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	<title>Apogeonline &#187; Tecnologia</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>iPad in giallo e nero</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 13:05:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucio Bragagnolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
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		<description><![CDATA[Il New York Times attacca il tablet più famoso per contestare le condizioni di lavoro nelle fabbriche cinesi. Arrivano risposte non sempre concordi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ha iniziato la polemica il <em>New York Times</em>, con un lungo articolo intitolato <a href="http://www.nytimes.com/2012/01/26/business/ieconomy-apples-ipad-and-the-human-costs-for-workers-in-china.html">In China, Human Costs Are Built Into an iPad</a>. Argomento: Apple è diventata una delle aziende di maggior successo al mondo ma gli operai delle fabbriche cinesi che sfornano smartphone e tablet a getto continuo spesso lavorano in condizioni disumane. A fianco dell&#8217;<em>incipit</em> dell&#8217;articolo, un&#8217;immagine relativa a un incidente dello scorso maggio che è costato la vita a quattro operai.<span id="more-8493"></span></p>
<p>Per quanto lo stesso articolo precisi da subito che le stesse problematiche si applichino ad aziende cinesi al lavoro per Hewlett-Packard, Ibm, Lenovo, Motorola, Nokia, Sony, Toshiba e altri, le sue sette pagine si riferiscono soprattutto ad Apple ed è comparso esattamente il giorno la pubblicazione dei (lusinghieri) risultati finanziari trimestrali dell&#8217;azienda, suscitando le ire dell&#8217;amministratore delegato di Apple Tim Cook che ha subito inviato una <a href="http://9to5mac.com/2012/01/26/tim-cook-responds-to-claims-of-factory-worker-mistreatment-we-care-about-every-worker-in-our-supply-chain/">lunga mail ai dipendenti</a> riaffermando una visione aziendale positiva del problema:</p>
<blockquote><p>We care about every worker in our worldwide supply chain. Any accident is deeply troubling, and any issue with working conditions is cause for concern. Any suggestion that we don’t care is patently false and offensive to us. As you know better than anyone, accusations like these are contrary to our values. It’s not who we are.</p></blockquote>
<p>Scontata la reazione di Cook a nome di Apple, che ospita sul proprio sito <a href="http://www.apple.com/supplierresponsibility/">una sezione apposita</a> sugli standard delle condizioni di produzione esterna e pubblica annualmente un rapporto a tema, non lo era probabilmente quella di Bsr, organizzazione impegnata in tutto il mondo per promuovere condizioni sostenibili di business e trattamento ragionevole dei lavoratori. Aron Cramer, President e amministratore delegato Bsr, ha contestato al Times in una <a href="https://www.bsr.org/en/our-insights/blog-view/letter-to-the-new-york-times-from-bsr">lettera aperta</a> la pubblicazione di informazioni non veritiere rispetto ai fatti menzionati, il tutto relativamente al coinvolgimento di Bsr ma a raggio abbastanza vasto da portare al sospetto che il quotidiano statunitense abbia forzato la narrazione dei fatti rispetto a quanto effettivamente accaduto.</p>
<p>Ovviamente la questione non è Apple, né iPad, né qualunque altra azienda o prodotto specifici, ma investe in modo ben più globale i nostri stili di vita e i conseguenti modelli di produzione. Sembra adeguato invitare al dialogo e alla riflessione sulla sostenibilità del lavoro attraverso le parole di Bsr:</p>
<blockquote><p>While the story focuses on Apple, the question of conditions in global supply chains is of immense importance to all companies, in all sectors. There is no doubt that, while more and more companies are committed to ensuring good working conditions in their supply chains, additional steps should be taken. The key to progress is a combination of renewed commitments by the private sector, better enforcement of laws by governments, collaboration between businesses and NGOs, and worker empowerment. Global companies who are active in this space know that long-term, sustainable change takes time and requires many players working together.</p></blockquote>
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		<title>Il potere delle community con le idee</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Dec 2011 07:30:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giampaolo Colletti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Social Media]]></category>
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		<description><![CDATA[La community rappresenta una rivoluzione copernicana per il dialogo sul web tra aziende e clienti e s’inserisce prepotentemente anche nel business delle imprese]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Marie Argence e Pauline Dalamèa sono le giovani (e notissime) amministratrici di una community online che aggrega i fan del gruppo pop <a href="http://www.tokiohotel.com/it/">Tokio Hotel</a>. Nel 2006 le ragazze si proposero per gestire e moderare la community, ma alla Universal non vollero dar loro credito, ipotizzando di poter internalizzare la gestione di questa attività. In realtà la forza delle due ragazze americane era dettata proprio dal legame viscerale con il general manager dei Tokio Hotel, che passava loro informazioni in anteprima scavalcando l’ufficio stampa del gruppo. La Universal Music fu presa in contropiede nell’organizzazione di una community così complessa. Oggi Marie e Pauline – che nel frattempo si sono messe in proprio e hanno aperto una loro azienda, la Stern Music – gestiscono in rete decine di brand musicali con blog e forum.<span id="more-7743"></span></p>
<h5>Identikit delle community</h5>
<p>Come dimostra la storia di Marie e Pauline, la community rappresenta una rivoluzione copernicana, che parte da un nuovo dialogo sul web tra aziende e clienti, reali o prospect, ma s’inserisce prepotentemente anche nel business. Perché oggi più che mai una comunità in rete influenza le preferenze e condiziona le politiche. È difficile stabilire il numero esatto di community che oggi si annidano sul web, anche se ogni azienda potenzialmente potrebbe essere dotata di una propria community nascosta tra le pieghe della rete: magari non la conosce ancora, ma c’è! Ciò che si può invece calcolare è il crescente numero di agorà digitali dove si ritrovano: in questo specifico caso i social network, Facebook e Twitter in testa, hanno fornito a queste comunità un acceleratore strategico, e permesso un aumento esponenziale dei lavoratori della rete sempre più specializzati nella gestione di queste comunità.</p>
<p>Le community, a torto o a ragione, sono divenute in questi ultimi tempi l’aspetto del digitale più affascinante ma ancora sconosciuto ai più, potenziale alcova del business ma ancora forziere blindato per i canali di vendita. Le community – da quelle di prodotto o aziendali a quelle puramente valoriali – si sono moltiplicate affermandosi nel sottobosco dei social network. Anche per Don Tapscott, ceo di New Paradigm, «le imprese devono smettere di pensare a siti internet o intranet e costruire comunità». Con il moltiplicarsi delle community le aziende iniziano a comprendere come sia strategico intercettarle e quasi impossibile crearle ex novo assoggettandole al brand. Le community sono comunità online fatte da persone, consumatori, dipendenti, cittadini associati o membri di gruppi di interesse; persone che si autoaggregano, anche se poi l’organizzazione ha una notevole responsabilità nel favorire tali assembramenti digitali.</p>
<h5>Micro-community</h5>
<p>Nel 1959 una nota casa automobilistica tedesca stupì l’universo economico con una inserzione a caratteri cubitali sui principali quotidiani europei: <em>Pensa piccolo</em>, recitava il claim di lancio del Maggiolino Volkswagen. Impercettibili fenomeni generano macro-trend di portata globale, e “pensa piccolo” è un concept adattabile alle community sparse in rete. Non è più un problema di numeri, ma di intensità della relazione, lontano dalla cultura mass market: l’obiettivo fondamentale non si misura in termini di quantità, ma di qualità. Il pubblico è circoscritto, interessato, fuori delle consumate logiche generaliste delle micro-community, perfino con una indicazione di soglia. Ogni tribù di buoni clienti dovrebbe essere contenuta entro un numero di centocinquanta unità: in questo modo si riuscirebbe a soddisfare le singole esigenze, mostrando quell’attenzione che è indispensabile in una relazione di stampo industriale.</p>
<p>Il numero centocinquanta per <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Kevin_Kelly">Kevin Kelly</a> diventa mille. In un articolo pubblicato sul sito <a href="http://technium.com">Technium.com</a>, Kelly ha descritto il mondo dei “mille veri fan”. Secondo Kelly, un vero fan è un membro che ha davvero a cuore il lavoro della community, sarà perciò disposto a fare sacrifici per acquistare nel negozio di fiducia e spingerà amici e parenti verso quel “credo”: «A un artista basta avere una tribù di mille veri fan; sono sufficienti, perché mille veri fan gli dedicheranno abbastanza attenzione, sostegno, affinché possa godere di un buon tenore di vita, contattare altri sostenitori e compiere un lavoro fantastico. Mille fan, mille autentici fan costituiscono una tribù». Ecco perché le micro-community, di contro e per paradosso, implicano delle macro-attenzioni da parte degli animatori: le macro-attenzioni hanno a che fare prepotentemente con quel cambio di paradigma tipico di una cultura mainstream e generalista verso un rapporto one-to-one. In questo la comunicazione diventa essenziale, nevralgica, la vera killer application del successo del business.</p>
<h5>Tutto si intercetta</h5>
<p>Lo ha scritto senza possibilità di equivoci Seth Godin: «La folla non è una tribù, la folla è una tribù senza un leader, è una tribù senza possibilità di comunicazione; la maggior parte delle organizzazioni dedica il proprio tempo a vendere a una folla, mentre le aziende più accorte riuniscono tribù». Prima regola chiave: nelle community nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si intercetta. Il postulato di Lavoisier è stato rivisitato e corretto per trattare la prima regola aurea di una buona community: quella dell&#8217;esistenza a prescindere da un brand (o dai tentativi “magici” di creazione in vitro). Questa regola è il mantra di ogni logica di community. D&#8217;altronde così ha dichiarato il padre delle social community Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook: «Non si crea una comunità. Le comunità esistono già, e fanno ciò che vogliono».  Secondo Henry Jenkins, MIT di Boston, le aziende in rete stanno perdendo il controllo e i consumatori remixano i contenuti digitali in modo più efficace e veloce dei media broadcaster.</p>
<p>Seconda regola chiave: dialoga e dai il feedback. Per chi opera a stretto contatto con le community diventa parte essenziale della propria attività la gestione del feedback. Tale aspetto può essere letto su due piani distinti: da un lato la risposta a un commento o a una domanda che parte dalla propria tribù, dall&#8217;altro il feedback verso il top-management dell&#8217;azienda, ovvero l&#8217;efficia dell&#8217;azione del community manager o specialist. Iniziamo dal primo fronte, quello della risposta, una delle note peculiari della comunicazione 2.0 rispetto alle vecchie modalità interpretative appartenere alla cultura “generalista”. D&#8217;altronde ascolto e servizio al cliente passano per l&#8217;ascolto ma anche per la risposta alle problematiche espresse. Tacere quando si è chiamati in causa non è mai positivo. E la risposta deve essere celere e al contempo ragionata, perchè i tempi della rete non consentono di tergiversare ma al tempo stesso è importante intervenire con precisione e correttezza. Quindi occorre rispondere ai post, ai messaggi, alle e-mail ricevute. Se il numero non lo consente occorre impostare una comunicazione di servizio o un messaggio automatico e “processare” le richieste più delicate nelle ore successive, facendo uno screening dei messaggi con una gradualità dal più complesso (codice rosso) al meno delicato (codice verde).</p>
<h5>Social e multicanale</h5>
<p>Un discorso a parte merita la gestione dei commenti sui social network, che – soprattutto nelle fanpage e nei gruppi su Facebook – implica una replica allargata e “plurale”: occorre presidiare il social network, rispondendo in modo personale, asciutto e diretto, con rispetto e determinazione. Nelle situazioni più complesse occorre allertare l&#8217;azienda (la struttura responsabile della comunicazione interna digital o l&#8217;ufficio stampa). Ai membri della community – i veri ambasciatori del brand – occorre dare stimoli e ringraziamenti, senza esagerare però: non deve mai sembrare che l&#8217;azienda voglia ingraziarsi la propria comunità. D&#8217;altronde il rispetto lo si misura sul campo.</p>
<p>E veniamo alla terza regola: moltiplica il valore della community in logica social e multicanale. Ovvero non far vivere la community in ambienti chiusi, ma moltipli l&#8217;efficiacia del confronto grazie ai social network sempre più performanti. La multicanalità implica anche un rapporto più stretto e sinergico con il sito istituzionale dell&#8217;azienda: per un&#8217;organizzazione o un gruppo di interesse che è predisposto nella sua missione verso il servizio al cliente la community può diventare una leva strategica. Le nuove tecnologie – sempre più malleabili e incisive anche rispetto a progetti più performanti – consentono oggi di offrire un servizio completo e quindi realizzare una user experience vincente. D&#8217;altronde per un&#8217;azienda l&#8217;esperienza del prodotto diventa brand solo in una logica di autentico servizio.</p>
<h5>Affetti speciali</h5>
<p>Uno degli esempi di multicanalità maggiormente vincenti nel mercato americano è offerto da Domino&#8217;s Pizza. Negli Stati Uniti questa azienda ha integrato la visione di un film on demand su Tivo con la possibilità di ordinare una pizza direttamente dal divano di casa propria. In questo senso la community si apre verso una diffusione del geotagging e verso la possibilità di integrare l&#8217;offerta con vere e proprie applicazioni pubblicitarie sugli smartphone. Questo ci porta alla regola fuori le regole: dagli “effetti speciali” agli “affetti speciali”. In parole semplici: non ricercare piattaforme ad elevate prestazioni ma distanti dalle capacità comprensive della community. Persegui invece un legame emozionale, puntando al cuore della comunità. Altrimenti rischi la «schizophrenia». L&#8217;ha dichiarato anche Dave Balter di <a href="http://www.bzzagent.com/">BzzAgent</a>: «Keep it simple».</p>
<p>Solo per il fatto che è possibile integrare qualsiasi funzionalità online, non è detto che questa complessità venga percepita come una buona ragione per partecipare alla vita della community. Nello stesso post  Balter così prosegue: «Offering the hodgepodge of polls-messageboards-blogpost-videoplaylist-statusfeeds-avatars can lead to brand – and avocate – schizophrenia». Come scrive Seth Godin, «Le tribù non hanno a che fare con le cose, ma riguardano i legami».</p>
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		<title>Innovazione, le priorità per il nuovo governo</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Nov 2011 07:30:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il cambio di esecutivo ha congelato i pochi progetti in corso sul fronte dell'innovazione legata alla rete, ma apre spiragli perché un'agenda digitale entri finalmente tra gli obiettivi dei nuovi ministri ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Adesso si torni a parlare di agenda digitale, per far crescere l’Italia. Dalle ceneri del governo Berlusconi e nell’infanzia del governo Monti, è questa l’idea che germoglia: un’urgenza, pressante, di cambiamento. Di spingere le aziende e la pubblica amministrazione nelle braccia del digitale, soprattutto. È un’esigenza chiara agli esperti e ai politici più attenti ai temi dell’innovazione e comincia a prendere forme nelle stanze dei nuovi ministri. Lo scopo è duplice: riprendere in mano le questioni lasciate in sospeso dal precedente governo e affrontare quelle trascurate del tutto. Ma da dove cominciare?<span id="more-7473"></span></p>
<h5>Obiettivi</h5>
<p>Le priorità in fin dei conti sono facili da individuare. Basta leggere gli obiettivi dell’<a href="http://ec.europa.eu/information_society/digital-agenda/scoreboard/index_en.htm">Agenda Digitale 2020</a> e vedere dove l’Italia è maggiormente in ritardo sul percorso. Pare che mettersi in pari con l’Europa sia proprio tra le priorità già individuate da Corrado Passera, neo ministro per lo Sviluppo economico e per le Infrastrutture e Trasporti. E quindi: ce la caviamo per copertura banda larga classica (Adsl), andiamo bene per tutto quello che riguarda la mobilità, abbiamo un ritardo per diffusione di Internet, ma siamo un vero e proprio disastro per gli utilizzi “hardcore” della rete. L’e-government e l’e-commerce, in particolare da parte delle imprese piccole e medie. Insomma, è una lacuna bella grossa: è come dire che il nostro tessuto produttivo ancora non sfrutta davvero i vantaggi del digitale. Per l’e-commerce dei consumatori ci sono stati recenti segni positivi: nel 2011 per la prima volta abbiamo cominciato a recuperare il ritardo con l’Europa, <a href="http://247.libero.it/focus/19966641/21/cresce-l-e-commerce-italiano-secondo-l-osservatorio-del-b-politecnico-b-di-b-milano-b/">stima</a> il Politecnico di Milano.</p>
<p>Occupiamoci dell’e-government, quindi. «È questa la priorità, perché dopo tutto il problema del digital divide della banda larga è in via di risoluzione», dice Cristoforo Morandini, di Between, tra i principali osservatori che hanno tracciato i risultati italiani nei confronti dell’Agenda Digitale europea. «Adesso per prima cosa il rischio è di perdere anche quei passi avanti fatti con la riforma Brunetta. Ci sono tante cose appese a un filo», dice. Tra gli ultimi atti del governo c’è stata la digitalizzazione dei certificati medici e delle ricette (per queste c’è un decreto <a href=" http://www.i-dome.com/articolo/19082-Le-ricette-mediche-diventano-digitali.html">del 2 novembre</a>). Sono pochi Cup online, invece (centro prenotazione degli esami): ce l’hanno solo alcune Asl dell’Emilia-Romagna, Lazio, Lombardia e Piemonte. Pochissime le Asl che riforniscono i referti online: solo il 29% (secondo i dati ministeriali aggiornati a luglio 2011). Non sono arrivati in tempo i decreti attuativi per lanciare i pagamenti in digitale a/da le pubbliche amministrazioni e il problema è che <a href="http://corrierecomunicazioni.it/news/84811/tremonti_a_brunetta_poche_risorse_per_la_pa_digitale">non c’è la necessaria copertura finanziaria</a>.</p>
<h5>Banda larga</h5>
<p>In particolare sono pochissimi ancora i Comuni che accettano transazioni economiche da cittadini e aziende. Va monitorata e accompagnata la diffusione della posta elettronica certificata, adottata ancora da un numero insufficiente di PA e cittadini. Una volta affinati gli strumenti di interazione tra amministrazioni e cittadino bisognerebbe poi, forse, avere il coraggio di fare lo switch off, come suggeriscono alcuni esperti: «Obbligare tutti a usare solo il digitale per gli atti della e verso la pubblica amministrazione», dice l’avvocato Ernesto Belisario. Basta carta e chi è tecno-refrattario dovrà imparare o avrà problemi. «Sono necessarie misure di incentivo alla domanda: per diffondere i servizi e-government e banda larga», dice Paolo Gentiloni (PD). Quanto ai piani di copertura, com’è noto il precedente governo ha sottratto le risorse che dovevano arrivare alla banda larga dai proventi dell’asta frequenze 4G.</p>
<p>È probabile comunque che con altri fondi, anche comunitari, si riesca a eliminare il digital divide entro il 2013, com’è nei piani della società di scopo Infratel, coprendo tutti con almeno i 7 Megabit. Il problema è il futuro: l’Italia non ha un piano nazionale condiviso, al momento, per la banda larghissima (fibra ottica a 100 Megabit). Non ci sono alleanze fattive tra operatori, né piani coordinati dallo Stato. Al momento c’è solo il piano Telecom Italia, che nell’immediato riguarda sette città (quattro già raggiunte dai servizi commerciali) e nel medio periodo 13. Poi ci sarebbe il <a href="http://brescia.corriere.it/brescia/notizie/economia/11_novembre_3/20111103BRE07_14-1902033024149.shtml">progetto Metroweb</a>, che deve però ancora trovare le risorse e comunque rischia di essere limitato a pochissime città del Nord. Si è impantanata l’idea di una norma per foraggiare il progetto <a href="http://blog.wired.it/bandastretta/2011/11/11/banda-larga-via-dai-piani-del-governo.html">con i fondi della Cassa Depositi e Prestiti</a>. «Se ne esce solo se il nuovo governo riuscirà a vedere nella banda larga un potere anticiclico, per la ripresa economica dell’Italia», dice Vita (PD). È d’accordo Roberto Cassinelli (Pdl): «In un momento di crisi, il governo ha l&#8217;opportunità di sfruttare l&#8217;innovazione come trampolino per il rilancio. È ormai evidente a tutti, infatti, l&#8217;importanza di internet anche in ottica macroeconomica (notizie recenti parlano del 2% del Pil nazionale, con ottime prospettive di crescita). Auspico perciò che il nuovo esecutivo sappia attuare efficacemente una strategia di sostegno e diffusione dell&#8217;innovazione tecnologica».</p>
<p><strong>Obiettivi chiari</strong></p>
<p>Come? Rinnovando innanzitutto le nostre infrastrutture telematiche affinché sia disponibile a tutti una connettività adeguata ai moderni strumenti del web. L&#8217;Italia, inoltre, è ancora arretrata rispetto ai maggiori partner europei per quanto riguarda la copertura WiFi del territorio: le odierne esigenze di mobilità impongono di intervenire per consentire l&#8217;accesso a internet praticamente ovunque. Sarebbe infine un buon segnale se le istituzioni si dimostrassero coscienti delle potenzialità offerte dalla tecnologia e utilizzassero il web in maniera sempre più trasparente ed interattiva». «Tali interventi andrebbero inseriti in un più ampio contesto: l&#8217;Italia ha bisogno di darsi una vera e propria politica digitale, con obiettivi chiari e scadenze da rispettare. La creazione di un ministero per Internet, da alcuni proposta nei giorni scorsi, è un&#8217;idea tutt&#8217;altro che balzana», continua Cassinelli.</p>
<p>Per trovare nuovi fondi, c’è sempre l’idea sostenuta dalle opposizioni nel precedente governo: «Chiedere soldi alle emittenti tv per le nuove frequenze del digitale terrestre», dice Vita. Idea che era diventata una proposta, bocciata <a href="http://www.tvdigitaldivide.it/2011/09/05/beauty-contest-bocciato-lemendamento-del-pd-le-frequenze-del-digitale-terreste-saranno-gratuite/">per un soffio</a>. Ma considerando il frangente economico e politico, e i ritardi che sta subendo il beauty contest per le frequenze tv, c’è di nuovo spazio per riprovare a rilanciare la proposta. Secondo alcuni, Passera <a href="http://www.key4biz.it/News/2011/11/21/Policy/mario_monti_Corrado_Passera_beauty_contest_digitale_terrestre_tv_locali_mediaset_rai_206855.html">ci sta effettivamente pensando</a>.</p>
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		<title>Quelli che fanno affari con Facebook e Twitter</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Nov 2011 07:30:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giampaolo Colletti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una ricerca della Bocconi traccia un quadro aggiornato rispetto all'uso dei social network in azienda. Alcuni casi di successo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Walled garden, giardino chiuso. Qualche anno fa gli analisti di nuovi media ci abituarono a questa terminologia riferita alle prime esperienze di internet sui dispositivi mobili. Il termine fu adottato, ad esempio, per il rilascio delle prime sperimentazioni in Italia del <em>Vodafone Live!</em>, piattaforma che dai cellulari Vodafone permetteva di accedere ai servizi a valore aggiunto. Ci si collegava alla Rete, ma non troppo, perché non si navigava se non in un numero chiuso di piattaforme predefinite. Dal giardino chiuso del passato (ma forse ancora attuale, per alcuni è tale anche l&#8217;iPad) agli ambienti <em>social</em> degli ultimi anni il passo è stato straordinariamente decisivo: un&#8217;era geologica, che sui social network scorre con un tempo molto rapido. I dati e gli entusiasmi sulla cultura digitale in rete fanno comprendere quanto i media sociali oggi siano strategici per aziende multinazionali, per le piccole e medie imprese, per organizzazioni o gruppi di interesse di ogni sorta e anche per i vecchi media editoriali ricovertiti in nuovi media grazie al digitale.<span id="more-7382"></span></p>
<h5>Social media e imprese</h5>
<p>Partiamo dall&#8217;<a href="http://contactsda.sdabocconi.it/it/mq/index.htm?utm_source=google&amp;utm_medium=link_sponsorizzati&amp;utm_content=MQ&amp;utm_campaign=programmi_2011">ultima ricerca</a> dell&#8217;Università Bocconi, elaborata dall&#8217;osservatorio business intelligence. I dati sono stati analizzati un paio di mesi fa e arrivano a coprire il mese di settembre 2011: non è banale considerare questo aspetto perché le istantanee in rete faticano a stare al passo coi tempi e diventano difficili da effettuare: troppo sfocate, se aggiornate al brevissimo termine, oppure troppo definite, ma datate e quindi non realistiche. Non è così per questa ricerca, che fotografa il ruolo dei media sociali per le imprese nostrane. All&#8217;inizio guardati con diffidenza e poco conosciuti, oggi i social network vengono considerati alleati preziosi anche per ingrossare il portfolio clienti: non servono più soltanto per attuare un dialogo coerente con la propria comunità di clienti, ma anche per vendere a nuovi potenziali compratori.</p>
<p>Così per il 76% delle oltre mille realtà intervistate, i social network sono ritenuti strategici per ricevere feedback e gestire le lamentele. C&#8217;è un rilevante 4% che si spinge oltre, affermando come sia disposto a cambiare strategia commerciale a seguito di commenti postati su Facebook. Dalla stessa ricerca emerge come il 39% delle aziende sia già posizionata online, mentre il 32% sia pronta a scendere nell&#8217;agone digitale investendo sui social network. C&#8217;è anche un 6% che ritiene inutile buttarsi sui media sociali e che Facebook, Twitter, LinkedIn non siano il modo giusto per interagire con la customer based. Ma è una percentuale minima, quasi irrisoria rispetto al 54% vede questi ambienti aperti e integrabili con le attività del customer care (call center in primis).</p>
<h5>Consapevolezza (molta) e visione (poca)</h5>
<p>Tra il dire e il fare c&#8217;è di mezzo una rete ancora poco conosciuta: quasi uno su cinque delle aziende intervistate (17%) non sa valutare l&#8217;efficacia di una campagna di viral marketing, il 24% delle imprese non sempre risponde ai commenti, il 43% non fa un accurato screening di ciò che si dice sui social network della propria azienda (il monitoraggio noto ai più come <em>buzz marketing</em>) e addirittura il 35% monitorizza i dati ancora manualmente. Due sono gli aspetti da evidenziare: la costante analfabetizzazione alle nuove tecnologie della classe dirigente, che non conosce gli strumenti da adottare per potenziare l&#8217;efficacia e in qualche modo per avere un buon ritorno d&#8217;investimento. E poi la mancanza di coraggio nell&#8217;ingaggiare figure specializzate (e anche iperspecializzate) che possano entrare in azienda, internalizzando le professionalità, o che possano collaborare con l&#8217;azienda in un&#8217;ottica di consulenza esterna.</p>
<p>Così afferma Andrea Albanese, ricercatore dell&#8217;Università Bocconi e autore del monitoraggio: «Nelle aziende italiane c&#8217;è una sottovalutazione delle attività di business intelligence con relativa reportistica online. Ciò significa che concretamente spesso il call center non sa dialogare con i clienti sul web. Inoltre l&#8217;impresa ha bisogno di rimodulare il proprio budget in questo settore: spesso mancano figure competenti su tecniche di web e social marketing e ci si affida ad agenzie tradizionali che annaspano su questi nuovi mercati». Ci troviamo di fronte all&#8217;annoso problema di mancanza di visione: si gestisce l&#8217;ordinario e mancano strategie a medio-lungo termine. «L&#8217;azienda, non avendo ancora una reale fiducia oltre che budget allocato, decide di ingaggiare risorse molto <em>junior</em>, specialisti della materia non ancora formati a tutto tondo per presidiare questi campi», precisa Albanese. Ecco, torniamo alle difficoltà di far comprendere alle imprese nostrane che un nativo digitale non è necessariamente una risorsa che possa presidiare con efficiacia lo spazio social dell&#8217;azienda.</p>
<h5>Cultura social</h5>
<p>Ciò che serve è un nuovo approccio social. Albanese è molto chiaro: «Non perché un cliente entra nella community dell&#8217;azienda o sulla fan page diventa necessariamente un amico. Attenzione: la logica amicale disorienta nel rapporto azienda/fornitore, che non deve essere sottovalutato». Rincara la dose anche un altro esperto, Andrea Boscaro, fondatore di <a href="http://www.key4biz.it/Mappamondo/2011/02/The_Vortex_Media_Digitali_Societa_Formazione_Nicola_Mauri_Andrea_Boscaro_Massimiliano_Sossella.html">The Vortex</a>: società di formazione al marketing digitale. «Innanzitutto credo che in Italia ci sia stato un fagocitamento da parte di Facebook sugli altri social network: è stato tale il suo boom che, ad esempio, ha offuscato il ruolo e il potenziale di Twitter e questo vale tanto per le persone che per le aziende. È importante comprendere come Twitter non sia un sostituto di Facebook, ma un suo possibile complemento: Twitter non è un <em>social network</em> ma un <em>information network</em>».</p>
<p>D&#8217;altronde, restando su Twitter, in Italia i venticinque brand più popolari per numero di followers (Dolce &amp; Gabbana, Ferrari, Gucci, Cavalli, Feltrinelli, Emergency) inviano meno di quattro tweet al giorno. E stiamo parlando delle eccellenze. Prima di aprire un account Twitter &#8211; l&#8217;ultimo passaggio che un&#8217;azienda dovrebbe effettuare &#8211; occorre mappare le possibilità di entrare in conversazione con una potenziale community e quindi con persone che già esistono sulla piattaforma di microblogging. «Prima c&#8217;è il monitoraggio di ciò che si dice di noi e anche su ciò che si dice sui temi affini: occorre fotografare la situzione per ingaggiare l&#8217;utente. Se crei un tuo account, devi avere un tuo palinsesto, un tuo piano editoriale. Quindi all&#8217;inizio l&#8217;attività è più reattiva che non attiva», conclude Boscaro. La differenza è sostanziale: Twitter genera flussi di comunicazione aperti tanto che, numeri alla mano, se 350.000 sono le persone in Italia che “cinguettano” con regolarità, a leggere i loro tweet ci sono oltre un milione e trecentomila navigatori.</p>
<h5>Successi in azienda</h5>
<p>Alcuni casi emblematici: uno che arriva dall&#8217;America e gli altri italianissimi. Oltreoceano uno degli esempi di multicanalità maggiormente vincenti nel mercato americano è offerto da <a href="http://www.dominos.com/">Domino&#8217;s Pizza</a>. In America questa azienda ha integrato la visione di un film on demand su <a href="http://www.tivo.com/">Tivo</a> con la possibilità di ordinare una pizza direttamente dal divano di casa propria. In questo senso la community si apre verso una diffusione del geotagging e verso la possibilità di integrare l&#8217;offerta con vere e proprie applicazioni pubblicitarie sugli smartphone. Dagli Stati Uniti all&#8217;Italia: <a href="http://www.tuaassicurazioni.it/">Tua Assicurazioni</a> è un bell&#8217;esempio di cultura social. «L&#8217;obiettivo è diventare la prima compagnia di assicurazioni &#8220;social&#8221; in Italia entro il 2012», così precisa Marco Paleari, responsabile marketing di Tua Assicurazioni, compagnia del gruppo Cattolica nata nel 2004 e che oggi conta su oltre 350 agenzie che gestiscono 200.000 clienti.</p>
<p>Da qualche settimana Tua Assicurazioni è presente con una pagina su Facebook e con specifiche linee guida trasferite alla rete delle agenzie ai fini di creare pagine locali. «Con la pagina istituzionale inviamo un voucher che consente – esclusivamente ai fan su Facebook &#8211; di usufruire di uno sconto su alcuni prodotti: nel concreto è possibile avere migliori polizze recandosi poi con quel voicher in una della nostre agenzie», afferma Paleari. <a href="http://www.alcatel-lucent.com/wps/portal?COUNTRY_CODE=US&amp;COOKIE_SET=false">Alcatel-Lucent</a>, la multinazionale nata nel 2006 a seguito della fusione di Alcatel e Lucent Technology e oggi operante in 130 Paesi con 78.000 dipendenti, è oggetto d’indagine dell&#8217;Università Bocconi e al tempo stesso finanziatrice dell&#8217;osservatorio. Secondo Paola Pernigotti di Alcatel-Lucent soprattutto per un player leader di mercato nell&#8217;ambito del contact-center è fondamentale attivare un confronto in Rete. «I quesiti della community sono già in Rete e possono essere posti twittando, chattando e collegandosi al blog. I colleghi del nostro customer care sono consapevoli di questo aspetto», precisa Pernigotti.</p>
<h5>Anche i vecchi media</h5>
<p>Ma non solo le aziende guardano con interesse ai social media per fare business, anche certa editoria ha imparato a reinventarsi sui media sociali, pur arrivando da un background tradizionale, come può essere quello di una televisione locale. La storia di successo riguarda <a href="http://www.romauno.tv/">Roma Uno</a>, emittente della capitale attiva dal dicembre 2003, con una programmazione autoprodotta del 91/92%  del palinsesto e un team di 32 risorse. «La multicanalità è una scelta obbligata, non soltanto coraggiosa. Occorre essere vicini al proprio pubblico in ogni canale di comunicazione». Così ha affermato Fabio Esposito, Amministratore Delegato di Roma Uno. L&#8217;applicativo i-Phone della tv locale è stato scaricato da 20.000 utenti. E c&#8217;è tutto: è possibile vedere i servizi, leggere i testi, fruire dello streaming video. L&#8217;idea è stata sviluppata dalla community di telespettatori: «Un nostro fedele telespettatore ci ha fatto un regalo: ha realizzato l&#8217;applicativo per i-phone e i-pad. Attualmente il dispositivo interagisce con tutte le componenti del web», precisa Esposito.</p>
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		<title>Ti ho riconosciuto anche se non ti conosco</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Nov 2011 07:30:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federico Guerrini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Acquisti]]></category>
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		<category><![CDATA[riconoscimento facciale]]></category>

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		<description><![CDATA[I progressi delle tecnologie di riconoscimento automatico fanno nascere molti interrogativi sul loro impatto, in un futuro ormai prossimo, nelle relazioni fra gli individui e fra i cittadini e lo Stato]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I 72.000 spettatori che entravano nello stadio di Tampa, Florida, per assistere alla trentacinquesima edizione del Superbowl, all&#8217;inizio del 2001, non sapevano di essere coinvolti nel primo esperimento biometrico di massa della storia. E non da spettatori. Da protagonisti. Mentre passavano i tornelli di ingresso, delle fotocamere digitali scattavano immagini dei loro volti, immagini che poi, tramite un  apposito software, venivano confrontate con un database di foto segnaletiche. L&#8217;obiettivo era quello di catturare eventuali teppisti o criminali nascosti fra la folla. L&#8217;esperimento fu un fiasco e non portò ad alcun arresto. Altri tentativi, come l&#8217;installazione di un sistema analogo nell&#8217;aeroporto di Boston si rivelarono fallimentari: come rivelarono in seguito alcuni funzionari, il software si dimostrava affidabile in meno della metà dei casi Ma questo accadeva dieci anni fa: ora le cose sono cambiate, e di molto.<span id="more-7272"></span></p>
<h5>Ubiquo e pervasivo</h5>
<p>Da una parte sono migliorate le tecnologie: i programmi di riconoscimento facciale si sono fatti più precisi e difficili da imbrogliare, e la potenza di calcolo dei Pc è cresciuta in modo esponenziale. Ormai per ottenere dei risultati attendibili non servono più immagini frontali del soggetto: i moderni algoritmi riescono a elaborare anche immagini riprese di sbieco e la modellazione in 3D dei volti, permette di ovviare a problemi comuni, come la scarsa luminosità degli scatti. L&#8217;altro fattore che ha modificato in maniera significativa lo scenario è stata la diffusione di immagini personali in internet, a cui si è sommata la rapida diminuzione dell&#8217;anonimato seguita al successo delle reti sociali – Facebook su tutti. Ciò ha fatto sì che tali fotografie fossero, non di rado, “taggate” con nome e cognome del soggetto raffigurato e non fosse necessario disporre di due distinti database per associare identità e volti.</p>
<p>Che cosa questo comporti sul piano della privacy, è stato messo in evidenza da un recente esperimento nel quale un gruppo di ricercatori dell&#8217;Università Carnegie Mellon, guidati dall&#8217;italiano Alessandro Acquisti, ha scansito con un software di riconoscimento  migliaia di foto. Nel 31 % dei casi è stato possibile associare all&#8217;immagine il corrispondente profilo Facebook, e di conseguenza risalire perlomeno al nome e cognome del soggetto, e non di rado a informazioni molto più approfondite. Gli studiosi hanno inoltre sviluppato un&#8217;applicazione per terminale mobile mediante la quale, tutta la procedura può essere svolta in meno di trenta secondi con uno smartphone. La diffusione dei telefonini intelligenti è il terzo tassello che può rendere il riconoscimento facciale davvero ubiquo e pervasivo.</p>
<h5>Milioni di profili</h5>
<p>Se milioni di persone continueranno a inserire incuranti in rete immagini di loro stessi, chiunque, in un futuro ormai prossimo, potrà scattare una foto di un passante e, grazie a un crawler che scandaglierà il web, sapere chi ha di fronte. L&#8217;applicazione ideata da Carnegie Mellon (acquistata in seguito da Google) si chiama <a href="http://www.pittpatt.com/">PittPatt</a> e il suo sviluppo, come del resto quello di tutta la ricerca, è stato in larga parte finanziato da Darpa, l&#8217;agenzia del Pentagono che si occupa di progetti tecnologicamente avanzati. Il che non deve stupire. Dopo l&#8217;11 settembre il governo americano ha investito milioni di dollari nel campo della biometrica, nell&#8217;ambito della cosidetta “guerra al Terrore”. L&#8217;idea era quella di rendere più efficienti controlli alle frontiere e negli aeroporti, associando <a href="http://www.usatoday.com/news/washington/2007-05-10-facial-recognition-terrorism_N.htm">ai body scanner</a> che sono spuntati come funghi in questi anni, la scansione dei volti.</p>
<p>E siamo solo agli inizi. Dal prossimo anno partirà negli Stati Uniti un progetto nazionale, promosso dall&#8217;Fbi, con l&#8217;obiettivo di consentire alle autorità federali (e non solo a loro, dato che le informazioni verranno condivise con il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale) di identificare foto di perfetti sconosciuti facendole combaciare con una o più fra le 10 milioni di foto segnaletiche custodite nell&#8217;Integrated Automated Fingerprint Identification System. Il programma, per il quale è stato stanziato un miliardo di dollari, durerà fino al 2014. In una prima fase verrà sperimentato in alcuni Stati pilota – Michigan, Florida, Washington e North Carolina per poi essere esteso a tutta la nazione. Le associazioni per i diritti civili, come il Center for Constitutional Rights o l&#8217;<a href="http://epic.org/privacy/facerecognition/">Electronic Privacy Information Center</a>, hanno chiesto garanzie per evitare che il sistema dilaghi e si trasformi in una schedatura senza precedenti di milioni di tranquilli cittadini. Cosa che potrebbe facilmente avvenire se verranno inseriti nel database non soltanto  persone in stato di arresto ma anche chi è sottoposto a un semplice controllo di routine.</p>
<h5>Nel mondo</h5>
<p>È intuibile come il riconoscimento facciale rappresenti una tentazione irresistibile, a fini repressivi, per qualsiasi governo, in particolare per quelli di Stati non democratici. Ma anche nella civilissima Inghilterra le autorità si sono rivolte ai cittadini, dopo la fine dei tumulti di Londra, affinché caricassero online foto e video atti a identificare i manifestanti o, all&#8217;inverso, dessero un nome alle persone presenti nel materiale audiovisivo inserito su Flickr dalla polizia. Alcuni cittadini indignati hanno avuto la tentazione di arrangiarsi, pubblicando online fotografie dei vandali e invitando chi li conoscesse a denunciarli; salvo tornare sui loro passi una volta accortisi dei potenziali abusi di questa giustizia fai-da-te. Un gruppo di “vigilantes”, intenzionati a creare una propria applicazione di riconoscimento facciale per aiutare la polizia nelle indagini, <a href="http://www.forbes.com/sites/kashmirhill/2011/08/11/london-riots-facial-recognition-vigilantes-abandon-their-project/">ha dato forfait</a> dopo aver constatato la scarsa affidabilità dei propri sforzi e la reazione non propriamente entusiasta dei loro concittadini, che li hanno tempestati di mail denigratorie.</p>
<p>La strada comunque sembra ormai tracciata. Per la prossima Coppa del Mondo di Calcio, la polizia brasiliana avrà in dotazione <a href="http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/southamerica/brazil/8446088/Brazilian-police-to-use-Robocop-style-glasses-at-World-Cup.html">speciali occhiali dotati di videocamera</a> in grado di scattare fino a 400 immagini al secondo e di inviarle per la comparazione a un database centrale contenente 13 milioni di volti. Il pubblico non saprà nemmeno di essere ripreso: il dispositivo cattura le facce in un raggio di 50 metri, e può arrivare ad alcuni chilometri se tarato per individuare un bersaglio specifico.In Malesia si pensa di adoperare la tecnologia di riconoscimento <a href="http://www.mmail.com.my/content/72976-cops-mull-over-new-systems">per combattere la criminalità</a> e in Olanda servirà a evitare che sui tram di Rotterdam circolino anche persone bandite dal trasporto cittadino.</p>
<h5>Futuro biometrico</h5>
<p>In tutti questi casi, le intenzioni (almeno quelle dichiarate) alla base dell&#8217;introduzione della scansione biometrica dei volti nell&#8217;armamentario delle varie forze dell&#8217;ordine sono senza dubbio lodevoli. Quello che manca è un serio dibattito, che coinvolga l&#8217;opinione pubblica e fissi limiti e modalità di applicazione di questi nuovi strumenti. Anche se, almeno negli Stati Uniti, qualcosa si sta muovendo: il senatore John Rockfeller, presidente della commissione Commercio Scienza e Trasporti <a href="http://commerce.senate.gov/public/?a=Files.Serve&amp;File_id=f15e7111-f9fb-4eee-b4e7-7cc48c6f003b">ha sollecitato</a> con una lettera la Federal Trade Commission, che l&#8217;8 dicembre terrà un workshop sul riconoscimento facciale, a mettere in chiaro benefici e rischi di tale genere di monitoraggio. Nella lettera, il politico non si sofferma tanto sulle iniziative governative in materia, quanto su quelle, in piena fioritura, di alcuni privati: dai titolari bar che sfruttano un&#8217;applicazione chiamata Scene Tap per ricevere su loro cellulare un rapporto sul tipo di clientela presente nel locale – fascia di età e genere sessuale in particolare. Gli stessi parametri che l&#8217;hotel-casinò Venetian Resort di Las Vegas utilizza per tarare al meglio gli annunci pubblicatari rivolti alle persone che si attardano nelle vicinanze del display.</p>
<p>Rockfeller ricorda anche come Facebook abbia implementato da quest&#8217;estate, in modo piuttosto goffo, un sistema di scansione e analisi delle foto caricate dagli utenti che suggerisce in automatico i nomi degli amici presenti nelle immagini. E conclude citando il caso di Google, che per la prima volta nella sua storia ha rinunciato a lanciare un prodotto dopo averlo sviluppato. Perfino il pragmatico ex presidente della Grande G, Eric Schmidt, quello avvezzo  a freddure come «se non volete che una cosa si sappia, forse in primo luogo è meglio che non la facciate», ha ritenuto che l&#8217;applicazione di riconoscimento facciale sviluppata da Mountain View che una volta scattata la foto di un individuo andava a pescare nel web eventuali corrispondenze, si prestasse troppo facilmente ad abusi. Ma è solo questione di tempo prima che il vaso di Pandora del riconoscimento facciale applicato alla vita quotidiana venga scoperchiato. È il «nostro futuro biometrico», per parafrasare il titolo <a href="http://nyupress.org/books/book-details.aspx?bookId=3812">di un recente libro</a> della studiosa americana Kelly Gates dedicato all&#8217;argomento. Sta a noi affrontarne conseguenze e implicazioni, senza limitarci a subirlo.</p>
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		<title>Non pensate Facebook come un luogo colto</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Nov 2011 07:30:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Venturini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Social Media]]></category>
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		<description><![CDATA[Con un italiano su tre iscritto a Facebook, è inevitabile che anche Facebook diventi sempre più simile alla società vera: non esiste un “utente Facebook” medio.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Giorno dopo giorno, per lavoro o per diletto, frequento i social media, in primis ovviamente Facebook. E ne parlo. E ne sento parlare. Quello che mi fa riflettere è che un po’ troppo spesso ne sento parlare come di un luogo un po’ magico dove si incontrano e conversano le èlite socioculturali italiane. Dove tutti noi ci incontriamo e dibattiamo temi se non profondi, almeno intelligenti, <em>smart</em>. Con un sano background culturale. Fin qui, possiamo anche sopravvolare. Un po’ meno quando si vedono progetti di comunicazione che si basano su questi assunti. Ovvero che <em>chiunque</em> sia su Facebook ha una certa cultura e una certa smartness. Secondo me, è il momento di fare un minimo di reality check.<span id="more-7194"></span></p>
<h5>Non uscire dal nostro giardino</h5>
<p>Continua, se volete, un discorso un po’ più ampio, che ho iniziato <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2011/01/28/i-social-media-e-il-rischio-della-realta-soggettiva">qualche tempo fa</a> e in cui entra benissimo il recente <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2011/10/26/la-bolla-che-deforma-il-tuo-sguardo-sul-mondo">pezzo</a> di Federico Guerrini. Il tema è quello della deformazione della nostra visione della realtà, dato che sui social network tendiamo a circondarci di persone che ci somigliano e che quindi più o meno parlano e ragionano come noi. Nulla di più falso. Se prendiamo giusto un paio di numeri, i sospetti dovrebbero venire. <a href="http://robertoventurini.blogspot.com/2011/11/audiweb-27-milioni-di-italiani-online.html" target="_blank">27 milioni</a> di utenti Internet. 20,6 milioni di utenti Facebook. Quasi tutti gli utenti internet usano Facebook. Anzi, si dice (ma non ho i numeri, non ancora) che ci sia gente che è entrata su internet per usare Facebook e non usa null’altro, della rete.</p>
<p>Su una cifra così ampia è lecito sospettare che ci sia dentro l’élite socioculturale: laureati, professori, scienziati. Ma l’élite, per definizione, è piccola. E un terzo degli italiani, che è su Facebook, non può essere tutto fatto da persone che sanno come si scrive <del>Nietzche</del> <del>niece</del> <del>nietzke</del> Nietzsche. Sapendo anche la maggioranza assoluta  (il 54%) della popolazione Italiana <a href="http://www3.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20110511_00/testointegrale20110511.pdf" target="_blank">non legge mai</a> libri. Mai (brivido). Solo il 15% degli Italiani legge in media almeno un libro al mese. E questi non bastano a fare il totale degli utenti italiani sui Social Media.</p>
<h5>Due Italie</h5>
<p>In fondo è innegabile che ci siano due Italie. Anzi, molte Italie. Un’Italia che una volta si trovava su Facebook e Twitter e Friendfeed, come in una riserva di caccia privata. Poi, con la crescita esponenziale dei social media, tutte le Italie sono finite su Facebook. Ognuna e ognuno a parlare (giustamente) dei temi che più gli sono cari, attorniandosi di persone che gli sono in fondo simili. Che usano i linguaggi con cui si sentono confortevoli, le grammatiche, le sintassi. O la mancanza di esse. Si fa in fretta a vedere: basta farsi un giro su Facebook e uscire dalla nostra oasi ecologica per andare a inseguire ambiti più <em>mass</em>.</p>
<p>Istruttivo (lo dico senza nessun giudizio di merito) guardarsi le pagine di Nino d’Angelo, oppure cosa si dice e come lo si dice sul <a href="https://www.facebook.com/grandefratello" target="_blank">Grande Fratello</a>. Che fa quasi 700.000 fan e tantissima interazione. Superato però dal milione e centomila fan di <a href="https://www.facebook.com/LauraPausini" target="_blank">Laura Pausini</a> e dal milione di <a href="https://www.facebook.com/ramazzotti.eros.official" target="_blank">Eros Ramazzotti</a> e soprattutto  dai 2,7 milioni di Vasco Rossi, che ad ogni post raccoglie centinaia di commenti. Chiaro che i toni e i temi sono un bel po’ diversi da quelli che troviamo negli ambiti di <a href="https://www.facebook.com/wireditalia" target="_blank">Wired</a>. Che fa però 28.000 persone al seguito. E molta meno interazione ( in termini di “persone che ne parlano”, per capirci).</p>
<h5>Il Nobel e lo spritz</h5>
<p>Da leggere e studiare. Se volete con un approccio etnografico. Se non volete, semplicemente per rendersi conto che l’Italia non va solo a bit e byte, ma in larga parte a spritz e Gazzetta dello Sport. E non è un male che sia così! In sostanza, non ha più forse senso parlare di un utente Facebook o di un target Facebook. Così come non ha senso da tempo parlare di un utente televisivo medio. Sono mezzi, anzi piattaforme, su cui si trova dall’analfabeta al premio Nobel. Dal Bagaglino al Ted. E se ci occupiamo di società &#8211; o, come nel mio specifico, di marketing e comunicazione &#8211; avere un’idea fantasiosa di com’è la società, come sono le persone, cosa succede e come si usano i tool digitali lo si può definire un peccato mortale.</p>
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		<title>La rete salverà le lavoratrici italiane?</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Nov 2011 07:30:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giampaolo Colletti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Storie di imprenditoria web al femminile, che si fanno largo tra opportunità inedite e congiunture complicate]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sempre più spesso la rete, anche in Italia, è al femminile. Sono migliaia le donne italiane che negli ultimi tempi hanno deciso di buttarsi su Internet, intraprendendo percorsi professionali grazie alle nuove tecnologie. Dialogo ma anche business per una via italiana che passa anche attraverso il commercio di prodotti e servizi del made in Italy. Ecco allora che il web diventa l&#8217;alcova di esperienze imprenditoriali, incubatore di nuove idee di business. Ma la rete italiana può considerarsi una sostenibile integrazione (o addirittura alternativa) per le lavoratrici? Cerchiamo di capirci qualcosa analizzando alcuni dati e raccontando alcune storie al femminile.<span id="more-7198"></span></p>
<h5>Imprese al femminile</h5>
<p>In Italia si moltiplicano le realtà in rosa. A evidenziare questo aspetto è stata <a href="http://www.cna.it/RAGGRUPPAMENTI-DI-INTERESSE/Impresa-Donna">una ricerca</a> di Impresa Donna di CNA (Confederazione dell&#8217;Artigianato e della Piccola e Media Impresa), che ha fotografato un fenomeno innovativo per il nostro Paese, intervistando un campione di 101 piccole e medie imprese italiane. Il 54% delle donne intervistate ha creato da zero a una nuova azienda, spesso contando quasi esclusivamente sulle proprie risorse economiche. Inoltre l&#8217;85% delle intervistate ha dato vita a una nuova attività elaborando personalmente il progetto, mentre il 63% non ha utilizzato alcuno strumento di analisi di mercato, affidandosi alle capacità e alle intuizioni personali.</p>
<p>Famiglia d&#8217;affari allargata, si potrebbe descrivere quella delle neo-imprenditrici, con un forte coinvolgimento della sfera parentale per il 59% dei casi: così tra le intervistate che impiegano uno o più familiari all&#8217;interno delle proprie aziende, il 66% dà lavoro a fratelli, il 63% ai propri genitori, il 56% ai propri figli. «È il nucleo familiare più ristretto a partecipare alla vita e al sostegno dell&#8217;impresa, sottolineando indirettamente il ruolo sempre più significativo dell&#8217;impresa familiare nella tradizione della produzione artigiana», affermano da CNA. Altro dato di estremo interesse è il tasso di tenuta delle imprese al femminile, nonostante la crisi e le difficltà di accesso al credito: il 74% delle intervistate giudica l&#8217;impatto della crisi sulla propria attività meno negativo di quello prodotto in altre aziende.</p>
<h5>Le Wwworker</h5>
<p>Dall&#8217;impresa femminile alla rete il passo non è breve e nientaffatto scontato, ma nonostante ciò si moltiplicano attività di e-commerce: infatti una buona parte delle neo-imprese si posiziona in rete. Secondo una ricerca di Murphy Research commissionata da <a href="http://annunci.ebay.it/">eBay</a>, oggi 1 donna su 3 che fa acquisti sul noto portale di e-commerce è mamma. E tra queste ben il 58% ha figli in età prescolare. Non solo acquisto, ma anche vendita: attualmente su eBay sono attive circa 5.000 donne imprenditrici italiane che vendono i propri prodotti. Anche la fotografia che emerge dalla community <a href="http://www.wwworkers.it/">Wwworkers.it</a> immortala una maggioranza di donne che sul web lavorano (64% sul totale dei quasi 2.000 casi mappati). I wwworkers sono in Rete per potenziare la loro visibilità, incrementare il dialogo, commercializzare in modo più snello e trasparente.</p>
<p>Ma poi, andandoli a trovare nelle loro botteghe o nelle mansarde, sono lavoratori in carne e ossa che hanno scommesso sulla cosa più preziosa che si possa avere. Se stessi. Le professioni sono le più disparate: avvocati, trainer, wedding planner, artigiane, ristoratrici. Dai primi profili emerge come siano rappresentate sul web soprattutto le professioni di servizio. Le donne che operano in Rete moltiplicano le ore di lavoro: la media è di 9 ore al giorno. Ma in realtà si ridefinisce il proprio orologio biologico, realizzando un personale e spesso coerente “worklife balance”, bilanciamento tra attività professionale e vita personale. Le donne – e spesso mamme – che lavorano con le nuove tecnologie da casa riescono a coniugare meglio gli impegni familiari con quelli professionali.</p>
<h5>Lavoratrici nella rete</h5>
<p>Dai dati alle storie. Virginia Scirè, Marta Arona o Chiara Cecilia Santamaria sono soltanto alcune delle tante donne lavoratrici della rete. Partiamo da Virginia. Dopo tre anni come impiegata in una società finanziaria del trevigiano, la neomamma Virginia Scirè è costretta a lasciare il lavoro: non può accettare il trasferimento che le hanno prospettato, ma le clausole che ha firmato all’epoca dell’assunzione consentivano all&#8217;imprenditore di richiedere quel genere di impegno. Così Virginia decide di mettersi in proprio e diventa imprenditrice online, titolare di un outlet sul web. Oggi è a capo di <a href="http://www.allegribriganti.it/">Allegribriganti.it</a>, un portale di e-commerce sull&#8217;abbigliamento per i più piccoli. Virginia si  occupa di tutto: dall&#8217;acquisto dei capi alle spedizioni, fino alla campagne pubblicitarie. A Tavarnelle in Val di Pesa, in provincia di Pisa, vive invece Silvia Bartolucci (nella foto): insieme alla sua famiglia ha aperto <a href="http://ecoartigianato.blogspot.com/">un negozio online</a> dove commercializza cuscini in pula di farro, intercettando la vendita di prodotti biologici che sul web spopola. Anche Daniela Gazzini e Cristina Cattaneo hanno scelto la rete come vetrina e come commercio, ma partendo da uno spazio fisico, reale. Amiche per la pelle e socie in affari, hanno creato un ristoro per gli habitué del parco di Monte Verde, quartiere romano. Sono divenute ristoratrici di Vivi Bistrot nel cuore di Villa Pamphili. Tra i servizi offerti è da segnalare il cestino per i più piccoli prenotabile online su <a href="http://www.vivibistrot.it/">Vivibistrot.it</a>.</p>
<p>Da Roma a Milano, da due quarantenni a una sessantenne energica e “digitalizzata”. Vitalba Paesano ha investito la pensione e ha acceso il portale <a href="http://www.grey-panthers.it/">Grey-Panthers.it</a>, piattaforma per over 50 che raccoglie informazioni e notizie di servizio: outdoor, green, technology, wellness le aree su cui poi si sviluppa la navigazione. Il sito aggrega una comunità alto-spendente e tendenzialmente metropolitana. Ancora Milano, ancora una storia di imprenditrice della rete, dopo una carriera come manager nel settore della comunicazione in grandi gruppi italiani e internazionali. <a href="http://www.martaarona.it/">Marta Arona</a> oggi è stilista: realizza una linea di abbigliamento femminile. «Gusto, attenzione al dettaglio, curiosità, coraggio di provare e una passione per i tessuti e gli abbinamenti», così racconta Marta le caratteristiche del suo attuale lavoro. Il percorso da wwworker è stato tortuoso e si è affinato sul campo. «Sono andata a ritirare il primo ordine di stoffe di circa 50 metri con la mia city car. Quando il rappresentante mi ha chiesto dove fosse il camion per il carico ho capito di aver sbagliato qualcosa», ricorda Marta. Oggi la piattaforma di e-commerce è uno strumento del suo business.</p>
<h5>Numeri in chiaroscuro</h5>
<p>Ma attenzione, il rosa in rete non è tutto&#8230; roseo. E ogni medaglia ha il suo rovescio. A oggi in Italia il lavoro spesso non si coniuga bene con una buona cultura del lavoro: l’Istat fotografa 800.000 donne che all’arrivo di un figlio sono state costrette a lasciare il lavoro nel 2010 perché licenziate o messe nella condizione di doversi dimettere. Negli Stati Uniti un testo sta già diventando l&#8217;avamposto delle mamme lavoratrici post-crisi: <a href="http://www.rebeccaasher.com/">“Shattered” di Rebecca Asher</a> immortala questo disagio. Non è ancora arrivato in Italia ma già se ne parla: racconta come con la maternità tante donne lavoratrici siano costrette a tornare indietro diverse caselle del proprio percorso professionale. E il dibattito sulle lavoratrici della rete si infittisce: come ha ampiamente riportato il Corriere della Sera in un post molto commentato sul blog al femminile <a href="http://27esimaora.corriere.it/articolo/la-rete-e-le-donne-opportunita-di-lavoro-o-mezzo-per-chiuderci-in-casa/">La27esima Ora</a> non è detto che lavorare in Rete possa rappresentare la panacea di ogni male. E allora ecco l&#8217;interrogativo: il web è una strordinaria opportunità di lavoro o una soluzione per chiudersi in casa rispetto a un mercato ancora poco attento alle esigenze femminili?</p>
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		<title>Medify, i pazienti scoprono i social media</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2011 07:30:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Boscolo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
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		<description><![CDATA[Condividere conoscenza, mettere in relazione le patologie, incrociare le vicende personali degli iscritti: così un social network volonteroso prova a cambiare la divulgazione medica ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A volte è la vita che sceglie per te, senza che sia davvero molto che si possa fare per cambiare lo stato delle cose. Una malattia si insinua in una famiglia, colpisce spietatamente una bambina o un bambino, impedendo loro di vivere la vita che tutti i suoi coetanei «sani» vivono. E i genitori e la famiglia si caricano sulle spalle anche il peso emotivo della situazione: starà bene? Che futuro ha di fronte a sé? Che speranze abbiamo noi? Sono domande che hanno attraversato anche la mente di Derek Streat, business man di Seattle, la cui figlia è affetta da una condizione che le condiziona in maniera cronica l&#8217;esistenza. Disperarsi? Forse inizialmente, poi l&#8217;azione: uno studio forsennato di tutto quello che il web poteva offrire sull&#8217;argomento alla ricerca della miglior cura, dei trattamenti più efficaci. «Ora mia figlia è seguita da un team di esperti da diverse parti del mondo e sta molto meglio che qualche tempo fa», racconta Derek Streat dall&#8217;altro capo del mondo. «Quando si tratta della sua salute, mi sento più che altro un project manager che deve gestire tanti professionisti iperspecializzati, cercando di mettere insieme i vari pezzi».<span id="more-7174"></span></p>
<h5>100 milioni di studi</h5>
<p>Scontrarsi con un gergo tecnico difficile, con informazioni che sono nascoste dentro a paper scientifici complessi da leggere per chi non è del settore, con database non sempre accessibili dal pubblico generico: ora tutta questa fatica fatta da Derek Streat per documentarsi si è trasformata in una risorsa open accessibile a chiunque sia collegato al web. Si chiama <a href="http://www.medify.org">Medify</a> ed è un sito apparentemente semplice dal quale si possono ricavare informazioni utili non solo per chi vive la stessa condizione della figlia di Derek, ma per qualunque malattia. Basta digitare nel form di ricerca il nome di una patologia e Medify vi restituisce velocemente un&#8217;overview della patologia stessa e, soprattutto, una lista degli <em>hot treatment</em>, le cure più calde e chiacchierate al momento dalla comunità scientifica internazionale. Ma non finisce qui, perché Medify fornisce molte altre informazioni andando a prenderle direttamente nei database medici dei <a href="http://www.nih.gov/">National Institutes of Health</a> americani e dai repository delle altre istituzioni che hanno deciso di condividerle con il suo team. Tra esse val la pena di citare, oltre agli NIH, almeno la <a href="http://med.stanford.edu/">Stanford School of Medicine</a> e l&#8217;università di Toronto. «Al momento», racconta Derek Streat, «possiamo fare una stima di quanti lavori, paper e studi abbiamo nel nostro database: siamo attorno ai 100 milioni, ma ogni giorno se ne aggiungono migliaia, per cui è difficile indicare un numero preciso».</p>
<p>«A parte la condizione di mia figlia, che mi tocca direttamente», prosegue il co-fondatore di Medify, «la nostra azienda è nata in un clima particolare, che è quello del movimento dell&#8217;e-Health. Si tratta di un approccio sempre più diffuso che mette i pazienti e i loro famigliari in un rapporto di collaborazione, non di verticalità come nel passato». Un approccio che, con tipico slancio americano, ha fatto scegliere a <a href="http://e-patients.net/">e-patient.net</a>, uno dei siti di riferimento del movimento, lo slogan «perché i professionisti della salute non possono farcela da soli». Al di là delle esagerazioni lobbistiche (che sono sempre presenti in un settore che negli States, ma non solo, muove interessi enormi), Medify si prefigge uno scopo più semplice, ovvero fornire velocemente agli utenti informazioni che permettano di orientarsi rispetto a un malattia o a una cura. «Da una parte ci sono sempre stati i medici e gli accademici», sottolinea Derek Streat, «e dall&#8217;altra di sono le persone che magari non hanno una formazione medica per capire la scienza che sta dietro a uno studio specialistico. Dal punto di vista comunicativo, da un parte ci sono i journal specialistici e dall&#8217;altra ci sono le persone malate o che hanno un familiare malato che si sono sempre scambiate esperienze, racconti personali e consigli. Medify vuole essere un livello intermedio tra questi due: mettiamo le informazioni specialistiche a disposizione degli utenti, semplificando, estrapolando, visualizzando in modo efficace pochi semplici dati».</p>
<h5>Coordinate e livelli</h5>
<p>Quando si fa una ricerca su Medify, il sistema ci dà in una sola schermata il numero dei paper che sono stati scritti su quella patologia (e che si trovano nel database del sito), il numero dei pazienti che sono stati studiati, quali sono gli istituti di ricerca che hanno maggiormente fatto ricerca su quell&#8217;argomento, quali sono patologie o condizioni simili a quella cercata. Insomma, nel giro di un solo clic posso capire se si tratta di un campo di studi vasto o di una nicchia, se un determinato trattamento ha una lunga storia di ricerche alle spalle. Ma anche sapere se l&#8217;ultima novità è stata testata su un alto numero di pazienti, da istituti diversi, oppure se si tratta di uno studio piccolo, con pochi soggetti. Non si impara praticamente nulla di nuovo su quella patologia, ma si ottengono una serie di coordinate che permettono di orientarsi anche per chi non ha competenze specifiche. A eccezione dei database degli NIH, che rimangono un istituto pubblico, la maggior parte dei paper e degli studi sono vincolati da un accordo di pubblicazione con un qualche editore, ma Medify ha individuato una nicchia di azione nella quale è possibile trovare ed estrapolare dati che stanno già nel dominio pubblico. «Se voglio leggere un paper pubblicato su di una rivista specializzata, normalmente l&#8217;editore mi chiede di pagare per l&#8217;accesso», spiega Derek Streat, «ma questo non è vero per quella parte dello studio che va sotto il nome di abstract: quasi sempre lì trovo i dati che mi interessano per Medify, come il numero dei pazienti trattati, il tipo di cura utilizzato, il numero dei ricercatori coinvolti nello studio. E si tratta di informazioni che sono nel dominio pubblico. L&#8217;unica cosa che rimane da fare è prendere queste informazioni, farne un vaglio (per questo abbiamo un team di esperti), uniformarli rispetto al nostro database e immetterli in Medify».</p>
<p>Non è la prima volta che Derek Streat usa questo approccio nel suo lavoro. «Assieme al mio socio che si occupa principalmente della parte tecnica, Jay Bartot, abbiamo già fondato diverse start up con questo approccio: rendere disponibili per i nostri utenti informazioni che si annidano dentro a sistemi complessi e che non sono facilmente accessibili per chiunque. L&#8217;ultimo esempio era un sito molto semplice: inserivi partenza e arrivo per un volo aereo in una certa data e il sistema calcolava in base a una lunga serie di parametri il momento migliore per comperare il biglietto. Insomma, prediceva se il prezzo sarebbe salito o sceso». Un servizio che è stato comperato da Microsoft e ora fa parte del portale <a href="http://www.bing.com/travel/">Bing Travel</a> (ma che funziona solo sul suolo americano). Analogamente, la ricerca di storie simili alla prossima, di confrontare la propria esperienza medica con chi ci è già passato o ci sta passando sono esperienze che sono sempre esistite e il web ha amplificato e potenziato. «La differenza è che adesso Medify permette di discutere su una base per lo meno razionale, avendo messo a disposizione degli utenti questa grande messe di dati e informazioni». Seppure in una fase ancora beta, Medify ha creato attorno a sé una community molto attiva, dove sono rare le discussioni fuori luogo e senza il supporto di una argomentazione solida.</p>
<h5>Uno strumento potente</h5>
<p>Un ulteriore aspetto interessante di Medify, non del tutto inatteso da Derek Streat, è il potenziale utilizzo di questo strumento da parte dei giornalisti che si occupano di sanità. «Allo stesso modo in cui gli utenti della community utilizzano i dati per discussioni circostanziate», sottolinea, «anche i giornalisti possono servirsi di Medify per verificare le informazioni». Pochi minuti sul sito e si può capire se un comunicato stampa è esagerato, fuori luogo oppure si inserisce in un contesto di ricerca seria. Nella ricerca spasmodica di attenzione, infatti, gli istituti di ricerca e le case farmaceutiche tendono a enfatizzare i caratteri di innovazione e rivoluzionarietà di un trattamento, di una scoperta o di un protocollo anche quando i dati non sono esattamente così chiari. «È chiaro che il settore della salute muove enormi interessi», conclude Streat, «ma Medify non è uno strumento per combattere Big Pharma. Non è una questione di dividere il mondo in buoni o cattivi, ma di fornire uno strumento di consapevolezza». Consapevolezza che, se applicata ai giornalisti, può aiutare a scoprire quando si esagera, alimentando – anche involontariamente – false illusioni. Perché dietro ai numeri e ai dati raccolti da Medify ci sono – si permetta la banalizzazione – le vite delle persone.</p>
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		<title>La politica, quella fatta con le idee della gente</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Nov 2011 23:01:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piervincenzo Di Terlizzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Bau-Sète!]]></category>
		<category><![CDATA[Emilio Lussu]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Meneghello]]></category>
		<category><![CDATA[Partito D'Azione]]></category>
		<category><![CDATA[Ugo La Malfa]]></category>

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		<description><![CDATA[Nell'Italia dell'immediato dopoguerra, due ventenni appena usciti dall'esperienza partigiana si confrontano con gli slanci del tempo, tesi tra la scoperta della cultura europea e il confronto con le rigidità della società che li circonda. Come sono simili, quell'Italia e la nostra]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>«In quel momento ebbi l’impressione di riconoscere una diversa dimensione della politica, e invidiai chi la può fare con la gente e con le idee della gente anziché con le proprie idee. Mi parve anche di capire che in Italia per un tempo indefinito anche la gente meno objectionable avrebbe continuato a fare la politica nel modo assurdo in cui la vedevo fare (o dire) davanti a me; mentre gli altri, avidi e furbi, già allungavano le mani». Così Luigi Meneghello al congresso del Partito d&#8217;Azione, nel tumultuoso 1945-46.<span id="more-7139"></span></p>
<p>Luigi e un suo giovane amico, colti, vivaci, giovani, ex-partigiani, progettano a Malo, il loro paese dell&#8217;alto vicentino, una rivista dal sapore europeo e dal  richiamo alla sobria tradizione di Cattaneo. Ma nessuno li bada, il consenso se lo pigliano altri, e la vita si piglia poi loro, portandoli da altre parti.</p>
<p>E perché mai? La risposta arriva di sera, nella stanza di un albergo, ripensando alla giornata al congresso. La Malfa, Lussu: interventi di quattro, cinque ore. La notte, Luigi e l&#8217;amico se li sognano, addirittura, e sognano di fare l&#8217;unica cosa che li può salvare. Suonare e cantare. Ma per quello, si capisce, erano più bravi altri.</p>
<p>Cari amici nerd, è presto detta. È una chiamata, adesso, e bisogna anche sapere come si suona e si canta. O si torna a far altro.<br />
<br style="clear: both;" /><br />
<em>(La citazione è tratta da <a href="http://www.anobii.com/books/Bau-s%C3%A8te/9788845227738/01ed32e369738962b6/">Bau-Sète!</a>, Rizzoli, Milano, 1988, pagina 69)</em></p>
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		<title>Accesso agli atti, impariamo dall&#8217;Unione</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Nov 2011 07:30:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonella Napolitano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Access Info]]></category>
		<category><![CDATA[Ask the EU]]></category>
		<category><![CDATA[E-government]]></category>
		<category><![CDATA[Ernesto Belisario]]></category>
		<category><![CDATA[open data]]></category>
		<category><![CDATA[open government]]></category>
		<category><![CDATA[Pam Quintanilla]]></category>
		<category><![CDATA[Right to Know Day]]></category>
		<category><![CDATA[Unione europea]]></category>

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		<description><![CDATA[Ogni documento pubblico comunitario è disponibile dietro richieste nell'arco di due settimane. Non proprio quel che avviene in Italia, dove i tempi sono incerti e ha diritto solo il diretto interessato]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si sente parlare sempre più spesso di dialogo con la pubblica amministrazione, di open data e di accesso agli atti amministrativi. Spesso però i cittadini non sanno quali siano i propri diritti in questo campo, né come farli valere.  Access Info, una organizzazione non governativa internazionale, ha deciso di lavorare su questi temi sensibilizzando i cittadini di tutta Europa con il progetto <a href="http://www.asktheeu.org/">Ask The EU</a>. Il sito permetterà ai cittadini di indirizzare le loro richieste di accesso agli atti pubblici delle istituzioni europee con una semplice email. Dalla spesa pubblica all&#8217;inquinamento di aria e acqua, sono molte le informazioni che i cittadini possono chiedere per capire meglio il funzionamento della pubblica amministrazione, anche quella del proprio Paese.<span id="more-7108"></span></p>
<h5>Diritto d&#8217;accesso</h5>
<p>Il diritto di accesso ai documenti pubblici è stabilito dal regolamento 1049/2011: qualsiasi cittadino dell&#8217;Unione ha la possibilità di accedere ai documenti del Parlamento europeo, del Consiglio e della Commissione. Chi fa richiesta, inoltre, non deve giustificarla, una precisazione niente affatto scontata se si pensa che in Italia, tanto per fare un esempio, possiamo effettuarla solo se l&#8217;atto in questione ci riguarda. Le istituzioni europee sono tenute a rispondere alle richieste entro 15 giorni lavorativi: le risposte arriveranno direttamente nella casella di posta di chi ha fatto domanda, ma anche presso Ask The EU che le pubblicherà sul sito, creando progressivamente un database di risposte liberamente consultabile.</p>
<p>Ma che tipo di informazioni potremmo chiedere alle istituzioni europee? Negli ultimi tempi sentiamo spesso parlare di Europa in relazione alle misure economiche per fronteggiare la crisi. E l&#8217;Unione europea influenza le politiche nazionali in misura sempre crescente: è stato stimato che circa la metà delle leggi nazionali vengono create per ottemperare a direttive e leggi europee (quasi il 70% per le leggi che riguardano l&#8217;economia). Ma moltissimi dei 500 milioni di cittadini europei non hanno idea dell&#8217;effettivo ruolo di queste istituzioni: per questo motivo Ask The Eu si muove in modo massiccio anche sul versante della sensibilizzazione con delle campagne mirate previste in tutta Europa. Un compito tutt&#8217;altro che semplice. «È opportuno tenere presenti comunque un paio di elementi”, spiega Ernesto Belisario, avvocato ed esperto di open government.  «In alcuni Paesi le legislazioni in materia di accesso all&#8217;informazione pubblica sono relativamente recenti e quindi è necessario un mutamento culturale per acquisirne consapevolezza; inoltre, molto spesso le istituzioni tendono a porre in atto &#8220;applicazioni al ribasso&#8221; di queste riforme perché ne hanno paura».</p>
<h5>Istituzioni alla prova dai cittadini</h5>
<p>Al momento le istituzioni europee ricevono solo 10.000 richieste all&#8217;anno, in pratica una per ogni 50.000 cittadini dell&#8217;Unione. Molte di queste informazioni sono disponibili sui siti ufficiali, ma spesso è difficile trovarle persino per giornalisti e addetti ai lavori, dicono gli esperti di trasparenza che lavorano in ambito europeo. E il controllo sull&#8217;operato delle istituzioni, la responsabilizzazione di chi ci lavora è uno dei compiti più importanti di un&#8217;iniziativa del genere, spiega Pam Quintanilla, responsabile del progetto: «Le leggi non sono tutto: occorre che i dipendenti pubblici capiscano che questo non è un ulteriore carico di lavoro, ma un modo di guadagnare fiducia e reputazione dai cittadini. Insomma, una parte fondamentale del loro lavoro.</p>
<p>Nato formalmente il 28 settembre scorso, in occasione del <em>Right to Know Day</em>, Ask The Eu è ora pienamente operativo. Se il suo funzionamento appare estremamente facile, non sarà certo altrettanto immediato superare ostacoli come diffidenza e sfiducia verso le istituzioni: «La consapevolezza è  scarsa, tranne alcune eccezioni. L&#8217;aspetto che più mi preoccupa, in prospettiva, è la rassegnazione dei cittadini di fronte ai meccanismi burocratici», sostiene Belisario. Questo però sembra il momento giusto per un passo del genere, spiega chi si occupa di trasparenza in Europa: un progetto di questo tipo, condiviso da diverse organizzazioni, può davvero fare la differenza, se non altro nel mostrare la semplicità dei processi e consentendo di superare la percezione di lontananza e difficoltà nell&#8217;accesso a informazioni rilevanti. Ne è sicura Quintanilla: «Il giudizio dell&#8217;opinione pubblica è spesso un buon catalizzatore per il cambiamento delle istituzioni».</p>
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