APOGEOnLine


Apogeonline Google Book Search
Copertina

Sviluppare applicazioni Android con Google Play services

di Massimo Carli

Prezzo: 39,00 Euro

Il primo manuale italiano dedicato allo sviluppo di app Android con le API di Google Play services.

Iscriviti alla Newsletter

Copertina

C guida alla programmazione

di Pellegrino Principe

Prezzo: 39,00 Euro

Una guida completa al linguaggio C dedicata anche a chi non padroneggia i fondamenti dell'elettronica dei calcolatori e basata sullo standard C11.

News sul tuo sito

Vuoi avere le news di Apogeonline sempre aggiornate sul tuo sito? È semplicissimo: scopri come

feed rss feed atom
Cliccare per un ingrandimento

Cultura libera

Un equilibrio fra anarchia e controllo, contro l'estremismo della proprietà intellettuale

di Lawrence Lessig

Prezzo: 15,00 Euro

Acquistacarrello

.
Capitolo 2

“Semplici imitatori”

Nel 1839, Louis Daguerre inventò la prima tecnologia pratica in grado di produrre quelle che oggi definiremmo “fotografie”. Con una definizione abbastanza appropriata, esse venivano chiamate allora “dagherrotipi”. Il processo era complicato e costoso, e quindi il settore era limitato ai professionisti e a pochi dilettanti, ricchi e appassionati. (Esisteva perfino una American Daguerre Association che contribuì a regolamentare l’industria, come fanno tutte le associazioni analoghe, riducendo la competizione allo scopo di tenere alti i prezzi.)

Tuttavia, nonostante i prezzi elevati, la richiesta di dagherrotipi era forte, cosa che spinse gli inventori a cercare modi più semplici ed economici per ottenere “fotografie automatiche”. Ben presto William Talbot scoprì un processo per produrre i “negativi”. Ma, essendo questi di vetro e dovendo essere mantenuti bagnati, il procedimento rimaneva dispendioso e ingombrante. Dopo il 1870 vennero realizzate le lastre asciutte, cosa che facilitò la separazione tra l’operazione di fare le fotografie e quella di svilupparle. Si trattava comunque di lastre di vetro, e il processo rimaneva perciò fuori portata per gran parte dei dilettanti.

Il cambiamento tecnologico che rese possibile la fotografia di massa non ebbe luogo fino al 1888, e fu l’invenzione di un solo individuo. George Eastman, egli stesso fotografo amatoriale, era frustrato dalla tecnologia fotografica basata sulle lastre. In un lampo d’intuizione (per così dire), Eastman si rese conto che, rendendo flessibile la pellicola, questa poteva essere arrotolata attorno a un fuso. Quel rullino poteva quindi essere portato da uno sviluppatore, riducendo in maniera sostanziale i costi della fotografia. Diminuendone le spese, Eastman prevedeva di ampliare enormemente la popolazione dei fotografi.

Eastman realizzò una pellicola flessibile di carta emulsionata e ne collocò i rullini in macchine fotografiche piccole e semplici: le Kodak. L’apparecchio fu commercializzato facendo leva sulla sua semplicità. “Tu premi il pulsante e noi pensiamo al resto” 1. Così viene descritto in The Kodak Primer (il manuale della Kodak):

Il principio del sistema Kodak consiste nel separare l’attività richiesta a una qualsiasi persona che scatti una fotografia, dal lavoro che soltanto gli esperti sono in grado di fare... Forniamo a chiunque, uomo, donna o bambino, che sia dotato dell’intelligenza sufficiente per puntare una scatola diritta e premere un pulsante, uno strumento che elimina completamente dalla pratica della fotografia la necessità di appositi laboratori o, di fatto, di qualsiasi conoscenza specifica sull’arte stessa. Si può utilizzare questo sistema senza studi preliminari, senza camera oscura e senza sostanze chimiche. 2

Per 25 dollari, chiunque poteva fare fotografie. La macchina fotografica aveva la pellicola pre-caricata e, dopo l’uso, andava riportata a un laboratorio Eastman, dove si sviluppavano le foto. Naturalmente, con il tempo furono migliorati sia il costo della macchina fotografica sia la facilità d’impiego. I rullini divennero così la base per l’esplosiva crescita della fotografia. La macchina fotografica di Eastman venne messa in vendita per la prima volta nel 1888; un anno dopo, la Kodak stampava oltre seimila negativi al giorno. Dal 1888 al 1909, mentre la produzione industriale saliva del 4,7 per cento, le vendite di materiale e attrezzature per la fotografia crebbero dell’11 per cento 3. Nello stesso periodo le vendite della Eastman Kodak segnarono un incremento medio annuale superiore al 17 per cento 4.

Il vero significato dell’invenzione di Eastman, tuttavia, non era di tipo economico. Era di tipo sociale. La fotografia professionale offriva alla gente uno scorcio di luoghi che altrimenti non avrebbe mai visto. La fotografia amatoriale le dava la capacità di documentare la propria vita in un modo fino ad allora impossibile. Come sottolinea lo scrittore Brian Coe, “per la prima volta l’album delle istantanee forniva all’uomo della strada un documento permanente della sua famiglia e delle sue attività... Per la prima volta nella storia esisteva una documentazione visiva autentica dell’aspetto e delle attività dell’uomo comune realizzata senza interpretazioni o pregiudizi [letterari]” 5.

In tal senso, la macchina fotografica e la pellicola Kodak furono tecnologie espressive. Naturalmente, lo erano anche la matita e il pennello. Ma ci volevano anni di addestramento prima che questi strumenti potessero essere utilizzati dai dilettanti in maniera utile o efficace. Con la Kodak, divenne possibile esprimersi in modo assai più rapido e semplice. Venne abbassata la barriera dell’espressione creativa. Gli snob ne schernirebbero la “qualità”; i professionisti la liquiderebbero come qualcosa di estraneo. Ma osserviamo un bambino che studia l’inquadratura migliore per scattare una fotografia e avremo il senso dell’esperienza creativa a cui la Kodak ha dato vita. Tali strumenti democratici offrirono alle persone comuni un modo molto più facile per esprimere se stesse di quanto fosse possibile con ogni altro strumento precedente.

Che cosa occorreva perché questa tecnologia avesse successo? Ovviamente, il genio di Eastman rappresentò un elemento importante. Ma parimenti importante fu il contesto legale all’interno del quale si sviluppò l’invenzione di Eastman. Fin dagli albori nella storia della fotografia, si ebbe una serie di decisioni giuridiche che avrebbero potuto cambiarne il corso in modo sostanziale. Alle corti di giustizia venne chiesto se il fotografo, dilettante o professionista, dovesse chiedere il permesso prima di scattare fotografie e stamparle. La risposta fu negativa 6.

Gli argomenti a favore della richiesta di un permesso suoneranno sorprendentemente familiari. Il fotografo stava “prendendo” qualcosa dalla persona o dall’edificio di cui scattava l’istantanea - stava piratando qualcosa dotata di un valore. Qualcuno riteneva persino che si stesse impossessando dell’anima del soggetto. Proprio come Disney non era libero di prendere le matite che i disegnatori usavano per le animazioni di Topolino, così anche questi fotografi non dovevano essere liberi di prendere immagini a cui attribuivano un valore.

Sul fronte opposto troviamo un argomento che appare altrettanto familiare. Certo, si stava usando qualcosa che aveva un valore. Ma i cittadini dovrebbero avere il diritto di catturare almeno le immagini che sono già offerte alla vista del pubblico. (Louis Brandeis, che sarebbe divenuto giudice della Corte Suprema, riteneva che le norme avrebbero dovuto essere diverse per le immagini di spazi privati 7.) Forse questo significava che il fotografo prendeva qualcosa senza dare nulla in cambio. Così come Disney traeva ispirazione da Steamboat Bill, Jr. oppure dai fratelli Grimm, il fotografo doveva essere libero di riprendere un’immagine senza doverne compensare la fonte.

Fortunatamente per il signor Eastman, e per la fotografia in generale, le decisioni iniziali furono a favore dei pirati. In generale, non occorrevano permessi per catturare un’immagine e condividerla con altri. Si presumeva che il permesso fosse scontato. L’opzione di partenza era la libertà. (La legge avrebbe poi inserito un’eccezione per le persone famose: i fotografi di professione, che scattano istantanee di personaggi noti a scopo di lucro, sono soggetti a restrizioni maggiori di quanto lo siamo noi. Ma, in genere, si può catturare un’immagine senza liquidare i relativi diritti 8.)

Possiamo soltanto fare qualche ipotesi sulla strada che avrebbe preso la fotografia nel caso la legge avesse deciso diversamente. Se l’onere della prova fosse stato a carico del fotografo, allora quest’ultimo avrebbe dovuto dimostrare di avere il permesso. Forse avrebbe dovuto farlo anche la Eastman Kodak, prima di poter sviluppare la pellicola sulla quale erano state catturate le immagini. Senza il permesso, dopo tutto, la Eastman Kodak avrebbe beneficiato dal “furto” commesso dal fotografo. Proprio come Napster trasse vantaggio dalle infrazioni al copyright commesse dagli utenti, la Kodak avrebbe beneficiato dalle infrazioni sui “diritti d’immagine” dei fotografi. Possiamo allora immaginare che la legge avrebbe imposto all’azienda di esigere un qualche tipo di permesso prima di procedere allo sviluppo. Possiamo immaginare un sistema di sviluppo atto a dimostrare l’esistenza del permesso.

Certo, è possibile immaginare un sistema di questo tipo, ma sembra molto difficile pensare che la fotografia avrebbe potuto prosperare come ha fatto, qualora il requisito del permesso fosse stato integrato nelle norme regolamentari. La fotografia sarebbe esistita. Avrebbe acquisito maggiore importanza con l’andare del tempo. I professionisti avrebbero continuato a usare tale tecnologia come hanno fatto - poiché sarebbero stati in grado di sostenere più facilmente gli oneri di questo sistema. Ma non ci sarebbe stata la diffusione della fotografia tra le persone comuni. Non ci sarebbe stato alcuno sviluppo in tal senso. E, sicuramente, niente di simile alla crescita realizzata per una tecnologia democratica mirata all’espressione creativa.

Guidando attraverso il Presidio di San Francisco (ex area militare recentemente adibita a struttura polivalente 9 ) potrebbe capitarci di incrociare due vistosi autobus scolastici gialli ridipinti con immagini colorate e vivaci, e il logo “Just Think!” al posto del nome della scuola. Ma c’è ben poco di intellettuale nei progetti proposti da questi autobus. I quali sono pieni di tecnologie che insegnano ai ragazzi come manipolare le pellicole. Non quelle di Eastman. Neppure i film del nostro videoregistratore. Piuttosto, “la pellicola” delle macchine fotografiche digitali. “Just Think!” è un progetto che consente ai ragazzi di fare dei film, per comprendere e analizzare la cultura delle immagini che li circonda. Ogni anno, questi autobus raggiungono oltre trenta istituti scolastici, permettendo a trecento-cinquecento ragazzi di apprendere le nozioni di base sui media mentre li utilizzano. Imparano a pensare facendo. Imparano mentre lavorano.

Questi autobus non costano poco, ma la tecnologia che trasportano sta diventando sempre più economica. Il prezzo di un sistema video digitale di alta qualità si è notevolmente abbassato. Come spiega un esperto, “cinque anni fa, un buon sistema per realizzare video digitali in tempo reale costava 25.000 dollari. Oggi si può ottenere una qualità professionale per 595 dollari” 10. Questi autobus contengono una tecnologia che appena dieci anni fa sarebbe costata centinaia di migliaia di dollari. E oggi è possibile immaginare non soltanto autobus come questi, ma anche aule in ogni parte del Paese in cui i ragazzi imparino sempre meglio quel che gli insegnanti definiscono “alfabetizzazione mediatica”.

“Alfabetizzazione mediatica,” come la definisce Dave Yanofsky, direttore esecutivo di “Just Think!”, “è la capacità di... comprendere, analizzare e decostruire le immagini dei media. L’obiettivo è quello di insegnare [ai ragazzi] le modalità operative dei media, il modo in cui vengono realizzati e diffusi, le modalità d’accesso”.

Tutto questo sembra avere poco a che fare con “l’alfabetizzazione”. Per gran parte della gente, alfabetizzazione significa imparare a leggere e scrivere. Chi è “alfabetizzato” deve conoscere Faulkner e Hemingway e l’uso corretto della grammatica e della sintassi.

Forse. Ma in un mondo dove i bambini vedono in media 390 ore l’anno di pubblicità televisiva, oppure tra 20.000 e 45.000 inserzioni pubblicitarie in generale 11, è sempre più importante comprendere la “grammatica” dei media. Perché, come esiste la grammatica per la parola scritta, così ne esiste una anche per i media. E, proprio come i ragazzi imparano a scrivere producendo una quantità di prosa orribile, così imparano a usare i media realizzando (almeno all’inizio) molti progetti mediatici orribili.

Una cerchia sempre più vasta di accademici e di attivisti considera questa forma di alfabetizzazione fondamentale per la cultura della prossima generazione. Infatti, sebbene chiunque abbia provato a scrivere si renda conto di quanto sia difficile - difficile mantenere il filo della storia, conservare l’attenzione del lettore, esprimersi in un linguaggio comprensibile - pochi tra noi hanno effettivamente compreso quanto sia difficile usare i media. O, più concretamente, pochi di noi comprendono realmente il funzionamento dei media, come facciano a conquistare il pubblico o a condurlo nei meandri di una storia, a scatenare emozioni o a creare suspense.

La cinematografia ha impiegato una generazione prima di riuscire a realizzare qualcosa di buono. Ma anche allora, la capacità stava nel realizzare film, non nello scrivere sull’argomento. La bravura emergeva dalla sperimentazione, non dalla lettutra di un libro sul cinema. Per imparare a scrivere, bisogna prima scrivere e poi riflettere su quanto si è scritto. Per imparare a scrivere con le immagini, occorre realizzarle e quindi riflettere su quanto si è creato.

Questa grammatica si è modificata di pari passo con i cambiamenti dei media. Quando si trattava soltanto di film, come mi spiegò Elizabeth Daley, direttore esecutivo dell’Annenberg Center for Communication e responsabile della School of Cinema-Television, entrambi presso l’Università della California Meridionale, la grammatica riguardava “il posizionamento degli oggetti, il colore, ... il ritmo, la cadenza e la struttura” 12. Man mano però che il computer ha aperto spazi interattivi dove la storia viene “rappresentata”, ma anche vissuta, quella grammatica cambia. Il semplice controllo della narrazione si perde, e perciò si rendono necessarie altre tecniche. Lo scrittore Michael Crichton aveva un’assoluta padronanza della narrativa di fantascienza. Ma quando cercò di progettare un computer game basato su uno dei suoi lavori, dovette imparare un’arte nuova. Riuscire a guidare le persone all’interno del gioco, senza che se ne accorgessero, non era qualcosa di ovvio, neppure per un autore di enorme successo 13.

Questa capacità è precisamente l’arte che impara il cineasta. Come fa notare Daley, “si rimane assai sorpresi dal modo in cui si viene guidati nella trama di un film. È una costruzione perfetta, fatta per impedirci di notarlo, così non ce ne rendiamo conto. Se il regista fa un buon lavoro, non possiamo prevedere dove ci condurrà la storia”. Se invece lo capiamo, il film non è riuscito.

Eppure la spinta verso un’alfabetizzazione più ampia - capace di andare oltre il testo per includere elementi sonori e visuali - non mira a produrre registi migliori. L’obiettivo non è affatto quello di perfezionare la professione del cineasta. Al contrario, come spiega Daley,

dal mio punto di vista, probabilmente il lato più importante della “linea di demarcazione digitale” non è l’accesso a una scatola. È la capacità di manipolare il linguaggio che tale scatola veicola. Altrimenti, soltanto un numero assai ristretto di persone potrà scrivere con questo linguaggio, e tutti gli altri saranno costretti a rimanere solamente lettori.

“Solamente lettori.” Passivi destinatari di cultura prodotta altrove. Amanti del divano. Consumatori. Questo è il mondo dei media tipico del XX secolo.

Il XXI secolo potrebbe essere diverso. Questo è il punto cruciale: potrebbe significare leggere ma anche scrivere. O, quantomeno, leggere e capire meglio l’arte dello scrivere. O, ancor meglio, leggere e comprendere gli strumenti che consentono alla scrittura di guidare o di fuorviare. Scopo di qualsiasi tipo di alfabetizzazione, e di questa in particolare, è quello di “offrire agli individui la capacità di scegliere il linguaggio appropriato per ciò che hanno la necessità di creare o di esprimere” 14. È quello di consentire agli studenti di “essere in grado di comunicare nel linguaggio del XXI secolo” 15.

Come ogni linguaggio, anche questo risulta più facile per alcuni che per altri. Non viene appreso necessariamente meglio da chi eccelle nella lingua scritta. Elizabeth Daley e Stephanie Barish, quest’ultima direttrice dell’Institute for Multimedia Literacy presso l’Annenberg Center, descrivono l’esempio particolarmente significativo di un progetto da loro curato in una scuola media. L’istituto si trovava in un quartiere molto povero nei sobborghi di Los Angeles. In tutte le tradizionali valutazioni del successo, questa scuola era un fallimento. Ma Daley e Barish gestivano un programma che offriva ai ragazzi l’opportunità di usare il cinema per esprimere contenuti riguardanti una realtà che gli studenti conoscevano - la violenza delle armi.

Il corso si svolgeva il venerdì pomeriggio, e creò subito un problema relativamente nuovo per la scuola. Mentre per molti corsi la sfida stava nel convincere i ragazzi a prendervi parte, in questo caso il problema era mandarli via. “I ragazzi arrivavano alle sei del mattino e se ne andavano alle cinque del pomeriggio,” disse Barish. Si applicavano con una passione maggiore che in ogni altro corso nel perseguire l’obiettivo dell’insegnamento - imparare a esprimere se stessi.

Usando qualsiasi “materiale libero fosse reperibile sul web” e strumenti relativamente semplici, per consentire ai ragazzi di mescolare “immagini, suoni e testo”, come Barish racconta, in questo corso si realizzò una serie di progetti che affrontavano la violenza delle armi secondo modalità che pochi avrebbero compreso. Si trattava di un problema vicino alla vita di questi studenti. Il progetto “fornì loro strumenti e capacità per poterlo comprendere e per parlarne”, spiegò Barish. Quegli strumenti riuscirono a creare possibilità di espressione - in una maniera molto più efficace e valida di quanto permettesse il solo ricorso al testo. “Se avessimo dovuto chiedere a questi studenti, ‘ditelo solo con le parole’, si sarebbero arresi e sarebbero passati ad altro”, afferma Barish, in parte perché, senza dubbio, esprimersi attraverso un testo non riesce bene a studenti di questo tipo. Tuttavia, il testo non è certo la forma più adatta per esprimere al meglio certe idee. La forza di quel messaggio dipendeva dalla connessione delle diverse forme espressive.

“Ma la scuola non dovrebbe insegnare a scrivere ai ragazzi?” chiesi. In parte, ovviamente, è così. Ma perché insegniamo loro a scrivere? La scuola, spiegò Daley, dovrebbe fornire agli studenti la capacità di “costruire significato”. Sostenere che questo avviene soltanto attraverso la scrittura è come dire che insegnare a scrivere si riduce a insegnare ai ragazzi la corretta ortografia delle parole. Il testo è solo una parte - e, sempre più spesso, non quella più efficace - della costruzione di significato. Così spiega Daley nel passaggio più toccante dell’intervista:

Quel che vogliamo è offrire a questi studenti alternative per costruire significato. Se non diamo loro altro che testo, non ci riusciranno. Perché non possono farlo. C’è Johnny che è capace di seguire un video, di giocare con i videogame, di riempire le pareti di graffiti, di smontarti l’automobile, ... di fare un sacco di altre cose. Ma non sa leggere. Così Johnny viene a scuola e noi gli diciamo: “Johnny, sei un analfabeta. Qualunque cosa tu faccia è inutile”. Beh, a quel punto Johnny ha due scelte: se la prenderà con noi o con se stesso. Se il suo ego è abbastanza sano, se la prenderà con noi. [Ma se] invece gli diciamo: “Beh, visto che sai fare tutte queste cose, parliamone. Suona della musica, se credi possa rispecchiare la tua idea, oppure fammi vedere delle immagini o disegnami qualcosa che la rifletta”. Non mettiamo in mano a un ragazzo una videocamera dicendogli: “Andiamo a divertirci e giriamo un piccolo film”. Piuttosto: “Ti aiutiamo a prendere gli elementi che comprendi, che sono il tuo linguaggio, per costruire significato su un certo argomento...”.
Questo potenzia enormemente le capacità. E poi quel che accade, ovviamente, è che alla fine, come è successo in tutti questi corsi, i ragazzi vanno a sbattere contro la realtà: “Devo spiegarmi, devo proprio scrivere qualcosa”. E, come diceva uno degli insegnanti a Stephanie, finiranno per riscrivere un paragrafo 5, 6, 7, 8 volte, finché non è perfetto.
Perché devono farlo. C’è un motivo per farlo. Devono comunicare qualcosa, anziché essere costretti all’interno dei nostri percorsi obbligati. Devono usare proprio quel linguaggio con cui non sanno esprimersi. Ma sono arrivati a comprendere che esso può offrire loro molte potenzialità.

Quando due aeroplani si sono schiantati sul World Trade Center, un altro contro il Pentagono e un quarto in un campo della Pennsylvania, tutti i media del mondo si sono concentrati su questa notizia. Praticamente ogni istante di ogni giorno per quella settimana, e per le settimane successive, in particolare la televisione, e in generale tutti i media, hanno ripresentato la storia degli eventi a cui avevamo appena assistito. Si trattava di un racconto continuamente ripetuto, perché avevamo già visto i fatti descritti. La genialità di quest’orrenda azione terroristica fu che il secondo attacco fu ritardato con un calcolo perfetto allo scopo di avere la certezza che a osservarlo ci fosse il mondo intero.

Queste ripetizioni del racconto assumevano un sapore sempre più familiare. Erano inframmezzate da stacchi musicali, mentre grafici elaborati saettavano sullo schermo. Le interviste seguivano una formula prestabilita. C’era “equilibrio” e serietà. Si trattava di notizie orchestrate nella maniera che siamo sempre più inclini ad aspettarci, “notizie come intrattenimento”, anche se l’intrattenimento è una tragedia.

Ma in aggiunta a questa produzione di notizie sulla “tragedia dell’11 settembre”, coloro che si collegavano a Internet poterono seguirne anche una versione assai diversa. Internet pullulava di descrizioni sullo stesso evento. Descrizioni che però avevano un sapore molto differente. Qualcuno aveva realizzato pagine fotografiche, che catturavano immagini da ogni parte del mondo e le presentavano come una serie di diapositive accompagnate da qualche nota di testo. Qualcun altro presentava delle lettere aperte. C’erano registrazioni sonore. C’era rabbia e frustrazione. Si tentò di creare un contesto. In breve, si riuscì eccezionalmente a costruire un granaio globale 16, nel senso dato al termine da Mike Godwin nel libro Cyber Rights, attorno a un evento d’attualità che aveva catturato l’attenzione del mondo intero. C’erano sì le reti televisive ABC e CBS, ma c’era anche Internet.

Non intendo semplicemente tessere le lodi di Internet - pur ritenendo che coloro che hanno scelto questa forma espressiva meritino dei complimenti. Vorrei piuttosto sottolineare il significato di questo tipo di discorso. Infatti, come una Kodak, Internet consente di catturare immagini. E come in un film realizzato da uno studente sull’autobus di “Just Think!”, le immagini possono essere integrate con elementi sonori o testuali.

Ma, contrariamente a qualsiasi tecnologia semplicemente in grado di catturare immagini, Internet permette la condivisione di queste creazioni con un numero straordinario di persone, praticamente in modo immediato. Qualcosa di nuovo nella nostra tradizione - non solo che la cultura venga catturata a livello meccanico, e ovviamente neppure che si commentino gli eventi, ma il fatto che questo mix di immagini, suoni e commenti così catturati possa essere diffuso praticamente in modo istantaneo.

L’11 settembre non è stata un’anomalia. È stato un inizio. All’incirca nello stesso periodo, stava entrando nella coscienza popolare una forma di comunicazione, cresciuta in seguito enormemente: il Web-log, o blog. Si tratta di una specie di diario pubblico e, nell’ambito di certe culture, come in Giappone, funziona forse come un diario. In quelle culture, registra i fatti privati in un contesto pubblico - è una sorta di Jerry Springer 17 elettronico, raggiungibile ovunque nel mondo.

Ma negli Stati Uniti, i blog hanno assunto una connotazione alquanto diversa. Alcuni ne usano lo spazio semplicemente per parlare della propria vita personale. Ma altri lo fanno per partecipare a una discussione pubblica. Dibattere questioni d’importanza collettiva, criticare altri che, secondo loro, stanno sbagliando, offrire soluzioni a problemi che sono sotto gli occhi di tutti: i blog creano la sensazione di una assemblea pubblica virtuale, ma di un tipo a cui non intendiamo partecipare tutti contemporaneamente e in cui le conversazioni non sono necessariamente legate tra loro. Gli interventi migliori dei blog sono quelli relativamente brevi: riportano direttamente stralci di discorsi altrui, per criticarli o integrarli. Rappresentano probabilmente la forma più importante di dibattito pubblico non organizzato di cui disponiamo.

È un’affermazione forte. Eppure la dice lunga tanto sulla nostra democrazia quanto sui blog. Questa è la parte dell’America più difficile da accettare per quanti tra noi amano l’America: la nostra democrazia si è atrofizzata. Abbiamo le elezioni, naturalmente, e di solito le corti di giustizia ne convalidano i risultati. Un numero relativamente ridotto di elettori si reca a votare. Il ciclo di queste elezioni è divenuto una faccenda di routine e per professionisti. La maggior parte di noi ritiene che questa sia la democrazia.

Ma la democrazia non ha mai significato solo elezioni. Democrazia significa governo del popolo, e governo vuol dire qualcosa di più che elezioni soltanto. Nella nostra tradizione, significa anche controllo tramite dibattiti ragionati. Questa fu l’idea che catturò l’immaginazione di Alexis de Tocqueville, l’avvocato francese del XIX secolo a cui si deve il resoconto più importante sulla prima fase della “Democrazia in America”. Non furono le elezioni popolari ad affascinarlo - fu la giuria, un’istituzione che dava alla persone comuni il diritto di scegliere tra la vita o la morte di altri cittadini. E rimase ancor più affascinato dal fatto che la giuria non si limitava a votare sulla sentenza da imporre. Doveva deliberare. I membri discutevano sul risultato “giusto”; cercavano di persuadersi a vicenda su quale fosse la sentenza “corretta” e, almeno nelle cause penali, dovevano raggiungere un accordo unanime perché il processo potesse considerarsi concluso 18.

Eppure, perfino questa istituzione viene meno nella vita americana odierna. E, in sua vece, non esiste alcuno sforzo sistematico per consentire ai cittadini di deliberare. C’è chi preme per creare proprio un’istituzione di questo tipo 19. E, in alcune cittadine del New England, esiste ancora qualcosa di simile. Ma per gran parte di noi il più delle volte non esiste tempo o luogo dove possa manifestarsi una “deliberazione democratica”.

Fatto ancora più bizzarro, in genere non è neppure consentito che questo avvenga. Noi, la democrazia più potente del mondo, abbiamo sviluppato una solida abitudine che c’impedisce di parlare di politica. Sta bene parlarne con chi è d’accordo con noi. Ma è poco educato discutere di politica con persone di opinioni diverse. Il discorso politico si fa isolato, e il discorso isolato diventa più estremo 20. Diciamo quel che gli amici vogliono sentire, e ascoltiamo ben poco al di là di quanto dicono gli amici.

Proviamo a entrare in un blog. È la sua stessa architettura a risolvere parte di questo problema. Si inseriscono testi quando si vuole, e si leggono quando si desidera farlo. È difficile mantenere la sincronia temporale. Le tecnologie che consentono la comunicazione asincrona, come la posta elettronica, accrescono le opportunità di comunicazione. I blog attivano il discorso pubblico senza che la gente abbia bisogno di radunarsi in unico luogo.

Ma oltre l’architettura, i blog hanno anche risolto il problema delle regole. Nello spazio dei blog non esiste (ancora) alcuna regola per parlare di politica. Tale spazio pullula di interventi politici, di destra e di sinistra. Alcuni dei siti più popolari sono conservatori oppure libertari, ma ne esistono parecchi di ogni tendenza politica. E anche i blog che non sono politicizzati, quando l’occasione lo merita, si occupano di questioni politiche.

Oggi questi blog non sono molto significativi, ma neppure così privi di importanza. Il nome di Howard Dean può essere scomparso dalla corsa per le presidenziali del 2004, ma non dai blog. Eppure, anche se il numero di lettori è limitato, il fatto che vengano letti sta producendo un certo effetto. Una conseguenza diretta riguarda certi fatti che hanno avuto un ciclo di vita diverso sui grandi media. L’affare Trent Lott ne è un esempio. Quando commise una “gaffe” alla festa per il Senatore Strom Thurmond, lodandone in sostanza le idee segregazioniste, Lott calcolò correttamente che questa vicenda sarebbe scomparsa dalla grande stampa nel giro di quarantotto ore. Così fu. Ma non ne previde il ciclo di vita nello spazio dei blog. I blogger continuarono a fare ricerche. Col tempo emerse un numero sempre maggiore di occasioni in cui si era ripetuta la medesima “gaffe”. Finché la storia riapparve sulla grande stampa. Alla fine, Lott fu costretto a dimettersi da leader della maggioranza al Senato 21.

Tale differenza è resa possibile dal fatto che tra i blog non esiste la stessa pressione commerciale che caratterizza altre attività imprenditoriali. La televisione e i giornali sono imprese commerciali. Devono produrre per conservare l’attenzione del pubblico. Se perdono lettori, le entrate diminuiscono. Devono procedere come pescecani.

Ma i blogger non sono soggetti a simili limitazioni. Possono diventare ossessivi, concentrarsi su un evento, fare indagini serie. Se un blogger scrive un articolo particolarmente interessante, un numero sempre maggiore di persone inserirà un link a quell’articolo. E man mano che cresce il numero dei link, la storia guadagna posizioni. La gente legge quel che è popolare; e ciò che è popolare viene scelto tramite un processo molto democratico di punteggio generato dai suoi simili.

Esiste anche una seconda ragione per la quale i blog hanno un ciclo diverso rispetto alla grande stampa. Come mi disse Dave Winer, uno dei padri di questo movimento e autore di software per molti decenni, un’altra differenza riguarda l’assenza di “conflitti d’interesse” di tipo economico. “Credo che occorra eliminare questi conflitti” dal giornalismo, aggiunse Winer. “Un giornalista dilettante semplicemente non è toccato da conflitti d’interesse, oppure è talmente facile scoprirli che è possibile scegliere di ignorarlo.”

Questi conflitti acquistano maggiore importanza di pari passo con l’aumento della concentrazione dei media (si veda più avanti per ulteriori dettagli sul tema). Questa concentrazione permette ai media di nascondere meglio i fatti al pubblico - come la CNN ammise di aver fatto dopo l’annuncio della guerra in Iraq, perché temeva possibili conseguenze per i propri operatori 22. La concentrazione impone inoltre di seguire una linea più coerente. (Nel pieno della guerra in Iraq, ho letto un intervento su Internet di qualcuno che si era trovato ad ascoltare una comunicazione via satellite con una giornalista inviata in Iraq. I responsabili della direzione di New York le hanno ripetuto più volte che il suo resoconto sulla guerra era troppo cupo: doveva presentare un pezzo dal taglio più ottimista. Quando lei rispose che non si sentiva di garantirlo, i responsabili di New York le dissero che al pezzo stavano pensando loro.)

Lo spazio dei blog offre ai dilettanti un modo per entrare nel dibattito - “dilettanti” non perché inesperti ma, come gli atleti alle Olimpiadi, persone che non ricevono alcun compenso per i propri articoli. Ciò consente di avere riscontri molto più ampi su un evento, come hanno rivelato i resoconti del disastro del Columbia, quando centinaia di persone che vivevano nell’area sud-occidentale degli Stati Uniti si sono collegati a Internet per raccontare quel che avevano visto 23. E spinge inoltre i lettori a seguire l’intera gamma dei vari interventi e a “triangolare”, come dice Winer, la verità. I blog, afferma sempre Winer, rappresentano “un canale di comunicazione diretta con la controparte, e il mediatore viene eliminato” - con tutti i benefici, e i costi, che questo implica.

Winer è ottimista sul futuro del giornalismo contagiato dai blog. “Diventerà un requisito essenziale”, è la sua previsione, per le figure pubbliche e, sempre più, anche per quelle private. Non è chiaro se questo faccia o meno piacere alla categoria - a qualche giornalista è stato imposto di dare un taglio al proprio blog 24. Ma è chiaro che ci troviamo ancora in un periodo di transizione. “Gran parte di quanto stiamo facendo ora sono esercizi di riscaldamento”, mi diceva Winer. Molto materiale deve raggiungere un buon livello di maturazione prima che questo spazio possa produrre effetti duraturi. E poiché inserire contenuti in questo spazio è una delle pratiche in cui si commettono le infrazioni minori nell’uso di Internet (se ci riferiamo alle violazioni del diritto d’autore), aggiunse Winer, “saremo gli ultimi costretti a chiudere”.

Questa libertà d’espressione ha influenza sulla democrazia. Winer ritiene che ciò accada perché “non si deve lavorare per qualcuno che controlla il flusso dell’informazione”. È vero. Ma l’influenza sulla democrazia si verifica anche in un altro modo. Se un numero sempre maggiore di cittadini esprime la propria opinione, e la difende per iscritto, cambierà il modo in cui le persone giungono a comprendere le questioni pubbliche. È facile sbagliare e commettere errori quando tutto rimane nella propria testa. È più difficile quando il prodotto dei nostri pensieri viene sottoposto alle critiche altrui. Naturalmente, è raro incontrare qualcuno che ammetta di essere stato convinto di avere fatto un errore. Ma è ancora più raro che qualcuno possa ignorare il proprio errore una volta che questo sia stato provato. L’atto di mettere per iscritto idee, discussioni e critiche migliora la democrazia. Oggi esistono probabilmente un paio di milioni di blog dove questa scrittura prende corpo. Quando si raggiungeranno i dieci milioni, allora ci sarà qualcosa di straordinario da raccontare.

John Seely Brown è il responsabile della ricerca alla Xerox Corporation. Il suo lavoro, come viene descritto nel suo sito Web personale, riguarda “l’apprendimento umano e ... la creazione di ecologie di conoscenza per creare ... innovazione”.

Brown considera perciò queste tecnologie di creatività digitale in modo un po’ diverso da quanto ho delineato finora. Sono sicuro che sarebbe stimolato da qualsiasi tecnologia che possa migliorare la democrazia. Ma il suo vero interesse riguarda il modo in cui tali tecnologie incidono sull’apprendimento.

Secondo Brown, si impara armeggiando e manipolando. “Molti di noi”, spiega, facevano pratica “sui motori delle motociclette e dei taglia-erba, su automobili, radio e così via”. Ma le tecnologie digitali consentono una manipolazione di tipo diverso - con idee astratte pur se in forma concreta. I ragazzi di “Just Think!” non riflettono soltanto sul modo in cui la pubblicità presenta un politico; grazie alla tecnologia digitale, possono smontare quell’inserzione e manipolarla, curiosarvi dentro per vedere il modo in cui fa ciò che fa. Le tecnologie digitali hanno lanciato un nuovo tipo di bricolage, o “collage libero”, come lo definisce Brown. Le manipolazioni di tante persone possono essere integrate o trasformate da quelle di molte altre.

Finora il migliore esempio su larga scala di questo tipo di manipolazione è il software libero, o software open source. Si tratta di software il cui codice sorgente viene condiviso. Chiunque può prelevare la tecnologia che fa girare un programma di software libero o open source. E chiunque sia interessato a imparare come funziona una parte specifica di tale tecnologia, può manipolarne il codice.

Questa opportunità crea una “piattaforma di apprendimento di tipo completamente nuovo”, spiega Brown. “Non appena si dà il via a quest’operazione, si ... fa girare un collage libero nella comunità, in modo che altre persone possano vedere il nostro codice, manipolarlo, provarlo, cercare di migliorarlo.” Ogni tentativo è una sorta di apprendistato. “L’open source diventa un’importante piattaforma per l’apprendistato.”

In questo processo, “gli elementi che si manipolano sono astratti. Si tratta di codice”. I ragazzi “stanno passando alla capacità di manipolare i concetti astratti, e questa non è più un’attività solitaria che si fa in un garage. Si lavora su una piattaforma comunitaria ... Si manipola materiale altrui. Più si manipola, più si migliora”. Più si migliora, più si impara.

Lo stesso accade anche con i contenuti. E quando tali contenuti fanno parte del Web, accade con l’identico approccio collaborativo. Come spiega Brown, “il Web [è] il primo mezzo di comunicazione che fa davvero onore alle molteplici forme di intelligenza”. Le tecnologie precedenti, come per esempio la macchina per scrivere o gli elaboratori di testi, contribuivano ad ampliare il testo. Ma il Web amplia assai più del testo. “Il Web ... ti dice che se sei portato per la musica, per l’arte, per le immagini, se sei interessato ai filmati ... [allora] puoi ottenere molto usando questo mezzo, che è ora in grado di allargare e di esaltare queste molteplici forme di intelligenza.”

Brown si riferisce a quello che insegnano Elizabeth Daley, Stephanie Barish e “Just Think!”: questa manipolazione di oggetti culturali insegna man mano che crea. Sviluppa talenti in modo diverso e realizza un tipo diverso di apprezzamento.

Eppure la libertà di manipolare questi oggetti non è garantita. Anzi, come vedremo più avanti, questa libertà viene fortemente e sempre più spesso contestata. Mentre non c’è alcun dubbio che nostro padre avesse il diritto di smontare il motore dell’automobile, ne esistono parecchi sul fatto che nostra figlia abbia il diritto di manipolare le immagini che trova attorno a sé. La legge e, sempre più, la tecnologia interferiscono con una libertà che la stessa tecnologia, e la curiosità, altrimenti ci assicurerebbero.

Queste restrizioni hanno attirato l’attenzione di ricercatori e studiosi. Il professor Ed Felten di Princeton (di cui parleremo meglio nel capitolo 10) ha messo a punto una tesi convincente a sostegno del “diritto di manipolare” applicato all’informatica e alla conoscenza in generale 25. Ma la preoccupazione di Brown è antecedente, o più giovane, o più fondamentale. Riguarda l’apprendimento che i ragazzi possono seguire, o meno, a causa della legge.

“Ecco dove sta andando la didattica del XXI secolo”, spiega Brown. Dobbiamo “comprendere il modo in cui pensano e vogliono imparare i ragazzi che crescono digitali”.

“Eppure”, come prosegue Brown, e come chiarirà nel complesso questo libro, “stiamo costruendo un sistema giuridico che sopprime completamente le tendenze naturali dei ragazzi digitali di oggi... Stiamo costruendo un’architettura che libera il 60 per cento del cervello e un sistema legale che invece lo blocca”.

Stiamo costruendo una tecnologia che prende la magia della Kodak, combina le immagini in movimento con il sonoro, vi aggiunge uno spazio per i commenti e l’opportunità di diffondere ovunque quella creatività. Ma stiamo realizzando una normativa che bloccherà quella tecnologia.

“Non è questo il modo di gestire la cultura”, come Brewster Kahle, che incontreremo nel capitolo 9, ebbe a dire in un raro momento di sconforto.













.

Cultura libera

Un equilibrio fra anarchia e controllo, contro l'estremismo della proprietà intellettuale

Collana: Cultura digitale

Uscita: Febbraio 2005

Pagine: 256

ISBN: 9788850322503

Formato:

Booksite:

 »  Presentazione

 »  Introduzione

 »  Prefazione

 »  Presentazione

 »  Parte 1

   »  Capitolo 1

   »  Capitolo 2

   »  Capitolo 3

   »  Capitolo 4

   »  Capitolo 5

   »  Capitolo 6

   »  Inizio Parte 1

 »  Parte 2

 »  Parte 3

 »  Parte 4

 »  Conclusione

 »  Postfazione

 »  Note

 »  Ringraziamenti

 »  L’autore

*Licenza Creative Commons



Questo libro è rilasciato sotto Licenza Creative Commons.

Sfoglia il libro: Google



Copertina

Privacy, Marketing e controllo sociale

di Marco Maglio, Marco Rapelli, Lorenzo Facchinotti

Prezzo: 7.90 Euro

Con l'entrata in vigore della nuova legge sul trattamento dei dati personali, questo e-book contribuisce a porre chiarezza in un tema largamente dibattuto.



Copertina

Diario di un computer forenser

di Andrea Ghirardini

Prezzo: 0.00 Euro

Un simpatico e avvincente mini-racconto per entrare nel mondo dei professionisti delle investigazioni informatiche.