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Cultura libera

Un equilibrio fra anarchia e controllo, contro l'estremismo della proprietà intellettuale

di Lawrence Lessig



Prezzo: 15,00 Euro

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Noi, ora

Il senso comune è dalla parte dei guerrieri del copyright perché finora il dibattito è stato visto come una lotta tra due estremi - come un grande aut aut: la proprietà o l’anarchia, il controllo totale o nessun compenso per l’artista. Se l’alternativa fosse veramente questa, allora la vittoria spetterebbe ai guerrieri.

L’errore, in questo caso, è escludere la via di mezzo. Esistono posizioni estreme in questo dibattito, ma c’è dell’altro. Ci sono coloro che credono in un’estensione massima del copyright- “tutti i diritti riservati” - e coloro che lo rifiutano completamente - “nessun diritto riservato”. I primi ritengono che si dovrebbe sempre chiedere il permesso prima di “usare” un’opera protetta da copyright. I secondi credono invece che si dovrebbe fare quel che si vuole dei contenuti, con o senza l’autorizzazione.

Quando Internet fece la sua comparsa, in pratica l’architettura iniziale andava nella direzione del “nessun diritto riservato”. Era possibile copiare i contenuti in modo perfetto ed economico; non era facile verificare i diritti. Così, indipendentemente dalla volontà precisa di qualcuno, di fatto il sistema del copyright nella struttura originaria di Internet era “nessun diritto riservato”. Ci si “appropriava” dei contenuti a prescindere dai diritti. In pratica, i diritti non venivano tutelati.

Questa caratteristica iniziale provocò una reazione (contraria, ma non proprio uniforme) da parte dei titolari del copyright. Tale reazione è stata l’argomento di questo libro. Tramite la legge, le azioni legali e i cambiamenti nella progettazione della Rete, i titolari del copyright sono riusciti a modificare la caratteristica essenziale dell’ambiente originario di Internet. Se l’architettura iniziale aveva praticamente come impostazione predefinita “nessun diritto riservato”, quella del futuro sarà “tutti i diritti riservati”. L’architettura e le leggi relative alla struttura di Internet produrranno in modo crescente un ambiente dove qualsiasi utilizzo dei contenuti imporrà la richiesta di un permesso. Il mondo del “taglia e incolla” che caratterizza l’Internet di oggi diventerà quello del “chiedi l’autorizzazione per il taglia e incolla”, che è l’incubo di chi crea.

Bisogna trovare una via di mezzo: né “tutti i diritti riservati” né “nessun diritto riservato,” ma “alcuni diritti riservati” - un modo per rispettare il copyright, consentendo però agli autori di rendere liberi i contenuti quando lo ritengano opportuno. In altre parole, dobbiamo trovare un modo per ripristinare quelle libertà che in passato davamo per scontate.

Ricostruire le libertà che in passato davamo per scontate: esempi

Se facciamo un passo indietro rispetto alla battaglia che ho illustrato, riconosceremo questo problema in altri contesti. Prendiamo la privacy. Prima di Internet, la maggior parte di noi non doveva preoccuparsi che informazioni sulla sua vita privata venissero diffuse in tutto il mondo. Se entravamo in una libreria e sfogliavamo un’opera di Marx, non dovevamo preoccuparci di spiegare le nostre preferenze ai vicini o al capoufficio. La “riservatezza” sui nostri gusti in fatto di libri era assicurata.

Che cosa la garantiva?

Se riflettiamo sulle modalità descritte nel capitolo 10, la privacy veniva assicurata da un’architettura poco efficiente, per quanto riguardava la raccolta dei dati, e dal conseguente vincolo imposto dal mercato (il costo) a chiunque volesse acquisirli. Se fossimo sospettati di essere una spia della Corea del Nord, mentre lavoriamo per la CIA, senza dubbio la nostra privacy non verrebbe garantita. Infatti la CIA (speriamo) riterrebbe utile spendere il denaro necessario per seguire le nostre tracce. Ma per la maggior parte di noi (speriamo ancora), lo spionaggio non paga. L’inefficienza delle strutture del mondo reale (almeno in questo ambito) significa che tutti noi godiamo di un livello decisamente notevole di privacy. La riservatezza ci viene garantita da questa difficoltà. Non ci viene garantita tanto dalla legge (non esiste alcuna legislazione che tuteli la privacy nei luoghi pubblici) e, in molti ambiti, neppure dalle norme sociali (è proprio divertente curiosare e spettegolare), quanto piuttosto dai costi che deve affrontare chiunque voglia spiare.

Quando entriamo in Internet, il costo per tenere traccia del materiale sfogliato è diventato decisamente minimo. Se siamo clienti di Amazon, quando ne visitiamo le pagine il sito raccoglie le informazioni su ciò che abbiamo visto. Ce ne accorgiamo, perché su un lato della pagina compare un elenco delle pagine visitate di recente. Ora, grazie all’architettura della Rete e alla funzione dei cookie, è più facile raccogliere i dati che evitare di farlo. La difficoltà è scomparsa, e così sparisce anche la privacy che questa proteggeva.

Il problema, naturalmente, non è Amazon. Ma le biblioteche potrebbero diventarlo. Se siete uno di quei fanatici di sinistra che pensano che la gente debba avere il “diritto” di curiosare in una biblioteca senza che il governo sappia quali libri sta sfogliando (anch’io mi considero uno di loro), allora questa trasformazione della tecnologia di monitoraggio potrebbe preoccuparvi. Se, negli spazi elettronici, diventa semplice raccogliere e classificare i dati su chiunque entri e faccia qualcosa, allora scompare la riservatezza del passato indotta dalle difficoltà operative.

È questa realtà che spiega la pressione esercitata da molti per delineare i termini della privacy su Internet. Ci si rende conto che la tecnologia può toglierci quello che in passato la difficoltà operativa ci garantiva e quindi molti di noi premono per ottenere leggi di regolamentazione1. Che si sia o meno a favore di tali leggi, l’importante qui è il modello. Dobbiamo agire attivamente per assicurare quel tipo di libertà che prima ci veniva fornita passivamente. Il cambiamento della tecnologia costringe ora coloro che credono nella privacy ad agire in modo propositivo, mentre prima la riservatezza era considerata un’impostazione predefinita.

Potremmo raccontare una storia simile sulla nascita del movimento per il software libero. Quando i computer dotati di software comparvero per la prima volta sul mercato commerciale, il software - sia i codici sorgente sia i file binari - era libero. Non era possibile far girare un programma scritto per un computer della Data General su una macchina dell’IBM, e quindi nessuna delle due aziende si preoccupava di controllare i rispettivi programmi.

Questo era il mondo in cui nacque Richard Stallman. Mentre era ricercatore al MIT iniziò ad amare quella comunità di sviluppatori, in un’epoca in cui si era liberi di esplorare e manipolare il software. Essendo un tipo ingegnoso e un programmatore di talento, Stallman si abituò sempre più alla libertà di arricchire o di modificare il lavoro altrui.

Nell’ambiente accademico, quantomeno, questa non è un’idea particolarmente radicale. Nel dipartimento di matematica chiunque era libero di intervenire su una dimostrazione di un altro. Se qualcuno credeva di aver trovato un modo migliore di dimostrare un teorema, modificava ciò che un altro aveva proposto. Nel dipartimento di lettere classiche, se pensavate che la traduzione fatta da un collega di un testo recentemente scoperto fosse lacunosa, eravate liberi di migliorarla. Così, a Stallman sembrò ovvio che chiunque potesse essere libero di manipolare e di perfezionare il codice che faceva girare un computer. Anche questa era conoscenza. Perché non avrebbe dovuto essere aperta alle critiche come qualsiasi altra materia?

Nessuno rispose alla domanda. Ma, nel frattempo, l’architettura commerciale in campo informatico si trasformò. Man mano che fu possibile importare programmi da un sistema all’altro, divenne economicamente conveniente (almeno da un certo punto di vista) nascondere il codice del programma. Lo stesso avvenne quando le aziende iniziarono a vendere periferiche per i mainframe. Se qualcuno avesse potuto prendere il driver di una stampante e copiarlo, allora per lui sarebbe stato più semplice vendere la stampante.

Cominciò così a diffondersi la pratica del codice proprietario, e all’inizio degli anni ’80 Stallman se ne trovò circondato.

Il mondo del software libero era stato sradicato da una trasformazione dell’economia in ambito informatico. Ed egli riteneva che se non avesse fatto qualcosa, allora la libertà di modificare e di condividere il software sarebbe stata indebolita in maniera sostanziale.

Di conseguenza, nel 1984 Stallman avviò il progetto di costruzione di un sistema operativo libero. In tal modo sopravvisse almeno un filone di software libero. Quella fu la nascita del progetto GNU, al quale venne poi aggiunto il kernel “Linux” di Linus Torvalds, che produsse il sistema operativo GNU/Linux.

La tecnica di Stallman consisteva nell’usare la legge sul copyright per realizzare un ambiente in cui il software avrebbe dovuto rimanere libero. Il software tutelato dalla General Public License della Free Software Foundation non può essere modificato e distribuito senza rendere disponibile anche il relativo codice sorgente. Così, chiunque aggiunga qualcosa al software tutelato da tale licenza dovrebbe rendere libere anche le aggiunte. Questo procedimento avrebbe assicurato, così riteneva Stallman, lo sviluppo di un’ecologia del codice. Quest’ultimo rimaneva libero in modo che altri potessero farvi ulteriori interventi. L’obiettivo fondamentale era la libertà; il codice innovativo e creativo fu un prodotto collaterale.

Stallman faceva così per il software ciò che oggi fanno per la privacy i suoi sostenitori. Egli cercava un modo per ricostruire quel tipo di libertà che prima veniva data per scontata. Tramite l’uso di licenze che vincolavano il codice sotto copyright, Stallman reclamava in maniera propositiva uno spazio in cui il software libero sarebbe sopravvissuto. Tutelava in modo attivo quel che prima veniva garantito in modo passivo.

Consideriamo infine un caso recente che concerne più direttamente le vicende di questo libro. Si tratta del cambiamento avvenuto nel processo produttivo delle pubblicazioni accademiche e scientifiche.

Con lo sviluppo delle tecnologie digitali, per molti sta diventando ovvio che stampare migliaia di copie di riviste ogni mese e spedirle alle biblioteche forse non è il modo più efficace per far circolare la conoscenza. Le pubblicazioni stanno diventando in misura sempre maggiore elettroniche, e agli utenti delle biblioteche se ne offre l’accesso tramite siti protetti da password. Qualcosa di analogo è avvenuto per quasi trent’anni in campo giuridico: [in USA] Lexis e Westlaw hanno messo a disposizione degli abbonati ai propri servizi le versioni elettroniche delle sentenze giudiziarie. Anche se le sentenze della Corte Suprema non sono protette da copyright, e chiunque è libero di andare in una biblioteca e leggerle, Lexis e Westlaw sono ugualmente liberi di imporre delle tariffe agli utenti per il privilegio di avere accesso a quelle sentenze tramite i rispettivi servizi.

In generale non c’è nulla di errato in questa pratica, e, anzi, la possibilità di far pagare l’accesso perfino a materiale di pubblico dominio rappresenta un incentivo allo sviluppo di modalità innovative di diffusione della conoscenza. Poiché la legge si è dichiarata d’accordo, Lexis e Westlaw hanno avuto la possibilità di svilupparsi. E se non c’è nulla di illegale a vendere materiale di pubblico dominio, allora lo stesso dovrebbe valere, in linea di principio, per la vendita dell’accesso a materiale non di pubblico dominio.

Ma che cosa succederebbe se l’unico modo per accedere alle informazioni sociali e scientifiche fosse quello offerto dai servizi proprietari, se l’unica possibilità di consultare quei dati fosse pagare un abbonamento?

Come molti incominciano a notare, questa è sempre più la realtà dell’editoria scientifica. Quando tali pubblicazioni venivano distribuite in formato cartaceo, le biblioteche le mettevano a disposizione di chiunque. Così i pazienti colpiti da un cancro potevano documentarsi sulla loro malattia grazie all’accesso fornito dalla biblioteca. Oppure i pazienti che cercavano di capire i rischi di una certa cura potevano condurre ricerche specifiche leggendo tutti gli articoli disponibili sull’argomento. Questa libertà era una funzione dell’istituzione bibliotecaria (norme) e della tecnologia delle riviste cartacee (architettura) - soprattutto perché era molto difficile controllare l’accesso a tali pubblicazioni.

Con il passaggio alle riviste elettroniche, tuttavia, gli editori richiesero alle biblioteche di non metterle a disposizione del pubblico. Ciò significa che le libertà garantite dalle pubblicazioni cartacee nelle biblioteche pubbliche iniziarono a diminuire. Ovvero, come avviene per la privacy e per il software, un cambiamento nella tecnologia e nel mercato limita una libertà considerata acquisita.

Questo cambiamento ha spinto molti a impegnarsi in concreto per ripristinare la libertà perduta. La Public Library of Science (PLoS), per esempio, è una corporation non-profit che rende disponibili le ricerche scientifiche a chiunque abbia una connessione Web. Gli autori presentano i loro lavori scientifici alla Public Library of Science, dove sono poi sottoposti alla valutazione dei colleghi. Se sono accettati, vengono depositati in un archivio elettronico pubblico, e resi disponibili in modo permanente e gratuito. PLoS vende anche la versione stampata delle ricerche, ma il copyright che la tutela non inibisce il diritto a ridistribuire il lavoro gratuitamente.

Questo è uno dei numerosi tentativi di ripristinare una libertà data per scontata in passato, ma ora minacciata dal mutamento della tecnologia e dei mercati. Non c’è dubbio che tutto ciò entri in competizione con gli editori tradizionali e con i loro sforzi di guadagnare attraverso una distribuzione esclusiva dei materiali. Ma nella nostra tradizione si ritiene che la competizione sia un fatto positivo - specialmente quando aiuta la diffusione della conoscenza e della scienza.

Ricostruire la cultura libera: un’idea

Si potrebbe applicare la stessa strategia alla cultura, come reazione al crescente controllo imposto dalla legge e dalla tecnologia.

E qui arriva Creative Commons. Si tratta di una corporation non-profit registrata in Massachusetts ma di casa presso la Stanford University. Il suo obiettivo è realizzare un livello di copyright ragionevole, al di là degli estremi che regnano oggi. Essa cerca di facilitare la creazione di opere sulla base di lavori altrui, rendendo semplice agli autori sostenere che altri siano liberi di attingere al loro lavoro e di creare su di esso. Tutto grazie a semplici tag [nel codice HTML], legati a descrizioni che le persone possono leggere e vincolati a licenze a prova di bomba.

Semplice non vuol dire senza mediatori o senza avvocati. Sviluppando una serie di licenze libere che la gente può vincolare ai propri contenuti, le Creative Commons puntano a contrassegnare una gamma di materiali su cui sia possibile costruire in modo facile e affidabile. Questi tag, o contrassegni, vengono poi collegati alle versioni delle licenze che il computer è in grado di leggere e che gli permettono di identificare automaticamente il contenuto per cui è possibile la condivisione. L’insieme di questi tre elementi - una licenza legale, una descrizione che le persone possono leggere e tag che la macchina può leggere - costituiscono una licenza Creative Commons. La quale rappresenta una garanzia per la libertà di chiunque vi abbia accesso e, cosa più importante, un’espressione del fatto che la persona associata a quella licenza crede in qualcosa di diverso dagli estremi del “tutto” o “niente”. Il contenuto viene contrassegnato dal marchio CC, che non sta a significare l’eliminazione del copyright, ma la concessione di determinate libertà.

Tali libertà vanno al di là di quelle permesse dal “fair use”. I loro limiti dipendono dalle scelte operate dall’autore: egli può scegliere una licenza che consenta qualsiasi utilizzo, purché venga citata la paternità; può optare per una licenza che permetta soltanto l’uso non-commerciale; può sceglierne una che conceda qualsiasi utilizzo purché le medesime libertà siano riconosciute agli utenti successivi, oppure che consenta qualsiasi uso con l’esclusione di quello derivato; o ancora, che permetta ogni impiego possibile all’interno delle nazioni in via di sviluppo; o che permetta l’utilizzo di estratti parziali, purché non se ne ricavino copie integrali; o infine, che accordi qualunque utilizzo in campo didattico.

Queste opzioni stabiliscono così, oltre all’impostazione predefinita della legge sul copyright, una serie di libertà. Accordano altresì delle libertà che vanno al di là dell’uso legittimo tradizionale. E, fatto più importante, esprimono queste libertà attraverso una procedura che gli utenti possono utilizzare e su cui possono fare affidamento senza la necessità di ricorrere a un avvocato. Le Creative Commons puntano perciò a costruire un ordine di contenuti, governato da un livello ragionevole di normativa sul copyright, sul quale altri possano costruire. Le scelte volontarie di individui e di autori renderanno disponibile questo materiale. Il quale a sua volta ci permetterà di ricostruire il pubblico dominio.

Questo è soltanto uno dei molti progetti attivati all’interno delle Creative Commons, che non sono, naturalmente, l’unica organizzazione che persegua simili libertà. Ma c’è un punto che distingue le Creative Commons dalle altre: noi non siamo interessati soltanto a discutere del pubblico dominio o a fare sì che i legislatori contribuiscano a realizzarlo. Il nostro obiettivo è dare vita a un movimento di consumatori e di produttori (“gestori di contenuti”, come li definisce l’avvocato Mia Garlick), che contribuiscano alla costruzione del pubblico dominio e, con il loro impegno, ne dimostrino l’importanza per la creatività altrui.

Lo scopo non è combattere contro i sostenitori del “tutti i diritti riservati”. Piuttosto è quello di essere complementari ad essi. I problemi che la normativa crea per la nostra cultura sono prodotti dalle conseguenze folli e involontarie di leggi scritte secoli fa, applicate a tecnologie che soltanto Jefferson avrebbe potuto immaginare. Le regole potevano avere un senso nel contesto di tecnologie che risalgono a secoli addietro, ma non lo hanno più nell’ambito di quelle digitali. Occorrono nuove regole - con libertà differenti, espresse in modo che la gente comune possa usarle senza l’aiuto di avvocati. Le Creative Commons offrono una modalità efficace per iniziare a costruire queste regole.

Perché gli autori dovrebbero partecipare a questa procedura per l’abbandono del controllo totale? Alcuni lo fanno per diffondere meglio i propri materiali. Cory Doctorow, per esempio, è uno scrittore di fantascienza. Il suo primo romanzo, Down and Out in the Magic Kingdom, è stato distribuito gratuitamente online con una licenza Creative Commons, lo stesso giorno in cui è stato messo in vendita in libreria.

Perché una casa editrice dovrebbe essere d’accordo con una simile iniziativa? Ho il sospetto che il suo editore abbia ragionato così: ci sono due gruppi di persone: (1) quelle che compreranno comunque il libro di Cory, indipendentemente dalla sua presenza su Internet, e (2) quelli che non saprebbero mai nulla del libro se esso non fosse disponibile gratuitamente su Internet. Qualcuno appartenente al gruppo (1) scaricherà il libro di Cory anziché acquistarlo. Chiamiamoli (1)-cattivi. Alcuni che fanno parte del gruppo (2) lo scaricheranno, lo troveranno bello e poi decideranno di comprarlo. Chiamiamoli (2)-buoni. Se i (2)-buoni sono più numerosi degli (1)-cattivi, la strategia di diffondere gratuitamente online il libro di Cory probabilmente ne farà aumentare le vendite in libreria.

L’esperienza dell’editore ha portato chiaramente a quest’ultima conclusione. La prima tiratura è andata esaurita mesi prima di quanto avesse previsto l’editore. Così questo primo romanzo di uno scrittore di fantascienza ha ottenuto pieno successo.

L’idea che contenuti liberi possano aumentare il valore dei materiali non liberi ha trovato conferma nell’esperienza di un altro autore. Peter Wayner, che ha scritto un libro sul movimento del software libero intitolato Free for All, ne ha reso disponibile online una versione elettronica gratuita, tutelata da una licenza Creative Commons, dopo che il libro era uscito dal catalogo. Ha deciso poi di seguire l’andamento del prezzo del libro nelle librerie dell’usato. Come previsto, di pari passo con l’incremento delle copie scaricate, è aumentato anche il prezzo del libro usato.

Questi sono esempi di utilizzo di licenze Creative Commons per diffondere meglio i contenuti proprietari. Lo ritengo un uso ottimo e normale. Altri usano le licenze Creative Commons per motivi diversi. Molti scelgono la “sampling license” (utilizzo di estratti parziali), perché qualsiasi altra opzione sarebbe ipocrita. Questa licenza dice che gli altri sono liberi di appropriarsi di una parte dell’opera, a scopo commerciale o non-commerciale; però non sono liberi di copiarla per intero e di metterla a disposizione di altre persone. È un atteggiamento coerente con la produzione artistica di questi autori - anch’essi infatti estraggono parti dei contenuti altrui. Poiché le spese legali per queste operazioni sono molto alte (Walter Leaphart, manager del gruppo rap Public Enemy, che nacque riprendendo pezzi della musica di altri autori, ha affermato che non “consente” più ai Public Enemy questa operazione, proprio a causa delle spese legali2), questi artisti diffondono nel loro ambiente materiali su cui altri possono costruire, in modo da sviluppare così una propria forma di creatività.

Ci sono infine molti autori che contrassegnano i loro materiali con una licenza Creative Commons, soltanto perché vogliono dimostrare l’importanza di un equilibrio in questo dibattito. Se si segue semplicemente il sistema così com’è, in concreto si dichiara di credere nel modello “tutti i diritti riservati”; un modello buono per qualcuno, ma non per molti. Parecchi pensano che questa norma, pur essendo appropriata per Hollywood e per artisti stravaganti, non esprima adeguatamente il modo in cui la maggior parte degli autori considera i diritti associati ai propri contenuti. La licenza Creative Commons dà corpo a un modello “alcuni diritti riservati” e offre a molti autori la possibilità di comunicarlo agli altri.

Nei primi sei mesi dell’esperimento delle Creative Commons, più di un milione di lavori sono stati contrassegnati con queste licenze della cultura libera. Il passo successivo è la costituzione di partnership con i provider middleware, per aiutarli a inserire nelle loro tecnologie modalità semplici che consentano ai loro utenti di contrassegnare i materiali con le licenze delle Creative Commons. A quel punto, un ulteriore passo sarà individuare e apprezzare gli autori che realizzano opere basate su contenuti resi liberi.

Questi sono i primi passi verso la ricostruzione del pubblico dominio. Non si tratta di semplici argomentazioni teoriche; si tratta di azioni concrete. Costruire un pubblico dominio è il primo passo per dimostrare la sua importanza per la creatività e per l’innovazione. Le Creative Commons si fondano, per raggiungere questo scopo, su interventi decisi volontariamente. Contribuiranno così a creare un mondo in cui diventerà possibile qualcosa di più della libera volontà di poche persone.

Le Creative Commons sono soltanto un esempio dello sforzo messo in atto volontariamente da singoli individui e da autori per cambiare l’insieme dei diritti che oggi governano l’ambito creativo. Il progetto non è in competizione con il copyright: ne è un complemento. Il suo obiettivo non è eliminare i diritti degli autori, ma facilitare ai creatori l’esercizio dei propri diritti in un modo più flessibile e meno oneroso. Questo impegno, così crediamo, faciliterà la diffusione della creatività.













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Cultura libera

Un equilibrio fra anarchia e controllo, contro l'estremismo della proprietà intellettuale

Collana: Cultura digitale

Uscita: Febbraio 2005

Pagine: 256

ISBN: 9788850322503

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   »  Inizio Postfazione

 »  Note

 »  Ringraziamenti

 »  L’autore

*Licenza Creative Commons



Questo libro è rilasciato sotto Licenza Creative Commons.

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