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New Media e New Journalism
I primi passi
La storia del giornalismo online ha ormai quasi vent’anni.
Molto prima che Internet diventasse un mezzo di comunicazione diffuso in
milioni di case, infatti, un piccolo giornale texano, The Fort Worth Star
Telegram, già trasmetteva online una propria edizione digitale. Era il 1982
e il giornale diffondeva la sua versione non cartacea tramite una BBS locale,
un sistema che in quegli anni era molto diffuso e che può essere descritto come
una sorta di piccola Internet ad ambito locale. Si trattava ovviamente di un
sistema piuttosto rudimentale, se paragonato al Web di oggi, senza immagini e
composto da sole pagine di testo.
Il quotidiano ora ha un
sito Internet molto ricco che viene frequentato da un alto numero di visitatori
che vi trovano, oltre all’informazione classica, anche una serie di forum di
discussione. La versione digitale di The Fort Worth Star Telegram non ha
prerogative particolari rispetto ad analoghe iniziative statunitensi, ma
rappresenta comunque, anche simbolicamente, un punto d’inizio di quello che
molti pensano sarà un lungo cammino, quello del giornalismo online.
Un’altra data che gli storici del giornalismo online non
devono dimenticare è il 28 febbraio 1997. Alle 15.15 ora del Texas, il Dallas
Morning News metteva in linea uno scoop che faceva subito la felicità dei
giornalisti televisivi: in una testimonianza scritta, destinata ai suoi
avvocati, Timothy McVeigh, principale sospettato dell’attentato di Oklahoma
City, riconosceva la sua colpevolezza. Per la prima volta un grande giornale (il
Dallas Morning News è tra i primi dieci giornali americani) non aspettava la
sua edizione stampata per diffondere un’informazione esclusiva, uno scoop. Al
tempo stesso invertiva il rapporto tenuto fino ad allora con il proprio sito
Web, tradizionalmente considerato dalla proprietà un sottoprodotto, uno sbocco
alternativo per gli stessi articoli della carta stampata.
Jon Katz, esperto di media
applaudiva immediatamente a questa iniziativa: «D’ora in poi dovrebbe essere
più chiaro anche per i vertici reazionari che dirigono il giornalismo
[americano] che Internet non rappresenta una minaccia per l’informazione, ma la
sua più grande risorsa».
Molti altri giornali
americani, tra i quali il New York Times, avevano apprezzato il fatto
che il giornale texano si fosse dato un buco da solo. Ralph Langer,
redattore capo del giornale di Dallas, convinto che quella seguita fosse la
strada giusta, rispondeva così alle critiche: «Il sito Web siamo noi, come il
giornale stampato. Sono solo dei mezzi differenti per raggiungere gli stessi
obiettivi». Ma al New York Times il responsabile del sito Web la pensava
diversamente: «Se noi avessimo una notizia simile, oggi, non cortocircuiteremmo
il giornale stampato. Preferiremmo verificarla e lavorarci sopra fino
all’ultimo minuto».
Il commento di Jon Katz a
tutta questa situazione è piuttosto caustico: «L’industria della stampa non
vuole liberarsi dell’ombrello collettivo che ha tra le chiappe e non riesce a
comprendere come utilizzare un nuovo media in modo creativo. Più di 700 giornali
[negli Stati Uniti] hanno scaricato in linea il contenuto statico dei loro
giornali con un effetto deprecabile. A parte alcune testate, l’utilizzo del Web
da parte dei giornali come media d’informazione è stato pesante, dispendioso e
controproducente». La situazione in Italia - oggi, a due anni di distanza - non
appare molto diversa.
Davide e Golia
Internet ha portato due grandi rivoluzioni che hanno
trasformato e trasformeranno ancora profondamente il rapporto tra le persone e
le informazioni.
- Tramite la Rete è
possibile reperire una gran massa d’informazioni in modo rapido, relativamente
economico e con un certo grado di personalizzazione.
- Per la prima
volta nella storia dell’umanità anche una sola persona, con un impegno
economico molto basso e con conoscenze tecniche di base, è in grado di
immettere notizie in un circuito che provvede alla loro distribuzione in tutto
il pianeta.
Questa seconda possibilità, anche se le due sono collegate
tra di loro, è forse la vera grande rivoluzione di Internet.
Nemmeno gli inventori
dell’HTML avevano previsto un tale entusiasmo. Tim Berners-Lee ha spiegato alla
Technology Review che «l’idea originaria era che chiunque avrebbe dovuto
essere messo in grado di scrivere documenti collegabili tramite link
ipertestuali. Quello che mi ha sorpreso è la facilità con cui la gente ha
accettato di codificare manualmente i testi. L’HTML non è stato concepito per
essere qualcosa di visibile, ma per essere gestito da un programma. È la stessa
cosa dei programmi di scrittura. Gli utenti dei computer non sono costretti a
scrivere tutti i codici dei caratteri e dei margini per formattare i loro
documenti. Mi sorprende molto che la gente abbia effettivamente accettato di
scrivere l’HTML a mano. Non avrei neanche immaginato che qualcuno dovesse
inserire i link ipertestuali digitando quei lunghi e complessi codici. La
sintassi dell’URL non era stata concepita per essere usata dagli esseri umani,
era stata creata per una macchina».
Nonostante gli ideatori
dell’HTML non avessero pensato agli uomini, questi si sono prontamente
appropriati di una risorsa superando, senza apparente difficoltà, gli ostacoli
che si trovavano di fronte. Perché? La risposta e semplice: la scrittura di
noiosi codici o di indirizzi chilometrici, non era un impedimento sufficiente a
tenere lontana l’umanità dalla possibilità di comunicare a basso costo a
livello planetario.
In una lista di link, le
pagine personali di un giovane studente appassionato di windsurf possono avere
lo stesso rilievo del sito ufficiale di una multinazionale. E i siti più
consultati non sono necessariamente quelli costati di più. In tutto il mondo,
sulla base di queste constatazioni, si è iniziato a sognare un (cyber) mondo
migliore, nel quale i piccoli possono allegramente tenere testa ai più grandi.
Forse, però, si tratta solo
di un mondo fantastico. Con l’entrata in scena degli attori principali,
fermamente decisi a ricavare dei profitti da questa terra vergine, Internet è
diventato un mercato. Certo, in molte circostanze abbiamo potuto vedere piccoli
siti registrare migliaia di accessi o vincere premi internazionali. Certo,
alcuni siti realizzati con pochi soldi sono stati (o sono ancora) autentici
laboratori della nascente cultura online. Ma tutto questo quanto durerà ancora?
Un Web ha bisogno del
sostegno di un’azienda o della pubblicità per poter sopravvivere e
professionalizzarsi. Alcuni, nati spontaneamente, con piccoli budget e grazie
al lavoro entusiasta di poche persone, sono stati acquistati da grossi editori.
In questo non c’è nulla di negativo, ma dimostra che i piccoli, anche quando
hanno delle buone idee, devono prima o poi confrontarsi con la logica del
mercato.
Esattamente
quello che è successo alle radio libere italiane alla fine degli anni Settanta.
Allora, infatti, era possibile dar vita a una nuova stazione con un budget
limitatissimo e con conoscenze tecniche sommarie. Era sufficiente un piccolo
trasmettitore e, nell’etere completamente libero di quegli anni, il proprio
segnale poteva viaggiare indisturbato per chilometri. Anche gli ascoltatori,
abituati alla soporifera radio di stato, si accontentavano di trasmissioni più
che artigianali, ma che avevano la freschezza della spontaneità.
Ben presto le cose sono
cambiate e già agli inizi degli anni ottanta il piccolo trasmettitore da 800
watt non era più in grado di coprire tutta la città; la gente si era assuefatta
alla novità e iniziava a sintonizzarsi sulle emittenti con il segnale più
nitido. Oggi la grande maggioranza delle radio private appartiene a investitori
che hanno recuperato le idee, le capacita, i talenti e il saper fare dei
pionieri. Il rischio è che le cose vadano nello stesso modo per Internet. Anche
se Negroponte ritiene che saranno proprio i piccoli a trarre i maggiori
vantaggi dalla nuova situazione.
Secondo il direttore del
Media Lab il mondo digitale sarà il paradiso delle piccole aziende dinamiche e
innovatrici, anche in Italia. Dice Negroponte: «Il peso dei grandi gruppi
diminuirà a vantaggio di nicchie produttrici di informazioni piccole,
flessibili e disseminate sul pianeta. Persino le barriere legislative tra carta
stampata e televisione non avranno più senso perché il pluralismo sarà
garantito dalla presenza di migliaia di fonti. Più in generale, il mondo
digitale sarà un paradiso per le piccole aziende e l’imprenditoria diffusa:
ecco perché ad esempio l’Italia, che ha già una struttura economica di questo
tipo, sarà avvantaggiata». Prendiamolo come un augurio.
Gli outsider
La soglia d’ingresso dei mezzi di comunicazione di massa è
sempre stata altissima. Le spese fisse per l’avvio di un’attività editoriale di
tipo professionale sono sempre state alla
portata solo delle grandi organizzazioni o dei magnati. Internet ha scardinato
queste regole consentendo a chiunque di diffondere notizie a livello planetario
a costo zero. Una volta acquistato
un computer dotato di modem, infatti, è possibile avviare un’attività
pubblicistica sul Web senza contare su un budget, ma solo sulle proprie conoscenze
e capacità.
È ancora difficile
prevedere quale sarà la portata storica di questa innovazione, ma già ora è
possibile vedere come il mestiere di giornalista sta cambiando, consentendo a
singoli individui di dare vita a pubblicazioni di un certo successo.
Il più noto tra questi
outsider, che da soli cercano di farsi largo nel mondo dei media, è certamente
Matt Drudge, il giornalista che dal suo sito, il Drudge Report, ha
svelato lo scandalo Lewinsky. La sua è una storia nota e che è stata variamente
interpretata e commentata, soprattutto perché Drudge è diventato famoso grazie
ad un azzardo: quello di pubblicare uno scoop senza aver verificato in alcun
modo la notizia.
Meno note sono le storie di
altri dilettanti dell’informazione che, partendo da un’idea semplice, hanno
dato vita a siti giornalistici che in poco tempo si sono conquistati
l’interesse di un certo pubblico, avviando un’attività professionale che, pur
non avendoli portati alla ricchezza, rappresenta per loro una buona fonte di
guadagno. Sono gli One Man Web, gli uomini che da soli realizzano un
servizio informativo via Web di livello professionale: senza finanziamenti,
senza finanziatori, con il solo ausilio del loro computer e delle loro
conoscenze.
Uno di questi è Randy
Cassyngham. Il suo giornale, infatti, è redatto da una sola persona, lui
stesso, ma conta ben 156 mila abbonati. Si tratta di un bollettino che viene
inviato tramite posta elettronica in 143 Paesi: una serie d’informazioni
curiose, a volte bizzarre, sempre rigorosamente vere. Non a caso la
pubblicazione si chiama This is True, Questo è Vero. Un esempio:
«La regina Elisabetta visita per la prima volta un supermarket». Ogni notizia è
seguita da un commento umoristico. A volte non è necessario.
Fonte principale
d’informazione di This is True sono i dispacci delle agenzie stampa
reperibili su Internet, in particolare AP, Reuters e France Presse. Il
giornalista cita la fonte, ma non paga nessun diritto. «I fatti - dice - sono
liberi da diritti. Io scrivo i miei articoli sulla base dei fatti che leggo,
riscrivendo tutto con il mio stile e per una lunghezza non superiore alle 75
parole».
Contrariamente a quanto
fanno quasi tutti gli editori elettronici, il sito Web di This is True
non è utilizzato per distribuire informazioni, ma solo per registrare gli
abbonamenti, mentre la pubblicazione viene distribuita via e-mail.
Forte della sua popolarità
su Internet, Randy Cassyngham è ora corteggiato da molte riviste stampate,
alcune delle quali pubblicano i suoi articoli. Una volta l’anno dà alle stampe
una raccolta dei servizi migliori. Ma anche per i libri fa tutto in proprio con
i soliti due mezzi: la posta elettronica per distribuire le informazioni e il
sito Web per registrare gli abbonamenti.
Randy Cassyngham è un
giornalista per caso. In passato è stato vice sceriffo e autista di
autoambulanze e ha lavorato per la Nasa a Pasadena, in California. Il suo hobby
era quello di trovare notizie strane sui giornali e mandarle, tramite la posta
elettronica interna, ai suoi colleghi. Tutti le leggevano divertendosi molto e
richiedendone sempre di nuove. Una notte del 1994 gli venne l’idea di
utilizzare Internet per allargare il suo pubblico.
This is True viene distribuito tramite due diversi tipi di
abbonamento: uno, gratuito, è sostenuto dalla pubblicità: un breve testo che
costa all’inserzionista 750 dollari. Il secondo, a pagamento (15 dollari
l’anno), non contiene pubblicità e ha il doppio di notizie rispetto alla
versione gratuita. Tra i lettori di This is True ci sono anche avvocati
e preti che usano la pubblicazione come fonte d’ispirazione per i loro sermoni
o le loro arringhe.
Il successo è stato
immediato, gli abbonamenti sono cresciuti rapidamente e in soli due anni Randy
ha potuto lasciare il suo lavoro per dedicarsi a tempo pieno a This is True.
Si è trasferito a Boulder, Colorado, e da lì scrive il suo bollettino
settimanale inviandolo a mezzo mondo. Un motivo di soddisfazione per
Cassyngham, che da sempre sognava di andare a vivere vicino alle Montagne
Rocciose e di lavorare senza padroni.
Luke Ford, anche lui
ideatore, gestore e redattore unico del suo sito, si è specializzato nel
mettere a nudo i segreti dell’industria pornografica americana.
Si tratta di un lavoro
oscuro, spesso condotto indagando nei postriboli di un milieu fatto anche
di miserie personali e rapporti ambigui, molto lontano da quello patinato delle
majors hollywoodiane. Eppure il lavoro di Ford è apprezzato anche dai colleghi
delle grandi testate statunitensi. «Senza di lui - afferma Nick Ravo,
giornalista del New York Times, autore di articoli sull’industria a luci
rosse - un’enorme quantità di informazioni su questo ambiente non sarebbe mai
stata diffusa».
Nel 1998 Ford ha seminato
il panico a Los Angeles, culla del porno, rivelando l’improvviso propagarsi del
virus dell’Aids nella comunità degli attori pornografici. La bufera spinse una
quarantina di produttori a firmare un inedito accordo in favore dell’uso del
preservativo durante le riprese. Lo scoop, però, come nel caso Lewinsky, fu
messo a segno senza verificare le notizie, giocando d’azzardo in un modo che i
giornalisti tradizionali ritengono inaccettabile per la professione.
Australiano di nascita,
Luke Ford si trasferisce con la famiglia in California. A 21 anni viene colpito
dalla sindrome da stanchezza cronica, che lo inchioda al letto per sei anni e
lo porta alla conversione all’ebraismo. A Los Angeles scopre Internet e decide
di scrivere un libro sull’industria porno. Il suo sito Web raccoglie i frutti
di anni di ricerche sul mondo a luci rosse americano con reportage sulle
riprese, biografie e mille altre curiosità.
«Internet - afferma -
permette a chiunque di diventare giornalista, ma soltanto i più bravi riescono.
La rete è il supporto più facile per pubblicare notizie e anche il più elastico
per correggerle. È una forma di giornalismo ideale per seguire l’industria
pornografica, per metterne a nudo i difetti».
Il soggettista pornografico
Martin Brimmer confessa che per fare ricerche consulta il sito. «Il 90% del
materiale - dice - è molto buono, ma Ford dovrebbe prendersi un po’ più di
tempo per verificare le sue informazioni. E rispettare la gente del mestiere».
Secondo Jeffrey Douglas, i
tre quarti dei professionisti americani del porno hanno accesso a Internet e
molti visitano il sito di Luke Ford. A parte i pettegolezzi del giorno, le
attrici possono scoprire, ad esempio, che il tal produttore firma assegni a
vuoto. Contraria mente
a Matt Drudge, Luke Ford non è ancora mai stato trascinato in tribunale e
riporta tutte le lettere minatorie sul suo sito che, per il momento, rimane
gratuito. Un tentativo di trasformarlo a pagamento è fallito nel dicembre del
’98. Il sito con i soli introiti pubblicitari frutta a Luke Ford 3000 dollari
mensili, sufficienti per andare avanti col lavoro e a condurre una vita non
troppo modesta.
L’Open Source Journalism di Slashdot
Nel panorama delle Webzine, le riviste nate su Internet,
l’americana Slashdot rappresenta un fenomeno di grande interesse.
Slashdot è nata intorno ad una particolarissima forma di nuovo
giornalismo che poteva vedere le luce solo su Internet, perché si basa su
una delle caratteristiche peculiari della rete: il lavoro in comunità. Il sito
è qualcosa a metà strada tra la rivista online e la comunità virtuale, un po’ Salon
magazine e un po’ The Well, per intenderci.
La grande risorsa di Slashdot
è il numero elevato di persone che orbitano intorno al sito, che riceve una
media di 600.000 visitatori al giorno; in buona parte programmatori
informatici. Il New Journalism di Slashdot è piuttosto semplice:
chiunque può inviare ai tre responsabili del sito un articolo, una notizia, un
messaggio. Se la redazione riterrà l’informazione interessante, pertinente, la
pubblicherà senza apportarvi modifiche. Naturalmente questo, in perfetto stile
Internet, non è che l’inizio del processo, perché ogni visitatore può inviare
un suo commento alla notizia pubblicata, avviando una discussione. Il ruolo dei
giornalisti è limitato alla selezione delle notizie e alla gestione delle
discussioni.
Molti osservatori hanno
definito questa nuova forma di giornalismo Open Source Journalism,
prendendo spunto dal movimento Open Source, basato sulla diffusione pubblica
dei codici sorgente dei programmi informatici. Il principio, anche nel caso di Slashdot,
è lo stesso: condivisione delle risorse, possibilità per ognuno di intervenire
integrando il proprio lavoro a quello altrui nel rispetto di alcune regole. È
l’idea di fondo che ha permesso a migliaia di programmatori di lavorare insieme
allo sviluppo di Linux che, pur non avendo alle spalle (almeno inizialmente)
alcun capitale finanziario, è riuscito a insidiare il predominio Microsoft nel
settore strategico dei sistemi operativi.
Slashdot, che si occupa esclusivamente d’informatica, è nel
suo settore una delle voci più autorevoli e certamente una delle testate più
informate, grazie alla sua capillare e vastissima - seppur spontanea - rete di
collaboratori. Anche se l’aspetto più interessante di questa nuova forma di
giornalismo è da ricercare nella mancanza di un pensiero unico, di una linea
editoriale predefinita. È una sorta di caos organizzato, che riflette
maggiormente il punto di vista dei lettori che quello degli editori.
Anche per quanto riguarda
la verifica delle notizie, uno dei fondamenti della professione giornalistica, Slashdot
propone un modello diverso, alternativo a quello classico. La verifica,
infatti, non viene svolta dalla redazione, cioè dai responsabili del sito, ma
dagli utenti stessi, dai lettori, in buona parte specialisti del settore. Se
una notizia infondata o errata viene messa in linea, ecco che scatta un meccanismo
collettivo che la individua e la segnala al resto della comunità. Un’idea che
può peccare d’ingenuità, ma che, sostanzialmente, funziona.
L’esperienza di Slashdot
ridimensiona fortemente il ruolo del giorna-lista, negandone in parte la
funzione.
I giornalisti, già da tempo
in crisi di credibilità, sono sempre più sotto assedio. Forme di comunicatori
minacciano ormai il loro monopolio. All’assedio partecipano le aziende stesse
che con Internet hanno avuto la possibilità di dar vita a siti ricchi di
notizie destinate agli utenti finali, entrando in questo modo in diretta
concorrenza con le pubblicazioni specializzate. La ricaduta di questo fenomeno
non è da vedere solo dal punto di vista dell’audience che viene sottratta agli
organi d’informazione classici, ma anche da quello del mercato pubblicitario.
Perché, infatti, pianificare costose campagne su giornali, TV e siti Web
altrui, quando è possibile instaurare un rapporto diretto con i consumatori?
Inoltre, i siti aziendali possono accogliere pubblicità di aziende non
concorrenti, sottraendo ulteriori sostanze a chi fa informazione per mestiere.
Ovviamente, i siti aziendali non avranno mai il pregio dell’imparzialità, della
libertà di pensiero, ma si tratta di una qualità sempre più rara anche nelle migliori
redazioni.
La lezione di Slate
Le vicende di Slate, il magazine online di cultura e
attualità lanciato nel giugno del 1996 da Microsoft, con un impegno economico
considerevole, possono rappresentare un interessante caso di studio che
potremmo intitolare: «Non è sufficiente essere potenti per avere successo sul
Web».
In effetti, l’armata
Slate messa in campo dal gigante di Redmond sembrava destinata ad un
rapido successo: un sostegno finanziario da parte dell’editore - Microsoft, in
quel momento all’apice della sua crescita e con una causa antitrust ancora
lontana - senza problemi di budget; un direttore, Michael Kinsley, di grande
fama e carisma, uno stuolo di ottimi giornalisti prelevati senza badare a
spese, dalle migliori testate statunitensi. Nonostante le premesse, la vita di Slate
è stata difficile e tormentata, con continui cambi di rotta e di modello
informativo. E tutto ciò mentre altre iniziative, come Salon, una
rivista online nata senza la forza economica di Microsoft alle spalle,
passavano da un successo all’altro.
La lezione appresa da
Kinsley e dal suo staff è sintetizzabile in uno slogan: «Per avere successo sul
Web, bisogna conoscerlo». Gli errori commessi avevano in effetti tutti la
stessa matrice: proponevano su Internet, su un medium nuovo e profondamente
diverso dalla carta stampata o dalla TV, formule giornalistiche e modelli di
business alieni alla rete o, almeno, inadatti a sopravvivere nel nuovo
ambiente.
Il primo errore fu quello
di pensare di poter proporre su Internet un settimanale a pagamento. Il piano
iniziale prevedeva, infatti, il passaggio dalla gratuità piena, al momento del
lancio, alla formula a pagamento mediante la sottoscrizione di un abbonamento
di 19,95 dollari l’anno. L’idea si rivelò presto fallimentare e venne
accantonata prima di diventare operativa. Kinsley, probabilmente troppo
fiducioso nei propri mezzi e in quelli di Microsoft, non aveva tenuto conto che
su Internet - dove quasi tutto è gratuito - una rivista a pagamento non ha grandi
possibilità di sopravvivenza.
Chi ha interesse a leggere
una pubblicazione che si occupa di cultura e attualità preferisce ancora quelle
tradizionali. Leggere un foglio stampato è più confortevole dello schermo di un
computer e anche Kinsley, in una lettera di autocritica pubblicata sul sito
della Microsoft, nel novembre del ’97, intitolata Slate: Mistakes made,
Lessons Learned, ammetteva che fino a quando «non verranno crea-ti schermi
abbastanza leggeri e portatili per essere utilizzabili in una comoda poltrona
davanti al caminetto, o a letto o in bagno» Slate si dovrà adattare.
Forse Kinsley aveva scoperto solo successivamente che anche Bill Gates trova
sgradevole la lettura di lunghi articoli su uno schermo.
Gli articoli, inoltre,
erano troppo lunghi. «Stiamo facendo i nostri articoli più corti» scriveva
quindi Kinsley nella sua lettera di autocritica e aggiungeva: «Gli articoli
delle riviste possono avere una lunghezza di migliaia di parole. Su Slate
noi faremo di tutto per tenerli entro una lunghezza massima di 1000 parole
(poco più di 6000 caratteri, cioè 3 cartelle e mezza Ndr)».
La nuova formula
giornalistica era anche più semplice e si adattava meglio a Internet: una serie
di assaggi facili da digerire che facevano da contorno ad un pasto normale.
Piccoli articoli facili da leggere, quindi, e alcuni pezzi importanti,
di approfondimento. Dando più spazio all’informazione che alle opinioni.
«Il mio secondo errore -
ammetteva ancora Kinsley - è stato quello di pensare che si può pubblicare sul
Web una volta alla settimana e lasciare il sito fermo per tutto quel tempo. Un
sito Web è troppo dinamico in confronto ad una pagina stampata per lasciarlo
statico per una settimana intera».
La Webzine diretta da
Kinsley, in quel momento, contava una media di 100.000 lettori al mese e
100.000 pagine lette al giorno.
Slate, quindi, dopo un anno e mezzo di vita, scopriva che
era necessario adattarsi alla Rete per sopravvivere, comprendendone le
caratteristiche e dimenticando in parte quanto appreso precedentemente sugli
altri media. Un grande giornalista della carta stampata o della TV può essere
un primitivo sulla Rete, dove valgono nuove regole, nuove formule e dove tutto
cambia rapidamente.
Consapevole del fatto, Slate
viene presto contagiato da una delle malattie più diffuse su Internet, la Sindrome
da Cambiamento Continuo, resa più infettiva dall’elasticità del mezzo. In
particolare, inizia una sorta di yo-yo dell’abbonamento e la rivista passa
dalla formula iniziale, gratuita, a quella a pagamento nel marzo del 1998, per
tornare alla gratuità nel febbraio del ’99.
Attualmente la Webzine ha
adottato una complicata formula mista che prevede l’accesso libero al sito e
una serie di servizi a pagamento, tra i quali una varietà di Newsletter via
e-mail che si distinguono per l’orario di invio (mattino, pomeriggio o sera),
oppure per il tipo di notizie che contengono: gli articoli del giorno, le news
o una versione settimanale, stampabile, della rivista. Gli abbonati hanno anche
accesso a The Fray, i forum di discussione di Slate, e agli archivi del
sito.
Il fatto che una
pubblicazione che può contare su mezzi economici straordinari, come quelli
messi a disposizione da Microsoft, continui a non trovare la formula economica
giusta è certamente sorprendente.
La morale di questa vicenda
è stata brillantemente sintetizzata da Jim Nail, analista della Forrester
Research: «Avremmo dovuto dirglielo molto tempo fa: le sole cose per le quali
la gente è disposta a pagare sono contenuti molto particolari. E,
specificamente, contenuti per adulti o informazioni finanziarie in tempo reale
o approfondite analisi finanziarie. I contenuti di Slate sono molto
interessanti, ma devono essere supportati dalla pubblicità, non dagli
abbonamenti». E il fatto che Slate sia passata da 90.000 a 20.000
abbonati sembra confermare questo punto di vista.
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