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La televisione dell'era di Internet
Internet versus TV
Se l’avvento di Internet rappresenta già una minaccia per la
carta stampata e mette in discussione i giornali tradizionali, nelle forme
finora consolidate, un terremoto ancora maggiore si prospetta nel mondo della
televisione. Prima di tutto, per un semplice motivo: la fruizione dei due mezzi
è conflittuale, soprattutto nell’ambito domestico. Un dato è certo, le famiglie
americane che dispongono di un accesso a Internet guardano meno la televisione
delle altre. Secondo un’indagine della Nielsen Media Research, condotta
nell’estate del ’99, il tempo passato davanti alla televisione diminuisce del
13% nelle famiglie che hanno un abbonamento a Internet. Una cifra che arriva al
17% nei pomeriggi dei week-end.
La sera, però, la
televisione recupera, registrando un calo solo del 6% di spettatori. La
passività e il relax assicurati dalla comoda visione del piccolo schermo nel
salotto domestico rappresentano un’abitudine, tutto sommato, difficile da
sradicare.
In termini complessivi di
tempo accumulato, comunque, le famiglie connesse alla Rete guardano la
televisione 32 ore di meno al mese, o un’ora al giorno in meno. Commentando
questo dato, Marshall Cohen, responsabile marketing di America On Line (AOL) il
più importante fornitore di accesso alla Rete, e committente della ricerca, ha dichiarato:
«Questo significa che le pubblicità televisive non sono più sufficienti per
raggiungere un’audience di massa». Un’affermazione che può sembrare azzardata
in un Paese come l’Italia, dove il pubblico di Internet è ancora molto piccolo,
rispetto a quello televisivo, ma che negli Stati Uniti ha certamente un altro
peso, con 35 milioni di famiglie connesse regolarmente alla Rete.
La crisi televisiva
L’allarme rosso sul calo degli ascolti televisivi è suonato
già a metà degli anni ’90. Tra il ’95 e il ’96 il tema della convergenza
di tele-comunicazioni e media ha dominato i dibattiti e i convegni, con fiumi
di analisi e relazioni, senza arrivare però a tracciare un quadro evolutivo
certo.
Intanto l’erosione del
pubblico continuava. Nell’estate del ’97 i tre canali Rai hanno ammesso una
perdita di tre milioni di ascoltatori.
Si dava la colpa alla TV
generalista, ormai invecchiata, da troppo tempo uguale a sé stessa. I
mass-mediologi vedevano in questa disaffezione del pubblico verso la
televisione tradizionale anche una conseguenza dell’arrivo di una nuova
offerta: il satellite e la Pay-TV. Un’ipotesi plausibile, in prospettiva.
All’epoca, pero’, le antenne paraboliche installate nella penisola non
superavano ancora il milione, e la Pay-TV italiana, Tele+, faticava ad arrivare
a mezzo milione di abbonati. Nessuno, ancora, individuava in Internet un
potenziale concorrente della televisione, almeno nel panorama italiano.
Quale modello di TV Interattiva?
Ma George Gilder aveva già lanciato il suo anatema: «La
televisione morirà». Sosteneva Gilder, nel suo polemico libro Vita dopo la
televisione che le reti informatiche avrebbero cambiato irrimediabilmente
lo spettatore, trasformandolo da passivo ad attivo. Se la chiave di volta si
trovava nella magica parola interattività - e nell’evoluzione di un
pubblico con nuovi appetiti, risvegliati dalla pratica dello zapping, capace
quindi di chiedere e scegliere - perché allora quasi tutti i megaprogetti di
Televisione Interattiva erano miseramente falliti?
Il modello della Videoway
canadese, primo esempio di trasmissione a due vie, non ha superato i confini
del paese in cui è nato. Il faraonico progetto TvI a Orlando, Florida,
concepito a metà degli anni ’90 da Time Warner e Silicon Graphics, non è
riuscito a vedere la luce. I progetti di video-on-demand dei maggiori
operatori via cavo negli Usa, sono rimasti sulla carta. Colpa del modello o del
mezzo? Probabilmente di entrambi. Da una parte, il modello scelto implicava
un’interattività solo parziale e molto guidata. Nel caso del video-on-demand
infatti si presuppone che ci sia una centrale operativa che eroga programmi a
richiesta, sulla base di un menù preconfezionato. Ancora un modello verticale,
dunque, che rispecchia il tipo di organizzazione e potere produttivo della
televisione tradizionale, con un’apertura in più verso lo spettatore: la
concessione della scelta. Niente a che vedere con il modello reticolare, che
consente di interagire da ogni punto verso ogni altro punto, rappresentato da
Internet.
L’interattività parziale
della televisione si configurava come diversa dall’interattività piena del
computer connesso alla rete. La stessa scelta dei mezzi tecnici di diffusione,
cavo o satellite, rispecchiava questa forma asincrona di interazione. Rendeva
possibile cioè la trasmissione di una grande mole di dati solo in una
direzione, dalla centrale al terminale televisivo, mentre nella direzione
opposta si poteva solo trasmettere una limitata, e preordinata, richiesta.
La questione non è solo tecnica
I limiti della Televisione Interattiva in ogni caso
potrebbero non essere solo questi. Ci sono anche altre ragioni, di ordine
psico-sociale, che ne inibiscono l’affermazione. E il dibattito è aperto.
«Penso che questo tema
della convergenza sia giusto e falso allo stesso tempo. È giusto, perché è vero
che c’è una certa convergenza delle tecniche. È falso, dal punto di vista della
fruizione» ha osservato Philippe Queau in occasione di Imagina’99, la
rassegna sui mondi virtuali che si tiene a Montecarlo. «Bisogna distinguere due
tipi d’immagini: ci sono le immagini che si guardano da lontano, perché sono
spettacolari, per un comfort visivo migliore, e quelle che si guardano più da
vicino, come quando si legge un libro, e che si elaborano. Ma a livello fisico
non ci sarà mai convergenza. E domani ci sarà un terzo tipo di immagini: le
immagini in cui si andrà ad abitare, a vivere, cioè le immagini della realtà
mista, quando si mescolerà reale e virtuale. Saranno magari le immagini sui
muri degli uffici, dove ci si connetterà in modo elastico con i mondi virtuali
che sono sempre più in rete. Dunque tre tipi d’immagini: quelle che si
guardano, dello spettacolo e della televisione; le immagini che si elaborano e
che si leggono da vicino; le immagini più astratte, simulate, nelle quali si
abiterà perché saranno nell’ambiente. Credo che queste 3 classi d’immagini non
convergeranno perché corrispondono alle posizioni del corpo. Ho l’impressione
che le basi della convergenza siano un po’ troppo tecniche, e non abbastanza
sociologiche. Oggi abbiamo bisogno di una riflessione sociologica sull’uso
delle immagini. La convergenza è possibile sul piano tecnico, ma il corpo umano
non converge per forza in ciò che vuole il marketing tecnologico»
Eppure i tentativi si
ripetono e la corsa verso l’interattività televisiva è tutt’altro che
chiusa. In Europa, soprattutto nei paesi dove
la TV via cavo non è molto diffusa, si esplorano altre forme di interattività.
In Francia Tps, il consorzio di televisione digitale da satellite diretto
concorrente di CanalSat, ha lanciato nell’estate del ’98 servizi interattivi di
intrattenimento, shopping e home banking, oltre che di informazione,
accessibili dai tasti del telecomando. L’indice di gradimento? Un terzo degli
abbonati partecipa a giochi e quiz televisivi, oltre la metà consulta
regolarmente la guida interattiva dei programmi, il 56% naviga tra le
previsioni meteo locali. I due servizi interattivi più consultati sono lo sport
(al 98%), con le classifiche aggiornate dei maggiori eventi, dal calcio alla
Formula 1, e il cinema (al 95%), con le anteprime dei film, il box-office, i
programmi delle sale e quelli delle Pay-TV.
La TV sul computer o il computer nella TV?
Anziché eliminarsi in un duello mortale, la televisione e
Internet ora si incontrano, si mescolano, convergono. L’affermazione del Web
sembra proprio aver rimescolato le carte. Da una parte, la TV nella sua ricerca
di interattività sta prendendo a prestito dalla rete modelli, stili, e tipi di
interfaccia. Dall’altra, Internet propone contenuti televisivi nei siti Web,
dalle news alle soap-opera, e tende sempre più ad offrire immagini in
movimento, con il videostream e le webcam.
Anche nel salotto casalingo
l’interattività viene riproposta sotto forma di Web-TV o Internet-TV. Offrendo
cioè la possibilità ai telespettatori di navigare sulla rete con il telecomando,
proprio dallo stesso schermo su cui guardano i programmi televisivi.
Per capire il trend, basta seguire i passaggi
dell’esemplare Multimedia Streaming Strategy, cioè la tela che Microsoft
sta tessendo da due anni: il 6 aprile ’97, Bill Gates aveva annunciato
l’acquisto per 425 milioni di dollari della WebTv, la giovane società
californiana che ha ideato il decoder, e l’apposito browser, per navigare su
Internet dal televisore domestico. Nei due mesi successivi il presidente
della Microsoft si è lanciato in una girandola di incontri con i leader delle
maggiori Cable-TV. E nel giugno dello stesso anno, un nuovo annuncio: Microsoft
ha investito 1 miliardo di dollari nella Comcast Corp., quarta società
televisiva via cavo americana.
Già dall’avvio della
sperimentazione del Ms-Nbc network, il sito creato insieme alla televisione
Nbc, ci si era chiesti se la Microsoft stesse puntando alla televisione. «Non
mi interessa investire nella Cbs, né in altri network televisivi» aveva
dichiarato Bill Gates, in videoconferenza con Napoli, in occasione del Summit
della Comunicazione. Ma un mese dopo aveva annunciato: «Il nostro obiettivo è
di mettere in grado chiunque, società dei media, mondo del business e utenti,
di ricevere, originare e interagire con la nuova generazione del broadcast».
Il cavallo di troia
Un primo obiettivo sul piano tecnologico, allora, era di
riuscire a stabilire uno standard per il set-top-box. Un cavallo di troia per
entrare nel grande mercato home. Per Microsoft, e per i suoi alleati,
Intel in testa, non ci sono dubbi: i programmi broadcast dovranno arrivare da
un unico scatolotto, che costi meno di 300 dollari, che permetta di ricevere le
immagini della nuova televisione, insieme a Internet ad alta velocità. Che si
tratti poi di usare il monitor del PC o i nuovi schermi piatti al plasma che
tra qualche anno appenderemo come quadri alle pareti, non farà grande
differenza. Saranno accontentati così anche i telespettatori più
tradizionalisti, quelli che amano le belle immagini.
In questo scenario Internet e TV saranno sempre più
complementari. Secondo Ferhan Cook, presidente di MediaPlay International e
organizzatrice dell’Interactive-TV Pavillon al Milia ’99 «La convergenza tra
computer e TV è ormai una realtà. La televisione del futuro sarà fatta di
trasmissioni a larga banda, veicolate da satellite e da cavo, da ricevere
interattivamente sul set-top-box».
Una tendenza che ha ormai
mobilitato i maggiori gruppi televisivi mondiali, impegnati nel confronto con
grandi firme della tecnologia, con produttori multimediali di contenuti e
creativi del mondo digitale.
Una progressiva metamorfosi
Il primo passo dei broadcasters era stato quello di aprire
delle vetrine per promuovere i contenuti televisivi sulla rete, creando siti
Web di informazione. Internet vista dunque come un’estensione della TV. Con i
suoi vantaggi, come il tempo reale nel caso delle news e un potenziale
pubblico planetario da raggiungere.
«Ora i top-manager delle
televisioni stanno cominciando a valutare il potenziale commerciale di questa
operazione - osserva Ferhan Cook - guardando in prospettiva anche all’uso dei
cable-modem, che consentono di inviare immagini di buona qualità, oltre a
servizi interattivi».
È il caso per esempio del
consorzio @Home Network, negli Usa, o della Nob Interactive olandese, che ha
lanciato SnelNet: contenuti per Internet a larga banda, come videoclip musicali
e la Delay Tv, una banca di immagini dei programmi televisivi trasmessi
nelle ultime 24 ore, accessibili a richiesta. Mentre la televisione si sposta
verso Internet, anche la rete ingloba sempre più dentro di sé forme televisive.
E questa nuova alchimia sta influenzando le sorti future dello stesso
linguaggio delle immagini.
La diffusione dell’informazione in forma digitale e le nuove
abitudini introdotte da Internet, come l’uso degli ipertesti, dei link,
o la consultazione dei data-base, hanno contaminato anche il mondo del
broadcasting e ora stanno spingendo i produttori televisivi a modificare la
stessa gestazione dei programmi.
All’Ina, l’Istituto
nazionale degli audiovisivi francese, per esempio, si producono documentari
pensati già per una doppia diffusione, in televisione e sulla rete. La nuova
scommessa, di cui si è discusso durante il Milia ’99 a Cannes viene chiamata Enhanced
Tv. «Significa ampliare l’esperienza televisiva, e approfondire i
contenuti, usando l’interattività all’interno dei programmi stessi o in azioni
congiunte tra Web e televisione» spiega Cook.
Per esempio, il programma
inglese OnLine Caroline, una webcam soap opera, che permette di
navigare dalla rete tra gli studi di produzione televisiva e di interagire con
i personaggi. Oppure, nel campo dell’educazione, il Frank Llyod Wright
Poetry, un documentario trasmesso da Pbs, la televisione pubblica
americana, che offre percorsi a scelta di approfondimento anche su un sito Web
di facile navigazione.
Stili e forme si mescolano.
Anche se un modello dominante ancora non è emerso con contorni precisi.
La nuova generazione del broadcast
Ma cosa stava accadendo sulla Rete, mentre i grandi network
della vecchia TV cercavano disperatamente la nuova via dell’interattività? Due
universi paralleli stavano evolvendo nello stesso tempo. Il primo, quello del
vecchio mondo, attraverso grandi investimenti, spesso in tecnologie sbagliate,
tentativi di grandi alleanze per proiettarsi su territori poco conosciuti, e
una continua caccia ai grandi serbatoi di contenuti, per riconfezionare i programmi
in nuove forme multimediali. L’altro, quello del cyberspazio, procedeva per
disordinati tentativi, sussulti provocati da nuove soluzioni software, idee
sparse diffuse gratuitamente da improvvisati produttori, e tocchi di creatività
immessi da teenager.
La nuova onda del Webcasting,
che ha cominciato, senza fare rumore, a diffondersi sulla Rete, ha
rappresentato uno straordinario terreno di sperimentazione.
La nuova generazione del broadcast
non avrà la forma e lo stile della televisione che già conosciamo. Sarà un
ibrido, attivo e passivo, una graffiti-tv, mordi e fuggi, con molti
innesti culturali presi a prestito dal mondo dei videogame e della
multimedialità.
È quella che piace,
comunque, agli abitanti del cyberspazio. Anche se per ora con un modem a 56
Kbps si possono ricevere immagini in movimento di qualità solo discreta (320 ×
240 pixels) su una finestra a un quarto di schermo. L’introduzione del video ha
comunque trasformato in soli due anni l’ambiente del Web da un paesaggio
statico di manifesti testuali che scorrevano solo in verticale, a un mondo
dinamico che apre nuove possibilità di intrattenimento.
Il video nella finestra
Il lancio di Real Networks, sulle reti di Mci
Communications, annunciato il 6 agosto del ’97 era stato accolto dal New
York Times come «l’attesa svolta per veicolare il broadcasting su
Internet». La nuova soluzione permetteva infatti di distribuire programmi video
digitali a diversi destinatari, in simultanea, attraverso la Rete, grazie a una
tecnologia sviluppata dalla Mci insieme alla Progressive Network, la software
house che ha inventato prima RealAudio, poi RealVideo.
Perché tanto entusiasmo?
Non era la prima volta che le immagini in movimento passavano attraverso la
rete. Trasmissioni live online erano già state fatte, a cominciare dal
’95. I Rolling Stones avevano perfino trasmesso in rete i concerti di una loro
tournée. Ma veniva utilizzato l’MBone (Multicast Backbone, una porzione della
rete riservata all’invio del video), che non era accessibile a tutti. Si
trattava di eventi dalla tecnologia piuttosto complessa.
La nuova promessa che RealVideo
ha introdotto è che milioni di computer possono ricevere programmi TV. Flussi
di immagini in movimento, con audio sincronizzato, che arrivano alla massa di
utenti della grande rete. In modo semplice: grazie a un player, un
software-interprete, da scaricare gratuitamente. Per velocizzare la
trasmissione, ed evitare gli intasamenti, è stato ideato infatti un piccolo
sistema on demand. Una forma, insomma, di TV digitale davvero
personalizzata sulla rete.
La diffusione del videostreaming
Quasi in contemporanea alla nascita di Real Networks, un
altro annuncio era arrivato da Redmond in quell’estate del ’97: l’uscita sul
mercato di NetShow 2.0, definito uno streaming media server. La
Microsoft era entrata in possesso di una tecnologia di videostreaming simile
a quella di Real Networks acquistando la Vxtreme, una piccola e innovativa
società della Silicon Valley. Il merito di questa start-up è di aver sviluppato
un brevetto, chiamato in codice Sqz: un software di compressione delle
immagini in movimento che permette di inviare fino a 15 fotogrammi al secondo,
su un testonormalee modem a 28,8. Per ricevere il flusso di immagini basta installare
il plug-in, chiamato Web-theater client. Ogni server può trasmettere in
multicast a 50 mila utenti. E con più server è possibile raggiungere anche
audience di milioni di persone.
Certo, non bisogna
aspettarsi su Internet la stessa qualità delle trasmissioni ricevute via etere
o via satellite sul televisore. Il video che appare in una finestra del monitor
è al massimo equivalente a una registrazione VHS.
Ma questa innovazione è bastata per stuzzicare l’interesse dei broadcaster
tradizionali.
La Cnn Interactive e
il Discovery Channel hanno subito scelto il Web Theater 2, per veicolare
eventi di attualità in video su Internet. La Cnn ha trasmesso anche
parti in videostream di Impact, il magazine realizzato insieme a Time.
Il Web Theater 2 ha introdotto anche una completa sincronizzazione tra i
documenti video, Java e l’HTML, consentendo di creare pagine multimediali.
«Pensiamo che il video diventerà nei prossimi anni il modo di comunicare
dominante sulla rete» ha dichiarato Pete Mountanos, amministratore delegato di
Vxtreme.
Le TV libere sulla Rete
Infatti, uno degli ultimi acquisti strategici del Portale
Yahoo! è Broadcast.com, società quotata al Nasdaq americano, che rappresenta il
maggiore operatore di radio-televisione su Internet. Era nata assemblando sulla
rete un numero crescente di radio locali e di comunità. Oggi conta 370
emittenti radiofoniche e 30 televisive che trasmettono online. Dagli Usa questa
formula si è rapidamente propagata anche in Europa: centinaia di radio hanno
cominciato a riversare i loro contenuti, sotto forma di clip sonore, sulle onde
di Internet. Radio Deejay, Radio Capital e Italia Radio,
di proprietà dell’editoriale L’Espresso, sono le prime tre web-radio
italiane. L’avvio delle trasmissioni in rete è iniziato a fine luglio, grazie
ad accordi con l’americana Real Networks. Diffondono notiziari, programmi
musicali e videoclip.
Ma altre stazioni sono nate
per esistere solo nel cyberspazio. Jacques Rosselin, co-fondatore della rivista
Courrier International, nel settembre ’98 ha lanciato da Parigi
CanalWeb.net, una televisione nata solo per Internet, che ora offre una
trentina di programmi settimanali e oltre mille ore di archivio consultabili a
richiesta. «Siamo gli unici a giocare il ruolo di una vera televisione di
accesso pubblico in Francia. Un ruolo che la televisione tradizionale non
assicura più» ha dichiarato Rosselin a WebMagazine. CanalWeb rappresenta
una televisione che è fatta dal suo pubblico: chiunque può proporre servizi via
e-mail o inviare video-clip da trasmettere. E non è la sola: LaCitoyenne è
un’altra Net-TV a forma partecipativa, nata dalla Federazione dei Centri
Sociali; ProgressTv.com e MusiqueTv.com sono altre due stazioni di broadcast
che utilizzano banche dati e contributi di associazioni.
Il Webcasting assicura una
produzione a basso costo e una presenza 24 ore su 24. L’ascolto è
personalizzato: per accedere ai programmi basta scaricare gratuitamente il
player Real-Video e scegliere ciò che si vuole vedere. Ma la prospettiva più
interessante di queste esperienze è nella dinamica partecipativa, nel ruolo che
può giocare il prosumer, come lo ha definito con grande immaginazione
una decina d’anni fa il futurologo Alvin Toffler: il consumatore che diventa
anche produttore.
Dall’HTML al TVML
Tutti i creativi che sognano di avere un proprio programma
televisivo su Internet potranno averlo, o meglio farlo, dal proprio computer.
Grazie a un nuovo linguaggio: il TVML, simile all’HTML (che permette di
realizzare pagine Web), ideato per costruire in tutta semplicità programmi
televisivi digitali. Lo ha inventato Masaki Hayashi, giovane ingegnere dei
Science & Technical Research Labs della televisione giapponese NHK, e ha
presentato i primi programmi TV realizzati su computer a Imagina ’99. «Ho
pensato fin dall’inizio al TVML come a uno strumento personale, che possa
essere usato da chiunque - ha spiegato Hayashi -. Non è diretto ai
professionisti». Per ora, infatti, non può neanche offrire una qualità
broadcasting. Ma nel TVML ci sono tutti gli elementi necessari per produrre un
programma TV amatoriale. È un generatore automatico di immagini, a partire da
uno script, da una sceneggiatura. C’è uno studio, realizzato in computer
grafica, e dei personaggi digitali, che possono essere animati, come
presentatori. Tutto ciò che dicono e che fanno lo scrive l’autore, nelle
strisce dello script. Può indicare anche i movimenti della telecamera
(virtuale) o inserire nel programma musiche e filmati digitalizzati. Il player
per la generazione automatica dei programmi può essere scaricato gratuitamente
dal sito (http://www.strl.nhk.or.jp/TVML/index.htm).
Hayashi è impegnato ora a
preparare una versione per PC Windows. «Il Player - spiega - resterà freeware.
Metteremo in rete gratuitamente anche un plug-in per i browser, in modo che i
programmi TV realizzati possano essere visti da chiunque su Internet. Ma il
TVML Editor, il software autore per scrivere il programma TV, diventa un
prodotto».
La convergenza in un unico flusso di bit
Il 1999 ha segnato anche il passaggio alla TV digitale:
negli Stati Uniti con la diffusione via etere, in Europa via satellite. Ciò
significa non solo una migliore qualità dell’immagine e del suono, ma anche
nuove prospettive di interazione. Tutto il panorama tecnologico che investe
l’intrattenimento domestico sta cambiando a velocità impressionante. I nuovi
strumenti digitali per l’audio e il video, dai CD ai DVD,
sostituiscono progressivamente quelli analogici a nastro. Le telecamere
digitali, connesse al computer, consentono di riversare immagini sulle homepage
e nelle video-email. Musica e video rappresentano, soprattutto per i teenager,
la nuova forma di comunicazione sulla Rete.
DataMonitor, società
inglese di analisi di mercato del mondo della comunicazione, ci avverte che alla
fine del 1998 nelle case degli europei ci sono 104 milioni di televisori e 32
milioni di computer. Le Pay-TV hanno installato già 4,4 milioni di decoder o
ricevitori di televisione digitale. Le previsioni sono che nel 2003 questi
ricevitori saranno 30 milioni e porteranno nelle case sia la TV, sia Internet.
L’accesso alla rete dai set-top-box, o anche dalle Cable-TV, non sarà a 28,8 o
a 56 Kb al secondo, come avviene oggi con i modem, ma molto più veloce.
Utilizzerà la larga banda, a partire da 2 Megabit al secondo. Anche le immagini
in movimento veicolate dalla Rete acquisteranno un’altra qualità, davvero più televisiva.
Come portare Internet in tutte le case
«Con il computer siamo entrati nel 40 per cento delle case,
ma la televisione controlla ancora l’altro 60 per cento». La frase è di Bill
Gates (riferita ovviamente agli Usa) e la dice lunga su una successione di
accordi tecnologici e di alleanze strategiche messe a segno dalla Microsoft
negli ultimi mesi. All’inizio dell’anno al Consumer Electronics Show di Las
Vegas il numero uno del software ha annunciato, insieme a Thomson Consumer
Electronics, costruttore leader di apparecchi TV sul mercato americano,
l’uscita entro l’anno di un Interactive-Tv-set. Nel frattempo ha stretto
un altro accordo con DirectTv e con EchoStar, due grandi operatori di TV da
satellite, per incorporare al ricevitore digitale la WebTv Plus.
Ma il colpo grosso è
arrivato in maggio, con l’ingresso di Microsoft nel capitale di AT&T per il
3%. Un investimento di 5 miliardi di dollari, che fa ottenere a Bill Gates la
chiave d’ingresso a un ricco e sicuro mercato. Il colosso delle
telecomunicazioni AT&T, sotto la guida del nuovo presidente Michael
Amstrong, controllerà infatti i cavi delle televisioni in circa il 60 per cento
delle case americane. AT&T ha comprato prima la Tci e poi la MediaOne, due
delle maggiori Cable-TV, con decine di milioni di abbonati. E Bill Gates, dal
canto suo, ha favorito un accordo con un terzo operatore cavo, Comcast, di cui
detiene già una partecipazione. Se l’obiettivo di Amstrong è di fornire servizi
telefonici a costi concorrenziali attraverso i cavi televisivi, quello della
Microsoft è invece di piazzare i box che portano Internet ad alta velocità sugli schermi
di milioni di abitazioni abbonate alla televisione via cavo. Là dove non arriva
il computer, arriverà l’Interactive-TV. La televisione mescolata a Internet,
che offrirà sul televisore lo stesso tipo interattività a cui ci ha abituato il
personal computer. «Internet ha chiaramente modificato il modo in cui tutto il
mondo riceve, produce, e scambia ogni tipo di informazioni - ha osservato Steve
Perlman, fondatore del WebTv Networks -. È l’innovazione più pervasiva e di più
grande impatto nata nel Ventesimo secolo.
Nessun’altra invenzione, dal telegrafo, al telefono, al fax, alla televisione,
è stata così potente negli effetti provocati sulla società globale».
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