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	<title>Apogeonline &#187; Agcom</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>Italia 2012, banda larga senza futuro?</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Dec 2011 07:30:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Occhi puntati sulla conferenza stampa di fine anno del governo Monti, sperando che venga annunciata una visione strategica per il comparto digitale. Perché fin qui i segnali sono stati a dir poco timidi ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’Italia entra nel 2012 senza ancora un programma per la banda larga del futuro. Sebbene tra esperti e studiosi ci sia consenso che da qui verrebbe la crescita economica. E sebbene altri Paesi europei si stiano mostrando più coraggiosi su questa strada. È sì, certo, anche una questione di coraggio. Perché non si sa se e quando la banda larghissima potrà ripagare gli enormi investimenti necessari (pari a mille euro per casa cablata in fibra). Ma di contro si sa con sufficiente certezza che l’intera economia di un Paese se ne avvantaggerà. A questa mattina, in attesa della conferenza stampa di fine anno del presidente del Consiglio Mario Monti, non è ancora chiaro se il nuovo governo investirà di più del precedente in banda larga (di meno sarebbe del resto impossibile). Ma il problema &#8211; magari non ce ne siamo accorti &#8211; è che anche i privati hanno ridotto a livelli letargici l’entusiasmo per le nuove reti, in Italia. Vediamo il quadro della situazione.<span id="more-7726"></span></p>
<h5>Banda larga</h5>
<p>Dice uno studio Ocse: per ogni euro investito in banda larga, ne vengono 1,3-1,5 euro in più in Pil (Prodotto interno lordo). Per l’Italia il valore ipotizzato è 1,45. Altri studi a conferma del concetto sono riassunti da un <a href="http://www.firstonline.info/a/2011/06/28/calabro-litalia-si-gioca-il-futuro-nelle-reti-di-t/947c12b7-5f8f-4bee-bdbc-04dd35e11f01">recente discorso</a> del presidente dell’Autorità Garante delle Comunicazioni. Che cosa c’è, invece, in Italia ad oggi? Cinquecento milioni. A tanto ammontano i fondi che Infratel ha a disposizione per portare banda larga di prima generazione (almeno 2 Megabit). E ne servirebbero un miliardo &#8211; stima la stessa Infratel &#8211; per eliminare il digital divide entro il 2013, come richiesto dall’Agenda digitale europea. Per l’esattezza, Infratel è una società di scopo che utilizza fondi pubblici (stanziati da vecchie legislature, dalle regioni e soprattutto dall’Unione europea) per portare la fibra ottica vicino a centrali telefoniche e, in futuro, ad antenne radio mobile (poi spetta all’operatore fare l’ultimo pezzetto di collegamento).</p>
<p>Se per la banda larga c’è un’incognita, stagnante e senza futuro sembra invece la situazione per la banda larghissima. Cominciamo da una buona notizia: è partita la società della rete per portare la fibra <a href="http://tariffe.digital.it/trento-ngn-fibra-ottica-per-tutti-in-provincia-di-trento-entro-il-2018-7386.html">nelle case della Provincia di Trento</a>. Poca roba, appena 160 milioni di euro spalmati su sei anni. Da una parte è il primo esempio di accordo possibile tra pubblico e privato per la banda larghissima. Dall’altra, meglio non entusiasmarsi troppo: «Difficilmente sarà replicabile altrove, così com’è. La società pubblico-privata è figlia delle particolari condizioni politiche ed economiche della Provincia di Trento», dice Alessandro Zorer, amministratore delegato di Trentino Network, che porterà la banda larghissima nelle case della provincia non coperte dalla nuova società.</p>
<h5>In Italia e in Europa</h5>
<p>Bisogna quindi vedere oltre Trento. Siamo impantanati <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2011/02/16/prove-tecniche-di-ngn-forse-ora-si-parte">nella situazione di febbraio 2011</a>, con qualche piccolo aggiornamento: la Regione Lombardia ancora tentenna a investire nel progetto fibra ottica poiché manca un accordo con i privati; lo Stato centrale non ha previsto niente a riguardo, ma si è limitato a sbloccare, a dicembre, un miliardo di fondi europei per la banda larghissima al Sud. Poiché sono largamente insufficienti per la fibra ottica nelle case (ci fai solo un milione di appartamenti), forse saranno usati solo a supporto di altri progetti. Che ancora però non si vedono. I privati, da parte loro, vanno avanti con il freno a mano tirato. Gli operatori alternativi a Telecom Italia non hanno fatto più nulla, nonostante gli annunci del passato, complice il fallimento del tavolo aperto con il precedente ministero allo Sviluppo Economico.</p>
<p>Telecom Italia per ora ha lanciato un’offerta 100 Megabit in solo 40.000 appartamenti, per altro a prezzi molto cari (75 euro al mese). Fastweb non intende aumentare la propria copertura storica in fibra (2,2 milioni di unità immobiliari). In Europa invece qualcosa si muove, come dice l’ultimo rapporto Idate, di cui qui forniamo un paio di grafici. Metroweb ha fatto annunci generici di copertura, comunque limitata <a href="http://blog.wired.it/bandastretta/2011/10/10/il-nuovo-piano-banda-larghissima-chiarimenti.html">a poche città del Nord</a>. L’Europa dell’Est, la Russia e la Francia continuano ad ampliare le reti. BT e Virgin nel Regno Unito e le municipalità tedesche hanno piani di sviluppo nel 2012. La sola BT pensa di coprire il 66% del Regno Unito <a href="http://www.itpro.co.uk/634174/the-great-fibre-debate">entro il 2015</a>. Il vecchio piano di Telecom Italia &#8211; per altro in ritardo sulla tabella di marcia, come ammesso dallo stesso operatore &#8211; prevedeva il 50% dell’Italia entro il 2018.<strong> </strong></p>
<h5>Il nuovo governo</h5>
<p>L’Italia rischia insomma di essere il solo Paese del G8 a restare esclusa dal futuro della banda larga. Insomma, le carte sono chiare: serve proprio una spinta del nuovo governo per sbloccare la situazione. Potrebbe essere in termini di nuovi investimenti e/o di incentivo ai progetti. Purché non faccia l’errore del precedente governo, che ha fatto scappare Telecom Italia dal tavolo per eccessivo dirigismo (come <a href="http://punto-informatico.it/3188006/PI/News/ngn-bernabe-contro-tavolo-romani.aspx">dice</a> la stessa Telecom). Fino a qui i segnali sono stati troppo timidi. Alcuni davvero negativi: nel primo via libera Cipe dopo tanto tempo <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Economia%20e%20Lavoro/2009/11/cipe-infrastrutture.shtml?uuid=0d5a8cbe-cade-11de-aaae-8b008265c0a7&amp;DocRulesView=Libero">non ci sono</a> i soldi promessi alla banda larga. Nella formazione del governo non c’è nessuna delega all’Innovazione, alle Comunicazioni e tantomeno all’Agenda digitale (il precedente almeno aveva le prime due).</p>
<p>La migliore buona notizia che arriva da quella parte è quindi l’impegno <a href="http://www.repubblica.it/politica/2011/12/18/news/passera_manovra-26829379/">a fermare</a> il regalo delle frequenze alle tv. Un impegno ancora da verificare nella sostanza e nelle conseguenze (si vocifera che potrebbe dare quelle frequenze alla banda larga, come del resto la Commissione europea spinge a fare entro il 2015). Ma comunque è il primo segnale di discontinuità rispetto al precedente “televisivo” governo. Adesso bisognerà scoprire se la strategia statale dell’innovazione si limita alla possibilità di fare cassa (con l’asta delle frequenze). O porterà anche a investimenti in banda larga, a vantaggio del Paese.</p>
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		<title>Ecco la delibera Agcom, che cosa è cambiato?</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Jul 2011 14:42:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Editoria digitale]]></category>
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		<category><![CDATA[pirateria]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo le polemiche e le mobilitazioni, l'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni fa parziale marcia indietro sulle misure per il contenimento della pirateria. Le novità e le prime valutazioni]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cerbero è mutato in cucciolo. La delibera Agcom sulla pirateria adesso fa poca paura, anche se restano alcuni pericoli, che sarà possibile comunque arginare nei prossimi 60 giorni di consultazione pubblica, prima della decisione finale dell’Autorità. La conferma è <a href="http://www.agcom.it/default.aspx?DocID=6693">nel testo pubblicato venerdì mattina</a>. È una «grande, meravigliosa vittoria», se la si vede rispetto al testo precedente, come commenta Fulvio Sarzana, avvocato esperto di diritto d’autore online e <a href="http://sitononraggiungibile.e-policy.it/">promotore della protesta</a>. Questo già è un elemento che può far riflettere: le proteste sul web sono servite, sono riuscite a catalizzare personalità e politici bipartizan (Pd, Idv e Fli) e alla fine hanno obbligato Agcom a togliere gli aspetti più pericolosi per la libertà di espressione online. E cioè: il potere di oscurare siti senza passare dalla magistratura e il carico di responsabilità sui provider internet. L’Autorità si è resa conto di non avere copertura normativa per quelle cose e che quindi avrebbe rischiato una bocciatura al Tar del Lazio o in sede comunitaria.<span id="more-6160"></span></p>
<p>Sì, ma rispetto alla attuale ordinamento, le novità sono positive o negative? Alcune addirittura sono positive, anche se di incerta validità pratica: garanzie inedite a favore dell’utente/uploader di contenuti su un sito; introduzione del concetto di fair use (Agcom permette di pubblicare sul web, in certi casi, anche cose coperte da copyright e senza autorizzazione). L’aspetto negativo di fondo è che c’è ancora, almeno in parte, il <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2011/06/30/la-fretta-di-agcom-metta-a-rischio-il-web-italiano">rischio di processo sommario</a> ai danni dei siti italiani. Aspetto che ha convinto Guido Scorza <a href="http://espresso.repubblica.it/dettaglio/libero-web-la-battaglia-e-lunga/2155724">a restare pessimista</a>, nonostante tutto. Vediamo il dettaglio per capirci di più.</p>
<h5>Siti italiani</h5>
<p>Agcom ha stabilito una doppia procedura. Per prima cosa, ci deve essere una fase in cui il detentore di diritti contatta il sito per fargli rimuovere il contenuto o il link a un’opera protetta (di qualsiasi tipo: audio, video, giornali). Il gestore del sito o del servizio audiovisivo, «laddove possibile», deve avvisare l&#8217;uploader/utente che potrà pure difendere quanto ha pubblicato. Solo se le parti non si mettono d&#8217;accordo, possono contattare l’Autorità. Il detentore può chiederle di far rimuovere un contenuto, un link o di far cessare una trasmissione online (web tv o web radio). L’utente/upload può rivolgersi invece protestare contro una rimozione decisa dal sito che ubbidisce alla segnalazione («notice and take down»). A questo punto Agcom studia la vicenda e, se considera fondata la protesta, manda via e-mail al gestore del sito o del servizio la notifica dell’avvio del procedimento. Importante il comma quarto dell’articolo nono: «La  comunicazione  di  avvio  del  procedimento  istruttorio  contiene  una  sommaria esposizione dei fatti, l’indicazione della violazione accertata, dell’ufficio competente e del  responsabile  del  procedimento  al  quale  è  possibile  presentare  eventuali  scritti difensivi attraverso l’invio all’indirizzo di posta certificata dell’Autorità entro il termine di quarantotto ore dalla ricezione della comunicazione di avvio e, infine, del termine di conclusione del procedimento istruttorio».</p>
<p>Solo due giorni, quindi, per difendersi davanti all’Autorità (fatta salva però la fase precedente di dibattito diretto con il copyright owner). Per di più, solo tramite posta elettronica certificata, strumento adesso molto poco diffuso. Se la norma passa così, sarà bene che tutti i siti attivino una casella… Passati dieci giorni, Agcom può archiviare il caso in via amministrativa oppure stabilire che in effetti il sito ha commesso un illecito (non rimuovendo o rimuovendo quel contenuto, a seconda che la protesta venga dal detentore di copyright o dall’utente). Gli dà quindi altre 48 ore di tempo per rispettare l’ordine dell’Autorità (togliere il contenuto o ripristinarlo; far cessare una trasmissione online). Se non lo fa, parte una procedura sanzionatoria con multe fino a 250 mila euro («sanzione amministrativa pecuniaria di cui  all’articolo 1, comma 31, della legge 31 luglio 1997, n. 249»).</p>
<h5>Siti esteri ed esclusioni</h5>
<p>I siti «siti i cui nomi di dominio siano  stati  registrati  da  un  soggetto  non  residente  o  non  stabilito  in  Italia  e  che diffondano  contenuti  in  violazione  del  diritto  d’autore” subiscono sorte diversa. Il deterrente non può essere la multa, ovviamente. Così Agcom, dopo aver riscontrato la violazione, farà così: richiamerà i gestori dei siti al rispetto della legge sul diritto d’autore; se la violazione persiste, «richiederà  la  rimozione  selettiva  dei contenuti  oggetto  di  segnalazione» o la «cessazione  della  trasmissione  o  della  ritrasmissione  di programmi audiovisivi». In caso di ulteriore rifiuto, Agcom segnalerà la vicenda all’autorità giudiziaria.</p>
<p>Tutti i commentatori hanno notato positivamente alcune esclusioni, in questa delibera. Agcom non chiederà di rimuovere contenuti o trasmissioni che seguono il principio del fair use, sebbene utilizzino senza autorizzazioni elementi protetti da copyright. Agcom valuterà di volta in volta se è un caso di fair use, tenendo conto dei seguenti criteri: se c’è stato un uso didattico e scientifico; se è esercizio  del  diritto di cronaca, di commento, di critica e di discussione nei limiti dello scopo informativo e dell’attualità; l’assenza della finalità commerciale e dello scopo di lucro; l’occasionalità della diffusione, la quantità e qualità del  contenuto diffuso rispetto all’opera integrale che non pregiudichi il normale sfruttamento economico dell’opera.</p>
<h5>L’impatto reale della norma</h5>
<p>Il grosso enigma ora è la reale efficacia della delibera, nel bene o nel male. Agcom si investe di tanti e tali compiti, dando supporto ai detentori di diritti e degli utenti che si sentono maltrattati dai siti. In teoria questo potrebbe significare un’azione più rapida (forse troppo rapida, cioè sommaria) per togliere contenuti illeciti. Ma anche, per la prima volta, una difesa degli utenti. E’ un’arma spuntata in entrambi i sensi, però. L’Autorità infatti non può agire in quel modo nei confronti dei siti esteri, dov’è il grosso del problema, dal punto di vista non solo dei detentori ma  anche (soprattutto) degli utenti/uploader. Vedi i casi YouTube e Facebook che rimuovono sempre in modo sommario e senza quasi contraddittorio. Contro di loro non ci si può illudere che Agcom possa dare una mano. I detentori avranno man forte contro i siti italiani e potranno sperare di farsi ascoltare di più dalla magistratura nei confronti di quelli esteri, vista la mediazione di Agcom. Ma l’arma qui è spuntata dalle scarse risorse dell’Autorità, che a fatica potrà stare dietro alle segnalazioni. Non a caso, a quanto risulta, Agcom intende chiedere allo Stato nuove risorse per assumere personale, allo scopo.</p>
<p>Anche il fair use è spuntato. Agcom non sta riscrivendo il diritto d’autore. Si limita a introdurre questo principio come esclusione nella propria procedura. Il detentore di diritto può comunque calpestare il fair use andando dal magistrato o ottenendo un notice and take down da una piattaforma estera (come YouTube, appunto), senza che Agcom, in questi due casi, possa intervenire. In fin dei conti, a minare la forza della delibera (nel bene e nel male) è la sua debole copertura normativa, evidenziata dai critici. Agcom ha avuto dal decreto Romani il compito di occuparsi della vicenda, ma non può scrivere regole abbastanza efficaci su questa scorta, visto che non può sostituirsi al compito della magistratura o di un legislatore che scriva le leggi sul diritto d’autore. Né può creare un apparato ad hoc, interno, con risorse umane dedicate a sbrigare questi compiti.</p>
<h5>Fuoco di paglia</h5>
<p>L’effetto possibile quindi è di un fuoco di paglia. Da un certo punto di vista è un sollievo. Ma da un altro punto potrebbe essere un’opportunità mancata. Sarebbe bello se Agcom difendesse davvero gli utenti, a tutto campo, in nome del fair use e nelle loro diatribe con le piattaforme internazionali di hosting. Ma per questi obiettivi, servono leggi internazionali (come quelle che potrebbero venire quest’anno dalla Commissione europea nel nuovo quadro normativo sulla privacy). Ancora una volta, il problema si rivela più grande dei poteri in mano ad Agcom.</p>
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		<title>La fretta di Agcom mette a rischio il web italiano</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Jun 2011 06:30:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La rete è in subbuglio per gli inediti poteri di contrasto alla pirateria che stanno per essere consegnati all'autorità governativa]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La linea dura che Agcom sembra intenzionata a perseguire, contro i siti accusati di facilitare la pirateria, espone internet a vari rischi. È questa l’<a href="http://www.facebook.com/notes/alessandro-gilioli/e-una-porcata-vogliamo-fare-qualcosa/10150248244597230">opinione comune</a> di tutti gli esperti che si sono espressi a riguardo, oltre alle associazioni che hanno lanciato la protesta, tramite <a href="http://sitononraggiungibile.e-policy.it/">Sitononraggiungibile</a>. Questo sito è stato bloccato da un attacco informatico che ha fatto gravi danni, a conferma di quanta tensione c’è da entrambe le parti della barricata. Il polverone della protesta, il desiderio e forse la necessità di gridare più degli altri sono nemici però della comprensione razionale. Rischia insomma di sfuggire il problema di fondo: che cosa rischia davvero il web italiano e perché? Perché una delibera che, a detta dei fautori, andrà a colpire solo i siti e i contenuti che danneggiano il copyright &#8211; bloccandone l’accesso dall’Italia &#8211; viene accusata da tanti esperti di essere una forma di censura di internet?<span id="more-6089"></span></p>
<h5>Il cuore del problema</h5>
<p>Non è un passaggio logico scontato. Agcom e l’industria del copyright (ai cui interessi guarda la delibera) potrebbero avere gioco facile a convincere i molti che l’azione è limitati a siti «della stregua di The Pirate Bay». È la tesi ribadita da Enzo Mazza, presidente della Federazione industria musicale italiana. Il quale inoltre <a href="http://saviano.blogautore.repubblica.it/2011/06/27/se-lagcom-censura-il-web/?ref=HREC2-7">cita</a> leggi a supporto del diritto di Agcom a intervenire in materia. In realtà il punto da mettere a fuoco non è tanto l’oggetto del contendere (la pirateria), quanto le modalità. Che sono tali da esporre a rischi la libertà di espressione e di accesso a informazioni diverse dalla pura e semplice pirateria. Ad oggi c’è solo un <a href="http://www.agcom.it/default.aspx?DocID=5413">testo provvisorio</a> della delibera<a href="http://www.agcom.it/default.aspx?DocID=5413"></a>, ma l’idea che circola in queste ore è che quello definitivo sarà uguale nella sostanza e sarà approvato prima dell’estate, dopo 15 giorni di consultazione pubblica. Molto in fretta, quindi.</p>
<p>Ed è proprio la fretta il nodo della questione. Su questo concordano Guido Scorza e Fulvio Sarzana, avvocati esperti di diritto in rete (il secondo è promotore di Sitononraggiungibile). Le premesse sono tali da lasciare pensare che fretta e superficialità potrebbero caratterizzare non solo la nascita ma anche l’applicazione della delibera. «L’Agcom riceverà le segnalazioni e non le vaglierà perché non ha il tempo e il modo», dice Sarzana. Ha risorse contingentate e non è previsto che aumentino per espletare i nuovi compiti assegnati dalla delibera. Una spia di questo c’è nel testo della bozza, dove si legge che «l&#8217;Autorità si auspica che tutto diventi automatico». L’Hadopi ha mandato 400.000 lettere agli utenti colti a fare pirateria. Nel caso di Agcom, si tratta di siti, il che non è meno complesso. «Il diritto d&#8217;autore non è la pedopornografia o le scommesse online. Per decidere quello che è lecito o quello che non è lecito ci vuole del tempo e della serenità di giudizio e bisogna conoscere gli strumenti della rete, altrimenti ad esempio il blocco Ip oscurerà siti che non c&#8217;entrano assolutamente niente», aggiunge.</p>
<h5>Con la scusa del copyright</h5>
<p>Potranno finire nel mucchio, insomma, tanti siti che con la pirateria non c’entrano niente. Alcuni perché sono stranieri e quindi Agcom non può facilmente ottenere da loro che rimuovano singoli contenuti “pirata”. Oscurerà quindi il relativo Ip (misura descritta nella bozza di delibera). Il rischio sostanziale è che gli italiani non riusciranno a vedere siti esteri leciti e magari anche con informazioni utili, solo perché sullo stesso Ip oscurato. Sui siti italiani, invece, Agcom può fare oscuramenti più chirurgici. Qui il rischio, forse più remoto, è quello indicato da Scorza: con la scusa del diritto d’autore, bloccare video di denuncia che usano spezzoni di filmato o musiche coperte da copyright. Oscuramenti sommari (per faciloneria o malafede) già ci sono adesso, del resto. Figuriamoci quando il compito passerà dalla magistratura (con i suoi tempi e garanzie) ad Agcom.</p>
<p>Ultimo caso, Mediaset ha scritto a YouTube dicendo che c’erano due video “pirata” sul canale dell&#8217;Unione Nazionale Consumatori. Video di qualche minuto tratti da Le Iene e Striscia la notizia nel quale il suo segretario generale parlava di alcune truffe ai danni dei consumatori). Ebbene, dopo una procedura di <em>notice and take down</em> super veloce (due giorni), YouTube ha cancellato l’intero canale dell&#8217;associazione, con tutti i video anche autoprodotti. Senza dare possibilità di replica. La libertà d’espressione è già messa in pericolo dalla faciloneria delle piattaforme internazionali di hosting; rendere sistematici gli oscuramenti per volontà di Agcom può solo peggiorare le cose.</p>
<h5>Come andrà a finire?</h5>
<p>Agcom probabilmente andrà avanti lo stesso. È fortemente intenzionata a farlo, come dimostra la <a href="http://daily.wired.it/blog/banda_stretta/2011/05/06/nuove-norme-agcom-contro-la-pirateria-via-il-tutore-degli-utenti.html">rimozione</a> del solo commissario che poteva rischiare di allungare i tempi e di battagliare sul testo della delibera. La battaglia però andrà avanti, al Tar del Lazio ed eventualmente a Bruxelles. Sarzana e Scorza sono convinti che la delibera, in questi termini, non ha fondamento giuridico. Per vari motivi. Il decreto Romani dà ad Agcom il potere di fare un regolamento solo sui fornitori di servizi media audiovisivi e non anche sui siti privati; il procedimento che Agcom vorrebbe adottare è privo di una copertura normativa, secondo i due avvocati. Il decreto legislativo 70 dà infatti alle autorità il potere di vigilanza, non quello di intervenire con provvedimenti quali l&#8217;inibizione dei siti web che spettano sempre e solo alla magistratura, come ha chiarito la Corte di Cassazione nel caso The Pirate Bay.</p>
<p>Il decreto Urbani dà espressamente questo compito al dipartimento di Pubblica Sicurezza presso il ministero dell&#8217;Interno e non all&#8217;Agcom. Insomma, è ancora una volta il procedimento che Agcom vorrebbe adottare il succo del problema: è fonte dei rischi per la libertà di espressione ma anche offre il fianco per far bloccare la delibera. Sempre che il governo non cambi le leggi con un decreto, per dare copertura normativa ad Agcom, oltre quanto già iscritto nel Romani. A fronte di tali questioni, gli avversari della delibera (tra cui c’è anche Paolo Gentiloni del Pd) mirano a spostare in Parlamento il dibattito su una revisione della tutela del diritto d’autore online.</p>
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		<title>Telecoms Package, cosa cambia per gli utenti</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Jun 2011 06:30:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Più garanzie per chi usa internet o deve cambiare operatore, ma l'applicazione già viene rimandata dal Parlamento italiano.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I diritti degli utenti internet e telefonici italiani sono nel bel mezzo di un guado. Lento e faticoso. Se tutto va bene nel 2012 le cose saranno migliori: saremo più tutelati contro l’arbitrio degli operatori telefonici, che tradizionalmente è stato assoluto soprattutto in materia di banda larga. Lo sanno bene coloro che hanno navigato come lumache con la propria Adsl, sentendosi rispondere dal call center che “non ha diritto a protestare, la sua offerta non ha una banda minima garantita”. Oppure coloro che hanno aspettato settimane per un cambio operatore e magari nel passaggio hanno anche perso il proprio numero di telefono. E infine quelli la cui Adsl funzionava a sprazzi e oltre il danno si sono beccati la beffa: non solo non hanno avuto rimborsi ma anche hanno dovuto pagare un costo di disdetta, quando esasperati hanno troncato il contratto.<span id="more-5738"></span></p>
<h5>Già in ritardo</h5>
<p>Ho riassunto qui tre disavventure tipiche dell’utente internet italiano. I suoi nuovi e futuri diritti le consegneranno, probabilmente, a un passato di cui il mercato non deve essere troppo fiero. Ma è ancora presto per dichiarar vittoria. È bene anzi conoscere a fondo i neo-diritti che si stanno formando, perché il loro iter sembra travagliato. In particolare c’è da seguire la vicenda del <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Telecoms_Package">Telecoms Package</a>, che contiene una ridda di nuovi diritti. Quasi tutti i Paesi europei hanno mancato la scadenza del 25 maggio, ma il governo italiano <a href="http://www.telecompaper.com/news/eu-countries-miss-deadline-for-new-telecoms-law">rischia di fare peggio degli altri</a>, poiché ancora non ha una data chiara di recepimento. «Per prima cosa il Parlamento deve fare una legge di delega al governo, con i criteri da seguire nel recepimento. Il governo poi deve emettere un decreto in base a quei criteri», spiega Nicola D’Angelo, consigliere dell&#8217;Autorità garante delle comunicazioni. «Infine la palla passa ad Agcom, che deve fissare le regole per applicare i nuovi diritti», continua.</p>
<p>L’iter è laborioso; al momento, la legge di delega è in terza lettura alla camera. Con in più un’incognita: «secondo la Commissione europea alcuni aspetti del Package sono immediatamente esecutivi, cioè non richiederebbero il decreto, ma solo che l’Autorità li applich», continua D’Angelo. Si tratta probabilmente di quelle parti già abbastanza dettagliate e che non modificano il codice delle comunicazioni elettroniche. Gli Stati membri pensano però che il recepimento serva per tutto il Package». Nelle prossime settimane l’Italia dovrà sciogliere anche questo nodo. Speriamo presto, perché i nuovi diritti sono preziosi. Vediamo quali sono, concentrandoci su quelli riguardanti il rapporto tra utente e operatore telefonico (il Package infatti è molto vasto).</p>
<h5>I nuovi diritti</h5>
<p>Sarà più facile e veloce cambiare operatore con la portabilità del numero: in un solo giorno. Adesso ce ne vogliono tre per la telefonia mobile e cinque per quella fissa. Crescerà la trasparenza dei contratti: gli operatori dovranno indicare i livelli di qualità minima promessi e rimborsare l’utente se non li rispettano. Nella trasparenza rientra anche il concetto di neutralità della rete: gli operatori dovranno specificare meglio in che cosa consistono le proprie politiche di gestione del traffico. Adesso sono tutti diritti che in Italia valgono solo in parte. Gli operatori hanno una certa libertà nel dichiarare le proprie politiche di rete, sui propri siti web. Solo Telecom Italia dice su quali centrali telefoniche, e quando, applica le tecniche per rallentare le applicazioni che consumano più banda. Non le specifica tutte, però, come nota Altroconsumo (che infatti ha mandato una diffida a Telecom, a riguardo). Gli operatori non indicano inoltre la velocità a cui andranno le applicazioni o gli utenti rallentati. Né garantiscono una velocità almeno sufficiente a fruirle (un’eccessiva lentezza equivale a bloccarle allo stato pratico).</p>
<p>Solo per le offerte banda larga fissa, inoltre, vale l’obbligo di indicare <a href="http://www.misurainternet.it/offerte_adsl.php">parametri minimi di qualità</a>. Comunque l’utente, in caso di mancate promesse, ha diritto solo a una disdetta gratuita, al termine tra l’altro di una lunghissima e laboriosa procedura. Deve <a href="http://www.misurainternet.it">testare la propria linea</a> per 24 ore, poi dare un mese di tempo all’operatore per rimediare, poi ancora ripetere il test e solo a questo punto ottiene eventualmente la disdetta gratuita. È un passo avanti rispetto alla semi-totale assenza di diritti, ma ancora molto poco. Quanti preferiranno pagare i 50 euro circa di disdetta piuttosto che sorbirsi il lungo test? Non a caso solo in pochi l’hanno fatto (2.800 utenti) e ora Agcom e la Fondazione Ugo Bordoni stanno cercando di renderlo più snello (per farlo durare “solo” poche ore). Obiettivo 2012 di Agcom è estendere questo meccanismo anche alla banda larga mobile e consentire all’utente di testare il proprio doppino telefonico. Quest’ultimo punto serve a capire i limiti intrinseci della propria linea e quindi è un ulteriore passo verso la trasparenza, che dà forza e libertà di scelta all’utente. Se scopriamo che il nostro doppino supporta al massimo 7 Megabit, è inutile attivare un’Adsl a 20 Megabit. Se invece è proprio sfortunato e va a meno di 1 Megabit, potremo decidere di evitare proprio l’Adsl e abbonarci a un’offerta wireless.</p>
<h5>Rimborsi</h5>
<p>Infine, tutti questi diritti restano debolissimi se l’utente non può contare su un deterrente più forte della disdetta gratuita. Agcom l’ha già previsto: dal primo gennaio 2012, farà applicare un <a href="http://www.agcom.it/default.aspx?DocID=5863">sistema automatico di rimborsi</a>. In sintesi: gli operatori daranno 7,50 euro di rimborso (sulla prima fattura utile) per ogni giorno di ritardo nell’attivazione di una linea o nella portabilità del numero fisso (2,50 per il numero mobile). Cinque euro al giorno per ingiustificata sospensione del servizio; idem per ogni giorno di ritardo nella riparazione di un numero telefonico fisso. Un euro per ogni giorno di ritardo nel rispondere ai reclami. C’è anche un “indennizzo per malfunzionamento del servizio”: 5 euro al giorno in caso di completa interruzione per motivi tecnici; 2,5 euro al giorno per discontinua erogazione o mancato rispetto degli standard qualitativi stabiliti nella carta dei servizi di ciascun operatore.</p>
<p>È un altro tavolo da seguire con attenzione, perché non è detto che gli operatori si adegueranno subito. Già in passato Agcom ha dovuto faticare per far valere diritti già fissati nelle norme (come quello a cambiare operatore in modo fluido). È possibile, per esempio, che gli operatori neghino la responsabilità del disservizio per cui scatterebbe un rimborso. Se la rimpallino con Telecom Italia o cerchino di scaricarla sull’utente. Insomma, la sfida per il consumatore non è ancora vinta; i suoi nuovi diritti o la loro applicazione non sono consolidati. Anche per questo motivo è bene che l’Italia recepisca senza indugi il Telecoms Package: poi comincerà la battaglia per farlo applicare correttamente.</p>
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		<title>Un Paese lo riconosci dalle sue frequenze</title>
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		<pubDate>Tue, 03 May 2011 06:30:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I tavoli su cui si giocano le preziose e ambite frequenze nazionali sono almeno cinque, con un governo ancora arroccato a difesa della televisione e qualche nuovo movimento a favore degli investimenti nella rete mobile]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Frequenze, specchio dell’anima di un Paese. Specchio che rivela il volto di un vecchio, che chiude gli occhi all’innovazione e preferisce tenerli fissi puntati sulla tivu. Il modo con cui uno Stato assegna le proprie, sempre più preziose, risorse di radiofrequenza dice tantissimo di quali siano le sue priorità. È quindi su questo binario che l’Italia si gioca, nei prossimi mesi del 2011, una parte consistente del proprio futuro di tecnologia e innovazione. È una partita che al momento si gioca su almeno cinque tavoli. Non solo su quello, più noto, del dividendo digitale, lo spettro a 800 MHz liberato con il passaggio alla tivù digitale terrestre. La cattiva notizia è che il governo, nei ministeri direttamente interessati, continua a fare scelte che mettono a rischio l’innovazione. La buona è che forze di segno opposto stanno imparando a gridare, più forte, e a organizzarsi. L’esempio viene in particolare dal movimento <a href="http://www.agendadigitale.org/">Agenda Digitale</a>, da cui stanno sgorgando le prime proposte politiche, per una svolta dell’Italia. Il difficile è imporsi sugli interessi di chi rema in direzione opposta. Il caso frequenze è illuminante perché mai prima d’ora forze di segno diverso, rappresentative del vecchio e del nuovo mondo, si erano affrontate faccia a faccia, contendendosi le stesse risorse.<span id="more-5513"></span></p>
<h5>Il primo tavolo</h5>
<p>Per la guerra degli 800 MHz i due avversari sono, com’è noto, la banda larga e le tivu. Quest’estate è il momento della verità, a proposito. Il governo intende fare il beauty contest, per assegnare nuove frequenze alle tivu entro giugno. Qui ha già fatto scelte che, se confermate, pregiudicherebbero i passi ulteriori della banda larga. Ha stabilito di assegnare due multiplex aggiuntivi alle emittenti nazionali (probabilmente finiranno a Rai e Mediaset). Problema: sono risorse che, se finiscono ora alle tivu, bloccano un tassello importante nel puzzle delle frequenze, rendendo difficile, se non impossibile, un buon esito della partita per lo sviluppo della banda larga. «Per assegnare alle tv quei due multiplex, il governo si trova poi con la coperta troppo corta nell’asta che sarà dopo il beauty contest: quella che, come imposto dall’Europa, servirà a dare dividendo digitale agli operatori banda larga», spiega Antonio Sassano, docente de La Sapienza e padre dell’attuale piano frequenze (redatto da Agcom). Visto che impegnerebbe quei due multiplex a favore delle tivu nazionali, come potrà ricavare le frequenze da assegnare alla banda larga? Togliendole tutte alle emittenti locali, come stabilito. Queste non ci stanno e minacciano ricorsi al Tar; il governo al momento si è chiuso a qualsiasi contrattazione economica con loro.</p>
<p>Si va quindi verso uno scontro. Nessuna sorpresa che già il governo metta in conto <a href="http://www.key4biz.it/News/2011/04/20/TV_digitale/frequenze_Mediaset_Fedele_Confalonieri_beauty_contest_multiplex_Paolo_Romani_giulio_tremonti_Sky_Italia.html">di rimandare l’asta a fine anno</a>. Asta importante per tanti versi, si noti bene: il ministero dell’Economia prevede di ricavarne 2,4 miliardi di euro. Quelle frequenze sono di supporto inoltre alla banda larga wireless: per potenziare non solo l’Umts/Hspa (verso la <em>Long term evolution</em>) ma anche il Wi-Fi (<a href="http://www.laquadrature.net/wiki/Spectrum_Policy_Programme_Amendments#Amendment_44_.2B.2B">come previsto dalla Commissione europea</a>). E non solo per aumentare la velocità, ma anche per ridurre il digital divide. Ma il governo è disposto a mettere a rischio tutto questo pur di far contente le tivu nazionali con il beauty contest di giugno. Si aspetta a proposito, a giorni, il parere di Bruxelles sul piano dell’Italia: forse l’ultima speranza per evitare pasticci. Specchio dell’innovatività di un Paese, si diceva. Gli Stati Uniti, come la Germania, hanno già fatto l’asta con il dividendo digitale. In questi giorni sta lottando con le emittenti tv per togliere da loro ulteriori frequenze e darle in pasto alla banda larga. Lo sviluppo di internet è la massima priorità, per i Paesi innovativi. Il resto passa in secondo piano. Quel resto che da noi occupa il posto centrale nei salotti.</p>
<h5>Non c&#8217;è solo la televisione</h5>
<p>Sono anche altre le forze del passato, padrone dello status quo, che in Italia rallentano l’innovazione. La Difesa detiene le frequenze 2.6 GHz, che gli organismi internazionali già da tempo attribuiscono alla banda larga. Anche se le tiene di fatto inutilizzate e ora sta contrattando con il Ministero dello Sviluppo economico per cederle. «Ha in mano anche le frequenze intorno ai 60 MHz, che in mano alla banda larga permetteremmo di coprire l’Itlaia con poche antenne. Anche queste sono sottoutilizzate», dice Sassano. Un altro caso sono le frequenze intorno ai 400 MHz, ora destinate in Italia a usi molto particolari («reti private wireless»). «Per esempio, reti private di grossi enti, come le Ferrovie. Che però non le usano. Comincia a circolare, presso organismi come l’Itu (agenzia Onu) l’ipotesi di assegnarle alla banda larga», aggiunge. Risorse preziose sprecate anche le frequenze 1.400 MHz: in questo caso a remare contro la banda larga sono le radio. Sono risorse attribuite a loro, infatti, per fare la radio digitale; ma anche queste sono inutilizzate, in Italia.</p>
<p>Bisognerà vedere come le forze intorno a Agenda Digitale potranno smuovere questo status quo, pesante fardello che l’Italia si porta appresso. Nelle settimane scorse, su sollecitazione di Agenda Digitale, il Partito Democratico ha formulato <a href="http://www.partitodemocratico.it/dettaglio/113910/le_proposte_del_pd_per_unagenda_digitale_italiana">alcune proposte normative</a>, tra cui si prende di petto anche la questione frequenze. «Per far fronte all’aumento degli accessi a internet da reti radiomobili e realizzare le reti wireless LTE, occorre assegnare con un’asta entro il 2011 le frequenze della banda 800 Mhz liberate dalla transizione della tv dall’analogico al digitale. Questo obiettivo, indicato dal Pd nel 2009 e fino a pochi mesi fa osteggiato dal Governo, si è fatto finalmente strada nella legge di stabilità», si legge nella proposta. «Noi poniamo due condizioni: La prima: a pagare questo “dividendo di spettro” in termini di capacità trasmissiva dovranno essere innanzitutto gli incumbent Rai e Mediaset, la cui posizione dominante non può aumentare ulteriormente grazie al digitale. Non è possibile che mentre si organizza l’asta per le frequenze della banda 800 momentaneamente assegnate a emittenti locali, con il beauty contest sulle frequenze tv si regalino altri due multiplex a Rai e Mediaset. Si tratta di una capacità trasmissiva superflua per gli incumbent della Tv e preziosa per mettere a disposizione frequenze per le emittenti chiamate a liberare la banda 800. La seconda condizione: una parte significativa dei proventi dell’asta dovranno essere usati per investimenti nell’innovazione e nel digitale, come ha chiesto di recente anche la Commissaria Kroes».</p>
<h5>Innovazione</h5>
<p>Non cadiamo in equivoco: il dilemma delle frequenze sono solo un tassello dell’agenda di innovazione che l’Italia dovrà affrontare. Altre proposte sollecitate da Agenda Digitale, che saranno presentate il 10 maggio <a href="http://portal.forumpa.it/">al Forum Pa</a> e che provengono da vari partiti, associazioni e cittadini, si occupano anche di infrastrutture, di alfabetizzazione, di incentivi ai servizi digitali in genere. Ma la storiaccia delle frequenze è esemplare. Ha il pregio di mostrarci limpido il volto del Paese.</p>
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		<title>Gli scenari riaperti dalla sentenza contro Yahoo!</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Apr 2011 07:30:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un giudice ha chiesto al motore di ricerca di rimuovere dai risultati i siti attraverso cui scaricare o vedere illegalmente un film. Una sentenza che si insinua all'interno di un dibattito piuttosto complicato tra business industriali e salvaguardia dell'indipendenza degli intermediari]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La tutela del copyright su internet sta virando, in Italia come nel resto dell’Occidente, verso la nascita di una macchina da guerra. Sistematica, automatica, inesorabile. Tempestiva nel colpire il nemico alla fonte. Non più attaccando l’utente, quindi, ma l’origine della diffusione dei contenuti illegali. È in questo contesto che si inserisce l’ordinanza del Tribunale di Roma contro Yahoo!. È considerabile il punto estremo in un percorso che già da tempo si muove in una direzione simile, con varie pedine: la delibera Agcom sul copyright online; il patto internazionale di <a href="http://punto-informatico.it/cerca.aspx?s=ACTA&amp;t=4" target="_blank">Anti-Counterfeiting Trade Agreement</a>; il processo di aggiornamento della direttiva europea sull’enforcement. Tutti vogliono fornire armi più potenti, sicure, rapidi ai detentori del diritto d’autore, contro le sorgenti di diffusione della pirateria.<span id="more-5325"></span></p>
<h5>Le regole della rete</h5>
<p>Ci sono esperti che ravvedono rischi in questo processo: di calpestare i diritti costituzionali degli utenti e di annullare il potere filodemocratico che ha sempre caratterizzato internet finora. La tutela del copyright, del resto, potrebbe essere solo il primo passo per una più ampia revisione delle regole di internet. Alcune pratiche repressive si sono fatte le ossa contro la pirateria per poi approdare ad altri scenari (è il caso dell’oscuramento delle pagine web, adesso utilizzato spesso anche per i reati di diffamazione). La vicenda di Yahoo!, comunque vada a finire, è interessante perché nel suo estremismo disegna chiara una direzione. Un po’ come una lente d’ingrandimento. È nota ormai la storia: il giudice ha chiesto a Yahoo! di rimuovere dai risultati della ricerca i siti da cui scaricare o vedere illegalmente il film <em>About Elly</em>. Meno noto è l’aspetto su cui farà leva la difesa di Yahoo!, con buone probabilità di vittoria: il tribunale ha imposto un generico obbligo di rimuovere link a siti illegali.</p>
<p>Non ha detto cioè: rimuovi questo e quest’altro link, come avviene di solito nel caso di contenuti pirata in hosting o di siti web da oscurare. L’ordine generico implica che Yahoo! debba controllare da sé quali sono i risultati che portano a pagine illegali. Impossibile da fare e contro le norme che regolano il ruolo degli intermediari su internet. In realtà sarebbe stata una <em>prima volta</em> anche se il giudice avesse solo chiesto a Yahoo! di rimuovere specifici risultati. Le norme europee impongono quest’obbligo solo agli hosting provider, infatti. Cioè a chi ospita fisicamente il dato dichiarato illegale; e non coloro che offrono solo link. Già la giurisprudenza si è orientata, in Europa, per condannare anche chi fa solo da intermediario verso file pirata ospitati altrove (si pensi a <em>The Pirate Bay</em>). Ma ha sempre colpito gli attori che si dimostravano essere scientemente organizzati per facilitare l’accesso a file pirata. E certo non è il caso dei principali motori di ricerca generalisti (il cinese Baidu a parte). Il giudice ha invece dichiarato Yahoo! «facilitatore della violazione», proprio alla stregua di quelli come The Pirate Bay, per il semplice fatto di essere stato informato da Pfa dell’esistenza di quei link tra i risultati.</p>
<h5>La svolta</h5>
<p>La conoscenza del misfatto genera la responsabilità sullo stesso: abituiamoci a questo principio perché &#8211; eccessi della sentenza di Yahoo! a parte-  ce lo troveremo spesso in varie salse. È lo stesso del <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Digital_Millennium_Copyright_Act">Dmca americano</a>, che per ora non si applica in Europa. Ma è una situazione destinata a cambiare. «In questi ultimi mesi si sta assistendo ad un cambio di strategia da parte dei titolari dei diritti di proprietà intellettuale», spiega infatti Fulvio Sarzana, avvocato esperto di diritto d’autore sui nuovi media. «Sino a qualche tempo fa gli stessi titolari dei diritti cercavano di agire contro il singolo soggetto sospettato di aver violato il copyright. Ma era difficile per due motivi: la ricerca del presunto violatore in un campo sterminato e transnazionale quale la rete internet; il dispendio di enormi risorse in termini di tempo e di personale per inviare migliaia di comunicazioni di violazione ai presunti contraffattori».</p>
<p>Ecco quindi la svolta che ci sta portando all’ultimo scenario: «le nuove strategie invece dei titolari dei diritti d’autore consistono nel perseguire chi fornisce informazioni utili a raggiungere i contenuti illegali. Link, file torrent, siti che forniscono informazioni sugli stessi link o sulle modalità “tecniche” di scaricamento dei file protetti da diritto d’autore&#8230;», continua Sarzana. Come si vede, lo spostarsi dagli attori materiali alle fonti d’informazione fa aprire un mondo. Per almeno due motivi. Primo, perché diventa più ampia &#8211; e potenzialmente allargabile all’infinito &#8211; la casistica dei «facilitatori della pirateria». Secondo, perché colpire l’accesso alle informazioni significa creare le prime e sempre più robuste eccezioni a uno dei principi più importanti di internet: la libertà e il potere di diffondere informazioni, appunto. Il rischio è di introdurre un virus in un sistema che ha rivoluzionato il mondo proprio grazie alla sua libertà. È questo il motivo che <a href="http://sitononraggiungibile.e-policy.it/">ha coalizzato</a> alcuni soggetti, su iniziativa dello stesso Sarzana, contro la futura delibera Agcom <a href="http://www.megachip.info/tematiche/democrazia-nella-comunicazione/5541-dal-copyright-alla-censura-web-tutti-contro-la-delibera-agcom.html">sul copyright</a>.</p>
<h5>Diritti</h5>
<p>«Si puniscono indirettamente gli utenti impedendo loro di aver accesso a determinate risorse informative &#8211; continua Sarzana. È questa ad esempio la filosofia di base del provvedimento 668/2010 dell’Agcom in via di approvazione dopo la consultazione pubblica, che addirittura prevede l’inibizione a livello di Ip o di Dns dei siti stranieri sospettati di violare il copyright. Ed è questa la filosofia di base dei nuovi provvedimenti della giurisprudenza soprattutto romana». È d’accordo Marcio Pierani, responsabile dei rapporti istituzionali di Altroconsumo: «questa azione contro Yahoo! più che altro mi sembra una provocazione nell’ambito di una strategia di lobby più ampia intesa ad ottenere altro. Noto infatti forti e pericolose analogie con la delibera Agcom». «Chi pretende che con questo approccio non si colpiscono i consumatori mente sapendo di mentire. Si toccano eccome i loro interessi. Ma parlerei, più che di consumatori, di cittadini. E del loro diritto a pretendere che la Rete rimanga libera e democratica. Cosa che un domani non sarà più se prevalesse questo approccio», continua.</p>
<p>Sulla stessa linea Guido Scorza, avvocato esperto di diritto nelle nuove tecnologie: «Credo si stia andando in maniera preoccupante verso una degiurisdizionalizzazione della tutela dei diritti d&#8217;autore e verso un&#8217;allarmante privatizzazione della giustizia in materia». «Rischia di diventare un affare tra privati nel quale uno chiede e l&#8217;altro esegue pur di sottrarsi a ogni responsabile». «È uno scenario inquietante perché ogni qualvolta si discute della rimozione/disindicizzazione di un contenuto si discute non solo di diritto d’autore, ma anche di esercizio della libertà di manifestazione del pensiero». Eppure, a parte alcune autorevoli voci contrarie, sembra che questa sia la direzione dominante. La delibera Agcom <a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/tecnologia/grubrica.asp?ID_blog=30&amp;ID_articolo=8779&amp;ID_sezione=38&amp;sezione=">sta ricevendo soprattutto applausi</a>, anche se deve ancora completare l’iter. Farà il prossimo passo ad aprile (con la chiusura della consultazione) e poi certo entro fine anno sarà definitiva.</p>
<h5>Responsabilità</h5>
<p>Secondo Enzo Mazza, presidente della Federazione musicale italiana e uno dei più profondi conoscitori della materia, «siamo di fronte a una naturale evoluzione: internet si consolida come mercato dei contenuti con piattaforme sempre più sviluppate e rilevanti nel business dei media». «In questo ambito la tutela del copyright è uno degli elementi chiave nel sostenere i nuovi modelli di business e nel contrastare le piattaforme illegali, coinvolgendo sempre di più tutti gli intermediari». Mazza ricorda che si stanno orientando in questa direzione anche l’<a href="http://punto-informatico.it/3109767/PI/News/usa-nuovi-segreti-del-copyright.aspx">Acta</a> e la nuova direttiva europea sull’enforcement, ora in consultazione. Tutti premono per estendere la responsabilità degli intermediari.</p>
<p>In due sensi: maggiori responsabilità a un maggior numero di intermediari. Compresi i motori di ricerca, che la nuova direttiva potrebbe equiparare agli hosting provider. Insomma: per difendere un business che diventa sempre più rilevante- quello digitale- si vuole rimettere in discussione la terzeità degli intermediari. Quella neutralità- nei confronti delle informazioni e dei contenuti veicolati &#8211; che finora ha fatto da pilastro a internet. È in fondo la stessa partita <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2011/03/24/la-prossima-partita-si-chiama-over-the-top">della neutralità della rete</a>: in nome dello sviluppo del business di internet, si vogliono legare a doppio filo intermediari e contenuti. Con rischi, sull’innovazione e le democrazie digitali, adesso soltanto in parte prevedibili.</p>
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		<title>Avaaz e la protesta civile che diventa visibile</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2011/03/30/avaaz-e-la-protesta-civile-che-diventa-visibile</link>
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		<pubDate>Wed, 30 Mar 2011 07:30:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boccia Artieri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[59.000 persone scrivono ad Agcom per far riconsiderare la posizione dell'autorità sul diritto d'autore e raccontano qualcosa sulle potenzialità dell'organizzazione senza organizzazione]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Vi sarà capitato qualche volta di incontrare in rete un video di quelli fatti da qualcuno sotto spinta emotiva. Uno di quei video che raccontano una propria storia, magari di coppia, usando come sottofondo una canzone preferita, una di quelle canzoni che sono perfette come colonna sonora di un momento della propria vita. Un video come questo, <a href="http://www.youtube.com/watch?v=iG2GwpUXwcI">Due Innamorati Come Noi (Saverio &amp; Teresa)</a>, in cui una canzone di Laura Pausini fa da tappeto musicale a un montaggio di foto di coppia alternato a immagini di cuori, a foto dei due, Terry e Sasa, nella loro quotidianità, da piccoli e via così con montaggio di frasi d’amore sotto le immagini.<span id="more-5304"></span></p>
<h5>Conseguenze</h5>
<p>Mettendo questo video qui come esempio metto a rischio, forse, la testata che ospita le cose che scrivo. L’uso della colonna sonora di un pezzo della Pausini viola il copyright. Da noi, in Italia, non esiste un <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Fair_use">fair use</a>, che trovate come clausola legislativa nel <em>Copyright Act</em> statunitense, il quale che consenta di utilizzare materiale protetto sotto certe condizioni (artistiche o didattiche, ad esempio). E forse questo video non potrebbe appellarsi a quella clausola. Certamente potrebbero chiedere alla testata di togliere il link al video. Oppure, nel caso venga adottata la regolamentazione presente nella delibera dell’<a href="http://www.agcom.it/Home.aspx">Agcom</a> <a href="http://www.agcom.it/default.aspx?DocID=5413">sul diritto d’autore</a>, che ora è in consultazione pubblica, le conseguenze potrebbero essere diverse:</p>
<blockquote><p>Agcom si riserva il diritto di sequestrare (cioè di impedirvi l’accesso agli utenti italiani) siti prevalentemente adibiti alla violazione del copyright o i cui server sono posti all’estero.</p></blockquote>
<p>In pratica si può oscurare l’accesso a YouTube a tutti gli italiani per colpa del video di Terry e Sasa. Su questo tema <a href="http://www.repubblica.it/tecnologia/2011/01/30/news/sequestro_siti_esteri_italia-11841940/index.html?ref=search">si è accesa negli ultimi mesi l’attenzione</a> di Adiconsum, Agorà Digitale, Altroconsumo, Assonet-Confesercenti, Assoprovider-Confcommercio, che hanno sostenuto una campagna per far sì che i membri dell’Autorità rimettano al Parlamento una discussione seria sull&#8217;argomento. Attorno alla diffusione attraverso i siti di social network dell’iniziativa possiamo osservare la facile crescita dei messaggi da inviare grazie al sito <a href="http://www.avaaz.org/it/it_internet_bavaglio/?twi">Avaaz.org</a>. Un modo di consentire, organizzare e rendere visibile la “presa di parola” dei cittadini. Avaaz è una piattaforma multilingua con una precisa <em>mission</em>:</p>
<blockquote><p>In 14 lingue grazie a un team di professionisti sparsi in 4 continenti e volontari in tutto il pianeta, la comunità di Avaaz si mobilita (firmando petizioni, finanziando campagne pubblicitarie, inviando e-mail e appellandosi a capi di governo, organizzando proteste su strada e altri eventi) per assicurare che il punto di vista e i valori dei cittadini in tutto il mondo siano presi in considerazioni nelle decisioni che riguardano tutti noi.</p>
<p>Il nostro modello di organizzazione su internet permette a migliaia di sforzi individuali, anche se piccoli, di combinarsi rapidamente in una potente forza collettiva.</p></blockquote>
<h5>Innovazione culturale</h5>
<p>E forse la possibile efficacia si vede proprio nella capacità auto organizzativa transnazionale, come per le campagne <a href="http://avaaz.org/it/libya_stop_the_crackdown_eu/?slideshow">Libia: fermate la repressione</a> o <a href="http://www.avaaz.org/it/stop_corrective_rape?vc">Sud Africa: fermate lo &#8220;stupro correttivo&#8221;</a> dove gli obiettivi in termini numerici sono molto alti e le condivisioni attraverso Facebook e Twitter sono migliaia. Si tratta di un esempio di come il web sia in grado di articolare reti globali e comunità locali attorno a una logica sia organizzativa che culturale che supporta forme di attivismo ancorate a singole campagne e iniziative. L’importanza di forme come questa dipende dalla capacità  di mettere in moto innovazione innanzitutto culturale. Il rischio è quello presente nella trasformazione di queste pratiche di networking in un’ideologia: avere a disposizione piattaforme capaci di rilanciare iniziative a portata di clic, in cui la propria attività si può ridurre a compilare pochi campi informativi (il proprio nome) e spingere “invia”, se da una parte facilita il processo di attivismo e lo traduce in una capacità di produzione comunicativa, dall’altro si confronta con processi di responsabilizzazione sporadica o con partecipazione attiva compulsiva (aderisco a tutte le cause).</p>
<p>Resta il fatto che dietro modalità come queste troviamo la forma sociale di attivismo più adatta a una società individualizzata, in cui la moltitudine – semplicemente lo stare al mondo di ognuno, nella propria nudità antropologica – può dare vita a forme di organizzazione senza bisogno di organizzazione. Questo il valore e il limite di quei 59.000 contatti che hanno scritto ad Agcom per impedire che nascano forme di censura sui siti per colpa di ogni Terry e Sasa del pianeta. L’engagement politico diventa poi contest nel rilanciare chiedendo di arrivare a 75.000 contatti. Ma è nella natura partecipativa (e anche ludica) dei nuovi linguaggi che passano di qua.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>La prossima partita si chiama over the top</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2011/03/24/la-prossima-partita-si-chiama-over-the-top</link>
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		<pubDate>Thu, 24 Mar 2011 07:30:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Internet, IPtv, contenuti, neutralità della rete: ecco il prossimo settore che metterà a dura prova la tenuta degli assetti consolidati]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Stiamo entrando nell’era compiuta dell’<em>over the top internet</em>, anche in Italia. Una definizione del fenomeno: contenuti e applicazioni di qualità, forniti e/o distribuiti da soggetti di vario tipo (anche leader della vecchia economia dell’audiovisivo), arrivano all’utente attraverso vari strumenti, tra cui troneggia la tv. Con impatto notevole sulla “politica” del web: la neutralità della rete &#8211; così come l’abbiamo intesa finora &#8211; è moribonda. È il risultato adesso più probabile, data la posizione che stanno assumendo le pedine sulla scacchiera, nella fase dell’over the top.<span id="more-5240"></span></p>
<h5>Nuova direzione</h5>
<p>Tocca prendere atto che tutti i leader attorno a questo banchetto stanno ormai marciando uniti in una nuova direzione. Lo dice <a href="http://www.key4biz.it/News/2011/03/03/Policy/Agenda_digitale_Neelie_Kroes_over_the_top.html">una notizia sottovalutata</a>, che però mostrerà effetti probabilmente nei prossimi mesi: i principali operatori telco e fornitori di contenuti over the top hanno detto alla Commissione europea di essere d’accordo, in linea di massima, per cambiare le regole di internet. In modo da favorire la nascita di nuove reti. Queste stanno a cuore a tutti i soggetti in gara. Così si spiega perché alcuni storici fautori della neutralità (Google, l’Authority Usa) sono ultimamente <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/12/06/neutralita-della-rete-la-svolta-moderata-di-fcc">sempre più propensi a compromessi</a> con gli operatori.</p>
<p>Adesso anche qui in Italia si entra nel vivo della vicenda. Non a caso Agcom ha avviato la <a href="http://www.agcom.it/Default.aspx?DocID=5772">consultazione pubblica</a> sulla neutralità della rete, primo passo per una futura eventuale delibera che imponga agli operatori una nuova disciplina. Agcom ha capito infatti che il tema anche da noi è maturo. Quest’idea deve averla avuta anche per la presenza di Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset, tra i soggetti chiamati al tavolo della Commissione europea a discutere di nuove regole Ue. Quel Confalonieri che alla corte dell’Unione europea prima <a href="http://archivio-radiocor.ilsole24ore.com/articolo-523458/tv-confalonieri-kroes-procedure/">parlava solo di tv</a>.</p>
<h5>Il mondo cambia</h5>
<p>È che il mondo cambia. La tivù pure e Mediaset l’ha capito. Si sta guadagnando un posto quindi nell’olimpo degli over the top, con il servizio <a href="http://www.tgcom.mediaset.it/televisione/articoli/articolo503879.shtml">Premium Net Tv</a> (trasmette, via banda larga e set top box tv, contenuti di cui ha diritti). E’ solo l’inizio. Sky farà una mossa simile- è certo, anche se non ufficiale- quest’anno, abilitando contenuti banda larga on demand sui decoder MySky HD (già posseduti dal 30 per cento della clientela). Sky e Mediaset stanno seguendo un approccio chiuso all’over the top &#8211; niente web tv né piattaforme con applicazioni, servizi internet di terze parti &#8211; com’era prevedibile. Ma potrebbe prevalere una via diversa, adesso battuta dagli operatori italiani (<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Cubovision">Telecom Italia</a> e <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2011-03-11/tiscali-internet-tvBox-111539.shtml?uuid=AaywtEFD">Tiscali</a> in testa): più aperta a contenuti web e di terze parti. Notevole, visto che fino a ieri le telco italiane puntavano tutto sulla chiusissima IPTv (che, ricordiamo, non funziona nemmeno su internet, ma su una rete a parte).</p>
<p>Sta andando in questa direzione anche l’operatore che ha introdotto l’IPTv in Italia: Fastweb. Sta diventando un over the top, con una propria piattaforma aperta (<em>Chili Tv</em>), che andrà su vari set top box (già è, in via sperimentale, sul Blobbox di Telesystem). È un modello tipo Google Tv: aggrega contenuti di tante parti e cerca di espandersi su più hardware possibili. Insomma, l’over the top tv comunque è un fenomeno interessante, per il futuro di internet. Il problema è che ha un impatto dirompente sugli equilibri. Abbiamo visto ancora in piccola parte gli effetti del boom di contenuti over the top, sulla politica delle reti. Certo è che gli operatori non possono fare come con il peer to peer: se limitano la velocità dei video over the top, ne ostacolano la fruizione. Impensabile, soprattutto nel caso di streaming di film a pagamento.</p>
<h5>L&#8217;ipotesi fibra</h5>
<p>Una soluzione in teoria sarebbero le reti in fibra ottica, che però nella migliore delle ipotesi copriranno solo il 50% della popolazione <a href="http://www.apogeonline.com/tag/next-generation-network">nel lungo periodo</a>. Comunque, il problema impatta la neutralità della rete. In alcune zone, gli operatori vorranno costruire le nuove reti in fibra con l’aiuto degli over the top. Nelle altre, si porrà la questione di evitare la congestione e al tempo stesso tutelare i contenuti video. È prevedibile che anche in questo caso gli operatori chiederanno un pedaggio agli over the top, per assicurare il funzionamento dei loro servizi. Al momento non ci sono leggi che lo vietino. La Commissione europea se ne sta guardando bene, perché teme di ostacolare il futuro delle reti banda larga e degli stessi contenuti internet.</p>
<p>Ci sono alternative alla distorsione dei rapporti tra reti e contenuti? Sì, ma richiedono interventi di sistema, pubblico-privati, per aiutare gli operatori a fare le nuove reti senza arrivare a chiedere soldi agli over the top. E, laddove la rete resterà quella vecchia, gli over the top dovrebbero puntare su soluzioni meno impattanti: sul downloading e su tecnologie di caching di contenuti nei set top box, invece che sullo streaming. Come si vede, in un senso o nell’altro, la nuova fase di internet si nutrirà di accordi e collaborazioni tra le parti, molto più di quanto si è visto finora.</p>
<h5>Le conseguenze per l&#8217;utente</h5>
<p>L’impatto sull’utente è difficile da stimare, ma è possibile che gli operatori adatteranno le tariffe al boom degli over the top. Potrebbero assicurare una certa velocità solo entro una certa quantità di traffico mensile; oppure far pagare a parte i pacchetti video per chi acquista una connessione low cost. Sono cose che già avvengono, sempre più spesso tra l’altro, sulle offerte di rete mobile. Non è da escludersi che si estendano anche alla banda larga fissa. C’è solo da augurarsi che le istituzioni (Agcom e Commissione europea in primis) vigilino perché non si creino effetti distorsivi per la concorrenza e l’innovazione. Oltre a continuare a fare il tifo per una rete in fibra quanto più estesa possibile, ovviamente. E’ un traguardo da cui dipende, come si è visto, anche la libertà dei nuovi media.</p>
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		<title>Prove tecniche di Ngn, forse ora si parte</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2011/02/16/prove-tecniche-di-ngn-forse-ora-si-parte</link>
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		<pubDate>Wed, 16 Feb 2011 07:30:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Con l'autorizzazione di Telecom Italia da parte di Agcom, comincia di fatto l'era delle offerte a 100 Megabit. Ma ci vorranno anni per coprire anche solo le città principali]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mettiamoci comodi ad aspettare, perché non ci vorrà molto per scoprire le carte di governo, authority e operatori. Sapremo in primavera, molto probabilmente, se si farà l&#8217;Italia dell&#8217;Ngn, e come. Il Paese infatti ha appena imboccato una direzione che si chiarirà nelle prossime settimane. È quanto si evince da una pioggia di notizie e annunci riguardanti la <em>Next generation network</em>, che hanno investito il mercato banda larga negli ultimi giorni. Agcom <a href="http://www.repubblica.it/tecnologia/2011/02/09/news/arriva_internet_a_100_megabit_via_libera_all_offerta_telecom-12254559/">ha autorizzato l&#8217;offerta Ngn</a> (fibra ottica nelle case, fino a 100 Megabit) di Telecom Italia, che negli stessi giorni ha stretto <a href="http://www.ansa.it/web/notizie/regioni/trentino/2011/02/08/visualizza_new.html_1590518064.html">un accordo di massima</a> con la Provincia di Trento per accelerare la copertura delle case di quella zona.<span id="more-4957"></span></p>
<p>Il ministro Paolo Romani, allo Sviluppo Economico, ha fatto nel contempo <a href="http://it.reuters.com/article/italianNews/idITLDE71811620110209">due annunci</a>, riguardanti la società veicolo, pubblico-privata, che dovrebbe diffondere l&#8217;Ngn anche nelle zone a cui gli operatori non sono interessati. Ha detto che la società partirà «entro marzo» (cioè ne saranno definiti il business plan, la governance e gli aspetti finanziari) e che il maggiore azionista sarà la Cassa depositi e prestiti (azienda pubblica). Da un anno, il settore corteggiava la Cassa perché s&#8217;imbarcasse in quest&#8217;avventura e quindi quello di Romani era un annuncio molto atteso. Certo, ancora non si può cantar vittoria, su nessuno di questi tre fronti. L&#8217;offerta Telecom deve ancora partire, l&#8217;accordo con la Provincia deve confermarsi e, soprattutto, la società a cui lavora Romani deve dimostrarsi qualcosa di più concreto di un proclama politico in tempi pre-elettorali.</p>
<h5>Compromesso</h5>
<p>È già un bene però che il settore si sia mosso, visto che per mesi sembrava di essere sprofondati nella nebbia. Già, mentre il resto d&#8217;Europa continuava a sviluppare le reti a banda larghissima, da noi la partita <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/08/09/banda-larga-in-italia-fa-rima-ancora-con-impasse">era in stallo</a>, a causa delle posizioni divergenti degli operatori. Ed erano in stallo, per lo stesso motivo, sia la rete Ngn di Telecom Italia (su cui nasceranno offerte 100 Megabit di vari operatori) sia i lavori su una società comune. In particolare, si contrapponevano gli interessi di Telecom Italia a quelli degli altri operatori e i soggetti pubblici-istituzionali non riuscivano a raggiungere la giusta mediazione. Adesso la situazione sembra almeno in parte sbloccata.</p>
<p>L&#8217;Autorità garante delle comunicazioni (Agcom) ha dato un&#8217;autorizzazione con il sapore del compromesso, a Telecom. Doveva cercare di evitare che gli altri operatori ricorressero al Tar del Lazio e potessero bloccare così di nuovo la partita. L&#8217;autorizzazione lancia infatti una fase sperimentale, finché Telecom non creerà una corrispondente offerta all&#8217;ingrosso evoluta (<em>bitstream</em>), utile agli altri operatori per concorrere appieno nel mercato 100 Megabit. Durante la sperimentazione, sono molto limitati sia il numero di utenti attivabili (40.000) sia la copertura dei servizi (solo nelle città dov&#8217;è presente anche Fastweb). Agcom richiede l&#8217;arrivo del bitstream entro un anno. L&#8217;offerta al dettaglio invece potrebbe arrivare in primavera. Agcom ha imposto infatti a Telecom di migliorare l&#8217;offerta all&#8217;ingrosso già disponibile (di pura rivendita e non certo evoluta come il bitstream). L&#8217;ex monopolista può farlo in pochi giorni e poi «deve aspettarne dai 30 ai 60 prima di lanciare l&#8217;offerta al dettaglio corrispondente», spiegano da Agcom. «Questo range di tempo dipende dalla velocità con cui i canali di Telecom riusciranno a fornire l&#8217;offerta all&#8217;ingrosso ai concorrenti».</p>
<h5>Tra i più cari in Europa</h5>
<p>Il prezzo delle prime connessioni banda larga (di Telecom e degli altri) sulla nuova rete Ngn sarà intorno ai 60 euro, com&#8217;è possibile stimare in base all&#8217;offerta all&#8217;ingrosso già disponibile. Si noti che Fastweb ora chiede invece un sovrapprezzo di 10 euro al mese per i 100 megabit (scontato rispetto ai 15 euro di poche settimane fa), sui normali canoni delle sue offerte. Si parte quindi da 45 euro al mese. I nostri 100 megabit si pongono ora tra i più cari in Europa, ma sono pochi i Paesi che li offrono al momento (in Francia e in Svezia si parte da meno di 30 euro). La rete di Telecom sarà il pilastro fondamentale dell&#8217;Ngn italiana, si noti bene. Sarà la sola grande rete 100 Megabit infatti a coprire le città più importanti (nove nel 2011), pari al 50% della popolazione entro il 2018. È improbabile tuttavia che le città raggiunte siano coperte totalmente da fibra ottica nelle case.</p>
<p>La futura società pubblico-privata, a cui lavorano il governo e i principali operatori, ha obiettivi complementari a quelli di Telecom. L&#8217;obiettivo complessivo è dare all&#8217;Italia una Ngn che copra almeno il 50% di popolazione entro il 2020, come richiesto dall&#8217;Unione europa. Alcune zone viaggeranno più veloci con la copertura. È il caso della Provincia di Trento, che entro marzo (ritorna questa data) dovrà finalizzare l&#8217;accordo di massima appena siglato con Telecom. La Provincia vuole coprire il 100% delle case entro dieci anni. Ambizioso è anche il progetto della Regione Lombardia, che però ancora non è riuscita a mettere in tasca un&#8217;alleanza, da tempo cercata, con gli operatori per fare investimenti condivisi. La Regione intende lanciare entro il 2011 la società per realizzare questa rete. Ultima partita, Tiscali progetta di coprire Cagliari in fibra (e poi forse altre parti della Sardegna), in partnership con Zte. Al momento non bolle altro in pentola. Fastweb non intende ampliare la propria rete da sola. Il progetto Fibra per l&#8217;Italia (di Fastweb, Vodafone, Wind e Tiscali) è confluito in quello della società pubblico-privata voluto da Romani, a cui si è unito anche un progetto degli operatori minori.</p>
<h5>Agenda digitale</h5>
<p>Sembra proprio che, per le resistenze di Telecom, non ci sarà mai, su scala nazionale, una Ngn frutto di una società comune. Eventuali alleanze riguarderanno solo regioni limitate o faranno da tappa buchi per le zone non profittevoli. Possiamo accontentarci? Sì, purché si concretizzino davvero le promesse fatte a raffica nei giorni scorsi. Qualche dissidio tra i soggetti è ancora possibile e andrà superato con ulteriori mediazioni da parte dell&#8217;Authority e della politica. Gli ultimi scogli saranno affrontati quest&#8217;anno, sui vari tavoli dove si gioca questa difficilissima partita. Che comunque è solo metà del lavoro necessario per accompagnare l&#8217;Italia verso il futuro, dove stanno andando i principali Paesi mondiali: verso una società compenetrata davvero dal digitale.</p>
<p>Per questo fine, non basta occuparsi di infrastrutture Ngn ma serve anche un progetto di alfabetizzazione informatica della società e di migrazione al digitale di vari settori. Come richiesto da un&#8217;Agenda Digitale che si rispetti. Anche su questo fronte, c&#8217;è attesa: spetta al governo ora fare la propria mossa, come richiesto <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2011/02/01/litalia-ritardataria-cerca-la-sua-agenda-digitale">a gran voce da tanti</a>. E si cominciano a vedere <a href="http://www.adnkronos.com/IGN/News/CyberNews/Pa-Brunetta-su-agenda-digitale-tra-i-primi-in-Europa_311668442068.html">i primi effetti</a>.</p>
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		<title>L&#8217;Italia ritardataria cerca la sua agenda digitale</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Feb 2011 07:30:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L'avvio della commercializzazione delle offerte 100 Megabit aspetta un segnale dall'Agcom, ma comunque vada sarà un lancio sofferto. Nel frattempo l'Italia continua a rimandare una visione strategica delle reti ad alta velocità]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’Italia si gioca nelle prossime settimane una delle ultimissime chance per prendere il treno, con il resto dell’Europa, verso il futuro della tecnologia. Quello fatto di reti velocissime, da 100 Megabit in su, e molto più affidabili dell’Adsl. Reti basate su fibra ottica nelle case. Ma è anche il futuro dove il digitale sarà pienamente diffuso, penetrerà nella pubblica amministrazione, nelle strade. Nell’agenda della politica e del potere.<span id="more-4846"></span></p>
<h5>Governo e Agcom</h5>
<p>Sono due i tavoli più importanti dove si decidono le sorti di questo scenario, per l’Italia. Quello del governo &#8211; dove c’è un continuo rimpallo tra ministeri per la caccia alle risorse per il digitale (Sviluppo Economico, Economia, Innovazione) &#8211; e quello dell&#8217;Autorità garante delle comunicazioni. Su entrambi è il momento delle decisioni fondamentali. Agcom deciderà nei prossimi giorni (forse già il 3 febbraio) se autorizzare la tanto promessa <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/09/27/ngn-a-100-megabit-un-miraggio-ancora-lontano">offerta 100 Megabit di Telecom</a>. I motivi del ritardo sono complessi e sono uno specchio dei problemi profondi del mercato italiano, cioè la mancanza di sinergie tra concorrenti e tra pubblico e privato.</p>
<p>Gli operatori alternativi stanno protestando con forza, in questi giorni, perché dicono di non essere in grado di replicare alla futura offerta Telecom. E la colpa, sostengono, è l’assenza di un’offerta all’ingrosso adeguata (quella con cui poter utilizzare la nuova rete in fibra Telecom per lanciare i propri servizi ai clienti). Un’offerta all’ingrosso già c’è, ma secondo i concorrenti, a causa delle sue caratteristiche porterebbe a connessioni in fibra molto costose (circa 67 euro al mese all’utente) e lente (con banda garantita di appena 200 Kbps).</p>
<h5>Corsi e ricorsi</h5>
<p>Bel dilemma per Agcom. Se autorizza subito, di certo i concorrenti farebbero ricorso al Tar del Lazio e probabilmente otterrebbero lo stop dell’offerta Telecom (come già accaduto, in circostanze analoghe, con Alice 20 Megabit nel 2006). Se chiede a Telecom di fare un’offerta all’ingrosso adeguata, rimanderebbe di altri mesi il lancio di quella al dettaglio (se ne riparlerebbe probabilmente in estate o in autunno). Ma il problema è anche più profondo rispetto a questa bega. Il disaccordo tra le parti è sintomatico perché dimostra la loro incapacità di fare sinergia, che è <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/10/13/senza-sinergia-le-reti-stentano-a-crescere">la sola condizione</a> per dotare l’Italia di una rete di nuova generazione estesa. Il piano di Telecom è limitato: coprire il 50% della popolazione nel 2018 (sempre che mantengano la promessa: non sarebbe la prima che mancano, riguardo alla nuova rete). Già l’Italia sta perdendo posizioni nel mondo, da pioniera che era, per le connessioni in fibra, come rilevato di recente <a href="http://www.ftthcouncil.eu/home/latest_news/europe%E2%80%99s_new_member_states_continue_to_dominate_the_ftth_rankings/?cid=37&amp;nid=756&amp;catid=8">da Ftth Council</a>.</p>
<p>Il salto tra essere coperti da fibra o solo da Adsl nei prossimi anni si rivelerà enorme, nella misura in cui i nuovi servizi banda larghissima penetreranno nella società. Ma come sarà possibile che ciò avvenga in Italia, se solo il 50% della popolazione (nella migliore delle ipotesi) sarà coperto dai 100 megabit, nel medio-lungo periodo? Quello che sconta l’Italia è appunto un problema di penetrazione del digitale nella società. Un <a href="http://www.itu.int/ITU-D/cyb/estrat/estrat2010.html">recente rapporto</a> dell’ITU (cioè dell’Onu)<a href="http://www.itu.int/ITU-D/cyb/estrat/estrat2010.html"></a> rivela che l’Italia è uno dei rari esempi di Paese dove il governo non ha predisposto un’agenda digitale. Cioè un piano programmatico, e finanziato (sul serio), per migrare al digitale. Ci fanno compagnia pochissimi: Libia, Corea del Nord, Ghana. Difficile stabilire se la politica italiana sia motivata più dall’indifferenza o più dal timore per internet (e per la sua capacità di distruggere vecchi business e consolidati sistemi di consenso). Fatto sta che questa è la situazione. Ricordiamo che l’Italia è stata pioniera della fibra proprio grazie a un forte ruolo del pubblico (da ripassare <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Fastweb">la storia</a> dei rapporti tra Fastweb e Metroweb).</p>
<h5>L&#8217;appello</h5>
<p>La sensazione è che siamo sempre più vicini a un punto di non ritorno. Per questo motivo, è partita il 31 gennaio una <a href="http://www.agendadigitale.org/">campagna nazionale</a> in cui cento firmatari chiedono al governo di fare un’agenda digitale. Si trovano i nomi di tutti i top manager italiani delle principali aziende hi-tech, accademici e massimi esperti del settore. È un appello a guardarsi intorno: al resto del mondo che ha già capito l’importanza del digitale. Solo in Italia tocca doverlo ricordare alla politica, con così grande coro di voci.</p>
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