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“Pirateria”

Fin dalla nascita di una legislazione atta a regolare la proprietà creativa, è esistita la guerra contro la “pirateria”. È difficile tracciare i contorni precisi di tale concetto - “pirateria” - ma l’ingiustizia che la anima è facile da afferrare. Come scrisse Lord Mansfield in un caso che estese la portata delle norme sul diritto d’autore inglese fino a includere gli spartiti musicali,

una persona può usare una copia per suonare il pezzo, ma non ha alcun diritto di defraudare l’autore del profitto, moltiplicando le copie e usandole a proprio piacimento. 1

Oggi siamo nel bel mezzo di un’altra “guerra” contro la “pirateria”. Una guerra provocata da Internet, che rende possibile la diffusione dei contenuti in modo molto efficace. La condivisione di file tramite reti “peer-to-peer (p2p)” è una delle più efficienti fra le già efficienti tecnologie attivate dalla Rete. Mediante l’intelligenza distribuita, i sistemi p2p facilitano la semplice distribuzione di contenuti secondo modalità inimmaginabili una generazione fa.

Tale efficienza non rispetta i canali tradizionali del diritto d’autore. La rete non discrimina tra la condivisione di contenuti tutelati o non tutelati da copyright. Esiste perciò in circolazione un’ampia quantità di materiale protetto dal diritto d’autore. Questa circolazione di materiale condivisibile ha a sua volta attizzato la guerra, poiché i detentori del copyright temono che tale condivisione finirà per “defraudare l’autore del profitto”.

I combattenti si sono rivolti alle corti di giustizia, alle assemblee legislative e, con sempre maggior frequenza, alla tecnologia, per difendere la loro “proprietà” contro questa “pirateria”. Una generazione di americani, mettono sull’avviso questi combattenti, viene allevata nella convinzione che la “proprietà” debba essere “gratuita”. Dimentichiamo i tatuaggi, lasciamo perdere il “piercing” - i nostri figli stanno diventando dei ladri!

Non c’è alcun dubbio che la “pirateria” non sia una cosa giusta e che i pirati vadano puniti. Ma prima di chiamare il boia, dovremmo inserire la nozione di “pirateria” nel giusto contesto. Perché, pur trattandosi di un concetto usato sempre più spesso, si basa su un’idea quasi sicuramente sbagliata, che si può descrivere più o meno nel modo seguente:

L’opera creativa possiede un certo valore; ogni volta che uso l’opera creativa di altri, la elaboro o ci costruisco sopra, ne traggo qualcosa dotato di valore. Ogni volta che lo faccio, dovrei chiedere il permesso. Prendere qualcosa di valore da altri senza il loro permesso è un’ingiustizia. È una forma di pirateria.

Questa visione penetra in profondità nell’attuale dibattito. È quel che Rochelle Dreyfuss, professore di legge presso la New York University, definisce, criticandola, la teoria sulla proprietà creativa del “se vale, allora c’è un diritto”2 - se esiste un valore, allora qualcuno deve vantare un diritto su di esso. È il punto di vista in base al quale l’ente per i diritti dei compositori, ASCAP, ha denunciato le Girl Scout per non aver pagato i diritti per le canzoni che le ragazze cantavano attorno al fuoco durante le escursioni3. Esisteva un “valore” (le canzoni), per cui doveva esserci un “diritto” - e questo valeva anche per le Girl Scout.

Quest’idea è sicuramente una possibile interpretazione del modo in cui dovrebbe funzionare la proprietà creativa. Potrebbe ben proporsi come possibile progetto per un sistema giuridico a tutela di tale proprietà. Ma la teoria del “se vale qualcosa, allora c’è un diritto” non è mai stata la teoria americana sulla proprietà creativa. Non ha mai guadagnato terreno nell’ambito della legislazione.

Nella nostra tradizione, invece, la proprietà intellettuale è uno strumento. Imposta la struttura di base per una società riccamente creativa, ma rimane subordinata al valore della creatività. L’attuale dibattito ha capovolto la questione. Ci preoccupiamo così tanto di proteggere lo strumento che abbiamo perso di vista il valore.

La fonte di questa confusione sta in una distinzione che la legge non si cura più di tracciare - la distinzione tra la ripubblicazione dell’opera di qualcuno, da una parte, e la costruzione a partire da tale opera, o la sua trasformazione, dall’altra. Quando nacque, la legislazione sul copyright si occupava soltanto della pubblicazione; oggi regola entrambe le situazioni.

Prima dell’avvento delle tecnologie di Internet, questa fusione non aveva grande importanza. Le tecnologie per la pubblicazione erano costose e questo implicava che gran parte dell’editoria fosse commerciale. Le imprese commerciali potevano sostenere il fardello giuridico - perfino il peso della bizantina complessità che avevano assunto le norme sul diritto d’autore. Era soltanto un’ulteriore costo nell’esercizio di quell’attività.

Ma, con la nascita di Internet, questo limite naturale alla portata della legge è scomparso. La legge controlla non soltanto la creatività degli autori professionali; ma di fatto quella di chiunque. Anche se una simile estensione non avrebbe grande importanza qualora le norme sul copyright regolassero soltanto la “copia”, quando tali norme agiscono in modo così ampio e oscuro, come avviene oggi, allora l’estensione diviene molto importante. Oggi il peso di questa legge supera enormemente ogni beneficio originario - sicuramente ha effetto sulla creatività non-commerciale, e sempre più anche su quella commerciale. Perciò, come vedremo più chiaramente nei capitoli successivi, il ruolo della legge è sempre meno quello di offrire sostegno alla creatività, e sempre più quello di tutelare determinate industrie nei confronti della concorrenza. Proprio nel momento in cui la tecnologia digitale potrebbe liberare un’eccezionale vena di creatività, commerciale e non, la legge grava su tale creatività con norme follemente complicate e vaghe e con la minaccia di pene oscenamente severe.

Finiremo per assistere, come scrive Richard Florida, alla “nascita della classe creativa4.” Purtroppo, stiamo assistendo anche all’eccezionale proliferare di regolamentazioni per questa classe.

Questi oneri non hanno alcun senso nella nostra tradizione. Dovremmo iniziare a capire un po’ meglio tale tradizione e a porre nel contesto appropriato le attuali battaglie relative al comportamento definito “pirateria”.

  • Capitolo 1

    Creatori

    Nel 1928 nacque un personaggio dei cartoni animati. Nel maggio di quell’anno fece infatti il suo debutto Topolino, in un fallimentare...

  • Capitolo 2

    “Semplici imitatori”

    Nel 1839, Louis Daguerre inventò la prima tecnologia pratica in grado di produrre quelle che oggi definiremmo “fotografie”. Con una...

  • Capitolo 3

    Cataloghi

    Nell’autunno del 2002, Jesse Jordan di Oceanside, Stato di New York, si iscrisse come matricola al Rensselaer Polytechnic Institute...

  • Capitolo 4

    “Pirati”

    Se “pirateria” significa usare la proprietà creativa di altri senza il loro permesso - tenendo valida la teoria del “se c’è un valore,...

  • Capitolo 5

    “Pirateria”

    La pirateria di materiale coperto da copyright esiste. E non è poca. La più significativa è quella commerciale, l’appropriazione...

  • Capitolo 6

    Fondatori

    William Shakespeare scrisse Romeo e Giulietta nel 1595. L’opera venne pubblicata per la prima volta nel 1597. Fu il settimo lavoro...

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Cultura libera

Un equilibrio fra anarchia e controllo, contro l'estremismo della proprietà intellettuale

Collana: Cultura digitale

Uscita: Febbraio 2005

Pagine: 256

ISBN: 9788850322503

Formato:

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 »  Presentazione

 »  Introduzione

 »  Prefazione

 »  Presentazione

 »  Parte 1

   »  Capitolo 1

   »  Capitolo 2

   »  Capitolo 3

   »  Capitolo 4

   »  Capitolo 5

   »  Capitolo 6

 »  Parte 2

 »  Parte 3

 »  Parte 4

 »  Conclusione

 »  Postfazione

 »  Note

 »  Ringraziamenti

 »  L’autore

*Licenza Creative Commons



Questo libro è rilasciato sotto Licenza Creative Commons.

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