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Sommario
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Prefazione

Una nuova dimensione

Dal modello industriale all’economia di rete

I media tradizionali dopo Internet

New Media e New Journalism

I nuovi protagonisti dell’informazione

La televisione dell’era di Internet

Appendice
Nuovi Media e Vecchio Continente:
le prospettive dell'editoria elettronica in Europa

La televisione dell'era di Internet

 

 

 

Internet versus TV

Se l’avvento di Internet rappresenta già una minaccia per la carta stampata e mette in discussione i giornali tradizionali, nelle forme finora consolidate, un terremoto ancora maggiore si prospetta nel mondo della televisione. Prima di tutto, per un semplice motivo: la fruizione dei due mezzi è conflittuale, soprattutto nell’ambito domestico. Un dato è certo, le famiglie americane che dispongono di un accesso a Internet guardano meno la televisione delle altre. Secondo un’indagine della Nielsen Media Research, condotta nell’estate del ’99, il tempo passato davanti alla televisione diminuisce del 13% nelle famiglie che hanno un abbonamento a Internet. Una cifra che arriva al 17% nei pomeriggi dei week-end.

La sera, però, la televisione recupera, registrando un calo solo del 6% di spettatori. La passività e il relax assicurati dalla comoda visione del piccolo schermo nel salotto domestico rappresentano un’abitudine, tutto sommato, difficile da sradicare.

In termini complessivi di tempo accumulato, comunque, le famiglie connesse alla Rete guardano la televisione 32 ore di meno al mese, o un’ora al giorno in meno. Commentando questo dato, Marshall Cohen, responsabile marketing di America On Line (AOL) il più importante fornitore di accesso alla Rete, e committente della ricerca, ha dichiarato: «Questo significa che le pubblicità televisive non sono più sufficienti per raggiungere un’audience di massa». Un’affermazione che può sembrare azzardata in un Paese come l’Italia, dove il pubblico di Internet è ancora molto piccolo, rispetto a quello televisivo, ma che negli Stati Uniti ha certamente un altro peso, con 35 milioni di famiglie connesse regolarmente alla Rete.

 

 

La crisi televisiva

L’allarme rosso sul calo degli ascolti televisivi è suonato già a metà degli anni ’90. Tra il ’95 e il ’96 il tema della convergenza di tele-comunicazioni e media ha dominato i dibattiti e i convegni, con fiumi di analisi e relazioni, senza arrivare però a tracciare un quadro evolutivo certo.

Intanto l’erosione del pubblico continuava. Nell’estate del ’97 i tre canali Rai hanno ammesso una perdita di tre milioni di ascoltatori.

Si dava la colpa alla TV generalista, ormai invecchiata, da troppo tempo uguale a sé stessa. I mass-mediologi vedevano in questa disaffezione del pubblico verso la televisione tradizionale anche una conseguenza dell’arrivo di una nuova offerta: il satellite e la Pay-TV. Un’ipotesi plausibile, in prospettiva. All’epoca, pero’, le antenne paraboliche installate nella penisola non superavano ancora il milione, e la Pay-TV italiana, Tele+, faticava ad arrivare a mezzo milione di abbonati. Nessuno, ancora, individuava in Internet un potenziale concorrente della televisione, almeno nel panorama italiano.

 

 

Quale modello di TV Interattiva?

Ma George Gilder aveva già lanciato il suo anatema: «La televisione morirà». Sosteneva Gilder, nel suo polemico libro Vita dopo la televisione che le reti informatiche avrebbero cambiato irrimediabilmente lo spettatore, trasformandolo da passivo ad attivo. Se la chiave di volta si trovava nella magica parola interattività - e nell’evoluzione di un pubblico con nuovi appetiti, risvegliati dalla pratica dello zapping, capace quindi di chiedere e scegliere - perché allora quasi tutti i megaprogetti di Televisione Interattiva erano miseramente falliti?

Il modello della Videoway canadese, primo esempio di trasmissione a due vie, non ha superato i confini del paese in cui è nato. Il faraonico progetto TvI a Orlando, Florida, concepito a metà degli anni ’90 da Time Warner e Silicon Graphics, non è riuscito a vedere la luce. I progetti di video-on-demand dei maggiori operatori via cavo negli Usa, sono rimasti sulla carta. Colpa del modello o del mezzo? Probabilmente di entrambi. Da una parte, il modello scelto implicava un’interattività solo parziale e molto guidata. Nel caso del video-on-demand infatti si presuppone che ci sia una centrale operativa che eroga programmi a richiesta, sulla base di un menù preconfezionato. Ancora un modello verticale, dunque, che rispecchia il tipo di organizzazione e potere produttivo della televisione tradizionale, con un’apertura in più verso lo spettatore: la concessione della scelta. Niente a che vedere con il modello reticolare, che consente di interagire da ogni punto verso ogni altro punto, rappresentato da Internet.

L’interattività parziale della televisione si configurava come diversa dall’interattività piena del computer connesso alla rete. La stessa scelta dei mezzi tecnici di diffusione, cavo o satellite, rispecchiava questa forma asincrona di interazione. Rendeva possibile cioè la trasmissione di una grande mole di dati solo in una direzione, dalla centrale al terminale televisivo, mentre nella direzione opposta si poteva solo trasmettere una limitata, e preordinata, richiesta.

 

 

La questione non è solo tecnica

I limiti della Televisione Interattiva in ogni caso potrebbero non essere solo questi. Ci sono anche altre ragioni, di ordine psico-sociale, che ne inibiscono l’affermazione. E il dibattito è aperto.

«Penso che questo tema della convergenza sia giusto e falso allo stesso tempo. È giusto, perché è vero che c’è una certa convergenza delle tecniche. È falso, dal punto di vista della fruizione» ha osservato Philippe Queau in occasione di Imagina’99, la rassegna sui mondi virtuali che si tiene a Montecarlo. «Bisogna distinguere due tipi d’immagini: ci sono le immagini che si guardano da lontano, perché sono spettacolari, per un comfort visivo migliore, e quelle che si guardano più da vicino, come quando si legge un libro, e che si elaborano. Ma a livello fisico non ci sarà mai convergenza. E domani ci sarà un terzo tipo di immagini: le immagini in cui si andrà ad abitare, a vivere, cioè le immagini della realtà mista, quando si mescolerà reale e virtuale. Saranno magari le immagini sui muri degli uffici, dove ci si connetterà in modo elastico con i mondi virtuali che sono sempre più in rete. Dunque tre tipi d’immagini: quelle che si guardano, dello spettacolo e della televisione; le immagini che si elaborano e che si leggono da vicino; le immagini più astratte, simulate, nelle quali si abiterà perché saranno nell’ambiente. Credo che queste 3 classi d’immagini non convergeranno perché corrispondono alle posizioni del corpo. Ho l’impressione che le basi della convergenza siano un po’ troppo tecniche, e non abbastanza sociologiche. Oggi abbiamo bisogno di una riflessione sociologica sull’uso delle immagini. La convergenza è possibile sul piano tecnico, ma il corpo umano non converge per forza in ciò che vuole il marketing tecnologico»

 

Eppure i tentativi si ripetono e la corsa verso l’interattività televisiva è tutt’altro che chiusa. In Europa, soprattutto nei paesi dove la TV via cavo non è molto diffusa, si esplorano altre forme di interattività. In Francia Tps, il consorzio di televisione digitale da satellite diretto concorrente di CanalSat, ha lanciato nell’estate del ’98 servizi interattivi di intrattenimento, shopping e home banking, oltre che di informazione, accessibili dai tasti del telecomando. L’indice di gradimento? Un terzo degli abbonati partecipa a giochi e quiz televisivi, oltre la metà consulta regolarmente la guida interattiva dei programmi, il 56% naviga tra le previsioni meteo locali. I due servizi interattivi più consultati sono lo sport (al 98%), con le classifiche aggiornate dei maggiori eventi, dal calcio alla Formula 1, e il cinema (al 95%), con le anteprime dei film, il box-office, i programmi delle sale e quelli delle Pay-TV.

 

 

La TV sul computer o il computer nella TV?

Anziché eliminarsi in un duello mortale, la televisione e Internet ora si incontrano, si mescolano, convergono. L’affermazione del Web sembra proprio aver rimescolato le carte. Da una parte, la TV nella sua ricerca di interattività sta prendendo a prestito dalla rete modelli, stili, e tipi di interfaccia. Dall’altra, Internet propone contenuti televisivi nei siti Web, dalle news alle soap-opera, e tende sempre più ad offrire immagini in movimento, con il videostream e le webcam.

Anche nel salotto casalingo l’interattività viene riproposta sotto forma di Web-TV o Internet-TV. Offrendo cioè la possibilità ai telespettatori di navigare sulla rete con il telecomando, proprio dallo stesso schermo su cui guardano i programmi televisivi.

 

Per capire il trend, basta seguire i passaggi dell’esemplare Multimedia Streaming Strategy, cioè la tela che Microsoft sta tessendo da due anni: il 6 aprile ’97, Bill Gates aveva annunciato l’acquisto per 425 milioni di dollari della WebTv, la giovane società californiana che ha ideato il decoder, e l’apposito browser, per navigare su Internet dal televisore domestico. Nei due mesi successivi il presidente della Microsoft si è lanciato in una girandola di incontri con i leader delle maggiori Cable-TV. E nel giugno dello stesso anno, un nuovo annuncio: Microsoft ha investito 1 miliardo di dollari nella Comcast Corp., quarta società televisiva via cavo americana.

Già dall’avvio della sperimentazione del Ms-Nbc network, il sito creato insieme alla televisione Nbc, ci si era chiesti se la Microsoft stesse puntando alla televisione. «Non mi interessa investire nella Cbs, né in altri network televisivi» aveva dichiarato Bill Gates, in videoconferenza con Napoli, in occasione del Summit della Comunicazione. Ma un mese dopo aveva annunciato: «Il nostro obiettivo è di mettere in grado chiunque, società dei media, mondo del business e utenti, di ricevere, originare e interagire con la nuova generazione del broadcast».

 

 

Il cavallo di troia

Un primo obiettivo sul piano tecnologico, allora, era di riuscire a stabilire uno standard per il set-top-box. Un cavallo di troia per entrare nel grande mercato home. Per Microsoft, e per i suoi alleati, Intel in testa, non ci sono dubbi: i programmi broadcast dovranno arrivare da un unico scatolotto, che costi meno di 300 dollari, che permetta di ricevere le immagini della nuova televisione, insieme a Internet ad alta velocità. Che si tratti poi di usare il monitor del PC o i nuovi schermi piatti al plasma che tra qualche anno appenderemo come quadri alle pareti, non farà grande differenza. Saranno accontentati così anche i telespettatori più tradizionalisti, quelli che amano le belle immagini.

 

In questo scenario Internet e TV saranno sempre più complementari. Secondo Ferhan Cook, presidente di MediaPlay International e organizzatrice dell’Interactive-TV Pavillon al Milia ’99 «La convergenza tra computer e TV è ormai una realtà. La televisione del futuro sarà fatta di trasmissioni a larga banda, veicolate da satellite e da cavo, da ricevere interattivamente sul set-top-box».

Una tendenza che ha ormai mobilitato i maggiori gruppi televisivi mondiali, impegnati nel confronto con grandi firme della tecnologia, con produttori multimediali di contenuti e creativi del mondo digitale.

 

 

Una progressiva metamorfosi

Il primo passo dei broadcasters era stato quello di aprire delle vetrine per promuovere i contenuti televisivi sulla rete, creando siti Web di informazione. Internet vista dunque come un’estensione della TV. Con i suoi vantaggi, come il tempo reale nel caso delle news e un potenziale pubblico planetario da raggiungere.

«Ora i top-manager delle televisioni stanno cominciando a valutare il potenziale commerciale di questa operazione - osserva Ferhan Cook - guardando in prospettiva anche all’uso dei cable-modem, che consentono di inviare immagini di buona qualità, oltre a servizi interattivi».

È il caso per esempio del consorzio @Home Network, negli Usa, o della Nob Interactive olandese, che ha lanciato SnelNet: contenuti per Internet a larga banda, come videoclip musicali e la Delay Tv, una banca di immagini dei programmi televisivi trasmessi nelle ultime 24 ore, accessibili a richiesta. Mentre la televisione si sposta verso Internet, anche la rete ingloba sempre più dentro di sé forme televisive. E questa nuova alchimia sta influenzando le sorti future dello stesso linguaggio delle immagini.

 

La diffusione dell’informazione in forma digitale e le nuove abitudini introdotte da Internet, come l’uso degli ipertesti, dei link, o la consultazione dei data-base, hanno contaminato anche il mondo del broadcasting e ora stanno spingendo i produttori televisivi a modificare la stessa gestazione dei programmi.

All’Ina, l’Istituto nazionale degli audiovisivi francese, per esempio, si producono documentari pensati già per una doppia diffusione, in televisione e sulla rete. La nuova scommessa, di cui si è discusso durante il Milia ’99 a Cannes viene chiamata Enhanced Tv. «Significa ampliare l’esperienza televisiva, e approfondire i contenuti, usando l’interattività all’interno dei programmi stessi o in azioni congiunte tra Web e televisione» spiega Cook.

Per esempio, il programma inglese OnLine Caroline, una webcam soap opera, che permette di navigare dalla rete tra gli studi di produzione televisiva e di interagire con i personaggi. Oppure, nel campo dell’educazione, il Frank Llyod Wright Poetry, un documentario trasmesso da Pbs, la televisione pubblica americana, che offre percorsi a scelta di approfondimento anche su un sito Web di facile navigazione.

Stili e forme si mescolano. Anche se un modello dominante ancora non è emerso con contorni precisi.

 

 

La nuova generazione del broadcast

Ma cosa stava accadendo sulla Rete, mentre i grandi network della vecchia TV cercavano disperatamente la nuova via dell’interattività? Due universi paralleli stavano evolvendo nello stesso tempo. Il primo, quello del vecchio mondo, attraverso grandi investimenti, spesso in tecnologie sbagliate, tentativi di grandi alleanze per proiettarsi su territori poco conosciuti, e una continua caccia ai grandi serbatoi di contenuti, per riconfezionare i programmi in nuove forme multimediali. L’altro, quello del cyberspazio, procedeva per disordinati tentativi, sussulti provocati da nuove soluzioni software, idee sparse diffuse gratuitamente da improvvisati produttori, e tocchi di creatività immessi da teenager.

La nuova onda del Webcasting, che ha cominciato, senza fare rumore, a diffondersi sulla Rete, ha rappresentato uno straordinario terreno di sperimentazione.

La nuova generazione del broadcast non avrà la forma e lo stile della televisione che già conosciamo. Sarà un ibrido, attivo e passivo, una graffiti-tv, mordi e fuggi, con molti innesti culturali presi a prestito dal mondo dei videogame e della multimedialità.

È quella che piace, comunque, agli abitanti del cyberspazio. Anche se per ora con un modem a 56 Kbps si possono ricevere immagini in movimento di qualità solo discreta (320 × 240 pixels) su una finestra a un quarto di schermo. L’introduzione del video ha comunque trasformato in soli due anni l’ambiente del Web da un paesaggio statico di manifesti testuali che scorrevano solo in verticale, a un mondo dinamico che apre nuove possibilità di intrattenimento.

 

 

Il video nella finestra

Il lancio di Real Networks, sulle reti di Mci Communications, annunciato il 6 agosto del ’97 era stato accolto dal New York Times come «l’attesa svolta per veicolare il broadcasting su Internet». La nuova soluzione permetteva infatti di distribuire programmi video digitali a diversi destinatari, in simultanea, attraverso la Rete, grazie a una tecnologia sviluppata dalla Mci insieme alla Progressive Network, la software house che ha inventato prima RealAudio, poi RealVideo.

Perché tanto entusiasmo? Non era la prima volta che le immagini in movimento passavano attraverso la rete. Trasmissioni live online erano già state fatte, a cominciare dal ’95. I Rolling Stones avevano perfino trasmesso in rete i concerti di una loro tournée. Ma veniva utilizzato l’MBone (Multicast Backbone, una porzione della rete riservata all’invio del video), che non era accessibile a tutti. Si trattava di eventi dalla tecnologia piuttosto complessa.

La nuova promessa che RealVideo ha introdotto è che milioni di computer possono ricevere programmi TV. Flussi di immagini in movimento, con audio sincronizzato, che arrivano alla massa di utenti della grande rete. In modo semplice: grazie a un player, un software-interprete, da scaricare gratuitamente. Per velocizzare la trasmissione, ed evitare gli intasamenti, è stato ideato infatti un piccolo sistema on demand. Una forma, insomma, di TV digitale davvero personalizzata sulla rete.

 

 

La diffusione del videostreaming

Quasi in contemporanea alla nascita di Real Networks, un altro annuncio era arrivato da Redmond in quell’estate del ’97: l’uscita sul mercato di NetShow 2.0, definito uno streaming media server. La Microsoft era entrata in possesso di una tecnologia di videostreaming simile a quella di Real Networks acquistando la Vxtreme, una piccola e innovativa società della Silicon Valley. Il merito di questa start-up è di aver sviluppato un brevetto, chiamato in codice Sqz: un software di compressione delle immagini in movimento che permette di inviare fino a 15 fotogrammi al secondo, su un testonormalee modem a 28,8. Per ricevere il flusso di immagini basta installare il plug-in, chiamato Web-theater client. Ogni server può trasmettere in multicast a 50 mila utenti. E con più server è possibile raggiungere anche audience di milioni di persone.

Certo, non bisogna aspettarsi su Internet la stessa qualità delle trasmissioni ricevute via etere o via satellite sul televisore. Il video che appare in una finestra del monitor è al massimo equivalente a una registrazione VHS. Ma questa innovazione è bastata per stuzzicare l’interesse dei broadcaster tradizionali.

La Cnn Interactive e il Discovery Channel hanno subito scelto il Web Theater 2, per veicolare eventi di attualità in video su Internet. La Cnn ha trasmesso anche parti in videostream di Impact, il magazine realizzato insieme a Time. Il Web Theater 2 ha introdotto anche una completa sincronizzazione tra i documenti video, Java e l’HTML, consentendo di creare pagine multimediali. «Pensiamo che il video diventerà nei prossimi anni il modo di comunicare dominante sulla rete» ha dichiarato Pete Mountanos, amministratore delegato di Vxtreme.

 

 

Le TV libere sulla Rete

Infatti, uno degli ultimi acquisti strategici del Portale Yahoo! è Broadcast.com, società quotata al Nasdaq americano, che rappresenta il maggiore operatore di radio-televisione su Internet. Era nata assemblando sulla rete un numero crescente di radio locali e di comunità. Oggi conta 370 emittenti radiofoniche e 30 televisive che trasmettono online. Dagli Usa questa formula si è rapidamente propagata anche in Europa: centinaia di radio hanno cominciato a riversare i loro contenuti, sotto forma di clip sonore, sulle onde di Internet. Radio Deejay, Radio Capital e Italia Radio, di proprietà dell’editoriale L’Espresso, sono le prime tre web-radio italiane. L’avvio delle trasmissioni in rete è iniziato a fine luglio, grazie ad accordi con l’americana Real Networks. Diffondono notiziari, programmi musicali e videoclip.

Ma altre stazioni sono nate per esistere solo nel cyberspazio. Jacques Rosselin, co-fondatore della rivista Courrier International, nel settembre ’98 ha lanciato da Parigi CanalWeb.net, una televisione nata solo per Internet, che ora offre una trentina di programmi settimanali e oltre mille ore di archivio consultabili a richiesta. «Siamo gli unici a giocare il ruolo di una vera televisione di accesso pubblico in Francia. Un ruolo che la televisione tradizionale non assicura più» ha dichiarato Rosselin a WebMagazine. CanalWeb rappresenta una televisione che è fatta dal suo pubblico: chiunque può proporre servizi via e-mail o inviare video-clip da trasmettere. E non è la sola: LaCitoyenne è un’altra Net-TV a forma partecipativa, nata dalla Federazione dei Centri Sociali; ProgressTv.com e MusiqueTv.com sono altre due stazioni di broadcast che utilizzano banche dati e contributi di associazioni.

Il Webcasting assicura una produzione a basso costo e una presenza 24 ore su 24. L’ascolto è personalizzato: per accedere ai programmi basta scaricare gratuitamente il player Real-Video e scegliere ciò che si vuole vedere. Ma la prospettiva più interessante di queste esperienze è nella dinamica partecipativa, nel ruolo che può giocare il prosumer, come lo ha definito con grande immaginazione una decina d’anni fa il futurologo Alvin Toffler: il consumatore che diventa anche produttore.

 

 

Dall’HTML al TVML

Tutti i creativi che sognano di avere un proprio programma televisivo su Internet potranno averlo, o meglio farlo, dal proprio computer. Grazie a un nuovo linguaggio: il TVML, simile all’HTML (che permette di realizzare pagine Web), ideato per costruire in tutta semplicità programmi televisivi digitali. Lo ha inventato Masaki Hayashi, giovane ingegnere dei Science & Technical Research Labs della televisione giapponese NHK, e ha presentato i primi programmi TV realizzati su computer a Imagina ’99. «Ho pensato fin dall’inizio al TVML come a uno strumento personale, che possa essere usato da chiunque - ha spiegato Hayashi -. Non è diretto ai professionisti». Per ora, infatti, non può neanche offrire una qualità broadcasting. Ma nel TVML ci sono tutti gli elementi necessari per produrre un programma TV amatoriale. È un generatore automatico di immagini, a partire da uno script, da una sceneggiatura. C’è uno studio, realizzato in computer grafica, e dei personaggi digitali, che possono essere animati, come presentatori. Tutto ciò che dicono e che fanno lo scrive l’autore, nelle strisce dello script. Può indicare anche i movimenti della telecamera (virtuale) o inserire nel programma musiche e filmati digitalizzati. Il player per la generazione automatica dei programmi può essere scaricato gratuitamente dal sito (http://www.strl.nhk.or.jp/TVML/index.htm).

Hayashi è impegnato ora a preparare una versione per PC Windows. «Il Player - spiega - resterà freeware. Metteremo in rete gratuitamente anche un plug-in per i browser, in modo che i programmi TV realizzati possano essere visti da chiunque su Internet. Ma il TVML Editor, il software autore per scrivere il programma TV, diventa un prodotto».

 

 

La convergenza in un unico flusso di bit

Il 1999 ha segnato anche il passaggio alla TV digitale: negli Stati Uniti con la diffusione via etere, in Europa via satellite. Ciò significa non solo una migliore qualità dell’immagine e del suono, ma anche nuove prospettive di interazione. Tutto il panorama tecnologico che investe l’intrattenimento domestico sta cambiando a velocità impressionante. I nuovi strumenti digitali per l’audio e il video, dai CD ai DVD, sostituiscono progressivamente quelli analogici a nastro. Le telecamere digitali, connesse al computer, consentono di riversare immagini sulle homepage e nelle video-email. Musica e video rappresentano, soprattutto per i teenager, la nuova forma di comunicazione sulla Rete.

DataMonitor, società inglese di analisi di mercato del mondo della comunicazione, ci avverte che alla fine del 1998 nelle case degli europei ci sono 104 milioni di televisori e 32 milioni di computer. Le Pay-TV hanno installato già 4,4 milioni di decoder o ricevitori di televisione digitale. Le previsioni sono che nel 2003 questi ricevitori saranno 30 milioni e porteranno nelle case sia la TV, sia Internet. L’accesso alla rete dai set-top-box, o anche dalle Cable-TV, non sarà a 28,8 o a 56 Kb al secondo, come avviene oggi con i modem, ma molto più veloce. Utilizzerà la larga banda, a partire da 2 Megabit al secondo. Anche le immagini in movimento veicolate dalla Rete acquisteranno un’altra qualità, davvero più televisiva.

 

 

Come portare Internet in tutte le case

«Con il computer siamo entrati nel 40 per cento delle case, ma la televisione controlla ancora l’altro 60 per cento». La frase è di Bill Gates (riferita ovviamente agli Usa) e la dice lunga su una successione di accordi tecnologici e di alleanze strategiche messe a segno dalla Microsoft negli ultimi mesi. All’inizio dell’anno al Consumer Electronics Show di Las Vegas il numero uno del software ha annunciato, insieme a Thomson Consumer Electronics, costruttore leader di apparecchi TV sul mercato americano, l’uscita entro l’anno di un Interactive-Tv-set. Nel frattempo ha stretto un altro accordo con DirectTv e con EchoStar, due grandi operatori di TV da satellite, per incorporare al ricevitore digitale la WebTv Plus.

Ma il colpo grosso è arrivato in maggio, con l’ingresso di Microsoft nel capitale di AT&T per il 3%. Un investimento di 5 miliardi di dollari, che fa ottenere a Bill Gates la chiave d’ingresso a un ricco e sicuro mercato. Il colosso delle telecomunicazioni AT&T, sotto la guida del nuovo presidente Michael Amstrong, controllerà infatti i cavi delle televisioni in circa il 60 per cento delle case americane. AT&T ha comprato prima la Tci e poi la MediaOne, due delle maggiori Cable-TV, con decine di milioni di abbonati. E Bill Gates, dal canto suo, ha favorito un accordo con un terzo operatore cavo, Comcast, di cui detiene già una partecipazione. Se l’obiettivo di Amstrong è di fornire servizi telefonici a costi concorrenziali attraverso i cavi televisivi, quello della Microsoft è invece di piazzare i box che portano Internet ad alta velocità sugli schermi di milioni di abitazioni abbonate alla televisione via cavo. Là dove non arriva il computer, arriverà l’Interactive-TV. La televisione mescolata a Internet, che offrirà sul televisore lo stesso tipo interattività a cui ci ha abituato il personal computer. «Internet ha chiaramente modificato il modo in cui tutto il mondo riceve, produce, e scambia ogni tipo di informazioni - ha osservato Steve Perlman, fondatore del WebTv Networks -. È l’innovazione più pervasiva e di più grande impatto nata nel Ventesimo secolo. Nessun’altra invenzione, dal telegrafo, al telefono, al fax, alla televisione, è stata così potente negli effetti provocati sulla società globale».

 



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