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I nuovi protagonisti dell'informazione
I nuovi attori
L’informazione si globalizza, seguendo il modello economico
dominante. È lecito, quindi, chiedersi chi saranno i futuri padroni dell’informazione.
Con ogni probabilità si tratterà di nuove figure, di nuovi soggetti, nati con
la Rete e senza precedenti nell’industria dell’informazione.
Motori di ricerca e portali
sono stati fino ad oggi i due soli settori a realizzare consistenti utili su Internet,
se non consideriamo, ovviamente, i siti a luci rosse. I grandi editori li
stanno sostanzialmente ignorando, come stanno ignorando i nuovi editori
digitali nati insieme alla Rete e che pubblicano solo testate online. Eppure la
situazione è a un punto di rottura. Il grande impero dell’informazione classica
è assediato da un mondo barbaro che, cresciuto in un ambiente libero e
selvaggio, ha fame di potere e vede nelle fertili praterie dell’editoria
digitale quello che i Longobardi dovevano vedere affacciandosi dalle Alpi e
guardando verso la pianura Padana: enormi distese di campi nei quali costruire
una nuova civiltà.
Il mercato italiano, e più
in generale quello europeo, dei media digitali può apparire, in questo momento,
come una terra di conquista: una vasta zona di pascolo per chiunque abbia il
coraggio e la capacità di varcare i propri confini e lanciarsi nella nuova
avventura. Il timore è che questa colonizzazione sia già iniziata e questa
volta i barbari non scendono dalle Alpi, ma vengono da oltreoceano.
D’altronde, alcune recenti analisi di mercato sembrano confermare questa
visione. Secondo molti osservatori, infatti, solo una ventina di grandi nomi
riusciranno ad imporsi nel mercato dell’informazione online. E saranno i
pionieri degli anni ’95-’96, già oggi leader della diffusione di informazioni
su Internet, i portali e i motori di ricerca. In sintesi, i padroni
dell’informazione di domani potrebbero essere Yahoo!, Lycos o America On Line.
E a loro potrebbe unirsi Microsoft che già oggi è tra gli editori più
importanti della Rete.
In Italia molti editori di testate giornalistiche stanno
aspettando per investire in Internet. Pochissimi hanno dato vita a vere
edizioni Web Based del loro giornale destinandovi risorse economiche
sufficienti e solo un paio stanno affrontando la situazione con una visione
complessiva. Molti temono che Internet rappresenti uno sforzo, un rischio
eccessivo o che la versione elettronica cannibalizzi quella stampata. A questo
dilemma se ne aggiunge un altro: è possibile dare vita a edizioni elettroniche
economicamente autosufficienti?
La domanda non è peregrina,
perché gli utenti di Internet sono abituati a consultare risorse gratuite. A
meno che non si tratti di informazione specialistica (Wall Strett Journal
ad esempio).
Persino il prestigioso New
York Times, che aveva dato vita ad una versione Web del giornale
esclusivamente a pagamento, nel mese di luglio del ‘99 è tornato sui suoi passi
rendendo gratuito l’accesso al sito.
Un giornale Web Based,
nella maggioranza dei casi, deve quindi pensare di fare ricorso alla pubblicità
per autosostenersi. Si tratta di un gioco rischioso, perché in Italia gli
utenti sono pochi, non abbastanza per giustificare una raccolta pubblicitaria
soddisfacente. E la situazione non è molto diversa negli altri Paesi, compresi
gli Stati Uniti.
La sfida della gratuità e i suoi prezzi
Per l’insieme dell’editoria elettronica statunitense - che
ha investito in questi ultimi anni ingenti somme (e molte speranze) in Internet
- il 1998 si è chiuso con un risultato particolarmente deludente: il segno
rosso ha contraddistinto i bilanci di quasi tutte le versioni Web dei
quotidiani Usa e la fine del ’99 non apporterà sostanziali cambiamenti a questo
scenario. Probabilmente, come osservano molti commentatori d’oltreoceano, il
giornalismo ha incontrato il futuro e il futuro ha il suo prezzo.
I dati, per certi versi
frustranti e per altri allarmanti, sono emersi durante i lavori della Paine
Webber Media Conference tenutasi a New York a fine anno. Il quadro delle
perdite non lascia dubbi:
- Tribune.com,
che ha dato vita a quattro siti Web, uno per ognu-no dei suoi quotidiani, nel
1998 ha perso 35 milioni di dollari e prevede di perderne altrettanti nel 1999.
- New
York Times non sta meglio e registra perdite tra i 10 e i 15 milioni di
dollari.
- Washington
Post non fornisce dati, ma ammette di essere «sostanzialmente in perdita»
con il proprio sito Web.
- Arizona Republic e Indianapolis Star
and News ha raggiunto il pareggio spendendo 12 milioni di dollari e
incassandone altrettanti. Ma ad un’analisi più approfondita del bilancio, anche
su ammissione del management del gruppo editoriale, le perdite ci sono e anche
in questo caso sono ingenti.
- Wall Street Journal Interactive Edition,
uno dei pochi giornali online al mondo che si può permettere il lusso di
pubblicare una versione Internet del proprio giornale a pagamento, prevede di
realizzare i primi pro-fitti nel corso del 1999, in particolare con i propri
servizi News-wires e Dow Jones Interactive. A ulteriore dimostrazione che, per
il momento, l’unica informazione online remunerativa è quella finanziaria ed
economica.
Il quadro che emerge dai bilanci dei principali quotidiani
online americani lascerebbe supporre che la strada di Internet è, oltre che
difficile da percorrere, anche sbagliata. Soprattutto per gli editori europei
che non possono contare su un bacino di utenti vasto come quello americano. Nel
Vecchio Continente gli utilizzatori di Internet sono molto pochi in rapporto
agli Stati Uniti e, se oltre oceano i quotidiani online registrano perdite,
perché quelli europei o italiani, dovrebbero guadagnare?
La parola d’ordine potrebbe
essere: «Alla larga da Internet», almeno fino a quando dagli Usa non
arriveranno segnali incoraggianti, o fino a quando nel nostro Paese non ci
saranno abbastanza utenti per giustificare degli investimenti seri nel nuovo
medium. Ma nell’economia della competitività e della globalizzazione, questi
eccessi di prudenza non pagano. Al contrario. Certo nella nuova impresa c’è un buon
margine di rischio, ma questo fa parte del gioco. Un gioco che gli editori
italiani non vogliono giocare fino in fondo, dimenticando che il termine impresa
ha almeno due significati: azienda, ditta, ma anche avventura, azione
coraggiosa. Un coraggio che in certi
momenti può risultare provvidenziale per la propria sopravvivenza.
Il ruolo di attrazione dei Portali
Come ha sottolineato Francis Lorentz, autore di un rapporto
sul commercio elettronico per conto del governo francese, «Concentrando
giornalmente decine di milioni di visite, i portali Internet e i siti di
commercio elettronico giocheranno senza dubbio un ruolo determinante
nell’organizzazione del mercato ed eserciteranno un potere considerevole su
scala mondiale. Al momento, nessun attore europeo sembra essere sul punto di acquisire
una notorietà e una base di clientela comparabile a quella dei portali
nordamericani».
La conferma che la tendenza
è quella di una concentrazione in pochi siti,
sempre più visti, sempre più potenti, viene da una ricerca di Media Metrix
condotta nell’estate del ’99, secondo la quale il 35% del tempo di navigazione
complessivo viene trascorso all’interno dei 50 siti più popolari. Un fenomeno
in crescita, perché questi siti l’anno scorso raccoglievano solo il 27% del
tempo di navigazione. Inoltre, i 10 primi siti, da soli, assorbono il 20% delle
ore totali di navigazione sul Web.
I grandi siti americani si
sono velocemente espansi anche nei paesi stranieri, seguendo in genere lo
stesso percorso: Giappone, Gran Bretagna, Germania, Paesi scandinavi, Francia,
Italia, eccetera. In questo momento sono la specie dominante nel grande mondo
in rapida evoluzione della Rete, e stanno utilizzando questa loro posizione per
rivoluzionare i criteri di produzione e di diffusione dell’informazione. In
genere non producono direttamente l’informazione, ma si approvvigionano dai
produttori classici: i siti delle testate giornalistiche. Il rapporto che
Yahoo! propone ai suoi partner, ad esempio, è piuttosto semplice: notizie,
contenuti in cambio di visibilità, di audience. Il grande traffico generato dai
portali e dai motori di ricerca gli consente di ottenere in forma gratuita una
gran quantità d’informazione da diffondere sul proprio sito. Si tratta di una
forma di baratto elementare: le testate giornalistiche danno un certo numero di
articoli al giorno e in cambio ottengono l’esibizione del logo della loro
testata sulle pagine di Yahoo!. Il logo ovviamente è cliccabile e il visitatore
può quindi trasferirsi sul sito del giornale fornitore.
Ma si tratta di un rapporto
ineguale che peraltro alimenta la convinzione che l’informazione su Internet
debba essere gratuita.
Informazione online e commercio elettronico: il rapporto incestuoso
Il rapporto tra contenuto editoriale e pubblicità, negli
organi d’informazione tradizionali, è soggetto a regole precise. Il confine tra
i due mondi è strettamente demarcato, soprattutto nel mondo della carta stampata.
In Italia, in particolare, ogni commistione tra contenuto giornalistico e
messaggi pubblicitari è proibita sul piano deontologico.
E anche ai giornalisti è
proibito prestare la propria opera come testimonial per campagne pubblicitarie.
Chi lo ha fatto si è autosospeso dall’Ordine dei giornalisti o da questi è
stato espulso. Anche negli Stati Uniti esistono regole molto rigide al
proposito e chi non le rispetta viene multato.
Nel mondo del giornalismo
online il rispetto di queste regole si va facendo sempre più sfumato e in certi
casi impossibile. I problemi che il nuovo media pone sono di varia natura e
gravità. Una questione che molti osservatori hanno iniziato a porsi riguarda
l’utilizzo dei link all’interno degli articoli. Parlando di IBM, ad esempio, è
piuttosto diffuso che in un articolo il nome dell’azienda sia un link, cioè un
legame ipertestuale che porta al sito dell’azienda. I link sono alla base dello
stile di scrittura sul Web e funzionano anche come sistema di verifica delle
notizie. Ma possono essere utilizzati come veicolo pubblicitario: un link al
sito di un’azienda o meglio ancora ad un prodotto, può essere messo in vendita
come spazio pubblicitario, pur essendo parte integrante del contenuto
dell’articolo.
Ma le insidie sono ancora
maggiori. I siti Internet sono degli organi d’informazione. Comunque. Anche
quando non si tratta di testate giornalistiche, un Website è un "giornale"
elettronico o, almeno, può assumere facilmente questa forma. È quindi possibile
per le aziende dare vita a siti informativi, a riviste online, senza che questa
paternità venga percepita dall’utilizzatore. Gli esempi di questo tipo non
mancano. Café Herpé, ad esempio, è un sito informativo sui problemi
dell’herpes, come annuncia l’homepage: "The genitale herpes resource
information spot for U.S. audiences". E niente porta a pensare che il promotore
del sito sia in realtà una compagnia farmaceutica.
Internet richiede nuove
regole etiche, soprattutto alla vigilia dell’annunciato boom del commercio
elettronico, che potrebbe introdurre livelli di incestuosità tra informazione,
pubblicità e vendita diretta fino ad oggi sconosciuti.
Infine, rimane ancora
irrisolto il problema di che cosa sia un organo d’informazione su Internet e se
le regole che fino ad oggi hanno regolamentato il mondo del giornalismo (off e
on line) debbano essere applicate a tutti i siti Web. I motori di ricerca, che
in questi anni hanno raccolto la gran parte dell’audience di Internet, si sono
rapidamente trasformati per diventare dei veri media. Ci sono più informazioni
su Yahoo! che sulla CNN, e i rapporti tra contenuti e pubblicità non rispondono
alle stesse regole. Anche un sito di vendita online di grande successo come
Amazon è un organo d’informazione nel quale i visitatori trovano oltre alla notizie
sui volumi in vendita, anche recensioni compilate dallo staff del sito o dai
lettori. In particolare queste ultime sono tenute in grande considerazione e
possono contribuire al successo o al fallimento di un libro. Un sistema fragile
che si presta a manipolazioni di ogni sorta e che ha già suscitato vivaci
polemiche. In particolare l’autorevolezza di siti come Amazon.com provocherebbe
ripercussioni negative sulle vendite commerciali, anche quelle tradizionali,
nelle librerie. Tim O’Reilly, responsabile dell’omonima casa editrice
d’informatica, ritiene che le recensioni pubblicate su Amazon stiano diventando
sempre più «la significativa pietra di paragone sui libri importanti che vale
la pena leggere».
Attualmente, Amazon ospita
2,5 milioni di recensioni dei soli lettori, alle quali vanno aggiunte quelle
dello staff redazionale e degli stessi autori ed editori. Non esiste tuttavia
alcun sistema di controllo o verifica su quanto viene inserito online, neppure
sulle recensioni anonime. Le quali non vengono rimosse pur nel caso risultino
piuttosto ostili, a meno che non siano palesemente offensive. Secondo alcuni
addetti del mondo editoriale, sarebbe proprio tale posizione "permissiva" a
spingere certi editori, o loro affiliati, ad usare l’opzione dell’anonimato per
mettere in cattiva luce i libri dei diretti concorrenti, con ovvie ricadute sul
mercato delle vendite.
I rapporti incestuosi tra
giornalismo, informazione, pubblicità e commercio elettronico sono aggravati -
come ha fato notare Giacomo Fusina - da una considerazione: «Attualmente le fonti di ricavo
degli editori sulla Rete sono oggi quasi esclusivamente basate sulla vendita di
pubblicità nella forma del banner [...] o sponsorship. Nel giro di due anni si
prevede che la quota di introiti pubblicitari scenda di importanza relativa
(pur conservando un ruolo di primo piano) a favore di iniziative più orientate
alle transazioni online. La quota di utilizzo di forme di commercio
elettronico, oggi al 23%, è destinata ad aumentare fino al 50% nei prossimi due
anni».
Non solo. Anche le vie per
raggiungere il consumatore diventano sempre più mirate. Una nuova società che
offre soluzioni per la vendita su Internet, chiamata iMediation (tra i partners
conta Ibm, Sun e Oracle) propone di moltiplicare i punti di vendita sui portali
inserendo non dei semplici banner, ma dei Virtual Store. Per esempio, se Compaq
è affiliata a Yahoo!, nel momento in cui un utente intenzionato allo shopping
seleziona sul portale la voce "computer", automaticamente viene portato non alla
home page della Compaq, ma ad un sito mirror sul portale stesso, che offre il
catalogo dei nuovi prodotti, le promozioni speciali del momento, il contatto
diretto con gli esperti di vendita. La stessa iMediation offre poi alle imprese
sofisticate analisi di tracking e customer profiles.
L’informazione acquisita in rete sui consumatori sta moltiplicando il suo
valore economico. E un impatto ancora maggiore avrà l’introduzione degli intelligent
agents nel commercio elettronico. In forma ancora semplice, i primi agenti
sono utilizzati per il momento come "assistenti all’acquisto". Ma dato che si tratta di software evolutivi
e con capacità di azione autonoma (sono il risultato di decenni di ricerche nell’Intelligenza Artificiale),
in un futuro non molto lontano questi agenti sapranno tutto dei nostri gusti,
delle nostre abitudini di lettura, delle nostre scelte di acquisto. Riusciranno
a conoscerci, insomma, molto meglio di un commesso del nostro negozio
preferito. Al punto da poter influenzare, e quindi indirizzare, la scelta delle
nostre destinazioni in rete. Dalle società tecnologiche che li sviluppano gli
agenti sono oggi presentati come "i nuovi maggiordomi" o i "servitori di
domani", o "i prossimi ciceroni della rete". Ma il ruolo che giocheranno
nasconde una pericolosa ambiguità.
Che il rapporto tra informazione e commercio elettronico
rappresenti una bomba innescata, che potrebbe esplodere con conseguenze
imprevedibili, risulta anche da uno studio di Jupiter Communication, secondo il
quale gli utenti Internet americani nutrono grande fiducia nei mezzi
d’informazione online e non hanno obiezioni al fatto che all’informazione
vengano affiancate iniziative commerciali.
Secondo il sondaggio, che
ha interessato 2200 "consumatori online", il tasso di credibilità dei media
online è analogo a quello dei media tradizionali. Così la pensa l’80% delle
persone interviste. Un dato molto positivo per la nuova industria
dell’informazione digitale, soprat-tutto se si considera che un buon 7% degli
utenti interrogati da Jupiter ha affermato di aver più fiducia nei siti
Internet che nella televisione o nei quotidiani. Ma la cosa più sorprendente è
che ben il 70% degli intervistati ha dichiarato di essere disponibile ad
accettare l’inserimento di iniziative commerciali contestuali, per esempio
sotto la forma di un’icona da cliccare per acquistare un oggetto del quale si
parla nell’articolo. Sulla base della propria ricerca Jupiter invita gli
editori online ad essere più aggressivi e a sviluppare maggiormente i legami
tra contenuti editoriali e commercio elettronico. Il nuovo modello di business
proposto supererebbe così uno dei problemi irrisolti dei giornali online che,
basando le proprie entrate quasi esclusivamente sulla pubblicità, non sono
ancora riusciti, tranne casi eccezionali come il Wall Street Journal, a
realizzare dei profitti e continuano a chiudere i propri bilanci in rosso.
Dov’è la massa critica?
Solo dopo 38 anni dalla sua nascita la radio è riuscita a
raggiungere un’audience di 50 milioni di ascoltatori. La televisione ha
impiegato 13 anni per ottenere un pubblico di 50 milioni di telespettatori.
Sono bastati 4 anni al Web per toccare la soglia di 50 milioni di utenti. E una
simile massa critica di pubblico oggi può anche radunarsi intorno a un
solo sito della rete. Per esempio, secondo i dati di marzo ’99, forniti da
MediaMetrix, Yahoo! conta 47 milioni di utenti registrati, che in media
spendono un’ora al mese sul sito.
Non c’è navigatore, sia
pure principiante, che non sappia cos’è Yahoo!: un motore di ricerca per
esplorare la grande ragnatela del World Wide Web e trovare in pochi secondi
homepage, soggetti, nomi, argomenti, notizie. Ma è anche un esempio eclatante
del valore economico generato dall’informazione. I due cyberkid inventori di
Yahoo!, Jerry Yang, taiwanese, e David Filo, americano, ex studenti di Stanford
in ingegneria elettronica e in computer science, sono diventati multimiliardari
all’età, rispettivamente, di 27 e 29 anni. Il giorno dell’uscita sul mercato
della società che avevano fondato da appena un anno, il 14 aprile ’96, «Yahoo!»
probabilmente è stato anche l’urlo che Jerry e David hanno lanciato: la prima
quotazione al Nasdaq Stock Market, partita a 13 dollari per azione, è balzata
in qualche ora a 43 dollari, per chiudere a fine giornata a 33. Il valore
capitalizzato dalla nuova società il primo giorno è stato di quasi di un
miliardo di dollari.
Avrebbe potuto essere un
bluff, ma non lo è stato e Yahoo! ora è diventato un marchio sicuro sulla rete,
con un’enorme capacità d’attrazione. Non è più solo un motore di ricerca, è
diventato un Portale, una delle più importanti porte d’ingresso alla
Rete, sia per volume di traffico, sia per fidelizzazione degli utenti. Offre
e-mail e homepage gratuite, con ogni sorta di servizi personalizzati: per esempio,
i canali di notizie preferite, l’aggiornamento costante delle quotazioni dei
propri titoli, i messaggi dei forum a cui si partecipa, ecc. Le decine di siti
nazionali di Yahoo! sono dei punti strategici anche per il cyber-mercato. Con
l’afflusso di pubblico che hanno, rappresentano una miniera di informazioni sul
comportamento e le preferenze degli utenti. Non è un caso se il Portale Yahoo!
sia riuscito ad attrarre negli ultimi mesi, secondo Business Week, ben
2.700 investitori pubblicitari.
Su Internet oggi oltre 80
milioni di navigatori frequentano i 4 maggiori Portali della rete: oltre a
Yahoo!, Lycos, Aol ed Excite. Con una media mensile di 31,9 milioni di
visitatori, Lycos in alcuni momenti, come nell’aprile scorso, ha superato anche
Yahoo! Ma ormai non è più un sito, è un gruppo mediatico, che ha preso il nome
ora di Lycos Networks. Ingloba infatti i siti Tripod, WhoWhere, Angelfire,
MailCity, HotBot, HotWired, Wired News, Webmonkey, Suck e MyTime. C’è di tutto
un po’: comunità, motori di ricerca, servizi professionali, riviste e
intrattenimento. Ma non basta ancora. Da qualche mese la Lycos Inc. ha lanciato
il Lycos Radio Network, stazione broadcaster online, che presenta, a flusso
continuo, musica e video. Il mix di programmazione offre numerosi canali in
simultanea. Per la musica, per esempio: il jazz, il country, l’hip-hop.
Gli organizzatori avvertono
tra l’altro: «Le pubblicità possono essere mirate strategicamente per il
profilo dell’utente di una particolare stazione, o anche fatte scorrere in modo
pertinente, mentre vengono suonati alcuni tipi di musica». Tutto ciò è
organizzato in modo da portare direttamente al commercio elettronico: basta un
clic sulla banda pubblicitaria per accedere alla scelta di prodotti da
acquistare online, come CD, libri, biglietti per concerti.
Questa è la potenza di
fuoco e la flessibilità raggiunta dalle combinazioni di media sul Web. America
On Line, primo fornitore mondiale di accesso alla rete, per numero di
abbonamenti (quasi 20 milioni), ha organizzato sul suo sito offerte congiunte
con grandi gruppi internazionali produttori di contenuti, come Bertelsmann e
Seagram. Le entrate di AOL vengono ormai più dalla pubblicità e dall’e-commerce
che dagli abbonamenti. E il suo valore di mercato è di 100 miliardi di dollari.
Nuove forme di comunicazione: la musica online
Se da una parte la comunicazione giornalistica si interroga
su pregi, difetti e opportunità di Internet, dall’altra imprenditori di
nuovissima generazione e baby-hacker si trovano già al di là dell’ostacolo,
lanciati nella corsa alla distribuzione digitale della musica. Senza porsi
troppe domande sulla maggiore o minore musicalità di un mezzo piuttosto che un
altro, nuovi soggetti hanno creato a tempo di record un mercato prima
inesistente. Allietati dalla inesauribile domanda di un pubblico inedito, i
siti di distribuzione digitale della musica hanno scalato a grandi balzi le
classifiche dei motori di ricerca più popolari, attestandosi a livelli di richieste
raggiunti prima solamente dal mercato della pornografia online.
È vero che al momento la
gran parte degli scambi musicali su Internet riguarda copie pirata, e la
domanda di musica è viziata dalla gratuità dell’informazione, ma tale
osservazione non è sufficiente a smontare l’interesse che il fenomeno sta
suscitando. Termini come MP3 e RealAudio hanno ormai fatto la loro comparsa
anche nell’edizione principale dei telegiornali nazionali, superando la
barriera che isola gli addetti ai lavori dal resto della popolazione.
Ma in che cosa differisce
la musica dalle altre forme comunicative, in maniera tale da giustificare la
sua posizione pionieristica nella distribuzione digitale?
L’informazione musicale è
facilmente decontestualizzabile: un brano di due minuti è una entità a sé
stante, che non richiede alcuna integrazione, né ha bisogno di rientrare in un
pacchetto più ampio (come un articolo in un quotidiano) per diventare oggetto
commerciabile. È sufficiente aggiungere i vantaggi che comporta la
movimentazione di bit anziché di atomi, per comprendere come i costi di
produzione, distribuzione e vendita al dettaglio dei CD fra non molto non
avranno più ragione di esistere, se non per alcune nicchie di mercato. O, per
dirla con le parole di Chuck D, leader dei Public Enemy’s e protagonista di uno
dei primi scontri aperti tra musicisti e case discografiche su questo tema,
«oggi le major producono un CD al costo di 80 cent, lo vendono all’ingrosso a
10 dollari e mezzo, in modo che i dettaglianti possano caricarci ancora 14
dollari: è un’autostrada del furto. Hanno fatto i ruffiani con la tecnologia.
Bene, MP3 è una tecnologia con cui non possono farlo».
Il divorzio tra musica e supporto
La vera prospettiva che aprono i nuovi formati digitali è la
definitiva separazione del contenuto dal contenitore. Il messaggio musicale si
è liberato del disco, a cui era rimasto indissolubilmente legato per così tanto
tempo da apparirne inseparabile. Ora la musica risiede solamente nel messaggio,
che si sposta attraverso media differenti, fermandosi di tanto in tanto in
memorie temporanee per poi ripartire, o perdersi nell’aria. Ma se i due estremi
della catena distributiva - ovvero artisti e loro fan - non vedono che lati
positivi, considerando tutti gli altri soggetti in gioco, scopriamo che il coro
delle opinioni è ben distante da una monodia e racchiude contrappunti anche
dissonanti: «Due sono gli strumenti tecnologici che rappresentano un serio
pericolo - sostiene Norina Vieri, Presidente FISMED-Confesercenti - Il primo è
il masterizzatore [...] il secondo, e più pericoloso, è Internet, con il quale è
possibile scaricare direttamente la musica e acquistare da negozi virtuali».
Nel momento in cui
l’emancipazione della musica dal supporto diventa compiuta, la normativa sul
copyright rivela la sua inadeguatezza. Il "diritto di copia" fondava
tradizionalmente le sue radici nella fisicità del prodotto musicale, che ha
bisogno di una copia "fisica" per poter essere distribuito. Per questo motivo
la legislazione ora appare viziata da questo legame troppo forte con gli
oggetti materiali. Non siamo ancora in grado, attraverso gli strumenti della
legge italiana, di identificare un prodotto costituito da pura informazione,
svincolato dal supporto. Date due copie di un file MP3 non è ancora possibile
affermare quale sia stata acquistata regolarmente e quale delle due invece sia
una copia pirata. Non solo. Si avvicina a venir meno anche la tradizionale distinzione
tra musica trasmessa (attraverso la radio, per intenderci) e musica in vendita,
cioè acquistabile in un negozio di dischi o cassette.
Nasce allora una nuova
forma di pirateria musicale dove, con un computer, un accesso a Internet e una
discreta quantità di spazio su Web (ormai reperibile a costo zero), pubblicare ore di
musica in formato MP3 diventa veramente alla portata di tutti. Basta un
semplice programma, distribuito a un costo molto basso ma (giustizia?)
anch’esso vittima dello stesso meccanismo e duplicato abusi-vamente.
Il messaggio più popolare
lasciato da MP3 in questo momento è la ricerca della musica gratuita. La
maggior parte delle hit registrate dai motori di ricerca riguarda navigatori a
caccia di brani commerciali a costo zero. E tale messaggio è ciò che più
spaventa tutti gli operatori del mercato discografico, dalle major fino ai
dettaglianti. Paradossalmente, ma fino a un certo punto, i soggetti meno
impressionati da questo rischio sono i detentori della proprietà intellettuale,
e cioè gli artisti stessi, che vedono nella circolazione gratuita della loro
musica (se controllabile) un nuovo e potente mezzo promozionale.
La posizione di chi
fornisce la tecnologia, d’altra parte, è estremamente chiara: «Possiamo
ritenere responsabili i produttori di auto-mobili se la gente guida oltre il
limite di velocità?» è la domanda retorica di Rob Glaser, fondatore di Real
Networks.
Attori vecchi e nuovi
Dateci più banda, è l’unanime richiesta dei soggetti del
nuovo mer-cato musicale e se da un lato l’infrastruttura delle
telecomunicazioni promette di stupirci con effetti speciali, dall’altra i
maestri del software si ingegnano con il gioco della valigia prima delle ferie,
ovvero come aumentare il contenuto mantenendo costante lo spazio occupato. Si
attendono quindi i nuovi MPx, formati audio/video di prossima
generazione che permetteranno di migliorare il rapporto tra qualità e tempo di
scaricamento. Nel frattempo ci si arrangia come si può, accontentandosi di
brani musicali a bassa qualità o aspettando pazientemente che i download
arrivino al ter-mine. E, per chi si è lanciato nel business, limitandosi ai
profitti che la disponibilità di banda consente.
Oltre alla squadra
imprenditoriale, che ha fornito la base economica e tecnologica per l’apertura
del mercato, la scena saluta anche l’ingresso di nuovi e benvenuti attori. Si
tratta degli stessi artisti, i creatori del contenuto che l’informazione su
Internet veicola. Abituati alla definizione di "underground", i musicisti
indipendenti sono finalmente riusciti a emergere da sotto terra e conquistare
un posto illuminato sul palco. La visibilità acquisita fornisce loro
opportunità insperate: chiunque nel mondo può ora entrare in contatto con la
loro musica, ascoltarla, apprezzarla, comprarla. Il tutto a costi di
distribuzione enormemente inferiori. Se ripensiamo agli enormi sacrifici che
hanno fino a oggi comportato l’autoproduzione, la propaganda artigianale e la
distribuzione manuale della musica, riusciamo a comprendere l’entusiasmo con
cui gli "unsigned" (ovvero i musicisti che non hanno firmato accordi con una
casa discografica) salutano il nuovo corso.
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