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Una nuova dimensione
Visione
Il file di Log ha registrato un nuovo accesso. Un’altra
persona ha letto quello che avete scritto. Chi era, come è giunto fino a lì,
perché? Cosa ha guardato?
Un file di Log è il freddo
risultato di un programma che registra tutto quello che avviene in un sito Web.
Mentre uno sconosciuto, dal suo computer, da qualche punto del pianeta, fruga
nel vostro sito, lascia sull’host (il computer ospite) una scia come quella di
una lumaca.
Nella sua versione
originale, per come viene partorito dalla macchina, il risultato di queste
visite è un insieme di cifre oscure e noiose. Ma una volta rielaborato rivela
dati dettagliati sull’audience: numero di visitatori, luogo di provenienza,
articoli letti, tempo di permanenza, percorsi effettuati e una messe di altre
informazioni. Un mare nel quale a volte è facile perdersi, anche se naufragare
a volte suscita sentimenti di dolcezza.
La gente va e viene, come
un’onda. Cerca informazioni: immagini, testi, programmi. Cerca cose che
servono, oggetti immateriali con i quali lavorare, studiare, pensare. La gente
vaga, anche per il semplice piacere di guardare continuamente dietro l’angolo.
Il clic del mouse li porta verso un altro documento, un indirizzo, una URL: una
pagina con dentro qualcosa. Ogni link è un’associazione mentale, ci si sposta,
ci si incaglia; uno sguardo, un’idea, e via di nuovo lungo i percorsi tracciati
all’istante dal proprio immaginario o dai propri bisogni.
«Il valore della maggior
parte dell’informazione è determinato dal valore dei desideri umani che essa
aiuta a soddisfare» ha scritto Michael Dertouzos, direttore del Computer
Science Lab al MIT di Boston, nel suo best-seller What Will Be. Ma c’è
un metro per misurare tutto ciò?
Nessun media, oltre a
Internet, consente di misurare in modo dettagliato l’audience, di disporre in
modo semplice ed economico di una grande quantità d’informazioni sul rapporto
stabilito con il lettore. Un quotidiano, ad esempio, dispone di pochi dati: la
tiratura, il numero di copie vendute e il numero presunto di lettori.
Impossibile, invece, sapere quali articoli sono stati maggiormente letti e
quali non hanno riscosso alcun successo. A meno di non avviare un’indagine
piuttosto costosa. D’altronde che senso avrebbe una misurazione così
dettagliata dell’interesse dei lettori per un oggetto che, in genere, in 24 ore
ha esaurito il suo ciclo vitale?
L’abbondanza d’informazioni, però, è una risorsa che
nasconde delle insidie. L’insidia maggiore insita nel monitoraggio dettagliato
dell’audience è il rischio di subalternità alle regole del mercato
pubblicitario. Internet rischia, come già è successo alla televisione, di
essere schiava del gradimento del pubblico, delle fredde cifre dei file di Log
e degli strumenti di misurazione che si stanno facendo strada: più affidabili,
certificati, inappellabili. Il Web, che per
anni è stato caratterizzato dall’iniziativa dal basso, dal lavoro
disinteressato di individui e comunità di vario genere, sembra aver imboccato
la strada che ha portato la TV a rinunciare al suo poten-ziale emancipatorio e
didattico. Ma la Rete ha anche al suo inter-no una vitalità e una capacità di
coinvolgimento sconosciuti agli altri media. Internet è innanzi tutto una
grande comunità e non solo un’immensa platea. Questa prerogativa è la sua più
grande qualità, il suo sistema immunitario contro quelle malattie che hanno
portato altri mezzi di comunicazione ad appiattirsi sulla mera ricerca di un pubblico
fatto di spettatori muti che, come delle falene, vorticano sbattendo contro il
bulbo trasparente della lampadina che racchiude la luce e al tempo stesso la
nega, offrendo un contatto ravvicinato con l’energia che continua a rimanere al
di là del vetro.
Il dilemma della notizia
«Il futuro delle notizie è antiquato» aveva detto Marshall
McLuhan con una delle sue sibilline, e preveggenti, espressioni. Il suo seguace
Derrick de Kerckhove, direttore a Toronto del McLuhan Program in Culture and
Technology, si domanda che cosa sia una notizia nel suo ultimo libro L’intelligenza
Connettiva, l’avvento della Web Society.
«La mia definizione -
sostiene - è che le notizie sono espressioni umane che possono avere come
supporto un qualsiasi numero di canali, ma che hanno quattro cose in comune:
- tempestività
- novità
- pertinenza
- pubblica diffusione
La condizione di tempestività o di attualità, indica che
qualsiasi notizia o sta accadendo ora oppure, per una ragione o per l’altra, è
più rilevante ora. La novità significa che qualunque sia l’informazione, essa è
nuova e/o non è mai accaduta prima, almeno in quella forma. La pertinenza o
validità, è la qualità di essere interessante o preoccupante. Ma una notizia
che può essere di estrema rilevanza per noi, non può essere denominata notizia,
perché è privata. Nella diffusione pubblica troviamo sia il senso della
comunità, sia un destino comune e condiviso».
E per tornare ad un altro classico insegnamento di McLuhan,
fino a che punto, nel dare le notizie, «il medium è il messaggio?»
La risposta di de Kerckhove
è che il bilancio, il mix delle quattro qualità di base che fanno una notizia
cambia da medium a medium. «La stampa riduce le notizie a parole silenziose e
invita il lettore a ricostruire la scena mentalmente, a selezionare il testo, a
fornire il contesto e ad effettuare le connessioni».
La lettura si è configurata
come primordiale forma di interattività: stimola il nostro pensiero ad
interagire con quello espresso sul testo, formulato da altri.
«Le notizie della stampa
sono simultaneamente pubbliche e pertinenti ad un altro grado, ma la
tempestività ne soffre: sono notizie differite. La radio è immediata e
continua. Però, a differenza del giornale, la radio non è interattiva, e
presenta le sue informazioni in modo lineare, una alla volta, e questo incide
sul rapporto tra diffusione pubblica e pertinenza. La maggior parte di ciò che
è notizia alla radio incide sull’ascoltatore individuale in modo periferico. La
televisione, invece, è una dominatrice che richiede tutta l’attenzione».
Che medium è Internet?
«Le notizie via reti di computer - osserva de Kerckhove -
portano al massimo la tempestività, la novità, la pertinenza, ma non fanno
molto, nell’insieme, per la diffusione pubblica. La relazione tra pubblico e
privato è, infatti, invertita. Le notizie disponibili pubblicamente sono
tagliate su misura per gli interessi privati, quando sono fatte per essere
mescolate al profilo specifico dell’utente. Mentre le notizie private inviate
in rete diventano di pubblico dominio. E l’informazione di pubblico dominio,
digitalizzata e diffusa in rete, diventerà privata se rielaborata attraverso
gli standard del possessore». Insomma una sorta di interminabile gioco a
ping-pong.
La peculiare differenza del
mondo delle reti, rispetto ai media tradizionali, viene spiegata ancora più
efficacemente dall’autore de L’intelligenza Connettiva in questo modo:
«Il Web, il medium connesso per eccellenza, rappresenta una nuova condizione
cognitiva. Ciò che rende il Web connettivo è il fatto che consente e
favorisce l’input dei singoli nell’ambito di un medium collettivo. Il
risultato è che le elaborazioni dell’informazione e l’organizzazione sociale
che ne derivano sono entrambe connesse e individuali al tempo stesso. È questo
che rende il Web diverso dai mass-media come la radio o la televisione. La
connettività è una delle risorse più potenti del genere umano. È una condizione
per la crescita accelerata della produzione intellettuale umana».
Verso il Sesto Potere?
I giornali tradizionali, il Quarto Potere di Citizen Kane,
si sono sviluppati in un periodo particolarmente florido
dell’industrializzazione, lungo decenni che hanno visto nascere, oltre
all’automobile, anche l’opinione pubblica alla quali i giornali si
indirizzavano. Il potere della carta stampata non era mai stato così grande, un
vero Quarto Potere che si affiancava alla potente macchina industriale. Lo
stesso discorso vale per la televisione che, allargando il campo d’azione e
inglobando nel suo ventre catodico, oltre alle informazioni e alle ingenue
forme d’intrattenimento dei giornali, una vera e propria industria dello
spettacolo, si è presto imposta non solo come un Quinto Potere, ma come una
sorta di virus in grado di modificare profondamente la nostra società. La
televisione è stata il primo mondo virtuale con il quale l’umanità si è
confrontata e nel quale ha finito per perdersi.
La televisione però non ha
rappresentato, nella sua ormai lunga storia, un nuovo ordine mondiale in campo
economico; è rimasta un tassello del sistema, costruendosi un potere simile a
quello di Citizen Kane, seppur più profondamente ancorato nelle coscienze della
gente. E per questo più pericoloso. La televisione portava in casa immagini in
movimento, voci, persone: un mondo a parte che presto è diventato abituale al punto da
sovrapporsi a quello familiare.
Internet rappresenta il nuovo volto, tecnologicamente
evoluto, di quanto giornali, radio e televisione hanno rappresentato nel
Novecento?
No, è molto di più. E al
tempo stesso è qualcosa di profondamente diverso, perché si fonda su un modello
opposto. Non ci troviamo in questo caso di fronte ad un nuovo medium, ad una
versione potenziata degli altri mezzi, ad una sorta di
giornale-radio-televisione che minaccia di risucchiare l’audience della
concorrenza. Ci troviamo di fronte ad una nuova realtà nella quale l’informazione
potrebbe non avere più la stessa faccia di prima, dove gli organi
d’informazione per come li abbiamo conosciuti finora potrebbero non esistere
più o avere un ruolo del tutto secondario, dove i giornalisti potrebbero essere
molto diversi da quelli odierni. E dove la trasmissione del sapere potrebbe non
avere più i baluardi di oggi, le sue cattedrali e i suoi officianti.
Che cos’è invece il broadcasting?
L’emissione di un segnale che porta in tutte le direzioni una stessa
informazione. «La televisione classica è quella che invia un segnale da una
centrale verso l’esterno. Il potere, dunque, è nelle mani del produttore. Il
modello della televisione classica è quello dell’industria militare, quello
gerarchico della produzione, trasferito all’informazione» fa notare de
Kerckhove. Televisione e società di massa sono speculari e corrispondono
entrambe al modello industriale: quello della produzione alla catena di
montaggio, della distribuzione di beni standardizzati, del consumo di massa
orientato. È il modello di una società strutturata sul lavoro stabile e
dipendente, sulla grande impresa, sulle masse salariate e i sindacati.
Tutto ciò si sta
sgretolando sotto i nostri occhi.
«La società industriale era
stata costruita con le regole di quella agricola, a cui si era sovrapposta:
orari, luoghi, tempi - ha notato il sociologo Domenico De Masi in un intervento
radiofonico a Radio1, il 1 maggio ’99 -. Oggi stiamo ancora applicando le
regole della società industriale mentre viviamo ormai in quella post-industriale.
Siamo nell’economia dell’immateriale e ci serviamo ancora di scuole, uffici,
organizzazioni produttive, pensate per la produzione di massa e per la
struttura della società industriale. La disoccupazione stessa è un dramma che
nasce da questa inadeguata costruzione sociale».
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