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Cultura libera

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Capitolo 7

Autori che registrano pezzi altrui

Jon Else è un autore cinematografico. È noto per una serie di documentari è ha avuto molto successo nella diffusione delle sue opere. Si dedica anche all’insegnamento, ed essendo io stesso un insegnante, invidio la fedeltà e l’ammirazione che gli dimostrano i suoi studenti. (Per combinazione ne ho incontrati due a una festa. Era il loro dio.)

Else stava lavorando su un documentario che mi vedeva coinvolto. Durante una pausa, mi raccontò una storia sulla libertà di creare nell’odierna cinematografia americana.

Nel 1990, Else stava lavorando a un documentario sulla tetralogia dell’anello del Nibelungo di Wagner. I protagonisti erano i macchinisti teatrali dell’Opera di San Francisco. Questi personaggi rappresentano un elemento particolarmente variopinto e divertente in un’opera. Durante lo spettacolo, se ne stanno al di sotto del palcoscenico nell’area loro riservata oppure nella stanza degli addetti alle luci. Rappresentano un perfetto contrasto all’arte messa in scena sul palcoscenico.

Nel corso di uno spettacolo, Else stava riprendendo alcuni macchinisti che giocavano a dama. In un angolo della stanza c’era un apparecchio televisivo. Sullo schermo scorrevano le immagini dei Simpson, mentre i macchinisti giocavano e la compagnia interpretava l’opera di Wagner. Quel tocco di cartoni animati, pensava Else, contribuiva a catturare il particolare sapore di quella scena.

Anni dopo, quando riuscì finalmente a trovare i finanziamenti per completare il film, Else cercò di sistemare la faccenda dei diritti per quei pochi secondi in cui apparivano i Simpson. Perché, ovviamente, quei pochi secondi sono coperti da copyright; e, naturalmente, per usare del materiale coperto da copyright, occorre il permesso del titolare, a meno che non sia possibile applicare il “fair use” 1 (uso legittimo) o qualche altra eccezione.

Else chiamò l’ufficio del creatore dei Simpson, Matt Groening, che approvò la sequenza. Era un’immagine di quattro secondi e mezzo su un minuscolo televisore in un angolo della stanza. Quale danno avrebbe mai potuto provocare? Groening era contento che apparisse nel film, ma disse a Else di contattare la Gracie Films, società produttrice del programma.

Anche alla Gracie Films si dissero d’accordo ma, al pari di Groening, volevano essere sicuri. Così dissero a Else di contattare la casa-madre, la Fox. Else chiamò e illustrò loro la sequenza che appariva in un’inquadratura dell’angolo di una stanza in una scena del film. Matt Groening aveva già dato il permesso, aggiunse Else. Occorreva soltanto la conferma della Fox.

Allora, come mi raccontò Else, “accaddero due cose. Primo, venimmo a scoprire ... che Matt Groening non era padrone di ciò che aveva creato - o almeno qualcuno [alla Fox] la pensava così”. Secondo, la Fox “voleva diecimila dollari in cambio della licenza per l’uso di questi quattro secondi e mezzo di ... Simpson assolutamente casuali, che apparivano in un angolo della scena”.

Else era sicuro che si trattasse di un errore. Si diede da fare e riuscì a contattare una persona, che gli parve essere un vicepresidente responsabile per le licenze, Rebecca Herrera. “Deve esserci un equivoco ...” le spiegò; “vi stiamo chiedendo la tariffa per l’utilizzo di questa scena a scopo didattico.” Quella era la tariffa per l’utilizzo a scopo didattico, fece Herrera a Else. Qualche giorno dopo, Else richiamò la signora per avere conferma di quanto gli era stato detto.

“Volevo esser certo di aver capito bene”, mi disse. “Sì, ha capito bene”, rispose Herrera. Sarebbe costato 10.000 dollari usare la sequenza dei Simpson nell’angolo di una scena di un documentario sulla tetralogia dell’anello del Nibelungo di Wagner. E poi, sorprendentemente, Herrera aggiunse: “E se lei cita quanto le ho detto, passerò la questione ai nostri avvocati”. Come spiegò in seguito a Else un’assistente di Herrera: “Non gliene frega un bel nulla. Vogliono soltanto i soldi”.

Else non aveva il denaro necessario ad acquisire i diritti per ritrasmettere quelle poche immagini andate in onda alla televisione dietro le quinte dell’Opera di San Francisco. Riprodurre quella realtà avrebbe sforato i fondi a disposizione del cineasta. All’ultimo momento, prima del lancio del film, Else sostituì digitalmente la sequenza con un’altra, ripresa dal film The Day After Trinity, su cui aveva lavorato dieci anni prima.

Non c’è dubbio che qualcuno, Matt Groening o la Fox, detiene il copyright dei Simpson. Tale copyright è di loro proprietà. E talvolta l’uso di materiale coperto da copyright richiede il permesso del proprietario. Se l’uso che Else voleva fare del copyright dei Simpson era uno di quelli limitati per legge, allora occorreva il permesso del titolare prima di poter utilizzare il materiale. E, nel libero mercato, spetta al proprietario del copyright stabilire il prezzo per qualsiasi uso per il quale la legge gli assegna il controllo.

Per esempio, la “pubblica rappresentazione” è un utilizzo dei Simpson sotto il controllo del titolare del copyright. Se mettiamo insieme una selezione degli episodi preferiti, affittiamo un cinema e facciamo pagare il biglietto per venire a vedere “I nostri Simpson preferiti”, allora dovremmo ottenere il permesso del titolare del copyright. E lui (giustamente, secondo me) può chiedere qualsiasi cifra - 10 dollari oppure 1.000.000 di dollari. È nel suo diritto, come stabilito per legge.

Ma quando gli avvocati sentono questa storia su Jon Else e la Fox, il loro primo pensiero corre al “fair use”, all’uso legittimo 2. L’utilizzo da parte di Else di appena 4,5 secondi di una sequenza indiretta di un episodio dei Simpson è chiaramente un uso legittimo - e per l’uso legittimo non occorre il permesso di nessuno.

Così chiesi a Else perché non si fosse basato soltanto sull’“uso legittimo.” Ecco la sua risposta:

Il fiasco dei Simpsons fu per me una grande lezione sull’abisso che corre tra quello che gli avvocati non trovano pertinente in senso astratto, e quello che lo è enormemente in pratica, per quanti tra noi cercano sul serio di realizzare e diffondere documentari. Non ho mai avuto dubbi che si trattasse di “uso chiaramente legittimo” in senso strettamente giuridico. Ma non potevo fare affidamento su questo concetto in modo concreto. Ecco perché:
1. Prima che i nostri film possano essere proiettati, la rete di distribuzione pretende che stipuliamo un’assicurazione contro errori e omissioni. Le compagnie d’assicurazione vogliono la lista dettagliata dei “segnali di azione” dove sono elencati la fonte e lo stato delle licenze di ciascuna sequenza del film. Hanno un’opinione confusa dell’“uso legittimo” e un ricorso su questo punto può portare al blocco dell’intero processo.
2. Probabilmente non avrei mai dovuto chiedere nulla a Matt Groening, tanto per cominciare. Ma sapevo (almeno secondo voci che circolavano) che la Fox era solita rintracciare e fermare l’uso non autorizzato dei Simpson, proprio come George Lucas era noto per le denunce per l’uso di Guerre stellari (Star Wars). Così decisi di seguire la legge alla lettera, pensando che avremmo ottenuto una licenza gratuita o a poco prezzo per quei quattro secondi di Simpson. Essendo un produttore di documentari, che lavora fino all’esaurimento con fondi risicati, l’ultima cosa che volevo era il rischio di problemi legali, o anche solo di fastidi legali, o perfino di dover difendere un principio.
3. In realtà mi consultai con un collega della Stanford Law School ... il quale mi ribadì che si trattava di uso legittimo. Mi confermò altresì che la Fox mi avrebbe “denunciato e portato in aula a ogni costo”, a prescindere dal merito della mia posizione. Mi chiarì che il punto essenziale era chi poteva disporre dei migliori avvocati e dei fondi più cospicui, io o loro.
4. La questione dell’uso legittimo solitamente si pone alla conclusione del progetto, quando dobbiamo rispettare una data di chiusura e non abbiamo più soldi.

In teoria, l’uso legittimo significa che non occorrono permessi. Di conseguenza, la teoria sostiene la cultura libera e la difende contro la cultura del permesso. Però, in pratica, l’uso legittimo funziona in maniera assai diversa. La confusa linea di demarcazione della legge, legata agli eccezionali rischi a cui si è esposti quando la si supera, significa che in effetti il ricorso all’uso legittimo per molti tipi di autori è minimo. La legge ha un obiettivo corretto; la pratica ha sconfitto tale obiettivo.

La pratica dimostra proprio fino a che punto la legge si sia allontanata dalle radici del XVIII secolo. La normativa era nata come scudo per tutelare i profitti degli editori contro la concorrenza sleale dei pirati. Con il tempo, è diventata una spada che interferisce con qualsiasi uso, che rappresenti o meno una trasformazione.













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Cultura libera

Un equilibrio fra anarchia e controllo, contro l'estremismo della proprietà intellettuale

Collana: Cultura digitale

Uscita: Febbraio 2005

Pagine: 256

ISBN: 9788850322503

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 »  Presentazione

 »  Introduzione

 »  Prefazione

 »  Presentazione

 »  Parte 1

 »  Parte 2

   »  Capitolo 7

   »  Capitolo 8

   »  Capitolo 9

   »  Capitolo 10

   »  Inizio Parte 2

 »  Parte 3

 »  Parte 4

 »  Conclusione

 »  Postfazione

 »  Note

 »  Ringraziamenti

 »  L’autore

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