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Quattro anni di repressione






1995 - Nubi all’orizzonte
Dopo la tempesta dei sequestri datati 1994, il 19 febbraio ’95 il po-polo delle reti si riunisce al centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato, in un convegno dal titolo "Diritto alla comunicazione nello scenario di fine millennio. Iniziativa nazionale in difesa della telematica amatoriale". Il meeting è promosso da Strano Net-work, gruppo di lavoro per la libertà della comunicazione. A Prato si riuniscono rappresentanti delle reti Cybernet, ChronosNet, EuroNet, E.C.N., FidoNet, Itax Council Net, LariaNet, LinuxNet, LogosNet, OneNet Italia, P-Net, PeaceLink, RingNet, RpgNet, SatNet, SkyNet, ToscaNet, VirNet e ZyxelNet.
Al termine dell’incontro giornalisti, artisti, intellettuali, sysop, insegnanti, editori, sociologi approvano una mozione nella quale i firmatari "esprimono preoccupazione segnalando l’esistenza di un pesante clima attorno ai temi della comunicazione elettronica, dal punto di vista legislativo, giudiziario e per quanto riguarda la copertura giornalistica e mediatica degli avvenimenti relativi alla telematica in generale." Gli atti del meeting sono stati raccolti e pubblicati nel libro Nubi all’orizzonte edito da Castelvecchi nel 1996.
Alcuni partecipanti al convegno di Prato collaboreranno in seguito alla stesura della proposta di legge Falqui - De Notaris, depositata in parlamento dal gruppo Verdi-federativo/Sinistra Democratica, un primo tentativo di regolamentazione della comunicazione telematica che purtroppo rimarrà lettera morta. L’incontro di Prato ha segnato l’apice della telematica dei BBS in Italia, il momento più intenso e partecipativo di aggregazione, in seguito al quale è stata finalmente riconosciuta alla Telematica Sociale di Base una forza politica autonoma, in grado di spingere la cultura e la società in direzione della comunicazione libera, popolare e autogestita che è stata sperimentata e vissuta all’interno dei BBS.
I giochi sembravano ormai fatti, ma bisognava ancora fare i conti con l’internet. Una comunità e una cultura che aveva resistito ai sequestri, alla criminalizzazione operata dai media e alla repressione poliziesca non avrebbe saputo resistere all’invasione della telematica commerciale capeggiata da Nicola Grauso, l’imprenditore sardo che nel 1995 afferma l’internet e il servizio commerciale Video On Line come l’unico paradigma di rete possibile.
Il 30 maggio ’95 a Milano la "crema" della società si dà appuntamento al Teatro Franco Parenti per una "serata internet" patrocinata dal comune di Milano. Nonostante la veste pubblica e municipale dell’incontro, dai monitor presenti nella sala fa capolino il logo di Video On Line, il "videoservice per la famiglia e le imprese". Dozzine di pagine pubblicitarie appaiono sui giornali di tutta Italia ben prima che sul sito www.vol.it appaia anche una sola pagina web.
Il debutto ufficiale nell’alta società di Video On Line era già avvenuto il 2 febbraio, sempre a Milano, con una conferenza stampa all’hotel Principe Di Savoia. L’Unione Sarda, il quotidiano controllato da Grauso, sul numero del 3 febbraio pubblica un dettagliato elenco dei partecipanti: Carlo De Benedetti, Marina Berlusconi (figlia di Silvio), Alberto Rusconi, Carlo Caracciolo, i vertici di Rizzoli e del Corriere della Sera, Carlo Feltrinelli, Gianni Pilo, Giuseppe Brevi della Sprint, il sindaco di Cagliari Mariano Delogu, alti dirigenti Fininvest, Telecom, Manzoni, Publitalia, IBM, Hewlett-Packard, più altre figure quali Ornella Vanoni e Ombretta Colli.
Già da tempo i frequentatori dei BBS sanno che al numero verde Video On Line risponde la Diakron di Gianni Pilo, più precisamente la sede milanese di Viale Isonzo 25, che per coincidenza è anche lo stesso indirizzo della sede centrale di Forza Italia. In occasione della conferenza stampa del 2 febbraio Pilo scopre definitivamente le sue carte presentando la Diakron come società curatrice del mar-keting di Video On Line. Durante i mesi successivi persino i lettori di Topolino non si salveranno dal bombardamento pubblicitario di dischetti omaggio per il collegamento di prova a Video On Line, diffusi a migliaia in tutta Italia. La vita di Video On Line durerà giu-sto il tempo necessario per mettere in piedi un servizio funzionante, accumulare qualche centinaio di milioni di debiti e vendere il tutto a peso d’oro alla Telecom Italia per dare il colpo di grazia ai piccoli fornitori locali di servizi internet.

Reati d’opinione
Mentre la telematica commerciale festeggia il successo di Video On Line, la telematica dei BBS è costretta ad assistere impotente a un altro sequestro, a soli dieci mesi di distanza dall’operazione "Hardware I". Il 28 febbraio ’95, alle sette del mattino, squadre dei Carabinieri del Raggruppamento Operativo Speciale Anticrimine perquisiscono a Rovereto e Trento le abitazioni di alcuni frequentatori del Centro Sociale Autogestito "Clinamen". Il mandato di perquisizione emesso dalla Procura della Repubblica di Rovereto ipotizza l’"associazione con finalità di eversione dell’ordine democratico" (art. 270 bis CP), reato pesantissimo per il quale sono previste pene dai 7 ai 15 anni di carcere.
Durante le perquisizioni, oltre a giornali, riviste, volantini, agende, appunti e videocassette, viene sequestrata anche una grande quan-tità di materiale elettronico e informatico, tra cui il personal computer dedicato all’attività di BITs Against The Empire BBS, nodo telematico delle reti CyberNet e FidoNet, che contiene al suo interno una vasta documentazione relativa all’uso sociale delle nuove tecnologie, al circuito dei Centri Sociali Autogestiti italiani e a centinaia di riviste elettroniche pubblicamente disponibili sulle reti telematiche di tutto il mondo. Per esplicita scelta dei suoi fondatori, il BBS non ospita nessun tipo di software, tranne quello strettamente necessario al funzionamento della bacheca elettronica; le attività di BITs Against The Empire sono dedicate interamente alla messaggi-stica e alla consultazione del suo archivio di testi. Cade quindi alla radice ogni possibile accusa di pirateria informatica o di duplicazione abusiva di software.
In un comunicato stampa diffuso da Luc Pac, il sysop di BITs, viene denunciata "un’attenzione morbosa della magistratura e delle forze di polizia italiane verso luoghi come CyberNet ed ECN, in cui si sperimentano nuove forme di socialità e nuove forme di contaminazione delle culture e delle conoscenze alla luce dei media digitali, dei loro rischi e delle loro possibilità". Tutti gli indagati presentano istanza di dissequestro dei beni, e dieci giorni dopo le perquisizioni viene restituito tutto il materiale su carta e uno dei computer sequestrati. Rimangono sotto sequestro tutti i dischetti e il computer che ospitava il BBS, in quanto, secondo chi conduce le indagini, sono necessarie analisi più approfondite su questo materiale elettronico. Il 24 marzo tutto il materiale è finalmente restituito ai legittimi proprietari.
È il primo caso di repressione informatica attinente ai cosiddetti "reati d’opinione". Poco importa se all’interno del Bulletin Board di Luc Pac sono presenti riviste autoprodotte in formato elettronico e posta elettronica privata di svariate decine di utenti: a BITs Against The Empire non viene garantita né la libertà di stampa né la segretezza della corrispondenza, entrambe sancite dalla costituzione. Pur-troppo le violazioni dei diritti fondamentali "fanno notizia" solo fuori dalla rete: le cose sarebbero state molto diverse se fosse stato chiuso forzatamente e senza alcuna prova un ufficio postale pubblico anziché un ufficio postale telematico gestito privatamente a titolo volontario.

1996 - Allarme censura
Purtroppo i bavagli elettronici non sono solamente un prodotto no-strano, e nel corso del 1996 le attività di repressione e di censura in rete continuano in moltissimi Paesi del mondo. In Francia, all’interno di una operazione contro la pornografia minorile, vengono ar-restati Rafi Haladjian, direttore di FranceNet, e Sebastien Socchard, direttore di WorldNet, due fornitori di accessi internet, per il semplice fatto di aver veicolato dei newsgroup, per aver fatto tran-sitare sul loro sistema dei messaggi scritti da altri e disponibili su de-cine di altri nodi internet sparsi in tutto il mondo. Per la prima volta si affaccia con prepotenza il problema della responsabilità personale dei fornitori dei servizi internet, che nella prassi vengono considerati responsabili di tutte le informazioni che transitano sui loro sistemi, nonostante sia impossibile controllare le migliaia di messaggi che ogni giorno passano attraverso i nodi della rete. Inoltre, an-che nel caso in cui fosse possibile un controllo, il diritto alla segre-tezza della corrispondenza personale sarebbe una barriera di fronte alla quale chiunque dovrebbe fermarsi.
L’imputazione prevede per i due imprenditori fino a 150 milioni di lire di multa e tre anni di carcere. Nessuno si rende conto che è come indagare la Telecom Italia per il contenuto osceno di alcune telefonate fatte da altri. Patrick Robin, fondatore dell’associazione francese dei professionisti internet, dichiara che "due manager sono in prigione semplicemente perché le autorità non conoscono l’internet".
Il giornalista Giuliano Gallo ricorderà questo episodio sul Corriere della sera del 18 maggio 1997, dimostrando di non conoscere la differenza tra la diffusione di contenuti e il semplice transito di contenuti attraverso un computer collegato all’internet, e di non essere a conoscenza della differenza tra condanna e custodia cautelare. Nella sua personalissima sintesi dei fatti, Gallo racconta che "... i titolari di Worldnet e Francenet, due delle più importanti società francesi di accesso a internet, vengono condannati e posti in libertà vigilata per diffusione di materiale pornografico per pedofili". È solo una goccia nel mare del giornalismo disinformato e sensaziona-lista a cui ci ha ormai abituato la stampa italiana.
Sempre nel corso del ’96, il Ministero degli Interni cinese mette a punto dei sistemi per filtrare la posta elettronica e le informazioni che raggiungono la Cina attraverso le reti di computer, censurando tutte le informazioni che potrebbero arrecare danno al regime. Il 15 febbraio tutti i cittadini della Repubblica Popolare Cinese che vogliono accedere all’internet vengono obbligati a sottoporsi a una operazione di schedatura presso gli uffici della polizia. A Singapore e in Indonesia i governi innalzano delle barriere per il filtraggio e il controllo delle informazioni "scomode" che arrivano dall’esterno tramite l’internet. Parallelamente viene diffuso un comunicato in cui si commenta con apprensione l’orientamento censorio nei confronti della telematica emerso in una riunione del G7 del 30 luglio.
L’allarme è lanciato da un cartello di organizzazioni no profit che si battono per la libertà di espressione in rete, tra cui l’italiana ALCEI (Associazione per la Libertà nella Comunicazione Elettronica Interattiva), Human Rights Watch, Reporters sans Frontières, la Electronic Frontier Foundation e le affiliate EFF di Spagna, Francia, Canada, Australia, Norvegia e Irlanda.
Il comunicato denuncia "una lunga serie di tentativi di reprimere la libertà di parola nelle reti telematiche, dei quali ci sono esempi allarmanti in molti paesi, fra cui Arabia Saudita, Australia, Belgio, Cina, Francia, Germania, Singapore, Stati Uniti e Vietnam, con una varietà di pretesti che vanno dalla ‘pornografia’ al ‘terrorismo’ e a opinioni considerate politicamente ‘scorrette’. I testi, le informazioni e le opinioni che si vogliono perseguitare non sono diverse da quelle analoghe disponibili liberamente nelle biblioteche e librerie. *Ciò che è libero e legale fuori dalla rete deve essere libero e legale anche nella rete*. Se un testo non può essere censurato in un giornale o nella biblioteca di una università, non deve essere censurato nelle edicole e biblioteche del nostro futuro. Legislatori e pubbliche amministrazioni stanno facendo ogni sorta di pressioni per far passare velocemente leggi e norme di censura e violazione della riservatezza personale, sfruttando la paura del terrorismo per impedire una seria verifica e un significativo controllo dell’opinione pubblica sulle reali conseguenze di questi provvedimenti. Poiché l’internet è diffusa su scala globale e ogni cultura ha le proprie regole su che cosa è permesso o proibito, la natura aperta della rete deve essere protetta. A nessuna giurisdizione locale può essere permesso di imporre le proprie regole al resto del mondo".

1997 - Sesso e contrabbando

Pedofili in rete
8 maggio 1997. Scatta l’operazione "Gift Sex": un nuovo allarme scuote la telematica dei BBS.


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# Area : MATRIX (Dipartimento di Elettronica e Informatica: Matrix)
# Da : Loris, (Gi, 08 Mag 97 15:37)
# A : Vittorio Mxxxxx
# Ogg : *** ATTENZIONE !! ... FID

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All’attenzione di tutti ...

questo il messaggio pervenuto questa mattina su rete scoutnet da Gino lxxxxxx ...

_Area : SCN_COORD (Scoutnet)____________________________

Questa mattina, i BBS di Mxxxxxxx Fxxxxxx (1907:xxx/xxx) e Gxxxxxx Bxxx (1907:xxx/xxx) sono stati sequestrati, cosi’ come quello di Pxxxx Cxxxxxxxxx.

Non so di altri nodi sequestrati, ma dubito che siano solo loro tre...

L’accusa e’ traffico di immagini di pornografia di minori...

E’ ovvio che io non posso garantire nulla per nessuno; pero’ Mxxxxxxx Fxxxxxx e’ un pediatra al quale affiderei senza problemi i miei figli, se ne avessi. Questo e’ quanto ho da dire riguardo all’accusa infamante loro rivolta...

In reazione a cio’, Axxxxxx Ixxxxx ha deciso di chiudere. Questo significa che l’intera struttura del Net 396 e’ down.

Nei prossimi giorni, quando sara’ piu’ chiara la situazione, proveremo a ricucire la struttura del Net.

Fra l’altro, anche il Net 335 di FidoNet e’ stato decapitato... la situazione e’ davvero brutta!

Ciao,
Gino

+ Origin: Gilwell BBS - L’Aquila (0862-26116) 24h/24 (1907:395/101)

Il "Net 396" altro non è che un pezzo della rete Scoutnet, nata nel settembre ’92 su iniziativa di alcuni membri dell’Agesci, Associazione Guide e Scout Cattolici Italiani, che decidono di offrire agli scout di tutta Italia un servizio telematico amatoriale a supporto delle loro attività educative. Due dei tre sysop indagati contribuivano con il loro lavoro volontario sia alla rete Scoutnet sia alla FidoNet. Il "Net 335", invece, è l’insieme dei BBS FidoNet relativi all’Italia centro-sud.
Un nuovo colpo al cuore della telematica amatoriale italiana. Questa volta gli ipotetici reati vanno ben oltre la pirateria informatica: il dito dell’accusa è puntato su una rete di pedofili, o almeno questo è quanto affermano erroneamente quotidiani e telegiornali, dal momento che nel maggio 1997 in Italia non esiste ancora una legge specifica sulla pedofilia. Più precisamente i reati contestati riguardano l’"associazione per delinquere dedita al traffico di materiale pornografico su reti telematiche e al favoreggiamento della prostituzione". I tre sysop FidoNet vengono coinvolti loro malgrado in una inchiesta che riguarda in totale diciotto persone. Alle 7:30 del 7 maggio il nucleo operativo della polizia delle telecomunicazioni dà il via ai sequestri, secondo le disposizioni del procuratore aggiunto Italo Ormanni.

Le indagini
Lo svolgimento delle indagini è raccontato da Stefano Chiccarelli e Andrea Monti nel libro Spaghetti hacker: "nell’ottobre del 1996 la solita ‘fonte confidenziale’ avverte gli inquirenti che su una BBS ro-mana (collegata anche a internet) ‘girano’ immagini porno. Nel corso delle indagini la ‘fonte confidenziale’ è stata contattata molto frequentemente. (...) Le posizioni delle persone coinvolte in questa indagine sono molto, ma molto differenziate, ma nel calderone del clamore a tutti i costi, tutto fa brodo. Non è vero che sia un unico giro. (...) In almeno un caso – e non ci sono ragioni per ipotizzare differenze con gli altri – le indicazioni contenute nel decreto di perquisizione locale e personale delegano espressamente alla Polizia Telematica il sequestro di quanto risulti attinente al reato e alle indagini. Ciò significa, in altri termini, attribuire a chi doveva con-cretamente operare una certa discrezionalità nei modi e nell’oggetto del provvedimento che cercando file, si è concretizzato nel se-questro dell’hardware. Contro questo provvedimento il ricorso al Tribunale di Roma non ha avuto esito, poiché si afferma che un CD-ROM 8X, una porta multiseriale e 34 mega di RAM sono cose necessarie all’accertamento dei fatti. Ciò accade il 27 maggio 1997, e la Corte di Cassazione non ha ancora preso una decisione sul ricorso".

La stampa
La stampa italiana si getta a capofitto sulla notizia, pescando nel torbido senza nessun rispetto per la dignità e la privacy di persone innocenti fino a prova contraria. Un’orda di sciacalli si nasconde impunemente dietro il proprio tesserino di giornalista per dare libero sfogo alla propria fantasia, distruggendo, senza nessun rispetto per il segreto istruttorio, il buon nome di tre persone oneste, tra cui un pediatra, colpevole soltanto di avere l’hobby della tele-matica sociale. La reputazione e professionalità di quest’uomo ven-gono compromesse e colpite senza pietà con l’infamante sospetto della pedofilia da un pugno di professionisti della menzogna, spes-so autorizzati a parlare di telematica senza nessun titolo culturale o esperienza professionale che giustifichi le loro competenze. Inizia la gara della morbosità:

"Indagati i pedofili di Internet: diciotto maniaci telematici scoperti dalla Polizia"
Tiziana Paolocci
Il Giornale, 18 maggio 1997

"Anche un pediatra tra i pedofili. Coinvolti numerosi professionisti. Indagini a Roma e a L’Aquila. Pedofili su Internet: 18 persone, tutti stimati professionisti, che diffondevano materiale hard con bambini come protagonisti sono finiti nei guai grazie alle indagini del nucleo di polizia informatica durate un anno. Tra gli indagati un noto medico pediatra aquilano".
Maurizio Piccirilli
Il Tempo, 18 maggio 1997

"Bambini torturati nella rete dei pedofili"
Elsa Vinci
La Repubblica, 18 maggio 1997

"Su Internet ho visto violentare bambini"
Giuliano Gallo
Corriere della Sera, 18 maggio 1997

"Gli indagati, di varie parti di Italia e in contatto tra loro via Internet, si scambiavano in rete immagini porno in cui bambini erano vittime di violenze e percosse. Individuate, a Roma e all’Aquila, 2 messaggerie che raccoglievano le immagini e le offrivano ai propri utenti, se questi davano in cambio analoghe immagini dai loro archivi privati".

Televideo Rai pag. 184 (4/6)
17/5/97 notizia delle 14.59

"Maniaci Telematici"
Alessandra Flavetta
Gazzetta del Mezzogiorno, 18 maggio 1997
Reazioni
Tra i primi a intervenire, Ward Dossche, coordinatore europeo di FidoNet, che indirizza una lettera aperta di protesta all’ambasciata italiana di Bruxelles e alla delegazione italiana della Commissione Europea. Mario Murè, coordinatore italiano FidoNet spedisce a Repubblica una lettera con cui risponde all’articolo di Elsa Vinci "Foto porno con minori. Internet sott’inchiesta", datato 17 maggio: "Sia perché li conosco personalmente da almeno un lustro, sia perché il loro comportamento in rete è sempre stato all’insegna della massima correttezza, sono più che convinto che i tre sysop FidoNet inquisiti siano del tutto estranei all’infamante accusa di traffico di materiale per pedofili. (...) Nel contempo mi auguro che Voi di Repubblica, testata che sinceramente reputo autorevole e seria, vogliate continuare nel solco di una tradizione che non Vi ha mai fatto scivolare su toni scandalistici, in particolar modo quando, in vicende come questa ancora tutte da chiarire, sono in gioco la reputazione e la vita professionale delle persone". Gli articoli pieni di falsità però non si interrompono. Viene tirata in ballo la stessa rete FidoNet, dipinta come una rete più nascosta e meno controllabile dell’internet, sulla quale i traffici illeciti avrebbero campo libero. Mario Battacchi, presidente dell’AFI, Associazione FidoNet Italia, decide di intervenire con una lettera "ai direttori di testate giornalistiche": " (...) Io spero che questa mia lettera Le sia servita per avere un quadro più chiaro di ciò che siamo e ciò che facciamo, e che la sua testata non abbia in futuro occasione di screditarci ingiustamente".

Una nuova legge
Sulla scia della disinformazione e delle azioni di terrorismo psicologico dei media nostrani, in seguito alla caccia alle streghe anti-pedofili avvenuta a maggio in Italia, viene approvata una legge sui reati relativi alla pedofilia "telematica". Il 5 luglio ’97, dalle pagine del Manifesto, Franco Carlini commenta il testo della nuova disposizione legislativa: "Un passaggio della legge anti-pedofili appena approvata dalla Camera fa venire i brividi o almeno dubitare delle capacità linguistiche della onorevole Anna Serafini, principale sostenitrice del provvedimento. Dice il testo: ‘Chiunque distribuisce o divulga, anche per via telematica, materiale pornografico o no-tizie finalizzate allo sfruttamento sessuale dei minori degli anni 18 è punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da lire cinque milioni a lire cento milioni’. Se fosse stato scritto ‘ma-teriale pornografico E notizie finalizzati allo sfruttamento sessuale dei minori’ sarebbe stato chiaro che anche il materiale porno pu-nito doveva riferirsi sempre ai minori. Così invece, con una ‘o’ in mezzo ai due oggetti (materiale oppure notizie), si lascia aperta la possibilità che normale materiale porno ricada sotto questa fatti-specie. Sarà una svista, per carità, ma è di quelle che rivelano l’anima profonda del legislatore e persino del portavoce dei verdi Luigi Manconi, che non ha esitato a scendere in polemica con Liet-ta Tornabuoni, praticamente unica voce pubblica a obiettare che il consumo di video porno è fatto privato, non perseguibile dalla leg-ge. Il succo è che mentre una Corte Suprema Americana a maggioranza reazionaria annulla il ‘Computer Decency Act’, l’Italia avanzata, quella che protesta contro la pena di morte in casa altrui, ne vara una peggiore. Che mentre Clinton affida alle famiglie e al-l’autoregolamentazione dei media la protezione dei bambini (nel discorso del primo luglio), in Italia si fa una legge nuova per punire reati già previsti, aggiungendovi l’attributo di ‘telematici’".

Silenzio
All’infame ondata di disinformazione morbosa e sensazionalistica, fanno seguito mesi di silenzio. Nessuno dei giornalisti responsabili della "pubblica gogna" a mezzo stampa dei tre sysop sembra accorgersi che l’8 agosto è lo stesso procuratore Ormanni a sollecitare l’archiviazione dell’istruttoria, con un decreto in cui si parla di "elementi raccolti che non consentono di ritenere sussistenti gli estremi del delitto 41.6 CP e 3 legge Merlin". In parole povere il materiale raccolto non ha nulla a che vedere con le attività di un’as-sociazione per delinquere finalizzata allo sfruttamento della prostituzione minorile. Dopo una fitta campagna di diffamazione a dan-no dei presunti "pedofili" la stampa italiana diventa protagonista di un silenzio ancora più colpevole e vigliacco. L’archiviazione del-l’inchiesta non fa più notizia.
L’unica voce "fuori dal coro" è quella di Silvia Mastrantonio, che sul Resto del Carlino del 25 novembre ’97 rende giustizia ai tre sysop: "(...) la gigantesca istruttoria che impegnava gli agenti della Polizia postale dal Nord al Sud dell’ltalia si è tramutata in una bolla di sapone. (...) Torture impunite o esagerazioni da scoop giornalistico? Alternative non esistono. E se di sbaglio si è trattato chi restituirà mai a quelle persone la loro rispettabilità agli occhi del mondo?"
Qualche giorno più tardi, il settimanale Avvenimenti parla ancora della caccia ai pedofili nel numero del 3 dicembre. Alla leggerezza dimostrata dalle testate giornalistiche nel trattare un argomento così delicato, il "settimanale dell’altritalia" aggiunge anche una palese ignoranza degli sviluppi dell’indagine. A quattro mesi dall’archivia-zione del procedimento a carico dei presunti "pedofili", Avvenimenti non rinuncia a un articolo dai toni torbidi, in cui lo sfortunato "professionista dell’Aquila" viene ancora una volta descritto come membro di una "rete di pedofili", come se nulla fosse accaduto, co-me se non fosse stato lo stesso titolare dell’inchiesta a richiederne l’archiviazione. Ce n’è abbastanza per la querela: "(...) Un nucleo speciale della polizia ha ricostruito la mappa di una delle reti di pe-dofili collegate con l’Italia. Ne facevano parte un ingegnere di Milano, un professionista di Roma, un altro professionista dell’Aquila e altre persone definite dalla polizia di ‘alto livello sociale’. Per poter entrare nei siti protetti bisognava mettersi in contatto con una rete di ‘commercializzazione’ abbonandosi a messaggerie che offrivano cataloghi e chiavi d’accesso alle aree riservate. Una delle chiavi era ‘Pedo’. (...) L’accesso ai siti Internet protetti ha fatto fiorire un lucroso commercio clandestino di floppy disk e fotografie con immagini di violenze sessuali contro i minori (...)"

Contrabbandieri di musica
29 maggio 1997. La casa discografica Nuova Carisch SpA - Warner Chappell Musica Italiana SpA, invia una lettera di diffida a Dario Centofanti, gestore del server news.pantheon.it e membro del GCN (il Gruppo di Coordinamento dei Newsgroup italiani). Nella lettera di diffida i legali della Nuova Carisch - Warner Chappell accusano Centofanti di alcuni reati di natura penale, tra cui la "(...) diffusione non autorizzata di opere altrui, tutelate dal diritto d’autore ai sensi dell’articolo 171 della legge n. 633 del 22.04.1941 (...)". Centofanti finisce nel mirino della casa discografica per aver ospitato sul proprio server un newsgroup usenet (it.arti. musica.spartiti) dedicato allo scambio di testi e accordi relativi a brani musicali. In particolare, alcuni messaggi presenti sul "news server" amministrato da Centofanti riguarderebbero testi e spartiti di alcuni autori di cui la Nuova Carisch SpA - Warner Chappell Musica Italiana SpA è titolare dei diritti esclusivi di sfrut-tamento. Tra gli autori vengono citati Zucchero, Vasco Rossi, Ligabue, The Cure, Green Day, Guns’n’Roses, Michael Jackson, R.E.M., The Doors e molti altri. I legali della casa discografica pretendono da Centofanti l’oscuramento del newsgroup e la consegna di tutto il materiale incriminato.
Il 10 giugno Maurizio Codogno, a nome del GCN, diffonde un secco comunicato di reazione:


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(...) ai sensi dell’art. 27 c. II della Costituzione nessuno puo’ rispondere penalmente per il fatto di terzi. Nemmeno e’ configurabile la sanzionabilita’ di un omesso controllo, in primo luogo perche’ tale norma non esiste e quand’anche esistesse – oltre a essere di dubbia costituzionalita’ – sarebbe inapplicabile perche’ tecnicamente nessun controllo preventivo e’ possibile sui contenuti in questione e in secondo luogo perche’ costituirebbe un’ingerenza priva di giustificazione nelle liberta’ degli altri utenti tutelate dagli artt. 15 e 21 della Costituzione. Stabilire la responsabi-lita’ automatica del gestore del sistema equivale all’affermazione che il Ministro delle Poste e’ responsabile perche’ i mafiosi utilizzano le linee telefoniche della rete pubblica per commettere reati.

(...)

Il Gruppo Coordinamento NEWS-IT si augura pertanto una rapida definizione del principio per cui gli amministratori di sistema news sono semplici veicolatori e non possano essere ritenuti responsabili di quanto viene scritto da-gli utenti del servizio; auspica inoltre che anche in stralcio di una piu’ ampia legge sull’editoria elettronica venga stabilita al piu’ presto l’applicabilita’ o meno al caso in questione della legge 159/93 in tema di riproduzione abusiva, che permette tra l’altro esplicitamente l’utilizzazione di testi musicali
per attivita’ didattica, di studio e di ricerca. Questo perche’ alcuni amministratori di news hanno momentaneamente scelto di non vei-colare i messaggi del gruppo di discussione it.arti. musica.spartiti, il che nuoce gravemente alla struttura stessa di scambio dei messaggi e quindi al sistema Usenet News nazionale, a cui tanta parte della comunita’ Internet di lingua italiana anche residente all’estero si rivolge.

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Centofanti verrà tirato in ballo anche un anno più tardi, per fare da bersaglio all’ira della Banca del Salento: anche questa volta la presunta colpa dell’amministratore del server pantheon.it riguarda un messaggio immesso da una terza persona. Il 17 maggio 1998 Sandro Restaino immette nel newsgroup it.economia.analisi-tecn un messaggio dal titolo "Fuggite dalla Banca del Salento", nel quale l’istituto di credito ravvisa il reato di diffamazione. Di diverso parere è il giudice istruttore, Vincenzo Mazzacane, che nella sentenza emessa il 4 luglio rigetta il ricorso affermando che "il Restaino non è andato al di là di quanto necessario per l’affermazione delle proprie opinioni. Si tratta nella specie di espressione di dissenso motivato, in quanto sia pure con toni aspri e polemici Restaino basa la manifestazione del proprio pensiero su fatti e dati che alla luce del testo del contratto allegato agli atti possono essere considerati veri o quanto meno putativamente tali. Si ritiene pertanto che nel caso che ci occupa Restaino Sergio abbia legittimamente esercitato con il messaggio de quo il diritto di critica riconosciuto dalla carta costituzionale all’art. 21 e che pertanto la ricorrente Ban-ca del Salento S.p.a. non abbia subito alcuna lesione al proprio onore, dignità e reputazione di istituto di credito".

1998 - Diffamatori e satanisti

Solidarietà o diffamazione?
27 giugno 1998. Gli ufficiali di Polizia Postale del Compartimento di Bologna, su ordine della Procura di Vicenza, pongono sotto se-questro il computer dell’associazione per la libertà telematica Isole nella Rete, interrompendo il servizio internet svolto dalla stessa, utilizzato ogni giorno da migliaia di persone in Italia e all’estero. Il reato ipotizzato è la "diffamazione continuata" ai danni dell’agenzia di viaggi Turban Italia.
Con il sequestro del server www.ecn.org vengono oscurati gli spazi web di oltre un centinaio di associazioni, centri sociali, radio autogestite tra le quali la Lila, ASIcuba, il Telefono Viola, ADL (Associazione di Difesa dei Lavoratori), Ya basta, USI (Unione Sindacale Italiana), CNT spagnola, il Coordinamento nazione delle RSU; centri sociali (circa 40 centri sociali in tutta Italia); emittenti radiofoni-che (Radio Onda d’Urto di Brescia e Milano, Radio Black Out di Torino, Radio Sherwood di Padova); riviste online (.Zip e Necron di Torino, BandieraRossa di Milano, Freedom Press di Londra), gruppi musicali (99 posse, Sunscape, Electra, Petra Mescal) e molti altri ancora.
Oltre alla chiusura delle pagine web, il provvedimento di sequestro interrompe lo scambio di posta di numerose mailing list, tra le quali la lista in solidarietà con il Chiapas, la lista CYBER-RIGHTS di informazione e discussione sui nuovi diritti telematici, quella delle comunità gay italiane. Vengono disattivate oltre trecento caselle postali di tutti i centri sociali, le radio libere, le associazioni, i gruppi e le persone che aderiscono al progetto Isole nella Rete. Una enorme mole di dati sensibili, messaggi privati di posta elettronica, informazioni personali viene sottratta ai legittimi proprietari in seguito al provvedimento di sequestro.
Il sequestro viene disposto in seguito alla denuncia dell’agenzia di viaggi Turban Italia Srl, con sede a Milano, ritenutasi vilipesa da un messaggio inserito da un collettivo di Vicenza su una delle mailing list di Isole nella Rete. Il messaggio in questione era stato aggiunto in maniera automatica alle pagine web dell’associazione telematica, sulle quali è possibile consultare gli archivi storici dei contributi relativi alle liste di discussione. Ecco il testo del messaggio incriminato (fedele trascrizione di un volantino stampato su carta e normalmente distribuito in pubblico):


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From: Collettivo Spartakus <sparta@goldnet.it>
Subject: solidarieta’ al popolo kurdo
Date: Fri, 16 Jan 1998 01:47:06 +0100

SOLIDARIETA’ AL POPOLO KURDO
BOICOTTIAMO IL TURISMO IN TURCHIA

Ogni lira data al regime turco con il turismo e’ una pallottola in piu’ contro i partigiani, le donne, i bambini kurdi; questo bisogna dirlo forte e chiaro per non rendersi complici del tentativo di genocidio operato dallo stato turco contro il popolo kurdo.

In coincidenza con i periodi estivi e natalizi su alcuni quotidiani e settimanali e’ riapparsa la pubblicita’ a piena pagina della Turban Italia che invita a visitare "la Turchia piu’ bella". Eppure dovrebbe essere ormai di dominio pubblico quante e quali siano le ripetute violazioni dei Diritti Umani operate dal regime turco, soprattutto contro il popolo kurdo: torture nelle caserme e nei commissariati, detenzioni illegali, sparizioni di oppositori compiute da veri e propri squadroni della morte parastatali... per non parlare dell’occupazione da parte dell’esercito turco del Kurdistan "iracheno" con bombardamenti di villaggi e campi profughi.

L’invito della Turban Italia ai tour e soggiorni al mare nella "Turchia piu’ bella" e’ decisamente un pugno nello stomaco se confrontato con le notizie che quasi ogni settimana giungono dalle zone martoriate del Kurdistan. Nel Kurdistan "turco" 25 milioni di persone vivono sotto il giogo di 500.000 soldati e per mantenere la sua "guerra sporca" contro questo popolo lo stato turco fa affidamento soprattutto sulla valuta pregiata del turismo che frutta ogni anno oltre dieci miliardi di dollari.

Non esiste citta’ turca nelle cui prigioni non si torturi, nei cui dintorni non sorgano bidonville di sfollati dai 3500 villaggi kurdi distrutti. Le proteste dei prigionieri vengono regolarmente represse a colpi di spranga e i familiari riescono con difficolta’ a farsi restituire i cadaveri. Intanto nei campi profughi assediati dall’esercito e da miliziani filoturchi i bambini muoiono di stenti. Anche recentemente l’utilizzo del napalm da parte dell’aviazione turca (forse gli stessi piloti che vengono addestrati nelle basi NATO del Veneto) ha provocato vittime soprattutto tra i civili.

In questo deserto di repressione e sofferenza i paradisi turistici decantati da Turban Italia sono soltanto oasi blindate. Tra l’altro e’ risaputo che agli affari della Turban e’ direttamente interessata l’ex premier Ciller, ispiratrice degli squadroni della morte che hanno provocato la morte di centinaia di oppositori, kurdi e turchi. Invitiamo quindi a boicottare le agenzie di viaggi che offrono i tour in Turchia e anche i giornali che li pubbli-cizzano, come gesto di solidarieta’ verso un popolo fiero e perseguitato.

Lega per i Diritti e la Liberazione dei Popoli (sez. di Vicenza)

Collettivo Spartakus

Per adesioni: Tel/fax/segr.:0444/301818
e-mail:sparta@goldnet.it
f.i.p Via Quadri, 75
Vicenza, 12 gennaio 1998

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I responsabili di Isole nella Rete lanciano un durissimo comunicato, nel quale si denuncia che:

"Il sequestro, disposto dal Procuratore della Repubblica presso la Pretura di Vicenza, dott. Paolo Pecori, è un atto estremamente grave, poiché non si è limitato alla rimozione del messaggio incriminato, ma ha chiuso l’intero servizio offerto da Isole nella Rete, un atto che non ha precedenti nel nostro Paese.
Ci tocca constatare di nuovo l’incongruenza della legislazione vigente con i nuovi strumenti della comunicazione digitale, l’incompetenza degli organi giudiziari e la sostanziale arretratezza nella comprensione di cosa sia il fenomeno Internet, la comunicazione orizzontale, i nuovi diritti dell’era digitale.
Ma ci tocca anche lanciare una pesante accusa nei confronti di una magistratura già pronta a rendersi duttile strumento dei nuovi potentati della comunicazione, colpendo con tanta durezza ogni tentativo significativo di dar voce a istanze sociali di base che rivendicano il diritto a esistere e a dire la loro senza dover passare sotto le forche caudine e censorie dei media istituzionali".
Inizia un fittissimo tam-tam telematico: il messaggio "sequestrato" si moltiplica all’infinito, diversi amministratori di sistema mettono a disposizione i loro server, per replicare le pagine web oscurate su siti mirror e riaprire le mailing list bloccate, l’eco del sequestro raggiunge tutti i maggiori organi di stampa. Contro il provvedimento di sequestro interviene anche la Federazione nazionale della stampa, che definisce il sequestro "un fatto grave e un precedente pericoloso" e chiede che il Ministro di Grazia e Giustizia "intervenga repentinamente onde consentire la massima chiarezza sull’episodio e il ripristino della piena legalità".
Scatta ancora una volta il meccanismo delle interrogazioni parlamentari: la prima viene presentata il primo luglio da Marco Taradash, che chiede al Ministro delle Comunicazioni "se non ritenga opportuno chiarire definitivamente i limiti della responsabilità dei provider per i contenuti di ciò che essi ospitano sul proprio server internet, considerando che essi non hanno tecnicamente la possibilità di vagliarne gli elementi eventualmente riconducibili a fattispecie penalmente rilevanti". Nello stesso giorno un’altra interrogazione viene presentata al Ministro delle Poste e al Ministro di Grazia e Giustizia da Ramon Mantovani e Maria Celeste Nardini, ai quali si aggiunge il 3 luglio Giovanna Melandri, che con una nuova interrogazione chiede al Ministro degli Interni e al Ministro di Grazia e Giustizia "cosa intendono fare per garantire che, in assenza di regole giuridiche e salvo il rispetto delle norme penali, al transito e alla veicolazione di contenuti nella rete sia garantito il massimo rispetto sotto il profilo della libertà di espressione".
Contestualmente alla presentazione delle prime interrogazioni, il primo luglio un rappresentante dell’Associazione Isole nella Rete presenta una istanza di dissequestro del server presso la Procura di Vicenza. Il Procuratore Paolo Pecori comunica che il server, già dissequestrato il giorno precedente, verrà riportato l’indomani presso il provider dalla stessa Polizia Postale. I responsa-bili di Isole nella Rete comunicano che il server riprenderà le sue attività solo dopo aver effettuato dei controlli "allo scopo di verificare intromissioni illecite e/o manomissioni". Sono numerosi infatti i dati personali sensibili contenuti nel computer sequestrato, relativi a soggetti politici "a rischio", legati all’area dell’autogestione. Le ragioni del dissequestro? Un ritardo di 15 minuti. Dopo essere scivolato su una "buccia di banana" più insidiosa del previsto, che ha scatenato la reazione simultanea e coordinata di tutti gli attivisti per la libertà di espressione in rete, il pubblico ministero si aggrappa a un errore procedurale per fare marcia indietro: il verbale di polizia relativo all’operazione è stato consegnato al magistrato 15 minuti più tardi delle previste 48 ore entro cui deve avvenire la convalida del sequestro.

Pagine sataniche
9 luglio 1998. Una nuova azione di censura provoca la reazione di tutte le comunità virtuali italiane: a Roma l’assessore alle reti civi-che Mariella Gramaglia chiude d’autorità e senza preavviso tutti gli spazi internet delle associazioni, assegnati all’interno dei progetti sperimentali. Il motivo della chiusura è una denuncia (relativa ai presunti contenuti satanisti di alcune pagine ospitate dal comune di Roma) presentata da Don Fortunato Di Noto, il parroco siciliano che ad Avola (Siracusa) ha fondato l’associazione Telefono Arcobaleno, impegnata nella lotta alla pedofilia. Secondo quanto riporta l’edizione romana del Corriere della Sera del 9/7/98, nell’inserto "Corriere Roma", il testo incriminato fa parte di una tesi di laurea della Facoltà di Lettere di Roma, dal titolo Femminile nella fantascienza: modelli di scrittura, all’interno della quale era citato il bra-no in questione, ripreso dalla rivista di cultura underground e tec-nologica Torazine, distribuita in molte librerie italiane. La denuncia del parroco siciliano penalizza tutte le associazioni ospitate dal comune: WWF, LIPU, Libera, Croce Rossa, Cgil università, Associazione per la Pace, Telefono Azzurro, Associazione italiana Carabinieri, Associazione italiana diritti dei bambini, Coro universitario di Roma e il Cipax, Centro Interconfessionale per la Pace, club del-l’associazione PeaceLink per la zona di Roma. Da un giorno all’altro tutte le pagine di queste e molte altre associazioni vengono oscu-rate senza nessuna spiegazione o preavviso da parte dei responsabili della rete civica romana.
Le pagine "sataniche" sono quelle del Foro Romano Digitale, un progetto telematico esterno al lavoro informativo delle associazioni, aperto a contributi di vario genere. I partecipanti al Foro Digitale lanciano un secco comunicato: "Chiediamo l’immediata riaper-tura di tutti i servizi della rete civica romana e un incontro tra le associazioni e i cittadini che partecipano al progetto della rete civica romana con l’assessore Gramaglia. Chiediamo inoltre una serena, ma seria valutazione delle competenze necessarie a ricoprire l’incarico attualmente svolto dall’Assessore Gramaglia".
La Gramaglia si difende il 10 luglio, e lo fa dalle pagine dell’edizione di Roma del Corriere della Sera: "Qualcuno purtroppo ha fatto un uso improprio delle opportunità offerte dal Comune abusando della nostra fiducia. Per questo siamo costretti almeno temporaneamente a revocare la concessione degli spazi. Dobbiamo sapere a chi diamo spazio, anche se i gruppi sono quasi tutti corretti. Dalla prossima settimana rimanderemo in rete chi ci darà garanzie di affidabilità, episodi del genere non devono più accadere. Siamo andati ben oltre i limiti della libertà di espressione". Si contattano le associazioni: con un’e-mail di poche righe l’assessore alle reti civiche informa tutti i titolari degli spazi che prima di riprendere le trasmissioni "sarà richiesta maggiore severità nell’uso delle password, l’individuazione dei responsabili dei gruppi e dei campi di intervento delle associazioni".
La severità nell’uso delle password è importante, ma ai tecnici e ai responsabili della rete civica l’assessore Gramaglia avrebbe dovuto chiedere anche maggiore buon senso nell’assegnazione delle password, visto che a tutte le associazioni presenti sul comune di Roma è stata data per diversi mesi la stessa parola chiave, uguale per tutti: SPERIMEN.
Nonostante le tesi sostenute dalla Gramaglia, l’interruzione dei servizi informativi offerti gratuitamente da decine di associazioni di volontariato viene aspramente criticata, in rete e fuori: il gruppo consiliare di Rifondazione Comunista presenta un’interrogazione al Sindaco nella quale si afferma che l’azione repressiva ha avuto l’effetto di interrompere un servizio pubblico e "l’interruzione del rapporto con le associazioni smantella la Rete Civica e mortifica quel cammino di democrazia elettronica che si era intrapreso".
L’episodio lascia con l’amaro in bocca: una interruzione così brusca e inspiegabile di un servizio pubblico apre molti interrogativi. Se venisse scoperta una truffa ai danni dell’INPS, immagino che si avrebbe il buon senso di non bloccare le pensioni di tutti. Invece una pagina dai contenuti discutibili ha avuto l’effetto di bloccare tutti i servizi informativi gratuiti offerti dalle associazioni di volonta-riato romane.
Per il progetto della rete civica di Roma sono state spese svariate decine di milioni, che sono serviti alla sola realizzazione tecnica del nodo internet che ospita le pagine del Comune di Roma. Ma non basta avere dei computer collegati all’internet per dire di aver realizzato una rete civica: se non si riempiono di contenuti, i computer rimangono solo scatoloni vuoti, contenitori privi di qualsiasi utilità per la cittadinanza. Non è esagerato quindi affermare che la rete civica di Roma non è figlia degli amministratori comunali, ma delle associazioni che hanno riempito i computer vuoti con i loro contenuti, la loro esperienza, le loro risorse, i loro documenti, il loro lavoro gratuito e volontario di costruzione delle pagine web che per tutta risposta sono state oscurate. Fino alla denuncia di Don Fortunato le associazioni e le loro pagine web erano un bellissimo fiore all’occhiello da sbandierare per tessere le lodi della rete civica di Roma, e soprattutto per giustificare, almeno in parte, le ingenti spese dovute alla manutenzione di un nodo internet che, tra parentesi, non è l’unica né la migliore soluzione tecnica per mettere in piedi una rete civica.
È bastato un granellino di sabbia per inceppare tutto il meccanismo e trasformare le associazioni in ospiti indesiderati. Il gesto dell’As-sessore Gramaglia ha il sapore di antiche punizioni in cui per colpa di un trasgressore pagavano dieci innocenti. Un modo per dire "qui comando io". È vero invece il contrario: la rete civica è dei cittadini e non degli amministratori della rete. Già prima dell’oscuramento era molto grave che gli spazi della rete civica fossero aperti solo alle associazioni e non ai singoli cittadini, che pagano con le loro tasse comunali un servizio passivo, in cui possono solo ricevere informazioni senza poterle produrre. Una telematica a metà, dove la bidirezio-nalità e le forme di informazione partecipativa che caratterizzano i nuovi media digitali sono annullate in nome di un maggiore controllo e sicurezza del sistema. L’invito da fare ai responsabili della telematica comunale romana è quello di rendere la loro rete sempre più "civica", espressione della città e dei cittadini, e non della pubblica amministrazione, trattando le associazioni e le singole persone come soggetti indispensabili per la vita e le attività della rete, che sarebbe assurdo oscurare così come sarebbe assurdo bloccare le attività di chi assicura il funzionamento tecnico dei computer. È chiaro a tutti che l’aspetto tecnico è fondamentale. Quello che sfugge è che sono altrettanto fondamentali gli aspetti informativi e partecipativi, se si vuole promuovere una rete civica. Se invece l’obiettivo è solo quello di una vetrina del comune di Roma, nella quale le associazioni sono usate strumentalmente come contorno per abbellire le pagine e i cittadini non hanno voce in capitolo, allora scusateci tanto. Credevamo che si parlasse di qualcosa




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