariser, è che questo rischia di rinchiuderci in bolle in cui ciascuno vede solo la parte del web che è stata selezionata per lui da curatori invisibili. Una parte concepita come uno specchio perfetto di quella che qualcun altro ha individuato essere la nostra personalità digitale, e in cui non c&#8217;è spazio per il confronto, il dialogo, l&#8217;imprevisto. Il monito di Pariser ha alcune caratteristiche in comune con quello lanciato l&#8217;anno prima da Jaron Lanier nel suo <a href="http://www.jaronlanier.com/gadgetwebresources.html">You&#8217;re not a gadget</a>. Ma se entrambi vedono il rischio dell&#8217;appiattimento dell&#8217;isolamento e della banalizzazione di un web che ha tradito le sue radici, l&#8217;autore della “bolla filtrante” va oltre. L&#8217;idea di vezzeggiare e rafforzare con contenuti ad hoc le convinzioni di un certo navigatore può portare a effetti perversi: se il motore di ricerca sa, ad esempio, che chi è alla tastiera è una persona povera o illetterata, gli fornirà i contenuti che ritiene adatti: chi naviga potrebbe non venire nemmeno mai a conoscenza dell&#8217;esistenza di determinate opportunità economiche o culturali.</p>
<h5>Terreno comune</h5>
<p>In un mondo che si informa sempre più attraverso il web se all&#8217;elettore che ha sempre votato democratico o repubblicano (o, in Italia, Berlusconi o Pd) vengono nascoste le voci dissonanti, quelle che potrebbero mettere in discussione le sue convinzioni e magari aprirgli gli occhi su determinati problemi, come sarà possibile trovare un punto di terreno e di conversazione comune? Alla fine, è lo stesso spazio pubblico che ne viene logorato. E se il palinsesto del quotidano che leggo su Facebook è composto dagli articoli più letti dai miei amici e da quelli prediletti dagli iscritti al network nel loro complesso, è probabile che nel mio <em>stream </em>non comparirà mai quel disturbante e noioso articolo sulla siccità in Somalia. Che, magari mi avrebbe reso più consapevole come cittadino e come essere umano, ma impallidisce e scompare davanti al didietro di Belèn che di certo fa più audience.</p>
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		<title>Dati personali, il petrolio dell&#8217;economia digitale</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Oct 2011 06:30:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessio Jacona</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Benzina per il web sociale, ricchezza per chi ci mette le mani sopra. Tra privacy e publicy, il dibattito sulle posture sociali dei cittadini digitali non è mai stato così movimentato]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Vogliono le nostre identità, sapere cosa pensiamo, sogniamo, desideriamo. Chi sono i nostri amici, quali i nemici, e che genere di relazioni ci legano a loro. Hanno bisogno di seguire ogni nostro movimento, documentarlo, catalogarlo e analizzarlo. Come nello splendido <em>The Matrix</em>, dove software senzienti sottomettono e sfruttano esseri umani trasformati in batterie viventi, così i giganti della rete (quelli con la G maiuscola, per intenderci) ci intrappolano con ogni genere di servizio “gratuito” e si nutrono dello “storytelling” delle nostre vite. O meglio, della sua puntuale rappresentazione digitale in forma di dati personali, mietuti e raccolti come fossero messi con strumenti sempre nuovi e imprevedibili.<span id="more-6888"></span></p>
<h5>Prezzo da pagare</h5>
<p>Un incubo? Non necessariamente. Forse è il prezzo da pagare per vivere nella società dell’informazione e forse viviamo davvero nell’era di quella che Stowe Boyd ha definito <a href="http://www.stoweboyd.com/post/797752290/the-decade-of-publicy">Publicy</a>, dove contrariamente al passato tutto è pubblico di default e semmai bisogna decidere cosa debba essere privato. Del resto Mark Zuckerberg, giovane fondatore di Facebook, lo va dicendo ormai da anni che «il costume è cambiato e oggi le persone che si connettono online per interagire tra loro preferiscono condividere piuttosto che nascondere». Peccato che il ragazzo pontifichi sull’argomento mentre siede comodamente su un colossale conflitto di interessi.</p>
<p>La verità, infatti, è che meno viene nascosto, protetto, “lucchettato” in rete e più c’è da analizzare, indicizzare, associare a pubblicità mirate, profilare, rivendere a terzi. Le applicazioni sono infinite e molto remunerative. E sempre di più sono gli strumenti per raccogliere questa preziosa materia prima. Prendiamo l’ultima creatura di Amazon, il Kindle Fire: come fa notare Marshal Sponder, data analyst autore del blog <a href="http://www.webmetricsguru.com/">WebMetricsGuru</a> e ora del bel libro <em>Social Media Analytics</em>, «grazie al Silk Browser Amazon avrà accesso a una quantità di dati che non ha paragoni nel mercato». Ciò dipende dal fatto che, per funzionare, il browser del Kindle Fire si appoggia sul cloud computing dell’azienda americana di fatto filtrando (seppur in maniera anonima) ogni movimento online dei suoi utenti. Dove vanno, per quanto tempo, quante volte e così via. «La privacy di questi tempi è un concetto che sta lentamente svanendo», aggiunge Sponder. E ha ragione.</p>
<h5>Motore</h5>
<p>Per alcuni è una straordinaria opportunità di inventare nuovi servizi, di studiare soluzioni a problemi complessi, di creare valore. Per altri è l’alba di una nuova schiavitù:  «L’enorme massa di dati personali che ogni giorno gli utenti riversano in Rete è il nuovo petrolio, il motore della nuova economia». A parlare è <a href="http://andrewkeen.typepad.com/">Andrew Keen</a>, imprenditore e scrittore noto per le sue posizioni fortemente critiche (per usare un eufemismo) nei confronti della rete. E che aggiunge: «Ogni singola startup o azienda affermata in questa new economy, da LinkedIn a Facebook, da Foursquare a Twitter, dipende direttamente da noi, e dai dati che decidiamo volontariamente di condividere. Dati su intorno a cui si costruiscono servizi, ma che vengono anche e soprattutto venduti agli advertiser».</p>
<p>Secondo Keen, insomma, siamo in un nuovo «Wild West tecnologico», dove la nostra privacy &#8211; e con essa le nostre vite – è in vendita al miglior offerente. Per questo è necessario che la massa crescente di utenti della Rete acquisisca consapevolezza rispetto al valore dei propri dati, ne recuperi il controllo con l’aiuto dei «governi, che devono farsi avanti e iniziare a regolare il business, a imporre dei limiti». Un compito non semplice &#8211; specie considerando che le persone condividono i propri dati personali volontariamente &#8211; e per il quale lo scrittore anglo-americano propone una sua personale (e controversa) soluzione: «La tecnologia dovrà aiutarci a dimenticare». sostiene, «dandoci modo di rendere alcuni dati deperibili, perché ricordare tutto è disumano. In questo mondo di visibilità e trasparenza radicale, la risorsa che scarseggia è la privacy. Per questo abbiamo bisogno di regole e di servizi, anche commerciali, che consentano di difenderla».</p>
<h5>Aggregazioni</h5>
<p>Euro Beinat, italiano, è ingegnere elettronico e professore presso l’Università di Salisburgo. Beinat si occupa di <em>Internet of things</em> e di <em>Collective Sensing</em>.  In parole semplici, si occupa di «studiare e comprendere come l’enorme quantità di tracce digitali che ci lasciamo alle spalle in rete possano essere aggregate in maniera anonima, analizzate e strutturate per ricostruire, comprendere e infine prevedere le dinamiche di vasti sistemi complessi». Sistemi come intere città, tanto per capirci. Un uso virtuoso dei dati personali focalizzato sul «misurare quante persone sono in un luogo e come si muovono. Simili rilevazioni», spiega infatti Beinat, «consentono ad esempio di garantire la sicurezza della gente prevedendone i movimenti durante grandi assembramenti e organizzando di conseguenza assistenza, servizi, vie d’acceso e di fuga». Lo stesso tipo di rilevazione ha interessanti applicazioni in ambito business, come ad esempio quando si deve stimare il ritorno d’investimento nel turismo: «Se noi aggreghiamo informazioni pubbliche e anonime, tipo il numero di persone che vanno a Roma e i luoghi che frequentano, seguendo quali percorsi in una dato lasso di tempo, allora abbiamo criteri di giudizio completamente diversi per definire il valore degli investimenti fatti, e tutto senza bisogno di violare la privacy del singolo».</p>
<p>Meno ottimistica a riguardo è invece la visione di <a href="http://johansvh.blogspot.com/">Johan Staël von Holstein</a>. Secondo l’imprenditore e internet guru svedese, l&#8217;enorme valutazione economica di Facebook è la prova provata di quale reale valore abbiano i dati personali degli utenti in rete per le aziende. Il problema, spiega,  è «che il business punta a sfruttare questi dati in modi che a noi non portano nessun beneficio, ad esempio bombardandoci con advertising che non vogliamo ricevere, generando sempre più information overload». Non possiamo fidarci di queste aziende, ammonisce von Holstein, «così come non ti puoi fidare ciecamente di tua moglie, del tuo migliore amico e a volte persino di te stesso. Ecco perché ognuno di noi nasconde e deve nascondere dei segreti, a volte persino a se stesso. Ed ecco infine perché, conclude, abbiamo bisogno di poter controllare le informazioni che ci riguardano ed uscire da questa nuova “schiavitù digitale” della quale siamo preda».</p>
<h5>Ecosistemi</h5>
<p>Qualcuno in realtà ci ha già pensato. Come racconta <a href="http://www.freegorifero.com/">Fabio Sergio</a>, design and user experience strategist per Frog, già da un anno e mezzo il World Economic Forum sta lavorando ad un programma chiamato <em>Rethinking Personal Data</em>, il cui obiettivo è proprio capire come sia possibile raccogliere, aggregare e mettere a frutto i dati personali delle persone senza violarne la privacy e anzi dando a governi, aziende e ai cittadini stessi  l&#8217;opportunità di creare valore. «Oggi la vera sfida», sostiene Sergio, «è creare ecosistemi aperti basati su regole di condotta (o «trust networks», come li definisce il WEF) cui le aziende devono aderire per garantire il trattamento dei dati personali nel rispetto delle necessità degli utenti».</p>
<p>Insomma, il compito che ci si para di fronte è imponente: è necessario creare oggi il terreno fertile dove coltivare domani la nuova economia costruita intorno ai dati, anche perché «nei prossimi anni», spiega ancora Sergio, «vedremo un’esplosione di servizi e device come gli smartphone. Strumenti che, grazie ad appositi sensori, produrranno e immetteranno in Rete ancora più informazioni che ci riguardano, dalla semplice geolocalizzazione ai dati biometrici con cui tenere sotto controllo la salute dei soggetti a rischio».  Quello che vediamo emergere oggi e un mondo dove ogni cosa si appresta a essere connessa, dove oggetti “stupidi” messi in relazione attraverso un network producono dati che consentono di prendere decisioni intelligenti.</p>
<h5>Automaticamente</h5>
<p>Dobbiamo quindi essere pronti a gestire la nostra identità in un ambiente dove, come profetizzato da Tim O’Reilly già nel 2008, «la maggior parte dei dati che ci riguardano non sarà inserita in Rete attraverso una tastiera». Un mondo iperconnesso nel quale una parte importante della nostra storia personale sarà raccontata online e quasi automaticamente, attraverso device che ci seguono ovunque. E ovunque, la scommessa del futuro sarà rinunciare alla privacy riuscendo a controllare saldamente la propria publicy.</p>
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