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Cultura libera

Un equilibrio fra anarchia e controllo, contro l'estremismo della proprietà intellettuale

di Lawrence Lessig

Prezzo: 15,00 Euro

Acquistacarrello

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Conclusione

Nel mondo ci sono oltre 35 milioni di persone affette dal virus dell’AIDS. Venticinque milioni di loro vivono nell’Africa sub-sahariana. Diciassette milioni sono già morte. In percentuale diciassette milioni di africani equivalgono a sette milioni di americani. Cosa importante, si tratta di diciassette milioni di africani.

Non esiste cura per l’AIDS, ma esistono medicine che rallentano il progredire del male. Queste terapie antiretrovirali sono tuttora in fase di sperimentazione, ma hanno già avuto notevoli effetti. Negli Stati Uniti i malati di AIDS che assumono regolarmente un cocktail di questi farmaci vedono aumentare le loro aspettative di vita da dieci a venti anni. Per alcuni, questi farmaci rendono la malattia quasi inavvertita.

Si tratta di medicine costose. Quando vennero introdotte per la prima volta negli Stati Uniti, costavano tra i 10.000 e i 15.000 dollari l’anno a persona. Oggi alcune raggiungono i 25.000 dollari. A simili prezzi, nessuna nazione africana può permettersi questi farmaci: 15.000 dollari equivalgono a trenta volte il prodotto nazionale lordo pro capite dello Zimbabwe. Dunque, tali medicine sono irraggiungibili 1.

I prezzi non sono così alti a causa del costo degli ingredienti, ma perché le medicine sono coperte dai brevetti. Le industrie farmaceutiche che producono questi cocktail salvavita godono di un monopolio di almeno venti anni per le loro invenzioni e usano questo potere per ricavare il massimo guadagno possibile dal mercato. Tale potere, a sua volta, viene utilizzato per tenere alti i prezzi.

Molta gente considera con scetticismo i brevetti, soprattutto quelli sulle medicine. Io no. Anzi, fra tutti i settori della ricerca che si basano sui brevetti, penso che la ricerca sui farmaci sia il caso più evidente della loro necessità. Essi garantiscono a un’azienda farmaceutica che, se inventerà una nuova sostanza per la cura di una malattia, potrà recuperare l’investimento e anche di più. A livello sociale si tratta di un incentivo estremamente prezioso. Io sono l’ultimo a sostenere che la legge debba abolirlo, almeno senza ulteriori modifiche.

Ma una cosa è sostenere la necessità dei brevetti, anche quelli sulle medicine, e un’altra è stabilire come gestire una crisi nel modo migliore. E quando i leader africani iniziarono a rendersi conto della devastazione prodotta dall’AIDS, cercarono strade alternative per importare i farmaci contro l’HIV a costi decisamente inferiori al prezzo corrente del mercato.

Nel 1997, il Sud Africa fece un tentativo. Approvò una legge che consentiva l’importazione di medicine brevettate che fossero state prodotte o vendute in un’altra nazione con il consenso del titolare del brevetto. Per esempio, se le medicine erano vendute in India, potevano essere importate in Africa da quel paese. Questo procedimento viene definito “importazione parallela”, è generalmente consentito dalle norme dei trattati internazionali sul commercio ed è in particolare permesso all’interno dell’Unione Europea 2.

Tuttavia il governo degli Stati Uniti si oppose al decreto. Anzi, fece di più. Secondo l’Associazione Internazionale sulla Proprietà Intellettuale, “il governo USA esercitò pressioni sul Sud Africa ... affinché non permettesse licenze regolate dalla legge o importazioni parallele 3 ”. Tramite l’Ufficio del rappresentante commerciale (Office of the United States Trade Representative), il governo chiese al Sud Africa di modificare la legge - e, per rendere più pressante quella richiesta, nel 1998 l’Ufficio inserì il Sud Africa nell’elenco dei paesi passibili di sanzioni commerciali. Nello stesso anno oltre quaranta società farmaceutiche iniziarono azioni legali nei tribunali sud-africani per contrastare la decisione governativa. Agli Stati Uniti si aggiunsero poi altri governi dell’Unione Europea. La loro opinione, e quella delle società farmaceutiche, era che il Sud Africa stesse violando gli obblighi sottoscritti in base alle norme internazionali, operando discriminazioni contro un particolare tipo di brevetti - quelli farmaceutici. Tali governi, con in testa gli Stati Uniti, chiedevano che il Sud Africa rispettasse quei brevetti come faceva con tutti gli altri, indipendentemente dalle conseguenze sulla cura dell’AIDS nel paese 4.

L’intervento degli Stati Uniti va visto nel giusto contesto. Senza dubbio non sono i brevetti la ragione più importante per cui gli africani non hanno accesso alle medicine. Contano di più la povertà e la totale assenza di un’efficace infrastruttura per l’assistenza sanitaria. Ma, che i brevetti rappresentino o meno il motivo principale, il prezzo dei farmaci ha effetto sulla domanda, e i brevetti sul prezzo. E così, la conseguenza dell’intervento del nostro governo, massiccia o marginale che fosse, fu di impedire il flusso di farmaci verso l’Africa.

Bloccando il flusso dei farmaci contro l’HIV verso l’Africa, il governo degli Stati Uniti non li conservava per i cittadini statunitensi. Non stiamo parlando di grano (“se lo mangiano loro, non ce n’è per noi”); al contrario, quello che la manovra statunitense aveva bloccato era, in effetti, un flusso di conoscenze: informazioni su come utilizzare sostanze chimiche reperibili in Africa e trasformarle in medicine che avrebbero salvato da 15 a 30 milioni di vite.

L’intervento degli Stati Uniti non mirava neppure a tutelare i profitti delle società farmaceutiche statunitensi - almeno, non in modo sostanziale. Infatti questi paesi non avevano la possibilità di acquistare le medicine al prezzo imposto dalle aziende. Come ho già detto, gli africani sono troppo poveri per potersi permettere tali sostanze al prezzo a cui vengono offerte. Bloccare l’importazione parallela delle medicine non avrebbe aumentato in modo sostanziale le vendite delle aziende USA.

Piuttosto, la motivazione principale della restrizione di questo flusso di informazioni, necessario per salvare la vita a milioni di persone, era il concetto che la proprietà è sacra 5. Dal momento che sarebbe stata violata la “proprietà intellettuale”, questi farmaci non dovevano circolare in Africa. Fu un principio riguardante l’importanza della “proprietà intellettuale” a guidare il governo nell’intervento contro la risposta sud-africana all’AIDS.

Facciamo una breve riflessione. Ci sarà un momento in cui, fra trent’anni, i nostri figli ci guarderanno e ci chiederanno come abbiamo potuto permettere che tutto questo accadesse. Perché mai abbiamo consentito che si perseguisse una politica il cui costo diretto sarebbe stato affrettare la morte di 15-30 milioni di africani, e il cui unico beneficio era quello di riaffermare la “santità” di un’idea? Quale giustificazione ci può essere per una decisione che provoca tanti morti? Che nome potremmo dare a una follia che permette che tante persone muoiano per un’idea astratta?

Alcuni accusano le società farmaceutiche. Io non lo faccio. Si tratta di corporation. Per legge, i dirigenti sono obbligati a far guadagnare la loro azienda. Non spingono una determinata politica sui brevetti per seguire un ideale, ma perché essa consente loro di guadagnare molto denaro. E la causa è una certa corruzione all’interno del nostro sistema - di cui sicuramente le società farmaceutiche non sono responsabili.

La corruzione dipende dalla mancanza di integrità degli uomini politici. Infatti le società farmaceutiche preferirebbero - così dicono almeno, e io ci credo - vendere le medicine a prezzi più bassi nei paesi africani e altrove. Esse devono risolvere il problema di assicurarsi che i farmaci non rientrino negli Stati Uniti, ma si tratta semplicemente di questioni tecniche, che si possono affrontare.

C’è, tuttavia, un altro problema, che non si può risolvere. È il timore che un importante uomo politico possa convocare i presidenti delle aziende farmaceutiche davanti alla Camera o al Senato e chiedere loro: “Come mai vendete questa medicina per l’HIV soltanto a 1 dollaro a pillola in Africa, mentre a un americano costa 1.500 dollari?” Una risposta semplice a una domanda del genere avrebbe come conseguenza la regolamentazione dei prezzi in America. Le aziende farmaceutiche non entrano in questa spirale, evitando di fare il primo passo. Sostengono l’idea che la proprietà intellettuale sia sacra. Adottano una strategia razionale in un contesto irrazionale, con la conseguenza non voluta che milioni di persone forse moriranno. E quella strategia razionale viene inquadrata nei termini di un ideale - la sacralità di un concetto chiamato “proprietà intellettuale”.

Così quando dovremo fare i conti con il buon senso dei nostri figli, che cosa diremo loro? Quando il buon senso di una generazione si ribellerà contro ciò che abbiamo fatto, come ci giustificheremo? Quali argomenti troveremo?

Una politica sensata potrebbe appoggiare e sostenere il sistema dei brevetti senza comportarsi esattamente allo stesso modo con chiunque in qualsiasi paese. Come una politica sensata potrebbe appoggiare e sostenere il sistema del copyright senza regolamentare la circolazione della cultura in modo definitivo e per sempre, così una politica sensata sui brevetti potrebbe appoggiare e sostenere il relativo sistema senza bloccare la diffusione di farmaci in un paese che non è abbastanza ricco da potersi permettere i prezzi imposti dal mercato. Un’azione politica sensata, in altri termini, dovrebbe essere anche equilibrata. E in gran parte della nostra storia sia la politica sul copyright sia quella sui brevetti sono state equilibrate.

Ma la nostra cultura ha perso questo equilibrio. Abbiamo smarrito il senso critico che ci aiuta a vedere la differenza tra verità ed estremismo. Oggi nella nostra cultura regna una concezione fondamentalista della proprietà, che non ha legami con la tradizione - qualcosa di anomalo, che avrà conseguenze più gravi, rispetto alla circolazione delle idee e della cultura, di qualsiasi altra decisione che prenderà la nostra democrazia.

È un’idea semplice quella che ci acceca, e nel buio avvengono cose che la maggior parte di noi rifiuterebbe se riuscisse a vederle. Accettiamo in maniera così acritica il concetto di proprietà delle idee, che non ci rendiamo neppure conto di quanto sia mostruoso negare le idee a un popolo che senza di esse sta morendo. Accogliamo in maniera così acritica il concetto di proprietà della cultura che non facciamo obiezioni quando il controllo di tale proprietà elimina la nostra capacità, come popolo, di sviluppare democraticamente la cultura. La cecità sostituisce il senso comune. E la sfida per chiunque voglia reclamare il diritto di coltivare la cultura è trovare il modo di aprire gli occhi a questo senso comune.

Per ora il senso comune dorme. Non si ribella. Non riesce ancora a vedere a che cosa ci si dovrebbe ribellare. L’estremismo che oggi domina questo dibattito si adegua a idee che sembrano naturali, e questo adeguamento viene rafforzato dalle RCA dei nostri giorni. Le quali si lanciano in una frenetica guerra per combattere la “pirateria” e devastare la cultura della creatività. Difendono il concetto di “proprietà creativa”, mentre trasformano i veri creatori in mezzadri dell’era moderna. Si ritengono insultate dall’idea che i diritti debbano essere equilibrati, anche se ognuno dei protagonisti di questa guerra sui contenuti ha tratto benefici da un ideale più equilibrato. L’ipocrisia puzza. Eppure in una città come Washington, l’ipocrisia non viene neppure notata. Lobby potenti, questioni complesse e un livello d’attenzione simile a quello di MTV producono una “tempesta perfetta” per la cultura libera.

Nell’agosto del 2003, negli Stati Uniti scoppiò un putiferio a causa della decisione della World Intellectual Property Organization (WIPO) di cancellare un incontro 6. Su richiesta di un ampio gruppo di soggetti interessati, il WIPO aveva indetto una riunione per discutere “progetti aperti e collaborativi per la creazione di beni pubblici”. Si trattava di progetti che erano riusciti a realizzare beni pubblici senza affidarsi esclusivamente all’uso proprietario della proprietà intellettuale. Gli esempi comprendevano Internet e il World Wide Web, entrambi sviluppati sulla base di protocolli di pubblico dominio. Emergeva anche la tendenza a sostenere riviste accademiche aperte, tra cui il progetto della Public Library of Science, che illustro nella postfazione. C’era anche un progetto per lo sviluppo di polimorfismi dei singoli nucleotidi, ritenuto molto significativo per la ricerca biomedica. (Questo progetto non-profit vedeva coinvolto un consorzio formato dal Wellcome Trust e da aziende farmaceutiche e tecnologiche, tra cui Amersham Biosciences, AstraZeneca, Aventis, Bayer, Bristol-Myers Squibb, Hoffmann-La Roche, Glaxo-SmithKline, IBM, Motorola, Novartis, Pfizer e Searle.) C’era il Global Positioning System, che Ronald Reagan rese libero all’inizio degli anni ’80. E vi rientrava anche “il software libero e open source”.

Scopo della riunione era considerare quest’ampia gamma di progetti da una prospettiva comune: nessuno di loro poggiava sull’estremismo della proprietà intellettuale. Al contrario, in ognuno di essi la proprietà intellettuale era controbilanciata da accordi atti a mantenere aperto l’accesso o a imporre limitazioni all’utilizzo delle rivendicazioni proprietarie.

Dal punto di vista di questo libro, dunque, la conferenza era perfetta 7. I progetti che intendeva discutere comprendevano lavori commerciali e non-commerciali. Essi riguardavano principalmente la scienza, ma da vari punti di vista. E il WIPO era il contesto ideale per questa discussione, poiché era l’ente internazionale più in vista fra quelli che si occupano di questioni inerenti la proprietà intellettuale.

Anzi, una volta venni rimproverato pubblicamente per non aver riconosciuto questa prerogativa dell’organizzazione. Nel febbraio del 2003, presentai una relazione a una conferenza preparatoria per il Summit mondiale sulla società dell’informazione (WSIS, World Summit on the Information Society). Durante la conferenza stampa precedente l’intervento, mi venne chiesto che cosa avrei detto. Risposi che avrei anche parlato brevemente dell’importanza dell’equilibrio nella proprietà intellettuale per lo sviluppo della società dell’informazione. La moderatrice dell’evento intervenne prontamente per informare me e i giornalisti presenti che non si sarebbe discusso al Summit su nessuna questione relativa alla proprietà intellettuale, poiché questi problemi erano dominio esclusivo della World Intellectual Property Organization. Nell’intervento che avevo preparato, in realtà il tema della proprietà intellettuale era abbastanza marginale. Ma, dopo questa incredibile dichiarazione, lo feci diventare l’unico argomento della relazione. Non era possibile discutere sulla “Società dell’Informazione” senza parlare anche della percentuale di informazione e cultura che sarebbe stata libera. Il mio intervento non risultò molto gradito alla moderatrice non troppo moderata. La quale aveva ragione quando sosteneva che la portata delle protezioni sulla proprietà intellettuale era normalmente una materia che riguardava il WIPO. Ma dal mio punto di vista, non si sarebbe potuto discutere su quanto fosse necessaria la proprietà intellettuale, dato che era andata perduta l’idea stessa di equilibrio nella proprietà intellettuale.

Non so se il Summit potesse discutere o meno dell’equilibrio nella proprietà intellettuale, davo però per scontato che il WIPO avrebbe potuto e dovuto farlo. E quindi la riunione sui “progetti aperti e collaborativi per la creazione di beni pubblici” sembrava perfettamente appropriata all’agenda dell’organizzazione.

Ma in quell’elenco di temi in discussione c’era un progetto estremamente controverso, almeno tra i lobbisti. Quello riguardante “il software open source e libero”. La Microsoft in particolare è molto cauta nel discutere sull’argomento. Dal suo punto di vista, una conferenza per parlare di software libero e open source potrebbe apparire simile a un incontro per discutere sul sistema operativo della Apple. Il software open source e quello libero sono infatti in concorrenza con quello della Microsoft. E in ambito internazionale numerosi governi hanno iniziato a esplorare la possibilità di servirsi, per usi interni, del software libero anziché di quello “proprietario”.

Non intendo affrontare in questa sede un simile dibattito. È solo importante chiarire che la distinzione non è tra software commerciale e non-commerciale. Ci sono molte aziende importanti che sostanzialmente si appoggiano al software open source e libero, la più rilevante delle quali è l’IBM. Essa mostra un crescente interesse per il sistema operativo GNU/Linux, la componente più famosa del “software libero” - e l’IBM è chiaramente una società commerciale. Quindi sostenere il “software open source e libero” non significa opporsi alle imprese commerciali. Vuol dire piuttosto sostenere una modalità di sviluppo del software diversa da quella della Microsoft 8.

E, soprattutto, sostenere questo tipo di software non significa opporsi al copyright. Il “software open source e libero” non è di pubblico dominio. Piuttosto, come avviene per quello della Microsoft, i titolari del copyright per il software libero e open source insistono perché i termini della licenza del loro software siano rispettati da chi lo adotta. Indubbiamente sono termini diversi da quelli della licenza per il software proprietario. Il software libero rilasciato con la General Public License (GPL), per esempio, impone che il codice sorgente sia messo a disposizione di chiunque intenda modificare e ridistribuire i programmi. Ma questo requisito è efficace soltanto se esiste un copyright a governare il software. Se non fosse così, il software libero non potrebbe imporre questi stessi requisiti a chi lo adotta. Esso dipende perciò dalla legge sul copyright proprio come quello della Microsoft.

Quindi era comprensibile che la Microsoft, essendo una società che sviluppa software proprietario, si sarebbe opposta alla riunione della World Intellectual Property Organization, e che si sarebbe servita dei suoi lobbisti per far sì che vi si opponesse anche il governo degli Stati Uniti. E infatti questo è esattamente ciò che si dice sia accaduto. Secondo Jonathan Krim del Washington Post, i lobbisti della Microsoft riuscirono a convincere il governo statunitense a porre il veto alla conferenza 9. Poiché venne a mancare il sostegno degli Stati Uniti, l’incontro venne cancellato.

Non biasimo la Microsoft perché fa il possibile per tutelare i propri interessi, nel rispetto della legge. E fare pressione sui governi non trasgredisce alcuna legge. Non ci fu nulla di strano in questa azione di lobby e nulla di straordinario nel fatto che il tentativo del più potente produttore di software degli Stati Uniti abbia avuto successo.

Sorprese tuttavia il motivo addotto dal governo statunitense per opporsi alla riunione. Come ha scritto Krim, Lois Boland, responsabile delle relazioni internazionali dell’Ufficio USA dei brevetti e dei marchi registrati (U.S. Patent and Trademark Office), spiegò che il “software open-source è contrario alla missione del WIPO, che è quella di promuovere i diritti sulla proprietà intellettuale”. Riportiamo una sua frase: “Organizzare un incontro che abbia l’obiettivo di disconoscere o abbandonare tali diritti ci sembra contrario agli scopi della World Intellectual Property Organization”.

Queste dichiarazioni sono incredibili sotto diversi aspetti.

Primo, sono chiaramente sbagliate. Come ho detto, la maggior parte del software open source e libero si basa in modo sostanziale sul diritto di proprietà intellettuale chiamato “copyright”. Senza copyright, i limiti imposti da quelle licenze non funzionerebbero. Perciò, dire che questo software “si oppone” alla missione di promuovere i diritti sulla proprietà intellettuale rivela una straordinaria mancanza di comprensione - il tipo di errore che si può perdonare a uno studente del primo anno di giurisprudenza, ma che è imbarazzante se viene commesso da un alto funzionario governativo che si occupa di questioni relative alla proprietà intellettuale.

Secondo, chi ha mai detto che il solo obiettivo del WIPO sia quello di “promuovere" al massimo livello la proprietà intellettuale? Come ho detto (e sono stato per questo rimproverato alla conferenza preparatoria al WSIS), il WIPO deve mirare non soltanto a tutelare nel modo migliore la proprietà intellettuale, ma anche a trovare l’equilibrio più adatto a questo scopo. Come sanno bene gli economisti e gli avvocati, il punto più difficile delle norme sulla proprietà intellettuale è raggiungere tale equilibrio. Ma dovrebbero esserci dei limiti, almeno così pensavo. Verrebbe da chiedere alla Signora Boland: “I farmaci generici (che derivano da preparati il cui brevetto è scaduto) sono contrari alla missione del WIPO? Il pubblico dominio indebolisce forse la proprietà intellettuale? Sarebbe stato forse meglio se i protocolli di Internet fossero stati brevettati?”

Terzo, anche se si pensa che lo scopo del WIPO sia quello di sostenere al massimo grado i diritti della proprietà intellettuale, si deve tenere presente che essi sono tradizionalmente posseduti da singole persone e da aziende. Spetta a loro decidere che cosa fare di quei diritti, perché sono loro a possederli. Se li vogliono “abbandonare” oppure “disconoscere”, questo è del tutto coerente con la nostra tradizione. Quando Bill Gates dona oltre 20 miliardi di dollari in beneficenza, non è in disaccordo con gli obiettivi del sistema proprietario. Al contrario, è proprio questo il senso di tale sistema: offrire ai singoli il diritto di decidere che cosa fare della loro proprietà.

Quando la Signora Boland sostiene che c’è qualcosa che non va in una riunione “che abbia l’obiettivo di disconoscere o abbandonare tali diritti”, dice che la World Intellectual Property Organization ha interesse a interferire con le scelte dei singoli detentori dei diritti di proprietà intellettuale; che in un certo senso lo scopo del WIPO dovrebbe essere quello di impedire ai singoli di “abbandonare” o “disconoscere” un diritto di proprietà intellettuale; e che l’interesse dell’organizzazione non sia soltanto quello di sostenere in massimo grado i diritti di proprietà intellettuale, ma anche di assicurarsi che essi vengano esercitati nella maniera più estrema e restrittiva possibile.

È esistito in passato un sistema proprietario di questo tipo, ben noto alla tradizione anglo-americana. Si chiamava “feudalesimo”. Sotto il feudalesimo non soltanto la proprietà era nelle mani di un numero relativamente ristretto di individui e di entità. E non soltanto i diritti connessi a quella proprietà erano potenti ed estesi. Ma il sistema feudale aveva un forte interesse ad assicurarsi che i titolari della proprietà all’interno di quel sistema non lo indebolissero affrancando le persone o le proprietà sotto il loro controllo e rendendole disponibili per il mercato libero. Il feudalesimo si fondava su livelli di controllo e di concentrazione spinti al massimo livello. E si opponeva a ogni libertà che potesse interferire con tale controllo.

Come spiegano Peter Drahos e John Braithwaite, questa è precisamente la scelta che stiamo facendo oggi a proposito della proprietà intellettuale 10. La nostra sarà una società dell’informazione. Questo è sicuro. Ma ora dobbiamo scegliere se tale società debba essere libera o feudale. La tendenza è verso quest’ultima.

Quando scoppiò questa discussione, ne scrissi sul mio blog. Nello spazio riservato ai commenti si sviluppò un acceso dibattito. La Signora Boland aveva un certo numero di sostenitori che tentarono di dimostrare la sensatezza delle sue dichiarazioni. Ci fu però un commento per me particolarmente deprimente. Un utente anonimo scrisse,

George, hai frainteso Lessig: sta parlando del mondo come dovrebbe essere (“l’obiettivo del WIPO, e di ogni governo, deve essere quello di favorire il giusto equilibrio dei diritti di proprietà intellettuale, non soltanto di promuovere tali diritti”), non come è. Se stessimo parlando del mondo così come è, ovviamente Boland non avrebbe detto nulla di sbagliato. Ma nel mondo che piacerebbe a Lessig, allora sì che sarebbe sbagliato. Bisogna sempre stare attenti a distinguere tra il mondo di Lessig e il nostro.

A prima vista non ne compresi l’ironia. Lo lessi velocemente e pensai che la tesi dell’autore fosse che il governo dovesse cercare un equilibrio. (Naturalmente, la mia critica alla Signora Boland non riguardava la sua posizione a proposito dell’equilibrio; dicevo che i suoi commenti tradivano un errore da studente al primo anno di giurisprudenza. Non mi faccio illusioni sull’estremismo del nostro governo, Repubblicano o Democratico che sia. La mia sola illusione riguarda il problema se il governo debba dire o meno la verità.)

Ovviamente, però, l’autore del commento non era d’accodo. Al contrario, trovava ridicola l’idea stessa che nel mondo reale, “l’obiettivo” di un governo debba essere quello di “favorire il giusto equilibrio” della proprietà intellettuale. Evidentemente gli sembrava un’idea sciocca, che tradiva, così riteneva lo scrivente, la stupidità della mia utopia. “Tipica di un accademico”, avrebbe potuto aggiungere.

Capisco la critica alle utopie degli accademici. Anch’io le ritengo sciocche, e sono il primo a farmi gioco degli ideali assurdamente irreali sostenuti dagli accademici nel corso della storia (e non soltanto di quella del nostro paese).

Ma quando appare stupida l’idea che il ruolo del governo debba essere quello di “cercare l’equilibrio”, allora consideratemi pure uno sciocco, perché questo significa che ci troviamo di fronte a un problema serio. Se tutti trovassero ovvio il fatto che il governo non debba cercare l’equilibrio, il fatto che esso sia semplicemente uno strumento nelle mani dei lobbisti più potenti, e se tutti pensassero che l’idea che il governo lavori all’altezza di standard più alti sia assurda e che la pretesa che il governo dica la verità sia infantile, allora che cosa siamo diventati, noi, la più potente democrazia del mondo?

Forse è una follia aspettarsi che un alto funzionario governativo dica la verità. È una follia aspettarsi che la politica del governo non sia al servizio degli interessi dei potenti o sostenere che sia nostro dovere conservare una tradizione che per lungo tempo è appartenuta alla nostra storia - la cultura libera.

Se tutto questo è follia, allora speriamo che la follia aumenti. Presto.

Ci sono momenti di speranza in questa lotta. E momenti sorprendenti. Quando la Federal Communications Commission stava considerando l’idea di allentare le regole sulla proprietà delle testate, il che avrebbe incrementato ulteriormente la concentrazione nella proprietà dei media, si formò un’eccezionale coalizione bipartisan per combattere questo cambiamento. Forse per la prima volta nella storia, interessi completamente diversi come quelli di National Rifle Association, di American Civil Liberties Union, di Moveon.org, di William Safire, di Ted Turner e di CodePink Women for Peace, si organizzarono per opporsi a questo mutamento nella politica della FCC. La quale ricevette un’incredibile quantità di lettere, 700.000, che richiedevano ulteriori dibattiti e un risultato diverso.

Quest’attivismo non fermò la FCC, ma poco tempo dopo una vasta coalizione al Senato votò per ribaltare la decisione. L’ostile seduta che portò al voto evidenziò proprio quanto fosse divenuto potente quel movimento. Non ci fu alcun appoggio sostanziale alla decisione della FCC, e si manifestò una vasta e diffusa opposizione a una maggiore concentrazione dei media.

Ma anche questo movimento trascura un pezzo importante del puzzle. Tale concentrazione non è in se stessa negativa. La libertà non è minacciata solo perché qualcuno diventa molto ricco, o perché esiste soltanto un pugno di grandi protagonisti. La scarsa qualità dei prodotti di McDonald’s non significa che non sia possibile acquistare un buon hamburger altrove.

Il pericolo non deriva dalla concentrazione dei media, quanto piuttosto dal feudalesimo che questa concentrazione, associata alla trasformazione del copyright, produce. Il problema non è che poche aziende potenti controllino una fetta in continua espansione dei media; è che questa concentrazione possa provocare una quantità ugualmente sproporzionata di diritti - i diritti di proprietà in una forma storicamente estrema - che la rendono nociva.

È perciò significativo il fatto che tante persone manifestino in favore della competizione e di una maggiore diversità. Tuttavia, se queste manifestazioni sono solo contro le dimensioni della concentrazione, non risultano così sorprendenti. Noi americani vantiamo una lunga storia nell’opporci al “grande”, che sia saggio o no. La nostra motivazione a combattere ancora una volta contro il “grande” non rappresenta una novità.

Sarebbe qualcosa di nuovo, e di molto importante, se un ugual numero di persone manifestasse per opporsi al crescente estremismo insito nel concetto di “proprietà intellettuale”. Non perché l’equilibrio sia estraneo alla nostra tradizione; anzi, come ho già detto, l’equilibrio è la nostra tradizione. Ma perché il pensiero critico riguardante il raggio di azione di tutto ciò che chiamiamo “proprietà” non verrebbe più esercitato all’interno di questa tradizione.

Se fossimo Achille, questo sarebbe il nostro tallone; sarebbe il teatro della nostra tragedia.

Mentre scrivo queste parole conclusive, i telegiornali non parlano d’altro che delle querele sporte dalla RIAA contro quasi trecento persone 11. Eminem è stato appena denunciato per aver “citato” un brano di musica di un altro autore 12. La storia di Bob Dylan che ha “rubato” a un autore giapponese ha fatto il giro del mondo 13. Qualcuno da Hollywood - che insiste a voler rimanere anonimo - riferisce di “un’incredibile conversazione con persone che lavorano negli studi cinematografici. Essi hanno del (vecchio) materiale veramente eccezionale che vorrebbero usare, ma non possono farlo, perché non riescono a sistemare la faccenda dei diritti. Hanno tanti ragazzi capaci di fare cose incredibili con quei contenuti, ma ci vorrebbero prima squadre di avvocati per risolvere la questione delle autorizzazioni”. I membri del Congresso stanno discutendo se ricorrere ai virus informatici per bloccare i computer che si ritiene violino la legge. Le università minacciano di espellere i ragazzi che usano il computer per condividere contenuti.

Eppure, dall’altro lato dell’Atlantico, la BBC ha appena annunciato la realizzazione di un “archivio creativo” dal quale i cittadini britannici potranno scaricare materiali della BBC e poi manipolarli a piacere 14. E in Brasile, il ministro della cultura, Gilberto Gil, egli stesso un eroe popolare della musica brasiliana, si è unito alle Creative Commons per diffondere contenuti e licenze libere in quel paese dell’America Latina 15.

Ho raccontato una storia a tinte fosche. La verità è più sfumata. La tecnologia ci ha portato una nuova libertà. Lentamente, qualcuno ha iniziato a comprendere che questa libertà non deve significare anarchia. Possiamo portare la cultura libera nel XXI secolo, senza danni per gli artisti e senza distruggere le potenzialità della tecnologia digitale. Bisognerà rifletterci sopra e, cosa più importante, ci vorrà un po’ di buona volontà per trasformare le RCA dei nostri giorni nei coniugi Causby.

Il buon senso deve ribellarsi. Deve agire per liberare la cultura. Presto, se si vuole che il suo potenziale venga realizzato.

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Cultura libera

Un equilibrio fra anarchia e controllo, contro l'estremismo della proprietà intellettuale

Collana: Cultura digitale

Uscita: Febbraio 2005

Pagine: 256

ISBN: 9788850322503

Formato:

Booksite:

 »  Presentazione

 »  Introduzione

 »  Prefazione

 »  Presentazione

 »  Parte 1

 »  Parte 2

 »  Parte 3

 »  Parte 4

 »  Conclusione

 »  Postfazione

 »  Note

 »  Ringraziamenti

 »  L’autore

*Licenza Creative Commons



Questo libro è rilasciato sotto Licenza Creative Commons.

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